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GRANELLO DI SABBIA (n°139)
Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC
Venerdì 17 giugno 2005
______________________________
Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia
possibile.
Numero di abbonati attuali: 7 298
____________________________________________________________
Indice degli argomenti
1 - Brevetti? Una direttiva da buttare
di Giancarlo Zinoni (Attac Brescia, Gruppo Brevetti)
Viaggio nei meandri del testo che il Consiglio UE vuole far approvare a
tutti i costi, appoggiato da EICTA (European Information, Communication and
consumer electronics tecnologies Industry Association: un'associazione nata
nel 1999 che raggruppa le case produttrici di hardware e software, allo
scopo di esercitare azioni di lobbying sull'Unione Europea) e Confindustria.
Ecco cosa si nasconde dietro la contestatissima proposta di direttiva
2 - Fondi pensione? No, fondi bidone
di Severo Lutrario (Attac Italia)
Si apre una fase importante e decisiva per tutti coloro che non intendono
rassegnarsi a questo furto con destrezza perpetrato ai danni dei lavoratori
e ideato dal governo di centro-destra per ingrassare la speculazione
finanziaria attraverso l'avvio forzoso della cosiddetta previdenza
integrativa
3 - Due no all'Europa liberista, due no alla direttiva Bolkestein
di Marco Bersani (Attac Italia)
"Il popolo ha dato torto al Comitato Centrale, sciogliamo il popolo" diceva
Bertolt Brecht. Analogamente sembrano pensarla, dopo la doppia vittoria del
NO di Parigi e Amsterdam ai referendum sul Trattato Costituzionale Europeo,
i Governi degli Stati Membri e le grandi famiglie politiche continentali -
popolari e socialisti
4 - Le 10 esigenze di Attac Francia per il Consiglio europeo del 16 e 17
giugno
La vittoria del NO al referendum del 29 giugno esprime la volontà dei
cittadini francesi di ripartire dalle basi per la costruzione europea. Le
autorità francesi - capo di Stato, Primo ministro, governo - devono
rispettare la sovranità popolare.
5 - Perché non sono favorevole a questa Costituzione Europea
Lettera di Paolo Prieri (Attac Italia) in risposta all'articolo "Perché sono
favorevole a la Costituzione europea", di Giuseppe Bronzini, da Liberazione
del 20 maggio 2005.
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1 - Brevetti? Una direttiva da buttare
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di Giancarlo Zinoni (Attac Brescia, Gruppo Brevetti)
È insolito trovare una direttiva o una legge come quella in discussione
nell'Unione Europea dal titolo "Brevettabilità delle invenzioni attuate per
mezzo di elaboratori elettronici", ove si specifica il mezzo col quale
l'invenzione viene attuata lasciando poi questa, che dovrebbe essere
l'oggetto del brevetto, del tutto indefinita; come parlare di una invenzione
attuata per mezzo di ingranaggi o di motori elettrici, e poiché gli
elaboratori elettronici funzionano con l'energia elettrica, si potrebbe
anche parlare d'invenzioni attuate per mezzo di questa.
Tale imprecisione appare, a prima vista, ingiustificata e cervellotica, se
non fosse per il furbesco tentativo di stornare o attenuare l'attenzione dal
proposito di brevettare i programmi (software), gli unici oggetti, pur se
immateriali, che possono essere attuati sugli elaboratori, e di eludere la
legislazione internazionale che protegge questi programmi con il diritto
d'autore, come nella convenzione di Berna del 1971, nella Convenzione
Brevetti Europa del 1977, nella stessa direttiva europea 91/250 del 1991 o
nel Trips (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights) del WTO
del 1994.
Per capire il perché di questi contorsionismi è necessario rifarsi
brevemente alla storia di questa direttiva, tra le più contestate e
contrastate della legislazione europea. La storia inizia il 24 giugno 1997
con la pubblicazione del Libro Verde sul brevetto comunitario che apre alla
riflessione sulla brevettabilità delle invenzioni attuate per mezzo di
elaboratori; riflessione a cui segue una fase di consultazioni tra gli
operatori interessati.
Dai risultati "prevalgono numericamente le risposte dei sostenitori del
software libero" . "anche se queste ultime( le grandi imprese)... sono state
numericamente assai inferiori a quelle favorevoli al software libero, non
sembrano esserci molti dubbi sul fatto che la bilancia del peso economico...
pende a favore dell'armonizzazione secondo le linee suggerite dal documento"
(Proposta di Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa alla
brevettabilità delle invenzioni attuate a mezzo di elaboratori elettronici.
