GRANELLO DI SABBIA (n°147)
Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC
Venerdì, 10 febbraio 2006
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Indice degli argomenti

1) Fukuyama si corregge, la storia non è finita
di Marcello Colussi
Fukuyama è diventato famoso una decina di anni fa, quando nel suo libro "La fine della storia e l'ultimo uomo" del 1992 (caso ha voluto proprio nell'anno che segna l'inizio della conquista dell'America), esclamò in maniera trionfale: "La storia è finita". Ma in realtà le parole pronunciate da questo pseudo-intellettuale non rappresentano un pensiero profondo, né racchiudono alcuna verità. La storia non è finita (Traduzione a cura di Ambra Postoli).

2) Le donne contro la guerra fanno il giro del mondo
di Haider Rizvi
"Stiamo dando voce a un coro femminile globale che grida, 'È troppo!'", ha dichiarato Medea Benjamin, cofondatrice di CODEPINK: Women for Peace, un gruppo in difesa dei diritti con sede in California, che ha lanciato la campagna globale dal titolo "Le donne dicono NO alla guerra".

3) L'importanza del NO all'ALCA
di Julio C. Bambina
L'Area di Libero Commercio delle Americhe, ALCA, è qualcosa di più della semplice promozione degli scambi commerciali, e si riflette sugli investimenti stranieri, in particolar modo sulla sicurezza giuridica degli investitori, i brevetti e i diritti di proprietà intellettuale. Il fine è quello di creare uno spazio continentale della libera circolazione dei capitali, delle merci e dei servizi, però non delle persone (Traduzione a cura di Ruggero Fornoni).

4) Tracce per una politica africana
di Giampaolo Calchi Novati
La crisi africana è anche una crisi di conoscenza dell'Africa. In Italia, condividere una politica per l'Africa - operazione già difficile in un paese in cui tutta la politica estera è mal servita da una cultura politica, una classe dirigente e un'opinione pubblica renitenti davanti alle prospettive di un dibattito sul merito dei problemi internazionali che via via si presentano - diventa ancora più difficile per la scarsità d'interesse e di capacità di formulare analisi corrette. Si oscilla fra una piatta riproposizione dei parametri validi per le società postindustriali a democrazia matura e le banalizzazioni in termini di arcaismo e tribalismo



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1) Fukuyama si corregge, la storia non è finita.
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Di Marcelo Colussi (Psicologo e dottore in filosofia italo argentino, vive e lavora nell'ambito dei diritti umani nel Centroamerica)

Fukuyama è diventato famoso una decina di anni fa, quando nel suo libro "La fine della storia e l'ultimo uomo" del 1992 (caso ha voluto proprio nell'anno che segna l'inizio della conquista dell'America), esclamò in maniera trionfale: "La storia è finita". Ma in realtà le parole pronunciate da questo pseudo-intellettuale non rappresentano un pensiero profondo, né racchiudono alcuna verità. La storia non è finita.

Nel decennio scorso, caduto il muro di Berlino e sbaragliato il campo socialista dell'Europa dell'Est, il capitalismo si è sentito vittorioso, trionfante. Tutto sembrava indicare che l'economia pianificata non portava da nessuna parte, e che il mercato si imponeva come modello unico e inevitabile. A sostegno di questa tesi c'era inoltre la convinzione che le democrazie parlamentari erano le più "civilizzate" e le più capaci a rispondere ai problemi sociali rispetto alle "dittature" del proletariato con il partito unico.

Il colpo fu così grande - e in buona misura, il colpo mediatico che il capitale seppe dare a riguardo - che divenne il discorso principale in ogni discussione. La stessa sinistra rimase perplessa, senza argomentazioni. Sembrava certo che la storia ci aveva lasciato senza risposte. Ma la storia non era finita.

Il termine "globalizzazione" conquistò gli spazi mediatici e accademici, diventando sinonimo di progresso, di processo irreversibile, di trionfo del capitale sull'antico comunismo morente. E in effetti questo è quello che ci fecero credere. La sempre mal definita globalizzazione divenne il nuovo dio, e ci dissero - e Fukuyama fu uno dei suoi principali diffusori - che avrebbe portato prosperità e sviluppo in tutto il pianeta. La storia era finita (o meglio: il socialismo era finito), e la parola che esprimeva con eleganza il concetto - per non dire con raffinato sadismo - era globalizzazione. Non c'era modo di opporsi.

Era per questo che l'ottimismo trionfalista del neoliberalismo in voga campeggiava sul mondo. Dopo il fallimento delle esperienze socialiste (anche se si dovrebbe discutere meglio sul significato di fallimento. Cuba fu un fallimento?), o meglio: dopo la presentazione mediatica che rendeva il capitalismo vittorioso sugli avvenimenti che avevano caratterizzato questi anni, non restava spazio per le alternative. A forza di moda, le politiche neoliberali fecero piazza pulita nel mondo.

E stando a quanto ci avevano assicurato i loto mentori, avrebbero portato pace e felicità.

Ma oggi, a distanza di quindici anni da questo grido di guerra, la realtà ci mostra qualcosa di abbastanza diverso dalla pace e dalla felicità mondiale. Il capitalismo è cresciuto, senza ombra di dubbio, ma sta generando sempre più povertà. Di volta in volta, la ricchezza si divide in maniera sempre più diseguale, e se qualcosa è aumentata questa è stata sicuramente l'ingiustizia. E le guerre non solo non sono sparite, ma sono diventate un elemento importante dell'economia internazionale; di fatto rappresentano il vero propulsore delle dinamiche della principale potenza mondiale, gli Stati Uniti, andando a occupare quasi un quarto di tutto il suo potenziale e definendo la sua strategia tanto in politica interna quanto in quella estera. Da questo si capisce che la storia non era finita.

Dopo i primi anni di sconvolgente commozione, superato lo stato di shock, sia all'occhio popolare sia a un'analisi obiettiva dei fatti, è risultato chiaro che quel momento di euforia dei grandi capitali era un trionfo, senza dubbio enorme, ma niente di più: una vittoria puntuale (una battaglia) all'interno di una storia più vasta che segue il suo corso. Perché doveva terminare la storia?

