---
strategie per la comunicazione indipendente
http://www.rekombinant.org/media-activism
---
C'e' chi dice che il referendum sia perso in partenza (Scalfari) chi invece
sostiene che sia stravinto fin dall'inizio. Io credo che un'analisi sobria
del problema suggerisca che in realta' il risultato sia in bilico e che
una previsione "onesta" sia piuttosto difficile.
I commenti della stampa sono del tutto "interessati", profezie che sperano
di condizionare le scelte di voto, piuttosto che analisi reali degli
interessi e delle forze in campo. In linee generali sono d'accordo con
Andrea nel dire che la battaglia e' invece aperta. E mi aspetto che la
discussione sia proficua e in grado di penetrare il muro di gomma intorno
alle condizioni "reali" del lavoro in Italia.
Se dunque e' del tutto scontato che io votero' " si' " al referendum mi
sembra ugualmente importante chiedersi se, e fino a che punto, la
protezione dal lincenziamento costituisca un punto rilevante nelle
politiche sul lavoro precario e intermittente.
A me non stupisce affatto la levata di scudi contro il referendum. Al di
la' delle motivazioni di facciata e delle beghe di cortile interne alla
sinistra il referendum rischia di mettere in discussione uno degli assunti
fondamentali dell'organizzazione "reticolare" del lavoro: quello della
flessibilita' come fattore produttivo.Tale assunto e' generalmente
condiviso dalla totalita' dei manager e non di rado viene fatto proprio
anche da "consulenti" di vario genere e tipo.
Trattandosi di un vero "must" dell'organizzazione lavorativa postfordista,
il solo fatto che alle magnifiche sorti della flessibilita' venga opposto
un argomento cosi' smaccatamente garantista deve suonare come offensivo se
non scandaloso.
Confindustria parla a riguardo di referendum "medievale" e ci si puo'
aspettare che la campagna per il "no" sia attraversata da queste tonalita'
emotive. Al di la' del fatto che il termine "medievale" si adatta assai
meglio al postfordismo che non al periodo del lavoro garantito, rimane il
problema di cosa opporre, in termini simbolici, a questa riverniciatura
"nuovista" delle magnifiche virtu' della flessibilita'.
Come contrastare gli elementi illusionistici e cialtroneschi della
liberta' flessibile senza pregiudicare la sacrosanta rivendicazione
dell'exit, l'elemento liberatorio dell'autoimpresa e del rifiuto del lavoro
salariato ?
Essere trattati da nostalgici delle fabbriche fordiste e' particolarmente
deprimente. Essere accusati di voler tenere in vita la cultura obsolescente
della burocrazia e' un'altra amarezza che ci si risparmierebbe volentieri.
Ci sarebbe da rileggere, mi dico, "L'uomo flessibile" di Richard
Sennett. Affresco asciutto e ben scritto di cosa significhi in concreto
essere sballottati ai livelli piu' bassi del mercato del lavoro postfordista.
nell'analisi di Sennett ci sono delle intuizioni che mi sembrano
particolarmente importanti. Una e' che l'orizzontalita' dei sistemi a rete
puo' essere (e di solito e' ) del tutto apparente.
L'altra e' quella che vede la flessibilita' come un nemico della dimensione
"narrativa", della capacita' di tenere in memoria la propria vicenda
attraverso un filo coerente, una serie di nessi biografici in grado di
comporre una storia.
Questo, a mio modo di vedere, e' un argomento meno banale di quanto possa
sembrare. Dietro questa guerra dichiarata alla continuita' "narrativa" del
lavoro, alle storie personali, ai curricula dotati di coerenza, deve
nascondersi qualcosa di molto sottile. In gioco l'annientamento della
soggettività.
Mi viene da pensare a quel romanzo autobiografico di Hoeg, in cui la "quasi
adatta" Katarina parlava del "laboratorio" come di un posto in cui pensare
a se' stessi. Mi viene da pensare a "LiveJournal", all'eplosione dei diari
online dei teenager.
L'intelligenza cruda, il "row brain" invocato dai teorici del lavoro
flessibile, deve essere interpretata come la nuova forma della "forza
lavoro", quella che si potrebbe definire "forza lavoro cognitiva". E' qui
che la biopolitica inizia ad interessare il "cervello biologico". E' qui
che il "ritalin" si incarica di tenere sotto controllo l'attenzione per
addomesticarla al nulla.
Si badi: l'elemento cognitivo non riguarda il solo lavoro cosiddetto
mentale. Di fatto la chiave di volta di tutta l'architettura postfordista
consiste nella genericita' e nella superficialita' della prestazione. Per
gli strati deboli della società si richiede la semplice predisposizione
generica a un novero di prestazioni intense e ripetitive. La densita' della
prestazione richiede di incorporare rapidamente molteplici
sequenze, rapide serie di routine all'interno delle quali il gioco
volonta' / intelligenza e' soggetto a lievi e continue variazioni. Questo
e' vero tanto per i chainworkers quanto per i forzati del data entry o per
i programmatori junior. Perfino le organizzazioni private che gestiscono la
formazione universitaria, quelle che ti fanno fare dieci esami in un anno,
lavorano su questa suddivisione in strutture cognitive frammentate che
riducono la pratica della conoscenza a una sorta di esercizio ginnico.
E' evidente che chi mena le danze riesce in questo modo a schiacciare tutto
su uno strato di superficie che va "appreso" come tale. Una sorta di regola
generale di funzionamento dell'intera organizzazione lavorativa. Una volta
interiorizzata questa regola qualsiasi nuovo lavoro cessa di traumatizzare.
Lo stress da "nuovo lavoro" diminuisce in modo sensibile nel lavoratore
ormai"scafato" fino al punto di estinguersi.
Si diviene lavoratori "autoprogrammabili" cioe' in grado di riorientarsi
verso nuove esigenze del mercato.
Ma, allo stesso tempo, l'alienazione raggiunge il parossismo. Questo e' il
punto in cui la produzione dei bisogni si rivela incardinata all'interno di
fabbriche virtuali che non hanno alcun rapporto credibile con il vissuto
soggettivo, con gli aspetti personali (o personalizzabili) dell'esperienza
che si va facendo. Si scopre che e' una nuova organizzazione del capitale
che distribuisce oneri e onori secondo una misura basata essenzialmente sul
consenso politico, sull'accettazione dello status quo. Per il resto si e'
solo numeri, burattini di una penosa messa in scena.
C'e' in questo una barbarie particolarmente raffinata. Sia chi vuole
organizzare la produzione di oggetti, di conoscenza, di relazioni ( anche
perche' ama specifici oggetti, conoscenze, relazioni) sia chi vorrebbe
soltanto partecipare alla produzione di determinati oggetti, conoscenze,
relazioni (anche perche' ama determinati oggetti, conoscenze, relazioni)
DEVE prendere atto che le cose stanno invece in questo modo: nessuno puo'
legittimamente aspirare ad essere, poniamo, imprenditore dolciario o invece
semplice pasticcere. Puo' solo scegliere (se e quando puo' ) di essere
imprenditore o (se e quando puo' ) lavoratore. Al resto pensera' il capitale.
Chi non e' ancora (almeno nell'intimo) piegato a questo, avra' buone
ragioni per votare "SI".
E su questo punto mi pare ci si incontri serenamente: microimprenditori,
parasubordinati, partite IVA.
saluti
Rattus
___________________________________________
Rekombinant
http://www.rekombinant.org