GRANELLO DI SABBIA (n°147)
Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC
Venerdì, 10 febbraio 2006
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Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia
possibile.
Numero di abbonati attuali: 7 506
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Indice degli argomenti
1) Fukuyama si corregge, la storia non è finita
di Marcello Colussi
Fukuyama è diventato famoso una decina di anni fa, quando nel suo libro
"La fine della storia e l'ultimo uomo" del 1992 (caso ha voluto proprio
nell'anno che segna l'inizio della conquista dell'America), esclamò in
maniera trionfale: "La storia è finita". Ma in realtà le parole
pronunciate da questo pseudo-intellettuale non rappresentano un pensiero
profondo, né racchiudono alcuna verità. La storia non è finita
(Traduzione a cura di Ambra Postoli).
2) Le donne contro la guerra fanno il giro del mondo
di Haider Rizvi
"Stiamo dando voce a un coro femminile globale che grida, 'È troppo!'",
ha dichiarato Medea Benjamin, cofondatrice di CODEPINK: Women for Peace,
un gruppo in difesa dei diritti con sede in California, che ha lanciato
la campagna globale dal titolo "Le donne dicono NO alla guerra".
3) L'importanza del NO all'ALCA
di Julio C. Bambina
L'Area di Libero Commercio delle Americhe, ALCA, è qualcosa di più della
semplice promozione degli scambi commerciali, e si riflette sugli
investimenti stranieri, in particolar modo sulla sicurezza giuridica
degli investitori, i brevetti e i diritti di proprietà intellettuale. Il
fine è quello di creare uno spazio continentale della libera
circolazione dei capitali, delle merci e dei servizi, però non delle
persone (Traduzione a cura di Ruggero Fornoni).
4) Tracce per una politica africana
di Giampaolo Calchi Novati
La crisi africana è anche una crisi di conoscenza dell'Africa. In
Italia, condividere una politica per l'Africa - operazione già difficile
in un paese in cui tutta la politica estera è mal servita da una cultura
politica, una classe dirigente e un'opinione pubblica renitenti davanti
alle prospettive di un dibattito sul merito dei problemi internazionali
che via via si presentano - diventa ancora più difficile per la scarsità
d'interesse e di capacità di formulare analisi corrette. Si oscilla fra
una piatta riproposizione dei parametri validi per le società
postindustriali a democrazia matura e le banalizzazioni in termini di
arcaismo e tribalismo
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1) Fukuyama si corregge, la storia non è finita.
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Di Marcelo Colussi (Psicologo e dottore in filosofia italo argentino,
vive e lavora nell'ambito dei diritti umani nel Centroamerica)
Fukuyama è diventato famoso una decina di anni fa, quando nel suo libro
"La fine della storia e l'ultimo uomo" del 1992 (caso ha voluto proprio
nell'anno che segna l'inizio della conquista dell'America), esclamò in
maniera trionfale: "La storia è finita". Ma in realtà le parole
pronunciate da questo pseudo-intellettuale non rappresentano un pensiero
profondo, né racchiudono alcuna verità. La storia non è finita.
Nel decennio scorso, caduto il muro di Berlino e sbaragliato il campo
socialista dell'Europa dell'Est, il capitalismo si è sentito vittorioso,
trionfante. Tutto sembrava indicare che l'economia pianificata non
portava da nessuna parte, e che il mercato si imponeva come modello
unico e inevitabile. A sostegno di questa tesi c'era inoltre la
convinzione che le democrazie parlamentari erano le più "civilizzate" e
le più capaci a rispondere ai problemi sociali rispetto alle "dittature"
del proletariato con il partito unico.
Il colpo fu così grande - e in buona misura, il colpo mediatico che il
capitale seppe dare a riguardo - che divenne il discorso principale in
ogni discussione. La stessa sinistra rimase perplessa, senza
argomentazioni. Sembrava certo che la storia ci aveva lasciato senza
risposte. Ma la storia non era finita.
Il termine "globalizzazione" conquistò gli spazi mediatici e accademici,
diventando sinonimo di progresso, di processo irreversibile, di trionfo
del capitale sull'antico comunismo morente. E in effetti questo è quello
che ci fecero credere. La sempre mal definita globalizzazione divenne il
nuovo dio, e ci dissero - e Fukuyama fu uno dei suoi principali
diffusori - che avrebbe portato prosperità e sviluppo in tutto il
pianeta. La storia era finita (o meglio: il socialismo era finito), e la
parola che esprimeva con eleganza il concetto - per non dire con
raffinato sadismo - era globalizzazione. Non c'era modo di opporsi.
Era per questo che l'ottimismo trionfalista del neoliberalismo in voga
campeggiava sul mondo. Dopo il fallimento delle esperienze socialiste
(anche se si dovrebbe discutere meglio sul significato di fallimento.
Cuba fu un fallimento?), o meglio: dopo la presentazione mediatica che
rendeva il capitalismo vittorioso sugli avvenimenti che avevano
caratterizzato questi anni, non restava spazio per le alternative. A
forza di moda, le politiche neoliberali fecero piazza pulita nel mondo.
E stando a quanto ci avevano assicurato i loto mentori, avrebbero
portato pace e felicità.
Ma oggi, a distanza di quindici anni da questo grido di guerra, la
realtà ci mostra qualcosa di abbastanza diverso dalla pace e dalla
felicità mondiale. Il capitalismo è cresciuto, senza ombra di dubbio, ma
sta generando sempre più povertà. Di volta in volta, la ricchezza si
divide in maniera sempre più diseguale, e se qualcosa è aumentata questa
è stata sicuramente l'ingiustizia. E le guerre non solo non sono
sparite, ma sono diventate un elemento importante dell'economia
internazionale; di fatto rappresentano il vero propulsore delle
dinamiche della principale potenza mondiale, gli Stati Uniti, andando a
occupare quasi un quarto di tutto il suo potenziale e definendo la sua
strategia tanto in politica interna quanto in quella estera. Da questo
si capisce che la storia non era finita.