"Siediti sulla riva del fiume e vedrai passare il cadavere del tuo nemico", scrisse più di millecinquecento anni fa il saggio cinese Sun Tzu nell'Arte della Guerra. Sembra che questo orientale avesse compreso meglio il significato della storia di questo moderno orientale americanizzato, Fukuyama. La storia non ha fine.

Dopo aver osservato i disastri generati dal ritiro dello stato nella dinamica economico-sociale di molti paesi, seguendo la ricetta (imposta, certamente) degli organismi finanziari internazionali in questa ondata neoliberale, c'è anche gente pensante che reagisce. Questo disastro - con inarrestabili esodi di immigrati che dal Sud si spostano verso il nord, con crescenti livelli di violenza, con disperati scoppi di terrorismo - fa diventare il mondo sempre più problematico, più invivibile. Ed è a questo punto che riappare Francis Fukuyama.

In realtà, nel suo nuovo libro non smentisce radicalmente quello che aveva detto anni prima, ma lo chiarisce. Fatto che, in altre parole, rappresenta una enorme inconsistenza intellettuale. Un grido di guerra non è teoria. E ciò che quindici anni prima ci aveva presentato come una dottrina seria e sensata - la storia è terminata - non assurge a un livello superiore di quello di un opuscolo economico fatto da un popolino di provincia. Non c'è in gioco nessun concetto rigoroso: ci sono solo fanfaronate ideologiche.

Se oggi Fukuyama si deve appellare a questa rivalutazione del ruolo dello Stato, è perché in maniera chiara e precisa la storia ha dimostrato l'inconsistenza di quello spettacolo propagandistico che ci aveva presentato anni prima. Inoltre, mette l'accento sullo Stato e non sulle relazioni strutturali rappresentate dallo stesso. Il problema non sta nello stato, nel suo dover essere forte o debole: il problema continua a essere rappresentato dalle lotte di classe, la vera struttura della società.

La storia segue il suo corso. In ogni caso, non sappiamo bene quale sia questo corso. Ma va avanti, inesorabile. La storia non è una cosa diversa dal moto, dai cambiamenti, dalle rivoluzioni, dalla violenza per cambiare ciò che non vuole morire ("la violenza è la levatrice della storia" ), avanza e indietreggia, in modo perpetuo. Ma della quiete, della fase finale: nulla.

Come ha giustamente affermato Jorge Gómez Barata: "Ciò che ha demonizzato Karl Marx e lo ha reso un avversario formidabile, non è stato l'aver predicato la rivoluzione, ma averne dimostrato l'ineluttabilità, anche se si verifica in maniera diversa da come lui l'aveva sognata"

EL GRANO DE ARENA n. 320

Traduzione a cura di Ambra Gostoli


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2) Le donne contro la guerra fanno il giro del mondo
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di Haider Rizvi

Un gruppo di donne con sede negli Usa ha lanciato una campagna globale per raccogliere 100.000 firme entro l'8 marzo, Giornata internazionale della donna, data in cui la petizione sarà recapitata alla Casa Bianca e alle ambasciate Usa di tutto il mondo.

"Stiamo dando voce a un coro femminile globale che grida, 'È troppo!'", ha dichiarato Medea Benjamin, cofondatrice di CODEPINK: Women for Peace, un gruppo in difesa dei diritti con sede in California, che ha lanciato la campagna globale dal titolo "Le donne dicono NO alla guerra". "L'amministrazione sta cercando di sottrarsi alla responsabilità (della guerra), ma non permetteremo che ciò accada", ha detto all'IPS Jodie Evans di CODEPINK. "Questa campagna è eccezionale, riunisce migliaia di donne in tutto il mondo, creando qualcosa che noi non possiamo nemmeno vedere".

Descrivendo come "schiacciante" la risposta iniziale all'appello del gruppo, Benjamin ha dichiarato che più di 200 donne di alto profilo in vari campi hanno appoggiato la campagna anche prima che venisse formalmente lanciata all'inizio del mese.

Tra le firmatarie ci sono popolari attrici, come Susan Sarandon, la drammaturga Eve Ensler, l'attrice comica Margaret Cho, e scrittrici come Alice Walkers, Anne Lamott, Maxine Hong Kingston e Barbara Ehrenreich.

"Noi, donne di Stati Uniti, Iraq, e di tutto il mondo, ne abbiamo abbastanza della guerra insensata in Iraq e del crudele attacco ai civili in tutto il mondo", si legge nell'appello. "Abbiamo seppellito molti dei nostri amati e visto troppe vite mutilate per sempre....".

"Questo non è il mondo che vogliamo per noi e per i nostri figli", prosegue. "Con il fuoco nello stomaco e l'amore nel cuore, noi donne ci alziamo in piedi - aldilà dei confini-per unirci e chiedere la fine dello spargimento di sangue e della distruzione".

Cindy Sheehan, il cui figlio Casey è stato ucciso combattendo in Iraq, e che ha successivamente digiunato - senza successo - vicino al ranch del presidente Bush in Texas per chiedere un incontro faccia a faccia, attirando l'attenzione dei media, è stata una delle prime firmatarie della campagna.

"Il dolore provocato da questa guerra in tutto il mondo è inimmaginabile", riporta una dichiarazione di Sheehan. "Ho incontrato altre donne pronte a riunirsi per porre fine a questa follia".

Sollecitando un cambiamento di strategia degli Usa in Iraq, "da un modello militare a un modello di risoluzione del conflitto", gli organizzatori chiedono il ritiro di tutte le truppe straniere dall'Iraq, e ampia rappresentanza femminile nel processo di pace di quel paese.

"Oggi le donne irachene sono devastate. Ci vorranno decenni di lotta per ritornare a una vita pacifica e civile", ha dichiarato Yanar Mohammed, firmataria della campagna e presidente dell'Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq.

"L'occupazione Usa ha gettato i semi di una divisione etno-settaria, preparando l'Iraq a una guerra civile, e ha consacrato la supremazia religiosa sopra e contro i diritti umani e delle donne", ha aggiunto l'attivista in una dichiarazione.

Dall'invasione dell'Iraq da parte delle forze di coalizione guidate dagli Usa, hanno perso la vita decine di migliaia di innocenti civili iracheni, comprese donne e bambini. Gli oppositori denunciano che, malgrado la protesta di influenti gruppi per i diritti umani, come Amnesty International, con sede nel Regno Unito, e la statunitense Human Rights Watch, l'esercito americano continua a eludere la responsabilità di tenere un registro delle perdite civili. Tuttavia, un sondaggio indipendente condotto dal giornale medico britannico "The Lancet", ha concluso lo scorso anno che almeno 100.000 civili erano già morti in Iraq a causa della guerra.

