La famiglia non ci ha mai vissuto
di George Bisharat

      Villa Harun ar-Rashid fu divisa in diversi appartamenti. Durante gli
anni '60, Golda Meir occup� l'appartamento al piano superiore. Si dice che
lei, prima che il segretario generale dell'ONU Dag Hammerskjold le facesse
visita, ordin� l'insabbiamento delle tegole di fronte alla casa per
nascondere il nome inciso su di esse e, con le tegole, il fatto che  vivesse
in una casa palestinese.


Lo scorso 14 maggio, 55esimo anniversario della "nakba" (catastrofe)
palestinese - in cui il mio popolo perse la sua terra, che fu data ad un
altro popolo - pensavo ad una casa di Gerusalemme.
Era la residenza occupata da Golda Meir, autrice del famoso detto secondo
cui "il popolo palestinese non esiste", quando era primo ministro d'Israele.
Era la casa di famiglia costruita nel 1926  da mio nonno, Hanna Ibrahim
Bisharat, il "pap�" di tutti noi.

Visitai per la prima volta la nostra casa nel 1977. Sebbene cristiano, il
nonno chiam� la casa "Villa Harun ar-Rashid", in onore del califfo musulmano
abbaside, rinomato per la sua eloquenza, la passione per la conoscenza e la
generosit�. Le tegole dipinte con questo nome erano inserite sopra al
balcone del secondo piano e su un lato dell'entrata.

     Quando il nonno costru� la sua casa nel quartiere di Gerusalemme noto
come Talbieh, attorno esistevano poche altre residenze. Crescendo, mi
vennero raccontate storie della sua fanciullezza, quando giocava negli orti
e nei giardini tutt'attorno. Due mie zii nacquero quando la famiglia viveva
ancora l�; uno mor� di polmonite proprio a villa Harun ar-Rashid. I ragazzi
ricevettero la prima istruzione al Terra Sancta College, gestito dai
cattolici.
      Il muro che circondava il giardino d'ingresso fu un'opera giovanile
del gemello di mio padre, Victor, che divenne un architetto di successo
negli Stati Uniti.
      In seguito, i miei nonni sperimentarono un rovescio di fortuna, e nei
primi anni '30 affittarono la villa agli ufficiali della Royal Air Force
britannica, apettando il ritorno di tempi migliori. Gli affreschi sulle mura
interne furono intonacati per venire incontro ai gusti dei militari
britannici. La famiglia si spost� poco lontano, in una casa pi� modesta in
Betlehem Road. Nessuno poteva immaginare, all'epoca, che lo spostamento
sarebbe significato la perdita definita di villa Harun ar-Rashid.


Un pesante presentimento afferr� molti palestinesi negli anni che portarono
alla guerra nella regione. A causa dei disordini sempre pi� gravi, mio padre
ed i miei zii furono inviati negli Stati Uniti per completare l'educazione,
mentre il nonno si spost� al Cairo per i suoi affari. Il 14 maggio 1948,
quando Israele annunci� la sua creazione e ebbe inizio la guerra con gli
stati circostanti, tutta la famiglia era fuori dalla Palestina. Fummo pi�
fortunati di molti altri: pi� fortunata dei circa 800.000 palestinesi
cacciati dalle loro case, o in fuga a causa dei massacri e del terrore.

Villa Harun ar-Rashid fu presa da gruppi armati di sionisti perch� il suo
tetto offriva una vista dominante. La sua presa non caus� spargimenti di
sangue, poich� gli ufficiali britannici passarono semplicemente le chiavi di
casa all'Hagana (la milizia ebraica pre-Israele). Come la maggior parte
delle famiglie palestinesi,  fummo privati del titolo di possesso della
nostra casa in seguito ad una legge emanata dal nuovo stato di Israele,
chiamata "Legge sulla Propriet� degli Assenti".

Villa Harun ar-Rashid fu divisa in diversi appartamenti. Durante gli anni
'60, Golda Meir occup� l'appartamento al piano superiore. Si dice che lei,
prima che il segretario generale dell'ONU Dag Hammerskjold le facesse
visita, ordin� l'insabbiamento delle tegole di fronte alla casa per
nascondere il nome inciso su di esse e, con le tegole, il fatto che  vivesse
in una casa palestinese.

SOPRAFFATTO DALLE EMOZIONI

Quando nel 1977 tornai a Gerusalemme, avevo con me solo una fotografia della
casa ed una descrizione generale della sua posizione, fattami dalla nonna.
Era estate, c'era caldo e polvere, ed io andavo su e gi� nel quartiere
ispezionandone ogni costruzione, e occasionalmente chiedendo informazioni.
Tutti i nomi delle strade erano stati cambiati, ed ora portavano il nome di
figure del sionismo o della storia ebraica, e l'ospedale che mia nonna aveva
descritto come punto d riferimento apparentemente non esisteva pi�.
Mentre mi riposavo all'ombra, con la schiena contro un muro, vidi una casa
che sembrava quella del nonno. Mentre correvo per attraversare la strada,
potei vedere le tegole che portavano un nome sbiadito ma familiare. Credo
che l'insabbiamento di Golda Meir avesse perduto lo smalto.
Fui immediatamente sopraffatto dalle emozioni - rabbia, tristezza, tensione
e persino timore. Attraversai il giardino verso le scale d'ingresso,
appoggiandomi alla balaustra in pietra a cui mio nonno e mio padre si erano
appoggiati innumerevoli volte. Suonai il campanello.