Dopo i primi anni di sconvolgente commozione, superato lo stato di
shock, sia all'occhio popolare sia a un'analisi obiettiva dei fatti, è
risultato chiaro che quel momento di euforia dei grandi capitali era un
trionfo, senza dubbio enorme, ma niente di più: una vittoria puntuale
(una battaglia) all'interno di una storia più vasta che segue il suo
corso. Perché doveva terminare la storia?
"Siediti sulla riva del fiume e vedrai passare il cadavere del tuo
nemico", scrisse più di millecinquecento anni fa il saggio cinese Sun
Tzu nell'Arte della Guerra. Sembra che questo orientale avesse compreso
meglio il significato della storia di questo moderno orientale
americanizzato, Fukuyama. La storia non ha fine.
Dopo aver osservato i disastri generati dal ritiro dello stato nella
dinamica economico-sociale di molti paesi, seguendo la ricetta (imposta,
certamente) degli organismi finanziari internazionali in questa ondata
neoliberale, c'è anche gente pensante che reagisce. Questo disastro -
con inarrestabili esodi di immigrati che dal Sud si spostano verso il
nord, con crescenti livelli di violenza, con disperati scoppi di
terrorismo - fa diventare il mondo sempre più problematico, più
invivibile. Ed è a questo punto che riappare Francis Fukuyama.
In realtà, nel suo nuovo libro non smentisce radicalmente quello che
aveva detto anni prima, ma lo chiarisce. Fatto che, in altre parole,
rappresenta una enorme inconsistenza intellettuale. Un grido di guerra
non è teoria. E ciò che quindici anni prima ci aveva presentato come una
dottrina seria e sensata - la storia è terminata - non assurge a un
livello superiore di quello di un opuscolo economico fatto da un
popolino di provincia. Non c'è in gioco nessun concetto rigoroso: ci
sono solo fanfaronate ideologiche.
Se oggi Fukuyama si deve appellare a questa rivalutazione del ruolo
dello Stato, è perché in maniera chiara e precisa la storia ha
dimostrato l'inconsistenza di quello spettacolo propagandistico che ci
aveva presentato anni prima. Inoltre, mette l'accento sullo Stato e non
sulle relazioni strutturali rappresentate dallo stesso. Il problema non
sta nello stato, nel suo dover essere forte o debole: il problema
continua a essere rappresentato dalle lotte di classe, la vera struttura
della società.
La storia segue il suo corso. In ogni caso, non sappiamo bene quale sia
questo corso. Ma va avanti, inesorabile. La storia non è una cosa
diversa dal moto, dai cambiamenti, dalle rivoluzioni, dalla violenza per
cambiare ciò che non vuole morire ("la violenza è la levatrice della
storia" ), avanza e indietreggia, in modo perpetuo. Ma della quiete,
della fase finale: nulla.
Come ha giustamente affermato Jorge Gómez Barata: "Ciò che ha
demonizzato Karl Marx e lo ha reso un avversario formidabile, non è
stato l'aver predicato la rivoluzione, ma averne dimostrato
l'ineluttabilità, anche se si verifica in maniera diversa da come lui
l'aveva sognata"
EL GRANO DE ARENA n. 320
Traduzione a cura di Ambra Gostoli
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2) Le donne contro la guerra fanno il giro del mondo
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di Haider Rizvi
Un gruppo di donne con sede negli Usa ha lanciato una campagna globale
per raccogliere 100.000 firme entro l'8 marzo, Giornata internazionale
della donna, data in cui la petizione sarà recapitata alla Casa Bianca e
alle ambasciate Usa di tutto il mondo.
"Stiamo dando voce a un coro femminile globale che grida, 'È troppo!'",
ha dichiarato Medea Benjamin, cofondatrice di CODEPINK: Women for Peace,
un gruppo in difesa dei diritti con sede in California, che ha lanciato
la campagna globale dal titolo "Le donne dicono NO alla guerra".
"L'amministrazione sta cercando di sottrarsi alla responsabilità (della
guerra), ma non permetteremo che ciò accada", ha detto all'IPS Jodie
Evans di CODEPINK. "Questa campagna è eccezionale, riunisce migliaia di
donne in tutto il mondo, creando qualcosa che noi non possiamo nemmeno
vedere".
Descrivendo come "schiacciante" la risposta iniziale all'appello del
gruppo, Benjamin ha dichiarato che più di 200 donne di alto profilo in
vari campi hanno appoggiato la campagna anche prima che venisse
formalmente lanciata all'inizio del mese.
Tra le firmatarie ci sono popolari attrici, come Susan Sarandon, la
drammaturga Eve Ensler, l'attrice comica Margaret Cho, e scrittrici come
Alice Walkers, Anne Lamott, Maxine Hong Kingston e Barbara Ehrenreich.
"Noi, donne di Stati Uniti, Iraq, e di tutto il mondo, ne abbiamo
abbastanza della guerra insensata in Iraq e del crudele attacco ai
civili in tutto il mondo", si legge nell'appello. "Abbiamo seppellito
molti dei nostri amati e visto troppe vite mutilate per sempre....".
"Questo non è il mondo che vogliamo per noi e per i nostri figli",
prosegue. "Con il fuoco nello stomaco e l'amore nel cuore, noi donne ci
alziamo in piedi - aldilà dei confini-per unirci e chiedere la fine
dello spargimento di sangue e della distruzione".