Alcuni gruppi umanitari che lavorano vicino al governo Usa hanno iniziato a chiedere al Pentagono di pagare un indennizzo alle famiglie di caduti sotto i bombardamenti aerei americani in Iraq.

"Abbiamo la responsabilità di aiutare le vittime e i loro congiunti", ha dichiarato Sarah Holewinsky, direttrice della Campagna per le vittime innocenti nei conflitti (CIVIC) con sede a Washington, gruppo fondato da Maria Rouzicka, uccisa in un attacco suicida in Iraq mentre aiutava le vittime civili della guerra in quel paese.

Tuttavia, malgrado il rifiuto dell'amministrazione di decidere una scadenza per il ritiro, una maggioranza della popolazione Usa è diventata contraria alla guerra, e molti ex-generali dell'esercito Usa e parlamentari precedentemente favorevoli al conflitto chiedono oggi a gran voce una strategia concreta di uscita.

Recenti sondaggi d'opinione mostrano anche un continuo calo della popolarità del presidente Bush, che ha cercato di sostenere la propria immagine di "presidente di guerra". Nel frattempo, prospera ogni giorno la campagna globale delle donne contro il conflitto. A una settimana dall'inizio, il numero di firme sul web era già salito a 21.326.
http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=592


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3) L'importanza del NO all'ALCA
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di Julio C. Gambina (Professore di Economia Politica de la Facultad de Derecho de la Universidad Nacional de Derecho. Direttore del Centro de Estudios y Formación de la Federación Judicial Argentina)

Introduzione

L'Area di Libero Commercio delle Americhe, ALCA, è qualcosa di più della semplice promozione degli scambi commerciali, e si riflette sugli investimenti stranieri, in particolar modo sulla sicurezza giuridica degli investitori, i brevetti e i diritti di proprietà intellettuale. Il fine è quello di creare uno spazio continentale della libera circolazione dei capitali, delle merci e dei servizi, però non delle persone. Curiosamente, si permette solo agli imprenditori di circolare liberamente e non ai lavoratori disoccupati. E' una libertà ristretta agli interessi economici delle imprese più concentrate, come le imprese transazionali (da ora IT: sono quelle impropriamente definite imprese multinazionali). La particolarità è che l'ALCA è una trattato negoziato dagli Stati e i suoi principali beneficiari sono le IT. Il trattato è diretto al consolidamento delle riforme regressive effettuate negli ultimi anni e concerne l'apertura economica, la deindustrializzazione e la conseguente disoccupazione, la flessibilità e la precarietà del lavoro,la privatizzazione e la deregolamentazione dei differenti mercati. In questo modo si mettono in evidenza gli attori concreti che lottano in favore o contro quest'accordo.

L'ALCA inizia ad essere negoziato nel 1994 a Miami, durante il primo Vertice delle Americhe. Essendo convocata dall'OEA (od OSA: Organizzazione degli Stati Americani, NdR), a iniziativa degli USA, rimaneva esclusa Cuba, che fu estromessa dall'organizzazione continentale dopo che nell'isola si propose la costruzione del socialismo respingendo l'invasione degli USA del 1961. E' tutta una decisione, poiché si tratta di una strategia d'integrazione continentale che esclude deliberatamente un attore sostanziale nella regione e a livello mondiale. E' un deficit politico inaccettabile. La OEA condivide l'ispirazione del Vertice (delle Americhe), della Commissione Economica per l'America Latina, CEPAL, organo delle Nazioni Unite e della Banca Interamericana di Sviluppo (il suo acronimo spagnolo è BID). Istituzioni nelle quali prevale lo spirito dell'establishment internazionale, ciò che venne definito "Washington Consensus", in allusione alla dottrina condivisa dal governo e dal parlamento USA e dagli organismi internazionali con sede nella capitale statunitense. La corrente principale della dottrina economica neoliberista si evidenzia nelle raccomandazioni di questi corpi internazionali propulsori delle riunioni dei presidenti, e, aldilà di formulazioni contro la povertà, impongono politiche di riduzione della spesa pubblica sociale e tutte quelle misure sintetizzate nel termine "aggiustamento strutturale", i cui risultati incrementano le disuguaglianze e condannano alla miseria milioni di persone, mentre concentrano ricchezza, guadagno e potere. Tra il 1994 e il 2001 vennero organizzate riunioni segrete, la seconda delle quali si svolse a Santiago del Cile nel 1998 e la terza in Québec, Canada nel 2001, seguite da altre riunioni di commissioni, di ministri e di negoziatori per ciascun paese. Perché l'ALCA venne negoziato in segreto se si considerava tanto conveniente per i popoli? E' incomprensibile il silenzio e la sicurezza intorno alle riunioni dei presidenti, a meno che la discussione non risulti impresentabile alla comunità. Si doveva conservare il segreto e proteggere queste riunioni "clandestine". Qualcosa si stava tramando al loro interno e non interessava renderlo pubblico. E' interessante mettere in evidenza come l'azione popolare permise di far emergere ciò che si stava negoziando. Il "popolo voleva sapere di cosa si trattava" e fu necessario organizzare mobilitazioni di massa, inizialmente in Cile e successivamente in Canada. Così nacquero i Vertici dei Popoli. Il terzo Vertice si è appena concluso a Mar de la Plata (Argentina). La pressione pubblica nelle strade pose fine al segreto e le conferenze stampa diventarono pubbliche dall'aprile del 2001. Si erano lasciati alle spalle 7 anni di segreto, anche se ciò che si pubblicava era molto difficile da interpretare, poiché tra le parentesi quadrate venivano inserite le molteplici obiezioni che ogni singolo negoziatore formulava rispetto al testo, senza indicare chi si opponeva al paragrafo e perché. Si trattava di scritture "geroglifiche" che richiedevano profondo studio per la loro comprensione e critica. Se si fosse trattato di qualcosa di positivo per i popoli è probabile che non sarebbero stati necessari tanti agenti di polizia e repressione, quanti i manifestanti, per difendere i governanti e allo stesso tempo non sarebbe stato necessario tentare di costruire un dibattito trasparente con distinte istanze del movimento sociale per analizzare in profondità le caratteristiche dell'integrazione necessaria.