Relazione. Bruxelles 20/02/2002 COM(2002) 92 p. 4. Ricordo che all'epoca,
la Commissione mercato interno era presieduta da Bolkestein); ma, commenta
il comitato Economico Sociale "si è tenuto conto solo del parere di una
dozzina di grandi industrie del software, per lo più non europee" (Il parere
del Comitato Economico Sociale è stato espresso il 4 marzo del 2002). Con
tali criteri selettivi, che vanificano la consultazione, la Commissione
Giuridica presenta nel febbraio 2002 la relazione con la proposta di
direttiva.
La relazione illustra non solo l'ossatura della direttiva ma anche e
soprattutto, direi, la filosofia che l'ha ispirata. Parte dal presupposto di
"creare condizioni di parità tra l'Europa e gli Stati Uniti... avvicinare su
questo punto la legislazione europea dei brevetti a quella degli Stati
Uniti", necessità che permane pur in presenza di riserve anche pesanti sulla
legislazione USA, tra cui "che possono rafforzare la posizione di mercato
delle grandi imprese... però non è stato dimostrato che questi effetti
cancellino gli effetti positivi della brevettabilità" (Proposta di
direttiva... p.5).
Insomma, il monopolio non è poi questo gran peccato che si dice; ma la
relazione tace sul fatto che le multinazionali del settore sono
prevalentemente americane e che quindi la direttiva proposta va tutta a loro
favore.
Date questa premessa resta però da superare la contraddizione tra il diritto
d'autore sul software e la direttiva che all'opposto vorrebbe brevettarlo;
da qui equilibrismi e contorsionismi tra cui quello sulla nozione di tecnico
perché "le invenzioni attuate per mezzo di elaboratori elettronici possono
essere brevettabili se hanno un carattere tecnico, ossia se appartengono ad
un campo della tecnologia", e poiché "tutti i programmi funzionanti su un
elaboratore sono per definizione tecnici (perché un elaboratore è una
macchina) e possono quindi essere considerati una invenzione" (Ibidem p.7) è
come dire che le opere letterarie sono dei prodotti tecnici perché le
stampanti sono delle macchine.
Algoritmi o programmi?
Tanta disinvoltura non basta a superare l'ostacolo, ci vuole un argomento
più raffinato quale la distinzione tra algoritmo e programma, per cui "un
algoritmo considerato come entità teorica isolata dal contesto di un
ambiente fisico...ha un carattere intrinsecamente non tecnico e non può
quindi essere
considerato un'invenzione brevettabile". Fatta questa distinzione tra
algoritmo teorico-astratto e quello pratico il gioco sembra fatto; il primo
non è brevettabile e così la legislazione vigente è rispettata mentre il
secondo, per essere intrinsecamente tecnico, lo si può brevettare.
L'assunzione del teorema è, però, arbitraria perché l'algoritmo astratto può
essere vero, al massimo, per le formule di matematica che da sempre non sono
brevettabili; ma poiché l'algoritmo è "una sequenza di istruzioni, che
eseguite, consentono la risoluzione di un problema" (Grande enciclopedia
della scienza e della tecnologia, voce Algoritmo,De Agostini 1997), per
quanto riguarda il software esso non è mai astratto poiché il problema che
risolve è sempre un concreto.
La costruzione ideologica, architettata dalla commissione giuridica per
legittimare la brevettabilità del software, è evidentemente surrettizia ed
infondata; ma perché tanta tenacia nel volere brevettare il software?
La risposta la dà la direttiva stessa; leggiamola attentamente: "il diritto
d'autore sussiste in qualsiasi forma d'espressione del codice fonte o del
codice oggetto, ma non nelle idee e nei principi alla base del codice fonte
o del codice oggetto di un programma... non preclude i molti altri modi
possibili di esprimere le stesse idee e gli stessi principi in diversi
codici fonte od oggetto. Esso inoltre non tutela dallo sviluppo di un
programma identico o sostanzialmente identico". All'opposto "il titolare di
un brevetto per un'invenzione attuata per mezzo di elaboratori elettronici
ha quindi il diritto d'impedire ai terzi di utilizzare un software che metta
in atto la sua invenzione. Questo principio vale anche se si possono trovare
vari modi di ottenere questo utilizzando programmi il cui codice fonte od
oggetto differisce da quello di ciascun altro..." (Proposta di direttiva del
Parlamento europeo, p.8).
Tradotta questa lunga citazione in linguaggio corrente, significa che il
titolare di un brevetto può impedire qualunque software che utilizzi gli
stessi codici fonte o oggetto, cosa che non può sempre impedire col diritto
d'autore. Considerando che il brevetto dura venti anni, chi ha le risorse
per sviluppare un'adeguata politica brevettale può esercitare, di fatto, un
dominio, oltre che un monopolio sul mercato anche se la commissione sostiene
che "poiché i brevetti tutelano l'interesse della società non devono essere
utilizzati in modo da ostacolare la concorrenza" (Ibidem p.18): ingenuità o
malafede?