Cindy Sheehan, il cui figlio Casey è stato ucciso combattendo in Iraq, e
che ha successivamente digiunato - senza successo - vicino al ranch del
presidente Bush in Texas per chiedere un incontro faccia a faccia,
attirando l'attenzione dei media, è stata una delle prime firmatarie
della campagna.
"Il dolore provocato da questa guerra in tutto il mondo è
inimmaginabile", riporta una dichiarazione di Sheehan. "Ho incontrato
altre donne pronte a riunirsi per porre fine a questa follia".
Sollecitando un cambiamento di strategia degli Usa in Iraq, "da un
modello militare a un modello di risoluzione del conflitto", gli
organizzatori chiedono il ritiro di tutte le truppe straniere dall'Iraq,
e ampia rappresentanza femminile nel processo di pace di quel paese.
"Oggi le donne irachene sono devastate. Ci vorranno decenni di lotta per
ritornare a una vita pacifica e civile", ha dichiarato Yanar Mohammed,
firmataria della campagna e presidente dell'Organizzazione per la
libertà delle donne in Iraq.
"L'occupazione Usa ha gettato i semi di una divisione etno-settaria,
preparando l'Iraq a una guerra civile, e ha consacrato la supremazia
religiosa sopra e contro i diritti umani e delle donne", ha aggiunto
l'attivista in una dichiarazione.
Dall'invasione dell'Iraq da parte delle forze di coalizione guidate
dagli Usa, hanno perso la vita decine di migliaia di innocenti civili
iracheni, comprese donne e bambini. Gli oppositori denunciano che,
malgrado la protesta di influenti gruppi per i diritti umani, come
Amnesty International, con sede nel Regno Unito, e la statunitense Human
Rights Watch, l'esercito americano continua a eludere la responsabilità
di tenere un registro delle perdite civili. Tuttavia, un sondaggio
indipendente condotto dal giornale medico britannico "The Lancet", ha
concluso lo scorso anno che almeno 100.000 civili erano già morti in
Iraq a causa della guerra.
Alcuni gruppi umanitari che lavorano vicino al governo Usa hanno
iniziato a chiedere al Pentagono di pagare un indennizzo alle famiglie
di caduti sotto i bombardamenti aerei americani in Iraq.
"Abbiamo la responsabilità di aiutare le vittime e i loro congiunti", ha
dichiarato Sarah Holewinsky, direttrice della Campagna per le vittime
innocenti nei conflitti (CIVIC) con sede a Washington, gruppo fondato da
Maria Rouzicka, uccisa in un attacco suicida in Iraq mentre aiutava le
vittime civili della guerra in quel paese.
Tuttavia, malgrado il rifiuto dell'amministrazione di decidere una
scadenza per il ritiro, una maggioranza della popolazione Usa è
diventata contraria alla guerra, e molti ex-generali dell'esercito Usa e
parlamentari precedentemente favorevoli al conflitto chiedono oggi a
gran voce una strategia concreta di uscita.
Recenti sondaggi d'opinione mostrano anche un continuo calo della
popolarità del presidente Bush, che ha cercato di sostenere la propria
immagine di "presidente di guerra". Nel frattempo, prospera ogni giorno
la campagna globale delle donne contro il conflitto. A una settimana
dall'inizio, il numero di firme sul web era già salito a 21.326.
http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=592
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3) L'importanza del NO all'ALCA
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di Julio C. Gambina (Professore di Economia Politica de la Facultad de
Derecho de la Universidad Nacional de Derecho. Direttore del Centro de
Estudios y Formación de la Federación Judicial Argentina)
Introduzione
L'Area di Libero Commercio delle Americhe, ALCA, è qualcosa di più della
semplice promozione degli scambi commerciali, e si riflette sugli
investimenti stranieri, in particolar modo sulla sicurezza giuridica
degli investitori, i brevetti e i diritti di proprietà intellettuale. Il
fine è quello di creare uno spazio continentale della libera
circolazione dei capitali, delle merci e dei servizi, però non delle
persone. Curiosamente, si permette solo agli imprenditori di circolare
liberamente e non ai lavoratori disoccupati. E' una libertà ristretta
agli interessi economici delle imprese più concentrate, come le imprese
transazionali (da ora IT: sono quelle impropriamente definite imprese
multinazionali). La particolarità è che l'ALCA è una trattato negoziato
dagli Stati e i suoi principali beneficiari sono le IT. Il trattato è
diretto al consolidamento delle riforme regressive effettuate negli
ultimi anni e concerne l'apertura economica, la deindustrializzazione e
la conseguente disoccupazione, la flessibilità e la precarietà del
lavoro,la privatizzazione e la deregolamentazione dei differenti
mercati. In questo modo si mettono in evidenza gli attori concreti che
lottano in favore o contro quest'accordo.