Apertura e protezione per aprire mercati alle transnazionali.

Per arrivare a ciò occorre che l'interesse degli USA e delle classi dominanti della regione sia indirizzata verso la liberalizzazione dell'economia, e in tal senso richiede l'eliminazione delle barriere doganali, dei dazi e delle limitazioni tecniche, al fine di collocare i propri beni e servizi, investimenti e interessi economici. E' una iniziativa d'apertura che viene accompagnata da misure protezionistiche dei propri interessi, come si evidenzia nei sussidi all'agricoltura e alla produzione degli USA o nel regime di protezione dell'industria automobilistica approvato nel MERCOSUR, e che favorisce i produttori stranieri di macchinari nella regione, allora principali beneficiari del Trattato di Asunción. In definitiva, si cerca l'apertura subordinata agli interessi monopolistici e imperialisti e la protezione dei mercati già conquistati dal monopolio delle transnazionali. Una esemplificazione è Arcor, transnazionale di origine argentina che si preoccupa della denazionalizzazione dell'economia locale, il cui interesse è difendere il proprio mercato impedendo che altri concorrenti possano metterla in ombra. Quello che stiamo affermando per l'ALCA vale anche per le negoziazioni tra l'Unione Europea e l'America Latina e tutti i trattati di libero commercio (TLC) siano essi bilaterali o multilaterali che si sottoscrivono o si promuovono di questi tempi. Da qualche tempo, quando il progetto dell'ALCA ha iniziato a rallentare, la diplomazia di Washington ha spinto la stipulazione di TLC con gruppi regionali e singoli paesi: a fine 2003, fu il Cile ha indicato la strada sottoscrivendo il suo TLC con gli USA, e ora seguono Colombia, Ecuador e Perù e a livello regionale lo hanno sottoscritto i paesi del Centro America con il CAFTA, e in questo senso puntano le negoziazioni con il Caribe e il MERCOSUR.

Un ostacolo posto per l'adesione dei paesi del MERCOSUR sono stati i sussidi agricoli, poiché gli Stati Uniti competono con Argentina e Brasile nell'offerta sul mercato mondiale di prodotti agricoli. Sono i tre principali offerenti mondiali di soia e principali animatori nel mercato mondiali di altre coltivazioni industriali. Tale problema si inscrive nell'ottica di competizione internazionale: questi paesi reclamano dagli USA l'eliminazione dei sussidi agricoli e gli Stati Uniti chiedono l'eliminazione del protezionismo industriale e dei servizi, cioè delle finanze, delle assicurazioni, della sanità e dell'istruzione, insieme alla liberalizzazione del regime dei brevetti e dei diritti di proprietà intellettuale. La questione agricola, ribattono gli USA, si dibatte in seno alla OMC, che si riunirà il prossimo dicembre a Hong Kong. Dal vertice della OMC di Cancun nel settembre 2003, il Brasile ha raggruppato e capeggiato un gruppo di paesi, conosciuti come il G20, che lottano contro i sussidi alla produzione e all'esportazione di prodotti primari da parte dei paesi capitalisti sviluppati, sia USA che Europa. Il problema da considerare è che l'eliminazione o la diminuzione di tali sussidi porterebbe sicuramente alla riapertura delle negoziazioni dell'ALCA, altamente regressive per i popoli del continente, ed è per questo che i lavoratori, in svariate manifestazioni del movimento popolare dall'Alaska alla Terra del Fuoco, vanno riunendosi nei Vertici dei Popoli per dire NO ALL'ALCA. Ciò che preoccupa in particolare è il "trattamento nazionale" che tutte le imprese dell'area assumerebbero se si affermasse l'ALCA, o l'obbligazione di aprire gli "acquisti governativi" a qualsiasi impresa del continente, quale forma per impedire nella regione la presenza di IT europee, giapponesi o di qualsiasi altro luogo del mondo, riciclando la vecchia parola d'ordine "L'America agli americani".

Lottare per un'"altra integrazione"

Non c'è dubbio sull'asimmetria tra l'economia statunitense e quella di qualsiasi altro paese del continente e per questo è importante dare fiato alla concretezza di "un altro mondo è possibile" per il quale lottano il FSM e il movimento per una globalizzazione alternativa. In questo senso si è misso in evidenza il ruolo del Venezuela nei due vertici di Mar de la Plata. In quello dei Presidenti ha giocato per un indebolimento delle aspirazioni degli USA favorevoli all'ALCA, e in quello dei Popoli Chavez si è affermato come l'unico Capo di Stato che ha dialogato direttamente con interlocutori tanto diversi come le rappresentanze dei popoli indigeni, dei contadini, dei lavoratori, dei movimenti delle donne, delle minoranze, per un'organizzazione economica di carattere solidale e non lucrativa, con rappresentati dei movimenti popolari e partiti politici che a loro modo, non sempre articolato, cercano la costruzione di un'alternativa politica, sociale e civilizzatrice. Fu l'occasione per divulgare le conquiste dell'Alternativa Bolivariana per le Americhe, ALBA, che è molto di più che una serie di protocolli di scambio e di produzione congiunta tra Cuba e Venezuela, di petrolio contro istruzione. E' molto di più, si è potuto annunciare che l'UNESCO ha definito il Venezuela come territorio liberato dall'analfabetismo alla conclusione una campagna intensa di lavoro congiunto tra i due paesi. La proposta alternativa include una strategia energetica condivisa attraverso Petroamérica, che prevede la vendita di petrolio sussidiato da Caracas, ma anche una politica di comunicazione denominata Telesur, iniziativa che ha iniziato il suo percorso per promuovere un'agenda diversa da quella delle imprese che detengono il monopolio della comunicazione.

Va sottolineata la sconfitta di Bush e dei suoi amici al Vertice di Mar de la Plata, messa in evidenza anche dalla Dichiarazione Finale, che include posizioni differenti circa l'ALCA, che non propone avanzamenti di questo progetto e sottopone le discussioni che si terranno nella prossimo Vertice dell'OMC a referendum. Il movimento NO ALL'ALCA pretende che i governi abbandonino la negoziazione dell'ALCA e che accettino un dibattito per un'integrazione alternativa, considerando l'ALBA un'esperienza da valutare. Comunque sia, si può affermare che i popoli hanno sottolineato come nuovo dato reale il loro carattere di attori politici, che con la loro azione condizionano i governi in maniera più incisiva della pressione esercitata dalle classi dominanti.