Dopo una lunga attesa, una donna anziana apr� la porta. Le spiegai il motivo
della mia visita, dicendole che mio nonno era colui che aveva costruito la
casa. Le mostrai il mio passaporto americano e le chiesi di vedere
brevemente l'interno. Di fatto, le sue prime parole furono: "La famiglia
(intendeva dire  la mia famiglia) non ha mai vissuto qui". In seguito avrei
interpretato quelle parole come il tentativo di razionalizzare il furto
della nostra propriet�. E' pi� facile accettare, in termini morali,
l'espropriazione di una costruzione costruita da ricchi proprietari terrieri
per motivi speculativi anzich� contemplare la presa di possesso di una casa
di famiglia.

      All'epoca restai senza parole, come sempre di fronte a dichiarazioni
del genere. Quando tornai in me, fui tentato di dirle la verit�. Ma ebbi
paura che mi venisse negato l'ingresso. L'umiliazione di dover implorare
l'ingresso nella casa della mia famiglia a questa donna che veniva
dall'Europa dell'est brucia ancora dentro di me.
      Fummo subito raggiunti da suo marito, Zvi Berenson,  giudice ora in
pensione della Corte Suprema israeliana, uno di coloro che scrissero la
Dichiarazione di "Indipendenza" d'Israele. Mi permise di entrare
nell'ingresso, non oltre, dicendo che non era il caso di vedere altro della
casa poich� essa era stata comunque restaurata. La coppia insist� che la
casa era gravemente danneggiata, e che essi avevano dovuto fare molti lavori
per risistemarla, una dichiarazione che non posso mettere in dubbio. Nella
sola Gerusalemme ovest, circa 10.000 case palestinesi furono saccheggiate ed
occupate nei mesi che precedettero lo scoppio della guerra tra Israele ed i
paesi arabi, nel 1948.

Il giudice Berenson mi disse che le mura del soffitto erano coperte di
fuliggine - un ricordo, probabilmente, dei fuochi accesi dalle truppe
dell'Hagana per cucinarvi i pasti. Eppure, questa continua narrazione del
"restauro" era la versione urbana ed in piccolo del mito secondo cui i
sionisti erano entrati in una terra deserta e arida, e "la fecero
rifiorire". In seguito seppi, tramite una ricerca fatta da un amico e
collega israeliano, che il giudice Berenson sostenne una serie di leggi che
facilitavano l'acquisizione delle terre palestinesi da parte di Israele
attraverso ci� che pu� essere definito "furto legalizzato".

IMMAGINARE LE VOCI

La casa, dentro, era fredda e, mentre ero l�, cercai di imaginare il suono
delle voci di mio padre e dei suoi fratelli, e l'odore della cucina di mia
nonna. Me ne andai dopo appena cinque minuti. Sotto il sole cocente, non
provavo specifica ostilit� verso i due vecchi che abitavano la casa di mio
nonno. Ma l'ospitalit�, un valore di cos� immenso significato nella cultura
palestinese, e' difficile da provare quando gli ospiti diventano usurpatori.

Nel 2000, insieme alla mia famiglia, rifeci lo stesso pellegrinaggio. Mentre
camminavamo per strada, raccontai ai miei due figli  la storia
dell'occultamento delle tegole da parte di Golda Meir. Ero sopraffatto.
Istintivamente, il mio bambino mi abbracci� una gamba, mia figlia mi si
strinse alla vita e mia moglie mi strinse la mano e restammo brevemente
cos�, uniti, con le lacrime che ci rigavano il volto. In breve, ci
ricomponemmo, attraversammo la strada e camminammo verso i gradini
d'ingresso.

La porta si apr�, ed un uomo sorridente disse: "Posso aiutarvi?". Sorpreso,
lo ringraziai per la gentilezza e lui spieg�: "Molti turisti vengono a
vedere questa casa. Essa e' inclusa nei giri turistici della citt�". L'uomo,
un americano di New York, ci permise di entrare e di avventurarci oltre il
primo piano. Ma quando gli dissi che la famiglia di mio padre viveva l�,
rest� incredulo. Stavolta non mi sorpresi quando lui, seppur piacevolmente,
protest�: "Ma la famiglia non ci ha mai vissuto". Aveva racimolato
l'informazione da un giornale, spieg�. Insist�, ripetendolo almeno una
dozzina di volte: "La famiglia non ci ha mai vissuto".

Invece la famiglia ci aveva vissuto, nonostante i dinieghi, le
giustificazioni e l'offuscamento da noi sperimentati. Altre centinaia di
migliaia di palestinesi "ci avevano vissuto". Le chiavi delle loro case
adornano ancora i muri delle case, delle stanze e dei ricoveri per profughi
sparsi per il mondo.

Non siamo spariti, non abbiamo dimenticato - la nostra sola esistenza e' la
memoria vivente che la fortuna di un popolo si e' basata sul dispossesso di
un altro. A casa, in California, ho uno spesso file contenente le
documentazioni degli sforzi fatti dalla mia famiglia per rientrare in
possesso di Villa Harun ar-Rashid. Non abbiamo ottenuto risultati,
ovviamente, n� e' stata riconosciuta l'ingiustizia vissuta da noi e da
innumerevoli altri. Le nostre case e le nostre propriet� sono state
trasferite, molto tempo fa, allo stato ed alle agenzie semi-governative che,
persino oggi, non affittano e non vendono terre ai non-ebrei.

Recentemente, ho trovato mia figlia che indugiava sulle foto di mio padre,
ragazzo a Gerusalemme. Adesso lei e mio figlio sono gli eredi della verit�
su Villa Harun ar-Rashid.



Il professor George Bisharat insegna all'Hastings College of Law
dell'Universit� della California, San Francisco. L'articolo e' apparso sul
San Francisco Chronicle il 18 maggio 2003
traduzione a cura di www.arabcomint.com


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