L'ALCA inizia ad essere negoziato nel 1994 a Miami, durante il primo
Vertice delle Americhe. Essendo convocata dall'OEA (od OSA:
Organizzazione degli Stati Americani, NdR), a iniziativa degli USA,
rimaneva esclusa Cuba, che fu estromessa dall'organizzazione
continentale dopo che nell'isola si propose la costruzione del
socialismo respingendo l'invasione degli USA del 1961. E' tutta una
decisione, poiché si tratta di una strategia d'integrazione continentale
che esclude deliberatamente un attore sostanziale nella regione e a
livello mondiale. E' un deficit politico inaccettabile. La OEA condivide
l'ispirazione del Vertice (delle Americhe), della Commissione Economica
per l'America Latina, CEPAL, organo delle Nazioni Unite e della Banca
Interamericana di Sviluppo (il suo acronimo spagnolo è BID). Istituzioni
nelle quali prevale lo spirito dell'establishment internazionale, ciò
che venne definito "Washington Consensus", in allusione alla dottrina
condivisa dal governo e dal parlamento USA e dagli organismi
internazionali con sede nella capitale statunitense. La corrente
principale della dottrina economica neoliberista si evidenzia nelle
raccomandazioni di questi corpi internazionali propulsori delle riunioni
dei presidenti, e, aldilà di formulazioni contro la povertà, impongono
politiche di riduzione della spesa pubblica sociale e tutte quelle
misure sintetizzate nel termine "aggiustamento strutturale", i cui
risultati incrementano le disuguaglianze e condannano alla miseria
milioni di persone, mentre concentrano ricchezza, guadagno e potere.
Tra il 1994 e il 2001 vennero organizzate riunioni segrete, la seconda
delle quali si svolse a Santiago del Cile nel 1998 e la terza in Québec,
Canada nel 2001, seguite da altre riunioni di commissioni, di ministri e
di negoziatori per ciascun paese. Perché l'ALCA venne negoziato in
segreto se si considerava tanto conveniente per i popoli? E'
incomprensibile il silenzio e la sicurezza intorno alle riunioni dei
presidenti, a meno che la discussione non risulti impresentabile alla
comunità. Si doveva conservare il segreto e proteggere queste riunioni
"clandestine". Qualcosa si stava tramando al loro interno e non
interessava renderlo pubblico. E' interessante mettere in evidenza come
l'azione popolare permise di far emergere ciò che si stava negoziando.
Il "popolo voleva sapere di cosa si trattava" e fu necessario
organizzare mobilitazioni di massa, inizialmente in Cile e
successivamente in Canada. Così nacquero i Vertici dei Popoli. Il terzo
Vertice si è appena concluso a Mar de la Plata (Argentina). La pressione
pubblica nelle strade pose fine al segreto e le conferenze stampa
diventarono pubbliche dall'aprile del 2001. Si erano lasciati alle
spalle 7 anni di segreto, anche se ciò che si pubblicava era molto
difficile da interpretare, poiché tra le parentesi quadrate venivano
inserite le molteplici obiezioni che ogni singolo negoziatore formulava
rispetto al testo, senza indicare chi si opponeva al paragrafo e perché.
Si trattava di scritture "geroglifiche" che richiedevano profondo studio
per la loro comprensione e critica. Se si fosse trattato di qualcosa di
positivo per i popoli è probabile che non sarebbero stati necessari
tanti agenti di polizia e repressione, quanti i manifestanti, per
difendere i governanti e allo stesso tempo non sarebbe stato necessario
tentare di costruire un dibattito trasparente con distinte istanze del
movimento sociale per analizzare in profondità le caratteristiche
dell'integrazione necessaria.
Apertura e protezione per aprire mercati alle transnazionali.
Per arrivare a ciò occorre che l'interesse degli USA e delle classi
dominanti della regione sia indirizzata verso la liberalizzazione
dell'economia, e in tal senso richiede l'eliminazione delle barriere
doganali, dei dazi e delle limitazioni tecniche, al fine di collocare i
propri beni e servizi, investimenti e interessi economici. E' una
iniziativa d'apertura che viene accompagnata da misure protezionistiche
dei propri interessi, come si evidenzia nei sussidi all'agricoltura e
alla produzione degli USA o nel regime di protezione dell'industria
automobilistica approvato nel MERCOSUR, e che favorisce i produttori
stranieri di macchinari nella regione, allora principali beneficiari del
Trattato di Asunción. In definitiva, si cerca l'apertura subordinata
agli interessi monopolistici e imperialisti e la protezione dei mercati
già conquistati dal monopolio delle transnazionali. Una esemplificazione
è Arcor, transnazionale di origine argentina che si preoccupa della
denazionalizzazione dell'economia locale, il cui interesse è difendere
il proprio mercato impedendo che altri concorrenti possano metterla in
ombra. Quello che stiamo affermando per l'ALCA vale anche per le
negoziazioni tra l'Unione Europea e l'America Latina e tutti i trattati
di libero commercio (TLC) siano essi bilaterali o multilaterali che si
sottoscrivono o si promuovono di questi tempi. Da qualche tempo, quando
il progetto dell'ALCA ha iniziato a rallentare, la diplomazia di
Washington ha spinto la stipulazione di TLC con gruppi regionali e
singoli paesi: a fine 2003, fu il Cile ha indicato la strada
sottoscrivendo il suo TLC con gli USA, e ora seguono Colombia, Ecuador e
Perù e a livello regionale lo hanno sottoscritto i paesi del Centro
America con il CAFTA, e in questo senso puntano le negoziazioni con il
Caribe e il MERCOSUR.