Non esiste solo un'iniziativa politica per la liberalizzazione; si sta costituendo anche un movimento articolato per la liberazione. Ciò presuppone un'altra integrazione per un'altra America e un altro mondo Possibile.

ALAI America Latina en movimiento

Traduzione a cura di Ruggero Fornoni


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4) Tracce per una politica africana
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di Giampaolo Calchi Novati

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La crisi africana è anche una crisi di conoscenza dell'Africa. In Italia, condividere una politica per l'Africa - operazione già difficile in un paese in cui tutta la politica estera è mal servita da una cultura politica, una classe dirigente e un'opinione pubblica renitenti davanti alle prospettive di un dibattito sul merito dei problemi internazionali che via via si presentano - diventa ancora più difficile per la scarsità d'interesse e di capacità di formulare analisi corrette. Si oscilla fra una piatta riproposizione dei parametri validi per le società postindustriali a democrazia matura e le banalizzazioni in termini di arcaismo e tribalismo. Non si capisce che molti dei problemi di democrazia e sviluppo che affliggono gli Stati africani derivano dal colonialismo, per le trasformazioni istituzionali e materiali anche postume che esso ha comportato per l'Africa. Non sarà con una "ricolonizzazione" selettiva che si può ovviare alla crisi o alle varie crisi. Malgrado l'influsso persin troppo pervasivo del colonialismo a livello di economia, geopolitica e cultura, lo Stato africano indipendente è un insieme complesso. In esso convivono motivi, codici e modi di produzione che in parte sono di derivazione europea e in parte riflettono la storicità africana. La tesi che liquidava lo Stato postcoloniale con le categorie del neocolonialismo e della dipendenza si è rivelata semplicistica e probabilmente sbagliata. Anche la questione dello sviluppo non si esaurisce nelle relazioni con l'economia mondiale. Lo Stato africano contemporaneo, pur integrato com'è nell'economia capitalista, è la costruzione di gruppi che controllano le opportunità prodotte da meccanismi differenti nel cuore stesso delle società tradizionali con un grande risalto all'informalità. Benché il colonialismo e, per motivi opposti e speculari, la decolonizzazione abbiano fatto di tutto per polarizzare l'attenzione sui tratti venuti dall'esterno, se appena si scende sotto la soglia dell'ufficialità la politica africana moderna può essere spiegata solo in riferimento alle tradizioni. La cultura originale subisce mutazioni e contaminazioni per effetto dello sviluppo edella modernizzazione, ma riaffiora di continuo in fenomeni come la sovranità diffusa propria degli Stati "deboli", il senso di appartenenza a livello di clan, classi d'età o genere e, con effetti che possono essere anche dirompenti, i revivalismi etnici. La sovranità vale soprattutto verso l'esterno. All'interno sopravvivono altre sfere di appartenenza e quindi di giurisdizione. Se le istituzioni che interagiscono con l'esterno rappresentano immancabilmente il "regno dell'importato" - ed è questa la dimensione più visibile - il comportamento dell'individuo nella società e nella vasta area dell'informale rappresenta piuttosto il "regno dell'indigeno", che non può essere ignorato da una politica verso l'Africa anche minimamente sensata. A rendere più ardua la comprensione dei problemi dell'Africa si aggiunge l'episodicità e strumentalità con cui le crisi dell'Africa vengono all'attenzione dell'opinione pubblica internazionale. Soprattutto in Italia i problemi non contano in sé, per la loro rilevanza, o anche per le possibilità d'azione o influenza da parte nostra, ma perché di questo o quell'evento si è impossessata la macchina mediatica o perché un'organizzazione non governativa o una forza politica, Médecins sans frontières o il Partito radicale, hanno imbastito una campagna tirando fuorile singole questioni dall'oscurità in cui sono rimaste fino a ieri, isolando dal proprio ambito naturale problemi oggettivamente gravi anche a prescindere dalle drammatizzazioni di comodo e suggerendo interventi che immancabilmente fanno prevalere sulle dinamiche reali in loco le prospettive esternein funzione degli interessi del centro. La prima cura di una politica per l'Africa dovrebbe essere la continuità dell'osservazione dei processi e la loro rigorosa contestualizzazione. Per evitare eccessive dispersioni, si potrà eventualmente stabilire una scala di priorità in base alla natura dei problemi o per regione o per paese. Nel frattempo, le priorità che tradizionalmente valevano per l'Africa - il Corno quanto alle regioni da privilegiare, la cooperazione allo sviluppo quanto al metodo - sono andate smarrite. Lo stesso principio d'autodeterminazione, sicuramente valido per tutto il periodo della decolonizzazione, è andato stemperandosi in fattispecie di dubbia consistenza e poco congruenti - da quando viene impugnato da movimenti locali o partiti tribali di cui non è chiara la rappresentatività - con obiettivi come la stabilità, i diritti e lo sviluppo.

2.

