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Da La Repubblica 2/3/04
PRECARI A VITA
La nostra universit� � certo afflitta da seri problemi. Anzitutto i suoi 55.000 docenti sono troppo anziani. L' et� media dei ricercatori supera i 40 anni, quella degli associati i 50, e gli ordinari sono in gran parte over 60. In secondo luogo l' universit� italiana produce un numero troppo basso di laureati in materie scientifiche e ingegneristiche: la met� della media Ue, il 5,5% contro il 10,3%, nella fascia d' et� compresa tra i 20 e i 29 anni. Esito scontato, visto che le relative immatricolazioni sono in calo da un decennio. Erano 94.000 nell' Anno accademico 1991-92, mentre nel 2000-2001 sono scese a 52.000. Un altro guaio � la trasformazione di molte facolt� universitarie in altrettante direzioni marketing. Pressate da una cronica mancanza di fondi, inasprita dalle ultime Finanziarie, se vogliono reclutare nuovi docenti; affittare aule; aprire laboratori informatici; tenere aperte le biblioteche comprando ancora un certo numero di libri e riviste, le facolt� hanno una sola strada: attrarre il maggior numero di studenti, visto che sulle tasse che questi versano all' ateneo esse ricevono circa la met� dell' ammontare. E al fine di attrarli si moltiplicano a dismisura corsi di laurea triennali e specialistici che promettono mirabolanti sbocchi professionali; si alleggeriscono al limite della decenza i carichi didattici e le prove di esame (sono assolutamente d'accordo ndThau) � giudizio che proviene sovente, si noti, dagli stessi studenti; si trasforma la elaborazione della tesi di laurea, che equivaleva un tempo alla bella sfida di scrivere un libro, nella compilazione di brevi articoli o sunti di opere. Non da ultimo, in rapporto al loro numero complessivo i docenti universitari fanno da tempo poca ricerca sia in ambito scientifico che in ambito umanistico. In primo luogo per l' insufficienza dei fondi. Ma anche perch� oberati dalla didattica, per via del passaggio dal vecchio ordinamento al nuovo che ha sdoppiato le lauree in triennali e biennali specialistiche senza prevedere risorse per l' aumento delle ore di insegnamento. In aggiunta la riforma ha comportato un pesante impegno organizzativo per molti docenti, a causa di un inverosimile aumento delle commissioni di programma, dei consigli di corso di laurea, degli adempimenti burocratici. Infine molti di essi si chiedono se questo paese abbia davvero interesse all' alta ricerca umanistica e scientifica.
Non uno solo di tali problemi viene risolto dal ddl sul riordino dello stato giuridico dei professori universitari; � anzi facile prevedere che esso li aggraver� tutti quanti. Ai giovani che mai pensassero di dedicarsi alla carriera universitaria, dopo aver conseguito una laurea specialistica (obbligatoria nel ddl) e dottorato di ricerca (titolo preferenziale), ed aver quindi raggiunto in media i ventotto anni di et�, esso offre un periodo di precariato che pu� protrarsi per ventidue anni e passa. Per di pi� scanditi da almeno una decina di giudizi o concorsi, ovvero - nel lessico del ddl - procedure di valutazione comparativa nazionali e locali. Il cui esito pu� essere, ogni volta, la perdita secca del posto. Il giovane o la giovane temeraria deve infatti affrontare una prima valutazione nel locale ateneo per ottenere un contratto da ricercatore a tempo determinato, durata massima cinque anni, rinnovabile � previa valutazione dell' ateneo - una sola volta. Se supera questo primo decennio di precariato, pu� presentarsi a una procedura nazionale di valutazione per associato, superando la quale consegue la "idoneit� scientifica nazionale". Ma non si illuda, l'ormai trentottenne aspirante professore universitario, di avere subito il posto, sia pure a tempo determinato per non pi� di tre anni. Infatti le universit�, al fine di conferire l'incarico di associato, istituiscono proprie procedure di valutazione comparativa degli idonei inseriti nella lista nazionale degli idonei (art. 1, comma 3c del ddl). In sostanza, i concorsi per diventare rispettivamente associato ed ordinario sono ogni volta due, quello nazionale e quello locale: un punto che mi pare non sia stato finora notato dai commentatori del ddl. Ricevuto un primo incarico da associato, il candidato pu� sperare che l'ateneo - previa altra valutazione, anche se forse meno solenne della prima - lo confermi fino a un massimo di sei anni. Nel frattempo si pu� preparare ad affrontare altri due concorsi, nazionale e locale, per diventare ordinario, sempre che dopo i primi tre anni l' incarico gli venga rinnovato, e che entro il sesto anno sia assunto in ruolo. Presumibilmente con un'altra valutazione da parte della sua facolt�. A questo punto il quasi-prof star� per festeggiare i cinquant' anni.