Un ostacolo posto per l'adesione dei paesi del MERCOSUR sono stati i
sussidi agricoli, poiché gli Stati Uniti competono con Argentina e
Brasile nell'offerta sul mercato mondiale di prodotti agricoli. Sono i
tre principali offerenti mondiali di soia e principali animatori nel
mercato mondiali di altre coltivazioni industriali. Tale problema si
inscrive nell'ottica di competizione internazionale: questi paesi
reclamano dagli USA l'eliminazione dei sussidi agricoli e gli Stati
Uniti chiedono l'eliminazione del protezionismo industriale e dei
servizi, cioè delle finanze, delle assicurazioni, della sanità e
dell'istruzione, insieme alla liberalizzazione del regime dei brevetti e
dei diritti di proprietà intellettuale. La questione agricola, ribattono
gli USA, si dibatte in seno alla OMC, che si riunirà il prossimo
dicembre a Hong Kong. Dal vertice della OMC di Cancun nel settembre
2003, il Brasile ha raggruppato e capeggiato un gruppo di paesi,
conosciuti come il G20, che lottano contro i sussidi alla produzione e
all'esportazione di prodotti primari da parte dei paesi capitalisti
sviluppati, sia USA che Europa. Il problema da considerare è che
l'eliminazione o la diminuzione di tali sussidi porterebbe sicuramente
alla riapertura delle negoziazioni dell'ALCA, altamente regressive per i
popoli del continente, ed è per questo che i lavoratori, in svariate
manifestazioni del movimento popolare dall'Alaska alla Terra del Fuoco,
vanno riunendosi nei Vertici dei Popoli per dire NO ALL'ALCA. Ciò che
preoccupa in particolare è il "trattamento nazionale" che tutte le
imprese dell'area assumerebbero se si affermasse l'ALCA, o
l'obbligazione di aprire gli "acquisti governativi" a qualsiasi impresa
del continente, quale forma per impedire nella regione la presenza di IT
europee, giapponesi o di qualsiasi altro luogo del mondo, riciclando la
vecchia parola d'ordine "L'America agli americani".
Lottare per un'"altra integrazione"
Non c'è dubbio sull'asimmetria tra l'economia statunitense e quella di
qualsiasi altro paese del continente e per questo è importante dare
fiato alla concretezza di "un altro mondo è possibile" per il quale
lottano il FSM e il movimento per una globalizzazione alternativa. In
questo senso si è misso in evidenza il ruolo del Venezuela nei due
vertici di Mar de la Plata. In quello dei Presidenti ha giocato per un
indebolimento delle aspirazioni degli USA favorevoli all'ALCA, e in
quello dei Popoli Chavez si è affermato come l'unico Capo di Stato che
ha dialogato direttamente con interlocutori tanto diversi come le
rappresentanze dei popoli indigeni, dei contadini, dei lavoratori, dei
movimenti delle donne, delle minoranze, per un'organizzazione economica
di carattere solidale e non lucrativa, con rappresentati dei movimenti
popolari e partiti politici che a loro modo, non sempre articolato,
cercano la costruzione di un'alternativa politica, sociale e
civilizzatrice. Fu l'occasione per divulgare le conquiste
dell'Alternativa Bolivariana per le Americhe, ALBA, che è molto di più
che una serie di protocolli di scambio e di produzione congiunta tra
Cuba e Venezuela, di petrolio contro istruzione. E' molto di più, si è
potuto annunciare che l'UNESCO ha definito il Venezuela come territorio
liberato dall'analfabetismo alla conclusione una campagna intensa di
lavoro congiunto tra i due paesi. La proposta alternativa include una
strategia energetica condivisa attraverso Petroamérica, che prevede la
vendita di petrolio sussidiato da Caracas, ma anche una politica di
comunicazione denominata Telesur, iniziativa che ha iniziato il suo
percorso per promuovere un'agenda diversa da quella delle imprese che
detengono il monopolio della comunicazione.
Va sottolineata la sconfitta di Bush e dei suoi amici al Vertice di Mar
de la Plata, messa in evidenza anche dalla Dichiarazione Finale, che
include posizioni differenti circa l'ALCA, che non propone avanzamenti
di questo progetto e sottopone le discussioni che si terranno nella
prossimo Vertice dell'OMC a referendum. Il movimento NO ALL'ALCA
pretende che i governi abbandonino la negoziazione dell'ALCA e che
accettino un dibattito per un'integrazione alternativa, considerando
l'ALBA un'esperienza da valutare. Comunque sia, si può affermare che i
popoli hanno sottolineato come nuovo dato reale il loro carattere di
attori politici, che con la loro azione condizionano i governi in
maniera più incisiva della pressione esercitata dalle classi dominanti.
Non esiste solo un'iniziativa politica per la liberalizzazione; si sta
costituendo anche un movimento articolato per la liberazione. Ciò
presuppone un'altra integrazione per un'altra America e un altro mondo
Possibile.
ALAI America Latina en movimiento
Traduzione a cura di Ruggero Fornoni
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4) Tracce per una politica africana
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di Giampaolo Calchi Novati
1.
La crisi africana è anche una crisi di conoscenza dell'Africa. In
Italia, condividere una politica per l'Africa - operazione già difficile
in un paese in cui tutta la politica estera è mal servita da una cultura
politica, una classe dirigente e un'opinione pubblica renitenti davanti
alle prospettive di un dibattito sul merito dei problemi internazionali
che via via si presentano - diventa ancora più difficile per la scarsità
d'interesse e di capacità di formulare analisi corrette. Si oscilla fra
una piatta riproposizione dei parametri validi per le società
postindustriali a democrazia matura e le banalizzazioni in termini di
arcaismo e tribalismo. Non si capisce che molti dei problemi di
democrazia e sviluppo che affliggono gli Stati africani derivano dal
colonialismo, per le trasformazioni istituzionali e materiali anche
postume che esso ha comportato per l'Africa. Non sarà con una
"ricolonizzazione" selettiva che si può ovviare alla crisi o alle varie
crisi.