Tutto questo groviglio di malcelate intenzioni non ha incantato il mondo
dell'open source che sviluppò un'intensa opposizione in tutta Europa e
raccolse oltre 200.000 firme convincendo moltissimi deputati europei a
valutare criticamente quella proposta di direttiva. A questa protesta si è
affiancato un documento severamente critico del Comitato Economico e Sociale
Europeo e gli altrettanto critici i pareri delle commissioni per la cultura
e per l'industria e il commercio che avanzarono una serie d'emendamenti. Il
testo arriva cosi al Parlamento Europeo nel settembre del 2003; questo
capovolge l'impostazione originaria della direttiva e licenza in prima
lettura una direttiva molto diversa che recepisce molte delle critiche
sollevate.
La sconfitta dei fautori del brevetto del software è evidente e pesante ma
non demordono e, appigliandosi a formalismi burocratici, promuovono azioni
autenticamente antidemocratiche. Nel maggio del 2004 il Consiglio dei
ministri, su proposta del commissario Bolkenstein, approva una direttiva che
stravolge
quella approvata dal parlamento. Il 17 febbraio del 2005 la conferenza dei
capigruppo del Parlamento Europeo approva all'unanimità la richiesta della
Commissione giuridica di azzerare la direttiva e di ripresentare un altro
testo. Ma il Consiglio dei ministri del 18 Maggio ignora pervicacemente
questo
pronunciamento e decide d'inviare al Parlamento Europeo per la seconda e
definitiva lettura un testo che, dopo ben quattro rimaneggiamenti, è
peggiore di quello del 2002.
L'indignazione e le polemiche
L'indignazione è altissima tanto che la FFII (Foundation for a Free
Information Infrastructure) contesta la legalità della decisione, e parte
una seconda petizione europea di protesta. Il ministro Stanca, pur essendosi
il governo Italiano astenuto, tenta una giustificazione della direttiva
elaborata dal Consiglio, ed è bene che la esaminiamo perché è il punto
nodale, il kernel, della proposta medesima e sul quale si concentrano le
argomentazioni dei fautori.
Il problema sollevato da Stanca è il seguente. La Convenzione Brevetti
Europea (CBE) all'art. 52 sancisce che il software non è brevettabile, ma al
comma 3 recita che il divieto è applicabile al software in quanto tale,
lasciando quindi aperto il dubbio che i software applicativi si possono
brevettare.
È per quest'interpretazione che l'Ufficio Brevetti Europeo (UBE, che ha
capacità giuridiche proprie ed è indipendente dall'Unione Europea) ha
rilasciato circa ventimila brevetti sul software. Quindi non c'è motivo di
scandalo che la proposta di direttiva, inviata dal Consiglio dei ministri al
Parlamento, abbia recepito l'interpretazione dell'UBE, art 4. comma 1: "Un
programma in quanto tale non può costituire un'invenzione brevettabile".
Ma cosa significa la formula magica: "in quanto tale"? Con essa si
radicalizza la tesi del 2002 della distinzione tra algoritmo astratto e
quello concreto, quale criterio distintivo tra il brevettabile e no,
ricorrendo al principio ontologico della metafisica aristotelica
"dell'essere in quanto tale" che non si vede come possa essere applicato al
software dato che i brevetti si studiano e si chiedono per fare profitti
cosa che i principi ontologici non producono.
Così proseguendo al comma 2 dello stesso articolo si dichiara compiaciuti
che "non sono brevettabili le invenzioni implicanti programmi per
elaboratori che... non producono alcun effetto tecnico oltre a quello delle
normali interazioni fisiche tra un programma ed un elaboratore".
Ma esiste un programma per elaboratore che non produca alcun effetto
tecnico? E le normali interazioni fisiche cosa sono, se non effetti tecnici?
Conclusione: poiché programmi del genere non ve ne sono, ne possono
esistere, tutti i software saranno brevettabili, riservando il diritto
d'autore ai software astratti ed in quanto tali, ossia alle chiacchiere.
Così formulata, la direttiva è ambigua e intrinsecamente pericolosa. La
letteratura in merito mostra che in USA, dove il software è brevettabile, vi
sono ripercussioni negative, in primis per lo sviluppo di un contenzioso
legale molto pesante.
La brevettazione del software, di fatto, favorisce i monopoli delle grandi
imprese che possono investire somme ingentissime nella partita dei brevetti.
