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[preCat] Re: [dibattito] Fwd: [neurogreen] Precariare poco precariare tutti? No grazie

Luca Tomassini
Sun, 14 May 2006 10:50:08 -0700

Brrr, c'è stalinismo nell'aria!
Ahi ahi caro Luca, sei proprio... vecchio, niente affatto flexy! Per qualcosa di veramente nuovo e originale noi che amiamo esporci all'estremo consigliamo l'ultimo editoriale di Repubblica o del Corriere della sera. Proprio non ce la fai a essere un po' piu' ROCK?

Luca T.

On 5/13/06, Luca Leuzzi <[EMAIL PROTECTED]> wrote:


---------- Forwarded message ----------
From: gmail < [EMAIL PROTECTED]>
Date: May 13, 2006 1:53 PM
Subject: [neurogreen] Precariare poco precariare tutti? No grazie
To: [EMAIL PROTECTED]

Precariare poco precariare tutti? No grazie
di Luigi Cavallaro
Sull'esigenza di riscrivere la legge Biagi pare che ormai vi sia accordo unanime fra tecnici, sindacalisti e politici (dell'Unione, s'intende); su come riscriverla, ovviamente, no.

Sulla questione è da poco apparso un nutrito gruppo di proposte sul sito www.lavoce.info , presentate da una nota di Pietro Ichino. Noto essendo l'appeal di cui gode il sito, è ragionevole supporre che se ne discuterà, tanto più che si tratta di proposte che hanno il pregio dell'organicità. Sfortunatamente, temo sia l'unico: per il resto, infatti, mi paiono proposte sbagliate nelle premesse e nelle conclusioni.

L'idea che le accomuna è che il superamento dell'attuale distinzione fra occupati stabili e precari non possa tradursi in un'estensione ai secondi delle tutele previste per i primi "senza imporre al sistema un'ingessatura insopportabile e senza mandare a casa centinaia di migliaia, se non milioni, di persone", scrive Ichino. Muovendo da questo presupposto, si tende dunque o a delineare un accesso graduale al regime di stabilità del rapporto di lavoro (una sorta di "precariato transitorio", che - come propone Andrea Ichino, fratello del giuslavorista milanese ed economista del lavoro all'Istituto universitario europeo di Firenze - potrebbe anche essere il frutto di una sequenza di contratti a termine), ovvero ad accrescerne la flessibilità "in uscita", istituendo a favore del lavoratore licenziato per motivi economici o organizzativi (e che rinunci a contestare la legittimità del licenziamento) un'indennità in denaro, commisurata al periodo di servizio e aggiuntiva rispetto al preavviso.

Al "precariato transitorio" è particolarmente ispirata la proposta firmata da Tito Boeri e Pietro Garibaldi. Essa punta a sostituire la vasta congerie di tipologie contrattuali consacrata nella Biagi con un'unica forma di rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, connotato però da quello che gli autori definiscono come "sentiero a tappe verso la stabilità". In sintesi, i neoassunti, dopo un periodo di prova di sei mesi (al termine del quale potrebbero essere licenziati "ad nutum", come avviene anche oggi), verrebbero coinvolti in un "periodo di inserimento", che durerebbe fino al terzo anno d'impiego e sarebbe tutelato dall' art.18 dello Statuto dei lavoratori solo per ciò che concerne il licenziamento discriminatorio o disciplinare (il licenziamento per motivi economici o organizzativi darebbe luogo, invece, solo ad un'indennità di importo compreso fra due e sei mensilità di retribuzione). Infine, dal terzo anno in poi, la tutela dell'art. 18 andrebbe estesa anche al licenziamento intimato per motivi economici e, a quel punto, l'equiparazione sarebbe completa.

La domanda che sorge spontanea, ovviamente, è: chi ci assicura contro il fatto che, al termine del terzo anno d'impiego, il datore di lavoro non licenzi il lavoratore adducendo, magari pretestuosamente, motivi economici e sbarazzandosene così con due lire d'indennità, come accade tutt'oggi con i licenziamenti sottratti alla disciplina dell'art. 18? Oppure, e con riferimento alla proposta di Andrea Ichino, chi ci garantisce che, al termine del contratto triennale, l'impresa non trovi più conveniente assumere un altro lavoratore a termine, piuttosto che "convertire" il rapporto precedente? Gli economisti de "lavoce. info", naturalmente, una risposta ce l'hanno: il periodo precario avrebbe come contropartita la "formazione" del lavoratore, l'accrescimento del suo "capitale umano"; completata la formazione, per l'impresa che ha così lungamente investito sarebbe "molto costoso" separarsi dal dipendente, il che renderebbe "improbabili" eventualità come quelle paventate.
Qui si coglie la premessa teorica che informa la proposta del "precariato transitorio". Si tratta dell'idea per cui la precarietà sarebbe un fatto imputabile sostanzialmente ai lavoratori, più esattamente alla loro scarsa formazione: conseguita quest'ultima da parte del lavoratore, sarebbe infatti antieconomico per l'impresa disfarsene e più redditizio garantirsene le prestazioni a tempo indeterminato con un contratto assistito dal regime di stabilità reale.
E' un'idea plausibile? Se ne può dubitare.

