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[RK] referendum: simboli e sensi

Rattus Norvegicus
Sat, 25 Jan 2003 10:19:36 -0800

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C'e' chi dice che il referendum sia perso in partenza (Scalfari) chi invece sostiene che sia stravinto fin dall'inizio. Io credo che un'analisi sobria del problema suggerisca che in realta' il risultato sia in bilico e che una previsione "onesta" sia piuttosto difficile.

I commenti della stampa sono del tutto "interessati", profezie che sperano di condizionare le scelte di voto, piuttosto che analisi reali degli interessi e delle forze in campo. In linee generali sono d'accordo con Andrea nel dire che la battaglia e' invece aperta. E mi aspetto che la discussione sia proficua e in grado di penetrare il muro di gomma intorno alle condizioni "reali" del lavoro in Italia.

Se dunque e' del tutto scontato che io votero' " si' " al referendum mi sembra ugualmente importante chiedersi se, e fino a che punto, la protezione dal lincenziamento costituisca un punto rilevante nelle politiche sul lavoro precario e intermittente.
A me non stupisce affatto la levata di scudi contro il referendum. Al di la' delle motivazioni di facciata e delle beghe di cortile interne alla sinistra il referendum rischia di mettere in discussione uno degli assunti fondamentali dell'organizzazione "reticolare" del lavoro: quello della flessibilita' come fattore produttivo.Tale assunto e' generalmente condiviso dalla totalita' dei manager e non di rado viene fatto proprio anche da "consulenti" di vario genere e tipo.

Trattandosi di un vero "must" dell'organizzazione lavorativa postfordista, il solo fatto che alle magnifiche sorti della flessibilita' venga opposto un argomento cosi' smaccatamente garantista deve suonare come offensivo se non scandaloso.

Confindustria parla a riguardo di referendum "medievale" e ci si puo' aspettare che la campagna per il "no" sia attraversata da queste tonalita' emotive. Al di la' del fatto che il termine "medievale" si adatta assai meglio al postfordismo che non al periodo del lavoro garantito, rimane il problema di cosa opporre, in termini simbolici, a questa riverniciatura "nuovista" delle magnifiche virtu' della flessibilita'.
Come contrastare gli elementi illusionistici e cialtroneschi della liberta' flessibile senza pregiudicare la sacrosanta rivendicazione dell'exit, l'elemento liberatorio dell'autoimpresa e del rifiuto del lavoro salariato ?

Essere trattati da nostalgici delle fabbriche fordiste e' particolarmente deprimente. Essere accusati di voler tenere in vita la cultura obsolescente della burocrazia e' un'altra amarezza che ci si risparmierebbe volentieri.

Ci sarebbe da rileggere, mi dico, "L'uomo flessibile" di Richard Sennett. Affresco asciutto e ben scritto di cosa significhi in concreto essere sballottati ai livelli piu' bassi del mercato del lavoro postfordista.
nell'analisi di Sennett ci sono delle intuizioni che mi sembrano particolarmente importanti. Una e' che l'orizzontalita' dei sistemi a rete puo' essere (e di solito e' ) del tutto apparente.
L'altra e' quella che vede la flessibilita' come un nemico della dimensione "narrativa", della capacita' di tenere in memoria la propria vicenda attraverso un filo coerente, una serie di nessi biografici in grado di comporre una storia.
Questo, a mio modo di vedere, e' un argomento meno banale di quanto possa sembrare. Dietro questa guerra dichiarata alla continuita' "narrativa" del lavoro, alle storie personali, ai curricula dotati di coerenza, deve nascondersi qualcosa di molto sottile. In gioco l'annientamento della soggettività.
Mi viene da pensare a quel romanzo autobiografico di Hoeg, in cui la "quasi adatta" Katarina parlava del "laboratorio" come di un posto in cui pensare a se' stessi. Mi viene da pensare a "LiveJournal", all'eplosione dei diari online dei teenager.

L'intelligenza cruda, il "row brain" invocato dai teorici del lavoro flessibile, deve essere interpretata come la nuova forma della "forza lavoro", quella che si potrebbe definire "forza lavoro cognitiva". E' qui che la biopolitica inizia ad interessare il "cervello biologico". E' qui che il "ritalin" si incarica di tenere sotto controllo l'attenzione per addomesticarla al nulla.

Si badi: l'elemento cognitivo non riguarda il solo lavoro cosiddetto mentale. Di fatto la chiave di volta di tutta l'architettura postfordista consiste nella genericita' e nella superficialita' della prestazione. Per gli strati deboli della società si richiede la semplice predisposizione generica a un novero di prestazioni intense e ripetitive. La densita' della prestazione richiede di incorporare rapidamente molteplici sequenze, rapide serie di routine all'interno delle quali il gioco volonta' / intelligenza e' soggetto a lievi e continue variazioni. Questo e' vero tanto per i chainworkers quanto per i forzati del data entry o per i programmatori junior. Perfino le organizzazioni private che gestiscono la formazione universitaria, quelle che ti fanno fare dieci esami in un anno, lavorano su questa suddivisione in strutture cognitive frammentate che riducono la pratica della conoscenza a una sorta di esercizio ginnico.

E' evidente che chi mena le danze riesce in questo modo a schiacciare tutto su uno strato di superficie che va "appreso" come tale. Una sorta di regola generale di funzionamento dell'intera organizzazione lavorativa. Una volta interiorizzata questa regola qualsiasi nuovo lavoro cessa di traumatizzare. Lo stress da "nuovo lavoro" diminuisce in modo sensibile nel lavoratore ormai"scafato" fino al punto di estinguersi.
Si diviene lavoratori "autoprogrammabili" cioe' in grado di riorientarsi verso nuove esigenze del mercato.
Ma, allo stesso tempo, l'alienazione raggiunge il parossismo. Questo e' il punto in cui la produzione dei bisogni si rivela incardinata all'interno di fabbriche virtuali che non hanno alcun rapporto credibile con il vissuto soggettivo, con gli aspetti personali (o personalizzabili) dell'esperienza che si va facendo. Si scopre che e' una nuova organizzazione del capitale che distribuisce oneri e onori secondo una misura basata essenzialmente sul consenso politico, sull'accettazione dello status quo. Per il resto si e' solo numeri, burattini di una penosa messa in scena.

C'e' in questo una barbarie particolarmente raffinata. Sia chi vuole organizzare la produzione di oggetti, di conoscenza, di relazioni ( anche perche' ama specifici oggetti, conoscenze, relazioni) sia chi vorrebbe soltanto partecipare alla produzione di determinati oggetti, conoscenze, relazioni (anche perche' ama determinati oggetti, conoscenze, relazioni) DEVE prendere atto che le cose stanno invece in questo modo: nessuno puo' legittimamente aspirare ad essere, poniamo, imprenditore dolciario o invece semplice pasticcere. Puo' solo scegliere (se e quando puo' ) di essere imprenditore o (se e quando puo' ) lavoratore. Al resto pensera' il capitale.

Chi non e' ancora (almeno nell'intimo) piegato a questo, avra' buone ragioni per votare "SI".
E su questo punto mi pare ci si incontri serenamente: microimprenditori, parasubordinati, partite IVA.

saluti
Rattus















































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