Per fare un esempio la IBM gestisce, a seconda delle fonti, da 35.000 a
40.000 brevetti di cui un 15.000 sparsi per il mondo. Sono numeri indicativi
sia dell'enorme investimento organizzativo, di ricerca ed anche finanziario
che una multinazionale dedica alla partita "brevetti" ma anche
dell'impossibilità per le piccole e medie imprese, le PMI, di potervisi
confrontare, di fare concorrenza; questa di fatto scompare dal mercato
mentre rimane la paccottiglia ideologica messa in piedi per giustificarla.
La direttiva proposta è un pericolo per la produzione industriale poiché
oggi, sempre di più, i software e gli elaboratori associati ad elementi
meccanici concorrono a comporre prodotti ed oggetti capaci di realizzare una
grandissima varietà di processi autocontrollati. Il monopolio del software,
così come avviene nel settore agricolo, ove il monopolio degli Ogm genera
dipendenza e sudditanza negli agricoltori, sarebbe penalizzante per le PMI
che giustamente sono diffidenti verso tale direttiva. La brevettazione del
software, col favorire la concentrazione dei brevetti nelle grandi imprese,
ha per conseguenza di concentrare la ricerca che non viene orientata alla
produzione del sapere ma dei profitti escludendo con ciò la possibilità
dell'open-source.
L'esito sociale a cui tende la brevettazione del software, è la creazione di
nuove sudditanze, la privatizzazione della cultura e la sua riduzione a
forme stereotipe e a linguaggi fittizi come ne è esempio il testo di questa
direttiva. La diversità come risorsa per la vita e la società umana viene
progressivamente sacrificata al dominio dei monopoli.
Il software è uno strumento culturale ed operativo troppo potente per essere
gestito da criteri solo privatistici come ci propone la direttiva sulla sua
brevettazione: da strumento di liberazione della creatività dell'uomo, può
essere usato come veicolo di nuove ubbidienze e subalternità.
NB. Tutti i documenti citati nel testo si possono trovare su:
www.italia.attac.org/spip/rubrique.php3?id_rubrique=95
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2 - Fondi pensione? No, fondi bidone
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di Severo Lutrario (Attac Italia)
Con l'annuncio di Maroni dello slittamento a settembre - ad un mese dal
termine ultimo fissato nella legge delega - del decreto sul trasferimento
del TFR ai Fondi pensione e dell'avvio della procedura del silenzio/assenso
a gennaio 2006, si apre una fase importante e decisiva per tutti coloro che
non intendono rassegnarsi a questo furto con destrezza perpetrato ai danni
dei lavoratori e ideato dal governo di centro-destra per ingrassare la
speculazione finanziaria attraverso l'avvio forzoso della cosiddetta
previdenza integrativa.
I tempi, per il governo e per i lupi di ogni sorta che si aggirano famelici
intorno ad una torta calcolata nell'ordine dei dieci miliardi di euro all'
anno, sono sempre più stretti e la possibilità che la delega salti - anche
per le difficoltà economiche del Paese (da dove tireranno fuori le risorse
per gli incentivi di compensazione alle imprese chiamate a rinunciare al
finanziamento a tasso iper- agevolato costituito dal TFR?) - diviene una
possibilità da non scartare.
E' in questi mesi che si rende allora necessaria una forte azione che,
svelando i reali giochi in atto, faccia montare l'opposizione sociale,
prima al varo del decreto e poi, se mai il decreto verrà pubblicato, al
trasferimento del TFR nel Fondi.
Preliminarmente a ciò e perché una qualunque campagna possa essere realmente
incisiva occorre però fare chiarezza sulle mistificazioni insite nella
stessa terminologia adottata per far passare nelle coscienze delle persone
l'intera operazione.
Si dice che per recuperare il taglio delle pensioni pubbliche diviene
necessario avviare la "seconda gamba" previdenziale costituita dai Fondi
pensione e che il sacrificio del TFR è indispensabile per garantire ai
futuri pensionati una pensione integrativa.
I Fondi pensione però, a dispetto del nome, non erogano alcuna pensione. I
Fondi pensione accumulano semplicemente il capitale versato dai lavoratori
cercando di farlo fruttare attraverso speculazioni di borsa. Quando un
lavoratore va in pensione riceve dal Fondo pensione quel capitale accumulato
e nient'altro (anzi, ci paga le commissioni) così come avrebbe da qualunque
altra forma di risparmio gestita. Il lavoratore ha a questo punto la
possibilità di farsi spalmare quel capitale negli anni - sulla base della
speranza di vita ufficialmente accettata - avendo come unica rivalutazione
possibile quella prevista per un qualunque deposito bancario.
Questa operazione la si potrebbe fare, negli stessi identici termini, con il
TFR (sempre che il lavoratore non abbia dovuto impiegarlo a copertura di
periodi di disoccupazione).