Malgrado l'influsso persin troppo pervasivo del colonialismo a livello
di economia, geopolitica e cultura, lo Stato africano indipendente è un
insieme complesso. In esso convivono motivi, codici e modi di produzione
che in parte sono di derivazione europea e in parte riflettono la
storicità africana. La tesi che liquidava lo Stato postcoloniale con le
categorie del neocolonialismo e della dipendenza si è rivelata
semplicistica e probabilmente sbagliata. Anche la questione dello
sviluppo non si esaurisce nelle relazioni con l'economia mondiale. Lo
Stato africano contemporaneo, pur integrato com'è nell'economia
capitalista, è la costruzione di gruppi che controllano le opportunità
prodotte da meccanismi differenti nel cuore stesso delle società
tradizionali con un grande risalto all'informalità. Benché il
colonialismo e, per motivi opposti e speculari, la decolonizzazione
abbiano fatto di tutto per polarizzare l'attenzione sui tratti venuti
dall'esterno, se appena si scende sotto la soglia dell'ufficialità la
politica africana moderna può essere spiegata solo in riferimento alle
tradizioni. La cultura originale subisce mutazioni e contaminazioni per
effetto dello sviluppo edella modernizzazione, ma riaffiora di continuo
in fenomeni come la sovranità diffusa propria degli Stati "deboli", il
senso di appartenenza a livello di clan, classi d'età o genere e, con
effetti che possono essere anche dirompenti, i revivalismi etnici. La
sovranità vale soprattutto verso l'esterno.
All'interno sopravvivono altre sfere di appartenenza e quindi di
giurisdizione. Se le istituzioni che interagiscono con l'esterno
rappresentano immancabilmente il "regno dell'importato" - ed è questa la
dimensione più visibile - il comportamento dell'individuo nella società
e nella vasta area dell'informale rappresenta piuttosto il "regno
dell'indigeno", che non può essere ignorato da una politica verso
l'Africa anche minimamente sensata.
A rendere più ardua la comprensione dei problemi dell'Africa si aggiunge
l'episodicità e strumentalità con cui le crisi dell'Africa vengono
all'attenzione dell'opinione pubblica internazionale. Soprattutto in
Italia i problemi non contano in sé, per la loro rilevanza, o anche per
le possibilità d'azione o influenza da parte nostra, ma perché di questo
o quell'evento si è impossessata la macchina mediatica o perché
un'organizzazione non governativa o una forza politica, Médecins sans
frontières o il Partito radicale, hanno imbastito una campagna tirando
fuorile singole questioni dall'oscurità in cui sono rimaste fino a ieri,
isolando dal proprio ambito naturale problemi oggettivamente gravi anche
a prescindere dalle drammatizzazioni di comodo e suggerendo interventi
che immancabilmente fanno prevalere sulle dinamiche reali in loco le
prospettive esternein funzione degli interessi del centro.
La prima cura di una politica per l'Africa dovrebbe essere la continuità
dell'osservazione dei processi e la loro rigorosa contestualizzazione.
Per evitare eccessive dispersioni, si potrà eventualmente stabilire una
scala di priorità in base alla natura dei problemi o per regione o per
paese. Nel frattempo, le priorità che tradizionalmente valevano per
l'Africa - il Corno quanto alle regioni da privilegiare, la cooperazione
allo sviluppo quanto al metodo - sono andate smarrite. Lo stesso
principio d'autodeterminazione, sicuramente valido per tutto il periodo
della decolonizzazione, è andato stemperandosi in fattispecie di dubbia
consistenza e poco congruenti - da quando viene impugnato da movimenti
locali o partiti tribali di cui non è chiara la rappresentatività - con
obiettivi come la stabilità, i diritti e lo sviluppo.
2.
Alla base della crisi dell'Africa c'è la crisi dello Stato
postcoloniale. Lo Stato istituito al momento dell'indipendenza,
ritagliato sulla mappa geopolitica fissata dalla spartizione dell'Africa
nell'era coloniale, ha tenuto più del previsto. La politica e diplomazia
africana si è rivelata capace in questi 40-50 anni di salvaguardare
l'integrità di una cinquantina di Stati che avevano tutte le sembianze
della fragilità e della provvisorietà. La sola eccezione è l'Eritrea,
staccatasi dall'Etiopia nel 1991, ma l'Eritrea era un caso sui generis e
infatti non ha costituito un vero precedente.
In Africa ci sono Stati artificiali, instabili, divisi, inefficienti o
"falliti" (la Somalia, la Sierra Leone, la Liberia, ecc.) ma le
frontiere hanno resistito agli strappi più che in Asia o nella stessa
Europa centrale e orientale. L'idea - che a tratti affiora a livello di
analisi o di proposta politica – di risolvere le crisi attraverso una
semplificazione della statualità, inseguendo
un'ipotetica"rinazionalizzazione" di Stati che sono nati con strutture
pluralistiche in termini di storia, cultura e/o lingua, è quanto di più
antitetico ci sia rispetto alle logiche delle stesse crisi. Anche le
guerre civili o tribali non puntano a "dividere" ma al controllo dello
Stato così com'è, alla conquista del potere al centro, alle disposizione
delle risorse, al riconoscimento internazionale con relative
rappresentanza verso l'esterno e facoltà di attingere ai flussi
finanziari internazionali.
All'Africa fa difetto una prassi politica in grado di garantire
isituzioni accettate da tutti e la successione al governo fra i gruppi
di potere e persino fra le persone all'interno di un medesimo gruppo di
potere (un regime, un partito, l'esercito). Le grandi potenze si
adoperano in vario modo per promuovere dall'esterno la stabilità e la
democrazia. Una forma di pressione abituale è costituita dalle
condizionalità che corredano gli aiuti e i crediti concessi dagli
organismi finanziari ed economici internazionali o dai singoli donatori.
Anche l'Italia ha mescolato vere o finte condizionalità a quelle che
dovrebbero essere le finalità più genuine dell'aiuto pubblico (lo
sviluppo, l'interazione, la riduzione dei divari, ecc.).
