Israele non ha mai voluto un accordo di pace che riconoscesse i diritti dei
palestinesi. E gli Stati Uniti sono suoi complici
di Noam Chomsky


Un anno fa il sociologo dell'universit� ebraica Baruch Kimmerling osservava:
"Quello che temevamo si � avverato", israeliani e palestinesi stanno
"regredendo a un tribalismo superstizioso... La guerra appare come un
destino inevitabile", una "malvagia guerra coloniale". Dopo l'invasione dei
campi profughi da parte di Israele, il suo collega Ze'ev Sternhell ha
scritto che "nell'Israele colonialista... la vita umana non vale nulla".

I suoi leader "non si vergognano pi� di parlare di guerra quando quella in
cui sono realmente impegnati � un'operazione di polizia coloniale, che
ricorda gli attacchi da parte della polizia dei bianchi ai quartieri neri
poveri del Sudafrica all'epoca dell'apartheid". Entrambi sottolineano una
cosa ovvia: non c'� simmetria tra i due gruppi etno-nazionali che sono
regrediti al tribalismo. Il conflitto � in atto in territori che sono
sottoposti a una dura occupazione militare da trentacinque anni.

L'occupante � una grande potenza che agisce con il supporto militare,
economico e diplomatico della pi� grande potenza mondiale. I suoi sudditi
sono soli e inermi: molti sopravvivono in miserabili campi profughi,
sottoposti a un clima di terrore sempre pi� brutale, simile a quello delle
"malvagie guerre coloniali". E anche loro si vendicano con terribili
atrocit�.

L'inganno di Camp David
Il "processo di pace" avviato a Oslo ha cambiato le modalit�
dell'occupazione, ma non il concetto di base. Poco prima di entrare nel
governo di Ehud Barak, lo storico Shlomo Ben-Ami scriveva che "gli accordi
di Oslo erano fondati su una base neocolonialista, che prevedeva l'eterna
dipendenza di una popolazione dall'altra". Ma divenne ben presto uno degli
autori delle proposte israelo-americane di Camp David dell'estate del 2000,
che non modificavano questo quadro.

Queste proposte furono molto elogiate dai giornali americani. I palestinesi
e il loro malvagio leader furono accusati di essere responsabili del
fallimento delle proposte e della violenza che ne era conseguita. Ma era una
menzogna bella e buona, come dichiararono Kimmerling e altri commentatori
rigorosi.

Nessuno pu� seriamente dubitare del fatto che il ruolo degli Stati Uniti
continuer� a essere decisivo. � dunque di cruciale importanza capire quale
sia stato questo ruolo, e come viene percepito all'interno del paese. La
versione delle "colombe" � presentata dal New York Times, che il 7 aprile
elogiava il discorso "di svolta" del presidente e la "nuova visione" emersa
dalle sue parole. Se il terrore palestinese finir�, scriveva qualche tempo
dopo il quotidiano statunitense, gli israeliani saranno incoraggiati a
"prendere pi� sul serio la storica offerta della Lega araba che prevede pace
totale e il riconoscimento in cambio del ritiro di Israele". Ma prima i
leader palestinesi devono dimostrare di essere "partner diplomatici
legittimi".

La realt� ha ben poco a che fare con questo ritratto autogiustificatorio. La
prima barriera contro la "nuova visione" � stata e rimane l'atteggiamento di
rifiuto americano. Non c'� niente di nuovo nella "storica offerta della Lega
araba". Riprende fondamentalmente i termini di una risoluzione del Consiglio
di sicurezza del gennaio 1976 sostenuta praticamente da tutto il mondo,
compresi i principali Stati arabi, l'Olp, l'Europa, il blocco sovietico - in
pratica, tutti quelli che contavano. Israele si dichiar� contraria e gli
Stati Uniti opposero il veto, impedendole quindi di entrare nella storia.

La risoluzione invocava un accordo politico sulla base di confini
riconosciuti a livello internazionale "con misure appropriate... per
garantire... la sovranit�, l'integrit� territoriale e l'indipendenza
politica di tutti gli Stati della regione e il loro diritto a vivere in pace
entro confini sicuri e riconosciuti".

Le linee guida di Kissinger
L'atteggiamento di rifiuto statunitense risaliva gi� a cinque anni prima, al
1971, quando il presidente egiziano Sadat aveva offerto a Israele la pace
totale in cambio del ritiro dal territorio egiziano, senza fare alcuna
menzione dei diritti della nazione palestinese o del destino dei loro
Territori occupati.