E allora perché il lavoratore dovrebbe preferire ingrassare i Fondi
pensione?
Il TFR è certo ( se la ditta che lo ha accantonato fallisce lo eroga
l'apposito fondo istituito presso l'INPS), ha un rendimento garantito (1,5%
l'anno più il 75% dell'inflazione) e copre i lavoratori dai rischi di
perdita del lavoro.
I Fondi pensione sono soggetti ai rischi connessi alla svalutazione delle
monete, ai rischi di iperinflazione (tutt'altro che remoti nell'arco dei
40 anni di vita lavorativa di ogni persona), ai rischi di gestioni
fallimentari o truffaldine dei capitali i cui esempi sono sotto gli occhi di
tutti e, se il lavoratore ha scampato da questi rischi, alle oscillazioni e
alla volatilità delle borse in connessione con le capacità speculative dei
gestori finanziari.
In pratica, nessun Fondo pensione può garantire al lavoratore che aderisce
neanche la restituzione del capitale versato e nessun Fondo può ipotizzare
attese di rendimento tali da compensare - tolte le spese a carico del
lavoratore - i rischi a cui sottopone il capitale versato.
Perché un lavoratore dovrebbe allora preferire un Fondo pensione al TFR?
Qualcuno dirà che al capitale nel Fondo pensione a favore del lavoratore
concorrono anche i versamenti del datore di lavoro stabiliti nella
contrattazione collettiva.
Affermazione vera ma parziale: i versamenti che i datori di lavoro erogano
nei Fondi pensione rientrano nel costo del lavoro concordato in fase
contrattuale, sono nella voce costo del lavoro e lo sarebbero comunque se
quei fondi finissero direttamente in aumenti salariali o (perché no?), ad
incremento dello stesso TFR (anzi credo che quest'ultima sarebbe un'ipotesi
particolarmente bene accetta dalla imprese visto il suo utilizzo come forma
di finanziamento agevolato). Ergo, pompare i Fondi pensione o rimpinguare i
salari dei lavoratori, anche tramite un incremento del TFR è solo una scelta
sociale e sindacale.
Ovviamente lo stesso discorso vale per le agevolazioni fiscali utilizzate
come cuneo per imporre la finanziarizzazione della previdenza.
Non c'è una sola ragione che giustifichi la rinuncia del TFR da parte dei
lavoratori: non è certo attraverso il sistema dei Fondi pensione e della
speculazione finanziaria (che non produce ricchezza ma semplicemente la
ridistribuisce verso l'alto sottraendola alle persone e ai paesi più
deboli), che si garantisce una pensione adeguata ai futuri pensionati.
L'unica strada percorribile è quella di una nuova previdenza pubblica che si
finanzi con quel sistema a ripartizione fondato sulla solidarietà tra le
generazioni che non si regge, come hanno tentato e ci hanno fatto credere
negli ultimi quindici anni, sul denaro, ma sul lavoro e sulla capacità di
questi di produrre ricchezza e benessere sociale.
Di questo e su questo dobbiamo parlare ed interrogarci nelle prossime
settimane e nei prossimi mesi se vogliamo realmente vincere questa
battaglia.
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3 - Due no all'Europa liberista, due no alla direttiva Bolkestein
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di Marco Bersani (Attac Italia)
"Il popolo ha dato torto al Comitato Centrale, sciogliamo il popolo" diceva
Bertolt Brecht. Analogamente sembrano pensarla, dopo la doppia vittoria del
NO di Parigi e Amsterdam ai referendum sul Trattato Costituzionale Europeo,
i Governi degli Stati Membri e le grandi famiglie politiche continentali
- popolari e socialisti. Tutti uniti nell'annullare o congelare nuovi
pronunciamenti popolari, tutti in coro nel tentativo di attribuire le
vittorie del NO al risorgere di corporativismi, sentimenti xenofobi,
chiusure identitarie.
Peccato che "l'idraulico polacco", assurto a icona dell'intera campagna
referendaria francese, ben più che il rifiuto dell'immigrazione,
significasse il rifiuto delle politiche neoliberiste.