L'introduzione di norme impersonali e al di sopra delle parti, tali da
assicurare a tutti (leaders politici e militari, individui, gruppi,
popolazioni urbane e rurali) un eguale diritto di cittadinanza - sul
modello di una nazione civica dimenticando l'omogeneità "nazionale" che
è una causa perduta nelle condizioni storiche dell'Africa - richiede uno
sforzo che verosimilmente solo i popoli africani possono compiere. La
democratizzazione non riguarda solo la società ma deve investire la
natura stessa dello Stato. E qui riaffiora la specificità dello Stato
africano ricordata più sopra.
3.
Il cosiddetto "afropessimismo" è sempre in agguato. Una decina di anni
fa il continente parve entrare in una fase di crescita e di stabilità.
Si parlò di rinascita o addirittura di rinascimento. Il settimanale
inglese "Economist" diede la sua benedizione alla novità dedicando
all'Africa un lungo servizio molto ottimista, annunciato in copertina
con un titolo basato su un giuoco di parole che suonava più o meno così:
"Dall'emergenza in Africa all'Africa emergente". L'Africa "emergeva",
usciva dal buio, letteralmente dal black out durato per circa vent'anni
dopo le speranze fatte presagire dall'ondata delle indipendenze negli
anni '60.
Alla base di tanto entusiasmo c'erano sia fatti che pii desideri. Con il
decennio iniziato nel 1990 molti paesi africani avevano effettivamente
imboccato una strada di riforme ispirate a principi di liberalizzazione,
sia in termini economici che in termini politici. Furono introdotte
Costituzioni che ammettevano il pluralismo e il multipartitismo. Qua e
là si svolsero elezioni con il corredo delle garanzie necessarie.
Il singolo fatto più importante fu lo smantellamento dell'apartheid in
Sud Africa. E' finito un regime odioso e il più importante Stato del
continente è stato restituito alla politica dell'Africa mettendo
finalmente in circolo le sue risorse, la sua forza economica e politica,
mentre il grande fascino personale di Nelson Mandela, incoronato
presidente nel 1994, riempiva un vuoto nella leadership del continente
nero che si era aperto con l'uscita di scena dei "padri della patria",
dei Senghor, dei Nyerere..Dopo aver colpevolmente tollerato il razzismo,
il mondo non ha compreso l'enorme valore del processo che si è compiuto
in Sud Africa. Forse non si vuole ammettere che accettare e praticare il
"plurale" voluto dalla storia - alla sola condizione di ripudiare il
razzismo e la discriminazione - è meglio che pretendere di
territorializzare" i diritti dei popoli o le aspettative delle
minoranze. Il Sud Africa dovrebbe costituire un termine di riferimento
di ogni politica intesa ad alleviare i problemi della transizione in Africa.
Magari senza esaudire fino in fondo le aspettative, negli ultimi 10-15
anni l'Africa ha conosciuto progressi notevoli In molti paesi africani,
soprattutto nella regione che dal Corno si spinge verso i Grandi Laghi
fino al Congo, si è prodotta una mutazione di gruppi dirigenti. Al posto
di regimi che coltivavano il caos come solo rimedio all'impotenza dello
Stato e alla mancanza di risorse da distribuire, intanto ai propri
clienti, sono arrivati al potere governi che interpretano gli interessi
di ceti in crescita, che credono, fosse pure a proprio profitto, nelle
regole del giuoco prendendo per buona la sfida della globalizzazione. E'
presto per stabilire quali possibilità concrete di innescare un processo
di stabilità e di sviluppo abbia questa svolta. La guerra fra Eritrea e
Etiopia scoppiata nel 1998, fra due paesi che sembravano dei capisaldi
del "nuovo ordine", è un segnale inquietante. Resta il fatto che la
successione in paesi come il Ruanda, l'Uganda, forse la Nigeria e, con
molti interrogativi, il Congo-Zaire, oltre all'Etiopia (l'Eritrea
rischia di finire nel novero egli Stati "falliti"), ha rappresentato un
salto di qualità effettivo e duraturo.
Gli Stati Uniti, con una forzatura, hanno salutato a suo tempo questi
governi come "democratici". Ma essi non sono democratici. Molto più
semplicemente, essi praticano il libero mercato come discepoli molto
diligenti. Per il resto, quei governi hanno una irresistibile vocazione
all'uso della forza e rappresentano una minoranza nel paese, i tutsi per
esempio in Ruanda e in Burundi o i tigrini in Etiopia. La loro
legittimazione discende dall'aver vinto una guerra civile, che non a
caso gli americani chiamavano di "liberazione" senza meravigliarsi di
prendere in prestito una classificazione del movimento antimperialista.
La successiva sanzione di tipo democratico, dove e quando sono state
indette elezioni con un minimo di garanzie, è stata un passaggio poco
più che formale.
Un grosso inconveniente dal punto di vita dell'etica politica e
dell'emulazione virtuosa è che in Africa le guerre hanno cambiato il
panorama politico molto di più delle elezioni. Anche dove si sono tenute
elezioni fair and free, secondo la formula delle organizzazioni
internazionali, in genere le elezioni si sono ridotte al confronto fra
due personalità o due partiti che rappresentavano uno stesso,
circoscritto gruppo di potere e quasi sempre l'esito elettorale si è
deciso su basi regionali o etniche invece che su alternative di
programmi. E' con le guerre che si sono affermati i governi più risoluti
a chiudere con il passato fatto di instabilità, conflittualità e
illegalità. Ma un regime che nasce dalla forza sarà probabilmente
portato a confidare nella forza per affrontare i problemi che via via si
presentano.