Il governo laburista israeliano aveva riconosciuto che questa era una vera
offerta di pace, ma l'aveva rifiutata, perch� aveva intenzione di estendere
i suoi insediamenti al Sinai nord-orientale; cosa che fece ben presto con
estrema brutalit� e che costitu� la causa immediata della guerra del 1973.
Kissinger riusc� a bloccare la pace, dichiarando la sua preferenza per
quella che chiamava "una fase di stallo": niente negoziati, solo la forza.
Anche le offerte di pace giordane furono respinte.

Da allora, la politica ufficiale degli Stati Uniti si � attenuta al consenso
internazionale sul ritiro - fino a Clinton, che ha efficacemente ignorato le
risoluzioni delle Nazioni Unite e le considerazioni del diritto
internazionale. Ma in pratica, la loro politica ha sempre seguito le linee
guida di Kissinger, accettando di negoziare solo quando non potevano farne a
meno.

Degradante umiliazione
Non c'� da sorprendersi che il principio fondamentale dell'occupazione sia
sempre stato l'incessante e degradante umiliazione, insieme alla tortura, al
terrore, alla distruzione delle propriet�, allo spostamento forzato e
all'insediamento, e all'acquisizione delle risorse fondamentali, soprattutto
l'acqua.
Questo, naturalmente, ha richiesto il decisivo appoggio degli Stati Uniti
per tutto il periodo Clinton. "Il governo Barak lascia al governo Sharon una
sorprendente eredit�", commentava la stampa israeliana all'epoca della
transizione: "Il pi� alto numero di costruzioni avviate nei Territori dal
tempo in cui Ariel Sharon era ministro
dell'Edilizia e degli Insediamenti nel 1992, prima degli accordi di Oslo".

I finanziamenti erano forniti tra gli altri dai contribuenti americani,
ingannati da fantasiosi racconti sulle "visioni" e sulla "magnanimit�" dei
leader statunitensi, frustrate da terroristi come Arafat, che hanno tradito
"la nostra fiducia" e forse anche da alcuni estremisti israeliani che
reagiscono in modo eccessivo ai loro crimini. Come dovrebbe comportarsi
Arafat per riconquistare la nostra fiducia viene spiegato in modo sintetico
da Edward Walker, il funzionario del dipartimento di Stato responsabile
della regione sotto Clinton. Il subdolo Arafat deve annunciare senza
ambiguit�: "Noi rimettiamo il nostro futuro e il nostro destino nelle mani
degli Stati
Uniti", che da trent'anni conducono la campagna contro i diritti dei
palestinesi.

Il problema fondamentale, ieri come oggi, rimanda a Washington, che ha
sempre sostenuto il rifiuto di Israele di un accordo politico nei termini di
un ampio consenso internazionale, ripreso nelle sue linee essenziali dalla
"storica offerta della Lega araba".

Gli attuali cambiamenti di questo atteggiamento di rifiuto sono solo
tattiche di minore importanza. Per non mettere in pericolo il loro progetto
di un attacco all'Iraq, gli Stati Uniti hanno approvato una risoluzione
dell'Onu che chiedeva il ritiro di Israele dai Territori appena invasi
"senza indugio" - cio�, "al pi� presto possibile", ha spiegato
immediatamente il segretario di Stato Colin Powell.

Il terrorismo palestinese deve fermarsi "immediatamente", ma l'ancor pi�
estremo terrorismo israeliano - che va avanti da trentacinque anni - pu�
prendersela comoda. Israele ha subito intensificato gli attacchi, portando
Powell a dire: "Sono felice di sentire che il primo ministro ha accelerato
le operazioni". Si sospetta fortemente che l'arrivo di Powell in Israele sia
stato rimandato per permettere a Israele di "accelerare" ulteriormente.
Questa posizione degli Stati Uniti potrebbe cambiare, ancora una volta per
motivi tattici.

Un regime cliente
Gli Stati Uniti hanno anche approvato una risoluzione delle Nazioni Unite
che invita a prevedere "l'idea" di uno Stato palestinese.
Questa prova di disponibilit�, che � stata molto elogiata, non arriva a
livello del Sudafrica di quarant'anni fa, quando il regime dell'apartheid
mise in atto la sua "idea" di Stati gestiti dai neri che erano realizzabili
e legittimi almeno quanto la dipendenza neocoloniale che gli Stati Uniti e
Israele hanno in mente per i Territori occupati.