L'idraulico polacco rappresenta infatti la materializzazione della direttiva
Bolkestein, quella che, introducendo il principio del paese d'origine come
cardine per la costruzione del mercato interno dei servizi, tenta di attuare
la più ardita precarizzazione dei diritti del lavoro e la più spinta
liberalizzazione dei servizi pubblici che siano mai state tentate nel
continente del "modello sociale europeo". Questo è
l'indicibile, negando il quale i poteri forti tentano di perpetuare un
processo di integrazione europea fondato sul fallimentare pensiero unico del
mercato. Del resto, che l'opposizione alla direttiva Bolkestein costituisca
la cifra rilevante del rigetto del Trattato Costituzionale non siamo certo
solo noi a dirlo. In Francia, la svolta nei sondaggi in direzione della
prevalenza del NO è avvenuta nel mese di marzo,
proprio a ridosso della grandissima manifestazione contro la direttiva
Bolkestein che, il 19 di quel mese, ha invaso le strade di Bruxelles. Ed è
stato lo stesso Presidente Chirac a rendersi conto del pericolo,
trasformandosi in un lampo da fautore a strenuo oppositore della direttiva,
di cui arrivò a chiederne addirittura l'azzeramento. E tragicomica fu, in
aprile, la partecipazione alla campagna referendaria francese sia del signor
Bolkestein, sia dell'attuale Presidente della Commissione Europea, Barroso,
i quali, nel tentativo di convincere i francesi sulla non sovrapponibilità
della Direttiva con il Trattato Costituzionale, assicurarono che la
direttiva avrebbe comunque proseguito il suo iter, indipendentemente
dall'esito del referendum. Facendo guadagnare in pochi giorni altri tre
punti percentuali ai fautori del NO. E in Olanda, paese natale del signor
Bolkestein (oggi divenuto consulente dell'azienda petrolifera russa Yukos),
la campagna referendaria degli oppositori al Trattato è stata addirittura
personalizzata in una sorta di pubblicità-progresso collettiva dal titolo
"Bolkestein? Se lo conosci lo eviti".
Ma, aldilà degli aneddoti, e senza voler sottovalutare il peso in entrambi i
Paesi di una componente euroscettica e dichiaratamente di estrema destra,
sono i dati sociologici del voto ad indicare come la questione sociale sia
stata la cifra del contendere. In Francia hanno votato NO l'80% degli operai
e
il 70% dei lavoratori dipendenti; dati simili risultano anche in Olanda. E
in entrambi i Paesi, la componente giovanile - quella più sottoposta alle
politiche di precarizzazione - si è massicciamente presentata alle urne.
Ultimo ma non per importanza, un dato: la stragrande maggioranza dei
votanti, anche di sinistra, ha disobbedito alla linea dei rispettivi
partiti. Forse il deficit più grande di questa Europa liberista ha un nome
semplice: democrazia.
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4 - Le 10 esigenze di Attac Francia per il Consiglio europeo del 16 e 17
giugno
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La vittoria del NO al referendum del 29 giugno esprime la volontà dei
cittadini francesi di ripartire dalle basi per la costruzione europea. Le
autorità francesi - capo di Stato, Primo ministro, governo - devono
rispettare la sovranità popolare.
Da parte loro, i rappresentanti degli altri paesi dell'Unione europea devono
tenere conto del mandato conferito con quel voto al governo francese.Una
opportunità in questa direzione è offerta dal Consiglio europeo che si
svolgerà a Bruxelles il 16 e 17 giugno.
Il Consiglio dovrà dare segnali tangibili che il messaggio del popolo
francese è stato inteso.
Questa è la ragione per la quale Attac Francia ha proposto di organizzare
una delegazione dei responsabili delle organizzazioni politiche, sindacali e
associative che hanno sostenuto il NO alla ratifica del trattato
costituzione in nome di un'Europa sociale, internazionalista, solidale,
femminista, ecologica e democratica.
Tale delegazione potrebbe recarsi a Bruxelles il 16 giugno a fine mattinata
e chieder di essere ricevuta dal Consiglio per presentare le esigenze emerse
con il referendum.
Una conferenza stampa potrebbe essere organizzata sul posto alle ore 12.
Attac Francia ha inoltre chiesto udienza, insieme alle organizzazioni che lo
desiderano, al nuovo Primo ministro francese Villepin, in vista della
preparazione di questa riunione del Consiglio.
Senza attendere le necessarie rinegoziazioni, Attac Francia propone dieci
misure immediate che permetterebbero al Consiglio europeo di dimostrare la
volontà di conciliare la costruzione europea con le attese espresse dai
popoli europei.
1. Richiesta del Consiglio alla Commissione di ritirare tutte le direttive
europee di liberalizzazione in corso (quindi la direttiva Bolkestein e
quelle sull'orario di lavoro, sugli aiuti pubblici alle imprese, sui
trasporti ferroviari).
2. Riunione urgente dell'Eurogruppo per esigere una sostanziale modifica
della politica monetaria con l'abbassamento dei tassi di interesse e la
ricerca di una parità di cambio tra il dollaro e l'euro più favorevole a
quest'ultimo.
3. Impegno di procedere ad un ulteriore flessibilità dei parametri del patto
di stabilità.