Alla base della crisi dell'Africa c'è la crisi dello Stato postcoloniale. Lo Stato istituito al momento dell'indipendenza, ritagliato sulla mappa geopolitica fissata dalla spartizione dell'Africa nell'era coloniale, ha tenuto più del previsto. La politica e diplomazia africana si è rivelata capace in questi 40-50 anni di salvaguardare l'integrità di una cinquantina di Stati che avevano tutte le sembianze della fragilità e della provvisorietà. La sola eccezione è l'Eritrea, staccatasi dall'Etiopia nel 1991, ma l'Eritrea era un caso sui generis e infatti non ha costituito un vero precedente. In Africa ci sono Stati artificiali, instabili, divisi, inefficienti o "falliti" (la Somalia, la Sierra Leone, la Liberia, ecc.) ma le frontiere hanno resistito agli strappi più che in Asia o nella stessa Europa centrale e orientale. L'idea - che a tratti affiora a livello di analisi o di proposta politica – di risolvere le crisi attraverso una semplificazione della statualità, inseguendo un'ipotetica"rinazionalizzazione" di Stati che sono nati con strutture pluralistiche in termini di storia, cultura e/o lingua, è quanto di più antitetico ci sia rispetto alle logiche delle stesse crisi. Anche le guerre civili o tribali non puntano a "dividere" ma al controllo dello Stato così com'è, alla conquista del potere al centro, alle disposizione delle risorse, al riconoscimento internazionale con relative rappresentanza verso l'esterno e facoltà di attingere ai flussi finanziari internazionali. All'Africa fa difetto una prassi politica in grado di garantire isituzioni accettate da tutti e la successione al governo fra i gruppi di potere e persino fra le persone all'interno di un medesimo gruppo di potere (un regime, un partito, l'esercito). Le grandi potenze si adoperano in vario modo per promuovere dall'esterno la stabilità e la democrazia. Una forma di pressione abituale è costituita dalle condizionalità che corredano gli aiuti e i crediti concessi dagli organismi finanziari ed economici internazionali o dai singoli donatori. Anche l'Italia ha mescolato vere o finte condizionalità a quelle che dovrebbero essere le finalità più genuine dell'aiuto pubblico (lo sviluppo, l'interazione, la riduzione dei divari, ecc.). L'introduzione di norme impersonali e al di sopra delle parti, tali da assicurare a tutti (leaders politici e militari, individui, gruppi, popolazioni urbane e rurali) un eguale diritto di cittadinanza - sul modello di una nazione civica dimenticando l'omogeneità "nazionale" che è una causa perduta nelle condizioni storiche dell'Africa - richiede uno sforzo che verosimilmente solo i popoli africani possono compiere. La democratizzazione non riguarda solo la società ma deve investire la natura stessa dello Stato. E qui riaffiora la specificità dello Stato africano ricordata più sopra.

3.

Il cosiddetto "afropessimismo" è sempre in agguato. Una decina di anni fa il continente parve entrare in una fase di crescita e di stabilità. Si parlò di rinascita o addirittura di rinascimento. Il settimanale inglese "Economist" diede la sua benedizione alla novità dedicando all'Africa un lungo servizio molto ottimista, annunciato in copertina con un titolo basato su un giuoco di parole che suonava più o meno così: "Dall'emergenza in Africa all'Africa emergente". L'Africa "emergeva", usciva dal buio, letteralmente dal black out durato per circa vent'anni dopo le speranze fatte presagire dall'ondata delle indipendenze negli anni '60. Alla base di tanto entusiasmo c'erano sia fatti che pii desideri. Con il decennio iniziato nel 1990 molti paesi africani avevano effettivamente imboccato una strada di riforme ispirate a principi di liberalizzazione, sia in termini economici che in termini politici. Furono introdotte Costituzioni che ammettevano il pluralismo e il multipartitismo. Qua e là si svolsero elezioni con il corredo delle garanzie necessarie. Il singolo fatto più importante fu lo smantellamento dell'apartheid in Sud Africa. E' finito un regime odioso e il più importante Stato del continente è stato restituito alla politica dell'Africa mettendo finalmente in circolo le sue risorse, la sua forza economica e politica, mentre il grande fascino personale di Nelson Mandela, incoronato presidente nel 1994, riempiva un vuoto nella leadership del continente nero che si era aperto con l'uscita di scena dei "padri della patria", dei Senghor, dei Nyerere..Dopo aver colpevolmente tollerato il razzismo, il mondo non ha compreso l'enorme valore del processo che si è compiuto in Sud Africa. Forse non si vuole ammettere che accettare e praticare il "plurale" voluto dalla storia - alla sola condizione di ripudiare il razzismo e la discriminazione - è meglio che pretendere di territorializzare" i diritti dei popoli o le aspettative delle minoranze. Il Sud Africa dovrebbe costituire un termine di riferimento di ogni politica intesa ad alleviare i problemi della transizione in Africa. Magari senza esaudire fino in fondo le aspettative, negli ultimi 10-15 anni l'Africa ha conosciuto progressi notevoli In molti paesi africani, soprattutto nella regione che dal Corno si spinge verso i Grandi Laghi fino al Congo, si è prodotta una mutazione di gruppi dirigenti. Al posto di regimi che coltivavano il caos come solo rimedio all'impotenza dello Stato e alla mancanza di risorse da distribuire, intanto ai propri clienti, sono arrivati al potere governi che interpretano gli interessi di ceti in crescita, che credono, fosse pure a proprio profitto, nelle regole del giuoco prendendo per buona la sfida della globalizzazione. E' presto per stabilire quali possibilità concrete di innescare un processo di stabilità e di sviluppo abbia questa svolta. La guerra fra Eritrea e Etiopia scoppiata nel 1998, fra due paesi che sembravano dei capisaldi del "nuovo ordine", è un segnale inquietante. Resta il fatto che la successione in paesi come il Ruanda, l'Uganda, forse la Nigeria e, con molti interrogativi, il Congo-Zaire, oltre all'Etiopia (l'Eritrea rischia di finire nel novero egli Stati "falliti"), ha rappresentato un salto di qualità effettivo e duraturo. Gli Stati Uniti, con una forzatura, hanno salutato a suo tempo questi governi come "democratici". Ma essi non sono democratici. Molto più semplicemente, essi praticano il libero mercato come discepoli molto diligenti. Per il resto, quei governi hanno una irresistibile vocazione all'uso della forza e rappresentano una minoranza nel paese, i tutsi per esempio in Ruanda e in Burundi o i tigrini in Etiopia. La loro legittimazione discende dall'aver vinto una guerra civile, che non a caso gli americani chiamavano di "liberazione" senza meravigliarsi di prendere in prestito una classificazione del movimento antimperialista. La successiva sanzione di tipo democratico, dove e quando sono state indette elezioni con un minimo di garanzie, è stata un passaggio poco più che formale. Un grosso inconveniente dal punto di vita dell'etica politica e dell'emulazione virtuosa è che in Africa le guerre hanno cambiato il panorama politico molto di più delle elezioni. Anche dove si sono tenute elezioni fair and free, secondo la formula delle organizzazioni internazionali, in genere le elezioni si sono ridotte al confronto fra due personalità o due partiti che rappresentavano uno stesso, circoscritto gruppo di potere e quasi sempre l'esito elettorale si è deciso su basi regionali o etniche invece che su alternative di programmi. E' con le guerre che si sono affermati i governi più risoluti a chiudere con il passato fatto di instabilità, conflittualità e illegalità. Ma un regime che nasce dalla forza sarà probabilmente portato a confidare nella forza per affrontare i problemi che via via si presentano. I gruppi dirigenti che cercano di normalizzare le istituzioni e di rispettare almeno sommariamente il principio del rule of law, confidando nello sviluppo anche dei paesi africani grazie ai processi di internazionalizzazione, hanno rotto con il colonialismo, il neocolonialismo e lo stesso anticolonialismo. Essi appartengono a tutti gli effetti a un contesto postcoloniale. Questi gruppi dirigenti non hanno dunque nessun motivo per mantenere rapporti privilegiati con le ex potenze coloniali. Il termine di riferimento è sempre di più e sempre più chiaramente l'America. Si deve agli aiuti finanziari dei grandi organismi internazionali e all'assistenza soprattutto in campo militare degli Stati Uniti se paesi relativamente piccoli come il Ruanda e l'Uganda possono aspirare a esercitare una politica di potenza in una regione cruciale come quella dei Laghi, che rigurgita di risorse economiche e strategiche.