Nel frattempo gli Stati Uniti continuano a "fomentare il terrore", per usare
le parole del presidente, fornendo a Israele mezzi di distruzione, come
dimostra la recente spedizione dei pi� moderni elicotteri dell'arsenale
statunitense. Questa � la normale reazione alle atrocit� di un regime
cliente.

Per citare un solo distruttivo esempio, nei primi giorni dell'attuale
intifada Israele ha usato gli elicotteri statunitensi per attaccare
obiettivi civili, uccidendo dieci palestinesi e ferendone trentacinque, e
non si pu� proprio dire che si trattasse di "autodifesa".

Clinton, scrive Ha'aretz, ha risposto con un accordo per "il pi� importante
acquisto di elicotteri militari da parte dell'aeronautica israeliana degli
ultimi dieci anni", e di pezzi di ricambio per gli elicotteri da attacco
Apache. E la stampa ha dato una mano rifiutando di diffondere la notizia.
Qualche settimana dopo, Israele ha cominciato a usare gli elicotteri
americani anche per assassinare.
Uno dei primi atti dell'amministrazione Bush � stato quello di inviare in
Israele gli elicotteri Apache Longbow, i pi� distruttivi che aveva a
disposizione. Di questo si � parlato marginalmente, nelle notizie
economiche.

Washington ha dimostrato ancora una volta il proprio impegno a "fomentare il
terrore" lo scorso dicembre, quando ha opposto il suo veto alla risoluzione
delle Nazioni Unite che invocava l'applicazione del Piano Mitchell e l'invio
di osservatori internazionali a verificare la riduzione degli atti di
violenza, il sistema pi� efficace a
detta di tutti, rifiutato da Israele e regolarmente bloccato da Washington.
Il veto � stato posto durante un periodo di 21 giorni di calma - il che
significa che un solo soldato di Israele era stato ucciso, rispetto a 21
palestinesi compresi 11 bambini, e c'erano state 16 incursioni israeliane
nelle zone controllate dai palestinesi.

Dieci giorni prima del veto, gli Stati Uniti avevano boicottato - e quindi
vanificato - la conferenza internazionale di Ginevra che ancora una volta �
giunta alla conclusione che la Quarta Convenzione di Ginevra � applicabile
ai Territori occupati, cos� che praticamente tutto quello che gli Stati
Uniti e Israele fanno l� � una "grave violazione", in parole povere un
"crimine di guerra".

La conferenza ha dichiarato che gli insediamenti israeliani finanziati dagli
Stati Uniti sono illegali, e ha condannato la pratica "illegale e
arbitraria" di "uccidere deliberatamente, torturare, deportare illegalmente,
privare del diritto a un processo giusto e regolare, danneggiare e
appropriarsi dei beni". Gli Stati Uniti sono
obbligati da un solenne accordo a perseguire le persone responsabili di
questi crimini, compresi i loro stessi leader politici. Ma come al solito,
tutto questo passa sotto silenzio.

Gli Stati Uniti non hanno ufficialmente ritirato il loro riconoscimento
dell'applicabilit� delle Convenzioni di Ginevra ai Territori occupati, o la
loro censura nei confronti delle violazioni di Israele in quanto "potenza
occupante" (affermata per esempio da George Bush senior quando era
ambasciatore presso le Nazioni Unite).

Un vuoto nella memoria
Nell'ottobre del 2000, il Consiglio di Sicurezza riaffermava la propria
posizione, "invitando Israele, la potenza occupante, a rispettare
scrupolosamente gli obblighi legali previsti dalla Quarta Convenzione di
Ginevra".

La votazione fin� 14 a 0. Clinton si astenne, presumibilmente perch� non
voleva opporre il suo veto a uno dei principi basilari del diritto
internazionale umanitario, soprattutto alla luce delle circostanze in cui
era stato concepito: per condannare formalmente le atrocit� commesse dai
nazisti. Anche tutto questo � stato messo rapidamente nel dimenticatoio, un
altro contributo al "potenziamento del terrore".

Fino a quando non sar� possibile discutere di questi temi, e non saranno
state comprese le loro implicazioni, non ha nessun senso parlare di "impegno
degli Stati Uniti per il processo di pace", e le prospettive di un'azione
costruttiva rimarranno scarse.

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