Il 7 maggio scorso, il "Sole-24 Ore" ha pubblicato un'indagine da cui risulta che i primi, timidi segnali di ripresa delle assunzioni, specie nel Nord-Est del Paese, hanno evidenziato una domanda di figure professionali prevalentemente orientata verso qualifiche medio-basse.
Solo il 25% di richieste, infatti, ha ad oggetto professioni intellettuali e di carattere tecnico, a fronte di un 20% di richieste di camerieri, cuochi o baristi e di un 40% di richieste di operai specializzati nell'industria (carpentieri, montatori, tornitori, ecc.). Addirittura, un buon 15% delle richieste concerne operai generici: molte aziende, infatti, stanno introducendo il terzo turno quotidiano e necessitano perfino di fattorini o addetti alle pulizie.

Se queste sono le "professionalità" di cui c'è bisogno, si può tranquillamente affermare che, anche supponendo che l'attuale patrimonio di conoscenze dei nostri giovani sia "inadeguato", tre anni di precariato (aumentabili fino a nove, come nella proposta di Andrea Ichino) rappresentano un eccesso di scopo: "professioni" del genere, negli anni '50, venivano apprese in pochi mesi dai contadini meridionali che emigravano al Nord, che spesso nemmeno sapevano esprimersi in lingua italiana. Perfino considerando l'evoluzione delle tecnologie riesce difficile pensare che i giovani d'oggi, pienamente alfabetizzati e in grado di padroneggiare l'uso di videotelefonini, pc, iPod e diavolerie consimili, avrebbero bisogno di più tempo dei loro nonni per imparare a fare il tornitore o il gruista.
Se ciò è vero, è quanto meno illusorio sperare che l'"investimento in capitale umano" possa dissuadere l'imprenditore dal risolvere il rapporto al termine del periodo di "precariato transitorio" immaginato dagli economisti de "lavoce. info": non c'è capitale del genere che non possa essere rimpiazzato in pochi mesi. Il che lascia supporre che il vero obiettivo della loro proposta sia quello di garantire alle imprese (e parliamo naturalmente di quelle con più di quindici dipendenti, per le altre l'art. 18 essendo fuori causa) un polmone di lavoro "flessibile" con il quale fronteggiare il (precario) andamento del ciclo economico, senza tema di incappare nelle maglie delle procedure previste per i licenziamenti individuali e/o collettivi.

Si obietterà che anche adesso le cose stanno così e non solo per volontà padronale: molto opportunamente, Pietro Ichino ricorda che, negli anni Settanta, "fu il sindacato, sulla scorta di un'idea di Bruno Trentin, a chiedere l'introduzione del contratto di formazione e lavoro, cioè un contratto a termine di ingresso con retribuzione ridotta, in funzione dell'inserimento professionale dei più giovani". Ma è proprio questa constatazione che dovrebbe indurre ad abbandonare definitivamente l'idea che non si possa accrescere l'occupazione se non comprimendo diritti e tutele. Esiste ormai una robusta evidenza a sostegno dell'ipotesi che la crescita della flessibilità nell'impiego delle maestranze non sia di per sé foriera di alcun aumento della produttività del lavoro e che le cause dell'evoluzione di quest'ultima debbano piuttosto ricercarsi nella specializzazione produttiva del sistema delle imprese; ed è ormai conclamato che l'unico risultato della crescita del lavoro precario è l'aumento della parte di prodotto sociale appropriato da profitti e rendite. Se una cosa c'insegna il decennio trascorso è che ciò ormai accade anche quando cresce l'occupazione: un'indagine di Roberto Romano (di prossima pubblicazione su "Quale Stato") ha messo in luce che, nel periodo 1993-2005, nemmeno l'aumento del numero dei lavoratori dipendenti ha invertito la caduta tendenziale della percentuale dei redditi da lavoro sul Pil, trascorsa dal 43,7% al 40,7%.

Disgraziatamente, le proposte de "lavoce. info" sono - come precisa Pietro Ichino - a costo zero per le finanze pubbliche. C'è quindi da temere che un governo non incline a spostare sul deficit pubblico gli squilibri derivanti dai nostri conti con l'estero possa trovarle assai interessanti. Non è l'unico governo possibile.

12 maggio 2006 liberazione
 
 
 
 
 
 
 


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