Si pu� qui obbiettare che un simile profilo di carriera, a paragone del quale il "Processo" di Kafka � una lieta scampagnata, potrebbe rivelarsi per un certo numero di candidati assai pi� breve. Uno ottiene un contratto da ricercatore per cinque anni, vince subito un concorso da associato, viene assunto in ruolo dopo tre anni, vince il concorso da ordinario e anche in questo caso viene chiamato seduta stante. Sono passati appena undici anni, e il soggetto � appena - si fa per dire - sulla quarantina. Ma formulare tale ipotesi significa affermare che si pu� arrivare sulla luna in bicicletta. Infatti gli atenei, con i bilanci disastrati che si ritrovano, avranno ogni incentivo a prolungare al massimo gli incarichi di durata temporanea. Inoltre l'incastro tra i tempi degli incarichi ed i concorsi nazionali e locali risulter� cos� complicato da rendere quasi impossibile un percorso molto pi� breve di quello massimo. Una volta che si abbia chiaro quale profilo di carriera il ddl prepara per tutti i docenti che non siano gi� oggi ordinari, e per quelli che domani volessero diventarlo, pare evidente come gli altri problemi richiamati all' inizio siano destinati a peggiorare piuttosto che a migliorare. Quale compenso per la loro attivit� didattica che ha reso possibile la riforma universitaria del 3+2, i ricercatori, anzich� in una terza fascia di docenza, sono collocati in un ruolo ad esaurimento: il che significa che se gi� nelle facolt� contavano meno di quanto non meritassero, in futuro conteranno zero. Il ringiovanimento del corpo docente? Il ritorno dei concorsi a tempi biblici, grazie al combinato disposto delle procedure concorsuali nazionali e di quelle locali, lo rende irrealistico. Atenei e facolt� incontreranno ulteriori difficolt� nel far quadrare i bilanci, perch� il ddl prevede aumenti dei costi ma non stanzia un euro per coprirli; donde la necessit�, per gli atenei, di continuare a ricorrere ad incongrue azioni di marketing per attirare studenti. Peggiorer� la didattica, a danno degli studenti e del Paese, grazie alla moltiplicazione di docenti precari e demotivati. Quanto alla ricerca umanistica e scientifica, ci si pu� mettere una pietra sopra. Chi pu� mai volersi impegnare in progetti che richiedono decenni di severo lavoro, si tratti di ricerca storiografica o di decifrazione del genoma umano, avendo dinanzi una ventina d' anni di sussultante occupazione precaria, scanditi da una serie interminabile di prove d' esame?
Un attacco all'universit� come quello contenuto in questo ddl pu� avere diverse motivazioni. Formulo al riguardo tre ipotesi. La prima � che esso derivi da una profonda incomprensione dei processi di produzione e riproduzione della cultura scientifica e umanistica. La seconda: esso deriva da una ostilit� altrettanto profonda e preconcetta nei confronti dell' attivit� intellettuale, dell' intellettuale come ruolo professionale intransitivo, di cui non � chiaro come contribuisca al Pil. Infine la terza: una carriera precaria nel corso della quale si devono affrontare infiniti esami da parte di diversi tipi di commissione � un mezzo efficace per assicurare l' acquiescenza ideologica dei docenti universitari. Quando il ddl arriver� in Parlamento, dalla discussione si potr� forse capire quale ipotesi sia la pi� fondata. Chi scrive s' augura di non dover scoprire che lo sono tutt' e tre.
Luciano Gallino � probabilmente il maggiore sociologo italiano vivente |

