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Lottate per il ritiro delle
truppe, oppure andate all'inferno
Le
truppe USA continuano a diffondere la democrazia al fosforo bianco.
Molte volte non si vede sangue, e i cadaveri calcinati richiamano alla
memoria le salme anonime di Ercolano e Pompei. L'inferno, incubo di
cristiani e musulmani, è salito sulla terra. Non c'è una Norimberga per
i crimini di guerra americani, non c'è la speranza di un lungo periodo
di pace dopo la guerra, la macchina omicida dell'imperialismo non
accenna a fermarsi, si parla di Siria, Iran, Corea del Nord e, forse,
Cuba e Venezuela.
Città dalla storia millenaria sprofondano nel
nulla, non c'è più differenza tra combattenti e civili, donne, vecchi e
bambini agitano invano bandiere bianche. La guerra brucia, non solo le
convenzioni di Ginevra, ma anche ogni forma di pietà e di umanità. Il
soldato della "Grande guerra" riceveva una bottiglia di grappa, perché
solo l'alcool gli dava il "coraggio" di uccidere, ma al soldato di oggi
non bastano le droghe, in senso proprio o in quello metaforico del
termine, per essere all'altezza dei crimini che deve perpetrare. Ci
viene in mente il giovane aviatore che, bombardato l'Afghanistan e
sterminati interi villaggi, trovava tale esperienza esaltante: "Tutti
dovrebbero provare".
C'è chi si abitua ad ammazzare, con
hitleriana ferocia, c'è chi impazzisce. Chi torna a casa, in qualche
caso si sveglierà dall'ipnosi bellica e denuncerà il potere, in altri
casi, vittima della violenza inculcatagli, ammazzerà la moglie e i
figli, senza neppure sapere il perché. E' successo a reduci del
Vietnam, succederà ancora. In apparenza, i più torneranno alla
cosiddetta normalità, ma la guerra è una malattia da cui non si
guarisce facilmente.
Mentre si consuma la tragedia dell'Iraq, si
snoda l'oscena farsa dei politici italiani. Berlusconi, che respira
all'unisono con Bush, si pretende pacifista e contrario all'avventura
in cuor suo, come i gesuiti che, in India e in Cina, presenziavano alle
cerimonie religiose buddiste o induiste, ma conservavano un crocefisso
ben nascosto sotto la tonaca. Oggi non c'è un Pascal che immortali con
sublime sarcasmo questa impostura, come non c'è stato uno Chopin a
piangere la caduta di Bagdad, o un Goya a dipingere i tormenti dei
caduti. Neppure il conforto dell'arte è concesso in questo periodo
infame. Ma l'ordine non regna a Bagdad, la ribellione non è sradicata.
I
Prodi, i Fassino, i Rutelli, quasi che ogni giorno in più non fosse
scandito dall'elenco dei caduti, dicono di voler concordare il ritiro
col governo iracheno, cioè col fantoccio al quale il prestigiatore
ventriloquo di Washington presta ogni parola. Come Bertoldo nella
ricerca dell'albero al quale impiccarsi, rimanderanno il ritiro, ma, a
differenza del racconto di Giulio Cesare Croce, la conclusione non è
divertente.
Noi parliamo di bombe, di caduti, di oppressione
senza limiti, loro ci chiedono voti. E' ora di dire basta. Non è il
nostro presunto estremismo, ma la smisurata presenza della tragedia che
traccia una linea divisoria con questo mondo del compromesso
permanente, per cui le alchimie parlamentari sono tutto, e le scene di
cartone dei salotti televisivi celano ogni traccia della realtà.
A
chi si dice o si crede "di sinistra" bisogna porre con brutale
chiarezza l'alternativa: o lotti effettivamente, con le parole e con i
fatti, per il ritiro delle truppe di tutte le "missioni", oppure
accomodati tra quei morti viventi che questa guerra non smuove, perché
sono essi stessi, consapevoli o meno non importa, parte integrante di
questo "ordine" per il quale gli esseri umani valgono meno degli
insetti sterminati dall'insetticida.
22 novembre 2005
Michele Basso
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