4.

Il cambiamento in corso in Africa è derivato essenzialmente dall'evoluzione e diversificazione delle singole società africane, dai movimenti popolari, dalle scelte delle élites. Fra gli incentivi al cambiamento ci sono anche le opportunità offerte dall'economia mondiale. L'Africa ha spazi per future dislocazioni industriali, è abitata da masse rurali in via di urbanizzazione che saranno in un domani produttori e consumatori, possiede enormi risorse minerarie ed energetiche che finora non sono state adeguatamente valorizzate perché remote e più costose delle risorse di regioni come il Mediterraneo, l'Asia del Sud-Est o l'America latina ed è destinata a rimpiazzare gradualmente regioni nevralgiche ma politicamente infide, troppo inquinate e in via di esaurimento quanto alla possibilità di assicurare all'Occidente le necessarie fonti d'energia. L'Africa non è più immune dai contraccolpi della "grande politica". Gli Stati Uniti stanno sostituendo ovunque le ex-potenze coloniali, a costo di suscitare le gelosie della Francia, che corre ai ripari per conservare quello che una volta era noto come il suo pré carré, l'orto di casa, ma che è sempre più in perdita di influenza persino in paesi fedelissimi e controllatissimi come il Senegal o Gibuti o la stessa Costa d'Avorio, dove il presidente Laurent Gbagbo accusa Parigi di appoggiare i "ribelli" e lascia in tendere di volersi rivolgere a Bush. D'altra parte, i nuovi dirigenti africani per formazione ed esperienza hanno meno motivi dei vecchi per appoggiarsi al colonialismo o al neocolonialismo. Se debbono nuotare nel mare aperto dell'economia globalizzata, tanto vale rivolgersi agli Stati Uniti, che possono fornire loro più aiuti, più copertura militare. Nei primi anni '90 subito dopo la prima guerra del Golfo, il presidente Bush senior improvvisò un disgraziato intervento militare in Somalia, l'Operazione Restore Hope, alla quale finì per accodarsi anche l'Italia. Quell'iniziativa sembrava destinata a includere almeno il Corno d'Africa nel sistema di sicurezza degli Stati Uniti - a fini strategici e per l'approvvigionamento di risorse naturali vitali per l'economia americana - come appendice del Medio Oriente. L'intervento diede risultati disastrosi. Per molto tempo la lezione fu: mai più un'altra Somalia, mai più interventi senza fini precisati in anticipo, mai più operazioni di state-bulding. Nella prospettiva degli Stati Uniti, è come se l'Africa non meriti neanche che si faccia la guerra per controllarla. Diversa almeno in ciò dal Medio Oriente. L'Africa è lontana, imprevedibile. Anche davanti a crisi come quella del Ruanda nel 1994 è preferibile l'astensione. Se gli Stati Uniti oggi si danno tanto da fare per il Darfur è perché hanno degli obiettivi politici nell'area non per l'emergenza umanitaria, che viene talvolta, non si sa con quale fomdamento, definita "genocidio". Il coinvolgimento dell'Africa nei processi di militarizzazione si sono intensificati, un po' paradossalmente se si pensa che si era soliti spiegare le guerre in Africa con la confrontazione Est-Ovest, nel diverso clima del post-bipolarismo. Esigenza reale o pretesto, con la lotta contro il terrorismo si spiegano alleanze, patti, campagne di addestramento, forniture di armi che drenano i già magri bilanci dei paesi assistiti, eccetera. Il business privato della difesa è stato rivelato al grosso pubblico dai fatti bellici in Iraq, ma le compagnie che procurano a contratto servizi logistici e manovalanza nel campo della sicurezza si sono diffuse in Africa già parecchio tempo fa come conseguenza della crisi dello Stato impiegando fra gli altri ex-militari o esperti della sicurezza sudafricani smobilitati dopo la fine del regime bianco. In prima fila nell'organizzare il riarmo e gli scenari militari dell'Africa ci sono, come è logico, gli Stati Uniti. E' così che gli americani stanno allestendo una rete di protezione che riguarda in via prioritaria la fascia immediatamente a sud dell'Africa araba collegando il Sahel al Corno d'Africa attraverso il continente (donde lo "scontro" sul Sudan). Dopo l'11 settembre, l'Africa ha acquistato ancora più importanza sul piano strategico. Per il timore che la Somalia potesse diventare un secondo Afghanistan venne messo allo studio un altro intervento nella povera e derelitta Somalia, ma ci si è accontentati di un fuoco di sbarramento preventivo a fini di deterrenza. Ultimamente, gli Stati Uniti hanno concentrato molti sforzi sul Sudan, che è uno Stato più solido e che, una volta piegato ai voleri della politica americana, magari sfruttando strumentalmente le condizioni di conflitto che si è venuta a creare nel Darfur, può completare la fascia-tampone dal Senegal a Gibuti. Trasformare uno Stato come il Sudan, imbevuto di Islam politico dall'inizio della sua storia e con un sistema politico che nei periodi di democrazia si è articolato in partiti che erano di fatto la voce delle confraternite, in un bastione anti-Islam è solo uno degli esempi di una politica che nel perseguire la "sicurezza" dell'Occidente suscita in Africa lacerazioni e instabilità. Anche se a differenza della politica tradizionale delle ex-potenze coloniali, la politica americana in Africa è proiettata nel futuro e mostra una certa lungimiranza, essa resta pesantemente condizionata da presupposti che non coincidono necessariamente con la democrazia e lo sviluppo dell'Africa. Gli obiettivi sono sempre gli obiettivi "globali" che stanno a cuore agli Stati Uniti. L'amministrazione repubblicana è arrivata al potere con una piattaforma elettorale cheignorava l'Africa e accusando Clinton e per lui i democratici di aver disperso risorse preziose in un continente "inutile". Ma Bush junior è stato costretto ben presto a dedicare al continente nero molta attenzione e non solo per l'ovvia predisposizione di autorevoli esponenti afro-americani dell'amministrazione come Colin Power e la Rice. L'Africa è una priorità sia per la questione del terrorismo sia per le risorse - anzitutto il petrolio - che può fornire allo sviluppo dell'economia mondiale. La Francia, estromessa persino da suoi antichi feudi, ha reagito molto male a questa evoluzione. La cattiva gestione dell'intervento in Costa d'Avorio, con continue oscillazioni fra governo e ribelli, lo dimostra. La Francia ha il torto di appoggiarsi a gruppi dirigenti obsoleti, in perdita di egemonia, che rispondono solo a logiche clientelari o neocoloniali. In queste condizioni, anche conoscendo bene i sottintesi e le manipolazioni della politica americana, è difficile per l'Italia e l'Europa in generale solidarizzare con la Francia nelle sue politiche in Africa.