4. Aumento sostanziale del bilancio europeo e dei fondi strutturali
destinati ai paesi appena entrati nell'Ue, solo mezzo per aiutarli nel loro
sviluppo invece di incoraggiare il "dumping"sociale e fiscale e le
delocalizzazioni.
5. Organizzazione del rilancio economico europeo, anche attraverso prestiti,
fondato sugli investimenti nelle infrastrutture pubbliche che contribuiscano
a migliorare l'ambiente, i trasporti ferroviari, l'istruzione, l'assistenza
sanitaria e puntino alla creazione di posti di lavoro.
6. Aumento dell'aiuto pubblico allo sviluppo allo 0,7% del PIL degli Stati
membri dell'Unione; maggiore impegno per il raggiungimento degli Obiettivi
del Millennio per lo Sviluppo e annullamento del debito estero dei paese
poveri.
7. Moratoria sui negoziati dell'AGCS (Accordo Generale sul Commercio dei
Servizi).
8. Creazione di un gruppo ad hoc per preparare le misure che mettano fine ai
paradisi fiscali e per promuovere le tasse globali.
9. Ritiro immediato dall'Irak delle truppe dei Paesi membri dell'Unione.
10. Annullamento dell'agenda di Lisbona (Consiglio europeo del 23-24 marzo
2000) e dell'agenda sociale 2005-2010. (*)
(*) A Lisbona fu deciso di "modernizzare i sistemi di previdenza sociale e
dell'istruzione".
Si capisce bene cosa questo significhi nel linguaggio di Bruxelles:
* accelerare le riforme strutturali per rafforzare la competitività e
l'innovazione per il completamento del Mercato Interno UE";
* integrare pienamente e liberalizzare il mercato delle telecomunicazioni;
* definire una strategia per l'eliminazione degli ostacoli ai servizi
(AGCS);
* accelerare la liberalizzazione nei settori quali il gas, l'energia
elettrica, i servizi postali e i trasporti, lo spazio aereo;
* facilitare la partecipazione costruttiva di tutti gli investitori ad un
mercato integrato abolendo gli ostacoli agli investimenti nei fondi
pensione;
* ridurre la pressione fiscale che pesa sul lavoro, principalmente su quello
poco qualificato e scarsamente remunerato, migliorare gli effetti di stimolo
a favore dell'occupazione e della formazione dei regimi di imposizione e di
sussidio.
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5 - Perché non sono favorevole a questa Costituzione Europea
__________________________________________________________
di Paolo Prieri (Attac Italia)
Caro Direttore,
Giuseppe Bronzini venerdì 20 maggio ha avuto ampio spazio sul tuo giornale
(Liberazione, pag. 11 "Perché sono favorevole a la Costituzione europea",
per esporre la sua autorevole opinione. Autorevole anche perché egli è uno
specialista di diritto e si muove con agilità all' interno di questi
labirinti.
Io credo tuttavia che il dibattito sulla ratifica al TCE, occasione persa in
Italia a causa della congiura del silenzio imposta alle italiane e agli
italiani, avrebbe potuto essere un dibattito prevalentemente politico.
Gli argomenti a favore del NO - a sinistra - sono quelli che servono a
costruire un'altra Europa, quella sociale e dei diritti. Una costruzione
difficile e lunga. Ma certamente necessaria, anzi indispensabile, la base di
un nuovo internazionalismo.
Vorrei dare risposte ad alcuni passaggi della sua lunga dissertazione,
iniziando proprio dalla questione più importante: il diritto costituzionale
come diritto delle possibilità.
Innanzitutto dovremmo metterci d'accordo su di un punto: siamo veramente di
fronte ad una Costituzione ? Essa è stata scritta e quindi presentata ai
cittadini e alle cittadine d' Europa senza il passaggio essenziale,
l'elezione da parte del popolo dell'Assemblea costituente che avrebbe dovuto
scriverla. Non pare quindi trattarsi di una Costituzione, ma di una forma
minore presentata come tale.
Bronzini ci parla di "diritto delle possibilità" e di "virtualità
inespresse" contenute nei testi costituzionali e di "rivoluzioni
costituzionali": bene, facciamole subito queste "rivoluzioni, votiamo NO,
facciamo anche noi azioni preventive !
I giuristi capaci sono coloro i quali sanno sintetizzare i pensieri e
immaginare il futuro, non è utile scrivere un manuale di centinaia di pagine
e articoli spesso confusi e contradditori.
Bronzini afferma che "sarebbe senz'altro più produttivo, soprattutto per la
sinistra radicale, rivendicare con forza che il processo di
costituzionalizzazione si mantenga aperto e dinamico". Vorrei ricordare che
le modifiche a questo TCE sono lo scoglio maggiore, esse sono possibili solo
con la unanimità degli Stati membri (Art. IV-448).