5.      

La cooperazione allo sviluppo, che aveva lo scopo di integrare la periferia in una specie di semiperiferia semisviluppata avvicinandola al centro, ha perso in buona parte la sua funzione perché l'integrazione dopo la fine del bipolarismo Est-Ovest viene perseguita attraverso la guerra. La "guerra infinita" nel Medio Oriente e nel cuore dell'Eurasia è lì a provarlo. La cooperazione si sta rivolgendo così sempre di più alla gestione dell'emergenza, per calamità naturali o per i dissesti provocati da fatti bellici, perdendo di vista lo sviluppo e incoraggiando, paradossalmente, l'irresponsabilità dei governi. Sui possibili danni nel medio o lungo periodo degli aiuti alimentari, basta consultare l'ampia letteratura in merito. L'idealtipo della politica di cooperazione che anche l'Italia pratica ormai con tutto un arco di paesi mediterranei e nordafricani è il trasferimento della strumentazione tecnico-militare e di intelligence per impedire l'emigrazione clandestina, prevenire il terrorismo e - quando non sia l'offa che viene data in cambio al paese assistito - frenare i traffici illeciti di armi, droga o preziosi contrabbandati o trafugati. A parte le aberrazioni di un simile approccio, umiliante per entrambi i contraenti, il trend sta portando alla riabilitazione del commercio di armi. Anche la cancellazione del debito che di tanto in tanto viene esposta come fiore all'occhiello di questo o quel governo, anche in Italia, è come l'"indultino" per svuotare le carceri: serve soprattutto a rilanciare esportazioni che riprodurranno corruzione e dipendenza. Nei rapporti bilaterali e multilaterali l'Africa non sollecita neppure più il classico "aiuto". Si tratti dell'Europa, dei G8 o di altre sedi, insiste per una forma di partnership. Sono Sud Africa e Nigeria che fungono da portavoce riconosciuti del continente a livello internazionale. Per essere più convincenti i governi africani sono soliti fare propri, con uno zelo a volte eccessivo, tutti i paradigmi della globalizzazione:il governo della legge, il mercato, il neo-liberismo. Il proposito è di ricavare tutti i vantaggi che la cultura dominante promette a chi adotta comportamenti virtuosi. I benefici non sono stati immediati. C'è anche chi dubita che nelle condizioni di inferiorità in cui si trova l'Africa sia in grado di inserirsi con successo nel filone della globalizzazione. Persino in Sud Africa gli indici sociali sono peggiorati dopo l'abrogazione dell'apartheid invece di migliorare. L'Africa sconta ritardi e insufficienze imputabili all'ambiente, alla storia, alla cultura. Le quote dell'Africa nel commercio mondiale, negli investimenti, nella partecipazione alla formazione del prodotto lordo sono insignificanti, intorno al 2 per cento, contro una popolazione che è circa il decimo della popolazione mondiale. Ma se per il resto del mondo può apparire trascurabile, l'Africa è molto vulnerabile ai fattori esterni e dipende dai flussi esterni per la sua stessa sopravvivenza. L'Unione africana (Ua), la nuova organizzazione continentale che nel 2002 ha preso il posto dell'Organizzazione dell'unità africana (Oua), dimostra di voler passar sopra al dogma della non-interferenza negli affari interni dei paesi membri in temi come i diritti umani e la risoluzione dei conflitti pur di evitare interventi "pesanti" da parte delle grandi potenze. Il caso della "conversione" di Ghedddafi, che si accusa per vecchi atti di terrorismo e che si mette al servizio sia della nonproliferazione che del pattugliamento dei mari, meriterebbe un discorso a parte ma va preso comunque come un indizio eloquente. Purtroppo le risposte che l'Africa ha ricevuto sono deludenti. Alle sue proposte di affrontare con impegno e reciprocità le scadenze dello sviluppo e della stabilità l'Europa, anche nei consessi a livello di Ue e vecchia Oua, ha ribattuto sui soliti chiodi: emigrazione clandestina, terrorismo, traffici illeciti. Come se toccasse all'Africa - e fosse alla sua portata - risolvere le contraddizioni delmondo globalizzato. L'Italia - all'interno dell'Unione europea ma sapendo che l'Ue in quanto tale non riesce adesprimere una politica unitaria nemmeno in Africa e tanto meno in Africa (nella sola Somalia sono in lizza almeno tre diverse politiche europee) - dovrebbe sfruttare quel poco o tanto di rendita di posizione che le viene dalla collocazione geografica, dal buon vicinato e dai vincoli storici per promuovere una politica che si ponga come obiettivo l'integrazione senza conflitto, dialogando con le forze sociali emergenti senza la pretesa di affrettare dall'esterno i processi di cambio e coinvolgendo il più possibile su un piede di parità l' Unione africana.

Relazione durante il corso sulla globalizzazione organizzato dalla Lup per la Provincia di Milano




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