Mi chiedo anche come può immaginare Bronzini che "non è poi così difficile
cercare di ridimensionare le parti del Trattato più negative e valorizzarne
gli aspetti garantistici" Egli pensa che si tratti solo di operazioni di
interpretazione, si usano le prime parti (più progressive) e si dimenticano
le altre. Ma chi farà e come questa operazione ?
Attendo una risposta.
Non è proficuo avere "attaccamenti ossessivi" al testo, va bene, ma io credo
che invece saranno i poteri forti ad averli in futuro nel momento dell'
applicazione del TCE.
Bronzini giudica questo testo anomalo e complesso (siamo d'accordo!), ci
permetta almeno di conoscerlo a fondo senza ossessioni, così come egli
certamente fa nel suo lavoro di magistrato (conoscere per giudicare).
Nella terza parte del suo articolo Bronzini entra nel dibattito
antineoliberista e afferma che le scelte liberiste sono "più suggestive che
vere". E cita la prima parte di questa Costituzione a conferma di questa
tesi. Bene, desidero subito entrare nel vivo della prima parte per
smentirlo. L'art. I-3 Obiettivi dell'Unione, al comma 2 afferma che
"L'Unione offre ai suoi cittadini un mercato interno nel quale la
concorrenza è libera e non è falsata." Non mi sembra una suggestione, è una
indicazione economica, pensiamo cosa sarebbe successo se trovassimo che
"L'Unione offre ai suoi cittadini un'economia pianificata e riserva allo
Stato la proprietà dei mezzi di produzione".
Per quanto riguarda la partecipazione dei cittadini e delle cittadine (il
milione di firme), esse servono, lo dice l'art. I-47 "ad invitare la
Commissione a presentare una proposta appropriata su materie in merito alle
quali tali cittadini ritengono necessario un atto giuridico dell'Unione ai
fini dell'attuazione della Costituzione". Non si tratta quindi di democrazia
dal basso, ma di un semplice lavoro di segreteria dei cittadini nei
confronti della Commissione, ricordati che devi fare questo e quello, ecc.
Null'altro. I testi vanno letti senza ossessione, naturalmente.
Bronzini afferma "il carattere potenzialmente rivoluzionario per gli assetti
di potere consolidato" della piena validità giuridica della Carta di Nizza
(trascritta integralmente nel titolo II della Parte I). Sarà così, non ho
argomenti , vorrei però citare senza ossessioni che questa Carta di Nizza
contiene nell'articolo II.88 un principio che sancisce il diritto alla
serrata. ("Diritto di negoziazione e di azioni collettive - I lavoratori e i
datori di lavoro hanno il diritto di negoziare e di concludere contratti e
di ricorrere, in caso di conflitti di interessi, ad azioni collettive per la
difesa dei loro interessi, compreso lo sciopero").
Bronzini prosegue la sua parabola intellettuale riavvicinandosi alle tesi
degli alter-europeisti ai quali mi iscrivo. Afferma infatti che la "terza
parte vedrebbe una sorta di costituzionalizzazione del mercato e della
concorrenza, sacralizzando così il liberismo dei precedenti Trattati. Siamo
d'accordissimo, è proprio così (ma anche la parte prima lo sacralizza, come
abbiamo visto all'articolo 1-3, comma 2).
E prosegue affermando che "la sclassificazione di questa terza parte è
necessaria e dovrà essere il primo terreno di riforme e modifica del
Trattato". Qui siamo di fronte ad un passaggio - mi permetta - ingenuo. La
modifica del TCE è possibile solo all'unanimità, vorrei che Bronzini
spiegasse come pensa di modificare la Costituzione in modo diverso.
Al termine del suo articolo, sconfessando parti precedenti del suo
ragionamento, Bronzini ricorda che il "ritornello" sulla "Carta liberista "
rischia di essere una profezia che si autoavvera, una smobilitazione
aprioristica dello spazio politico europeo.
E' il neoliberismo - prima strisciante e oggi galoppante - che ha scritto il
TCE e che ora smobilita lo spazio politico (e aggiungo anche democratico) e
impone le regole economiche come dogmi.
Per concludere, vorrei invitare Bronzini non tanto ad una rilettura meno
affrettata del TCE ma soprattutto a coltivare la fiducia che la vittoria del
NO il 29 maggio potrà innescare un processo- certo difficile - di
ricostruzione dell'Europa, di quell'altra Europa che sono certo che anche
Bronzini sogna.
Grazie dell'ascolto e un cordiale saluto altermondialista.
L'articolo è disponibile su:
www.italia.attac.org/spip/article.php3?id_article=641
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