I gruppi dirigenti che cercano di normalizzare le istituzioni e di
rispettare almeno sommariamente il principio del rule of law, confidando
nello sviluppo anche dei paesi africani grazie ai processi di
internazionalizzazione, hanno rotto con il colonialismo, il
neocolonialismo e lo stesso anticolonialismo. Essi appartengono a tutti
gli effetti a un contesto postcoloniale. Questi gruppi dirigenti non
hanno dunque nessun motivo per mantenere rapporti privilegiati con le ex
potenze coloniali. Il termine di riferimento è sempre di più e sempre
più chiaramente l'America. Si deve agli aiuti finanziari dei grandi
organismi internazionali e all'assistenza soprattutto in campo militare
degli Stati Uniti se paesi relativamente piccoli come il Ruanda e
l'Uganda possono aspirare a esercitare una politica di potenza in una
regione cruciale come quella dei Laghi, che rigurgita di risorse
economiche e strategiche.
4.
Il cambiamento in corso in Africa è derivato essenzialmente
dall'evoluzione e diversificazione delle singole società africane, dai
movimenti popolari, dalle scelte delle élites. Fra gli incentivi al
cambiamento ci sono anche le opportunità offerte dall'economia mondiale.
L'Africa ha spazi per future dislocazioni industriali, è abitata da
masse rurali in via di urbanizzazione che saranno in un domani
produttori e consumatori, possiede enormi risorse minerarie ed
energetiche che finora non sono state adeguatamente valorizzate perché
remote e più costose delle risorse di regioni come il Mediterraneo,
l'Asia del Sud-Est o l'America latina ed è destinata a rimpiazzare
gradualmente regioni nevralgiche ma politicamente infide, troppo
inquinate e in via di esaurimento quanto alla possibilità di assicurare
all'Occidente le necessarie fonti d'energia.
L'Africa non è più immune dai contraccolpi della "grande politica". Gli
Stati Uniti stanno sostituendo ovunque le ex-potenze coloniali, a costo
di suscitare le gelosie della Francia, che corre ai ripari per
conservare quello che una volta era noto come il suo pré carré, l'orto
di casa, ma che è sempre più in perdita di influenza persino in paesi
fedelissimi e controllatissimi come il Senegal o Gibuti o la stessa
Costa d'Avorio, dove il presidente Laurent Gbagbo accusa Parigi di
appoggiare i "ribelli" e lascia in tendere di volersi rivolgere a Bush.
D'altra parte, i nuovi dirigenti africani per formazione ed esperienza
hanno meno motivi dei vecchi per appoggiarsi al colonialismo o al
neocolonialismo. Se debbono nuotare nel mare aperto dell'economia
globalizzata, tanto vale rivolgersi agli Stati Uniti, che possono
fornire loro più aiuti, più copertura militare.
Nei primi anni '90 subito dopo la prima guerra del Golfo, il presidente
Bush senior improvvisò un disgraziato intervento militare in Somalia,
l'Operazione Restore Hope, alla quale finì per accodarsi anche l'Italia.
Quell'iniziativa sembrava destinata a includere almeno il Corno d'Africa
nel sistema di sicurezza degli Stati Uniti - a fini strategici e per
l'approvvigionamento di risorse naturali vitali per l'economia americana
- come appendice del Medio Oriente. L'intervento diede risultati
disastrosi. Per molto tempo la lezione fu: mai più un'altra Somalia, mai
più interventi senza fini precisati in anticipo, mai più operazioni di
state-bulding. Nella prospettiva degli Stati Uniti, è come se l'Africa
non meriti neanche che si faccia la guerra per controllarla. Diversa
almeno in ciò dal Medio Oriente. L'Africa è lontana, imprevedibile.
Anche davanti a crisi come quella del Ruanda nel 1994 è preferibile
l'astensione. Se gli Stati Uniti oggi si danno tanto da fare per il
Darfur è perché hanno degli obiettivi politici nell'area non per
l'emergenza umanitaria, che viene talvolta, non si sa con quale
fomdamento, definita "genocidio".
Il coinvolgimento dell'Africa nei processi di militarizzazione si sono
intensificati, un po' paradossalmente se si pensa che si era soliti
spiegare le guerre in Africa con la confrontazione Est-Ovest, nel
diverso clima del post-bipolarismo. Esigenza reale o pretesto, con la
lotta contro il terrorismo si spiegano alleanze, patti, campagne di
addestramento, forniture di armi che drenano i già magri bilanci dei
paesi assistiti, eccetera. Il business privato della difesa è stato
rivelato al grosso pubblico dai fatti bellici in Iraq, ma le compagnie
che procurano a contratto servizi logistici e manovalanza nel campo
della sicurezza si sono diffuse in Africa già parecchio tempo fa come
conseguenza della crisi dello Stato impiegando fra gli altri ex-militari
o esperti della sicurezza sudafricani smobilitati dopo la fine del
regime bianco. In prima fila nell'organizzare il riarmo e gli scenari
militari dell'Africa ci sono, come è logico, gli Stati Uniti. E' così
che gli americani stanno allestendo una rete di protezione che riguarda
in via prioritaria la fascia immediatamente a sud dell'Africa araba
collegando il Sahel al Corno d'Africa attraverso il continente (donde lo
"scontro" sul Sudan).
Dopo l'11 settembre, l'Africa ha acquistato ancora più importanza sul
piano strategico. Per il timore che la Somalia potesse diventare un
secondo Afghanistan venne messo allo studio un altro intervento nella
povera e derelitta Somalia, ma ci si è accontentati di un fuoco di
sbarramento preventivo a fini di deterrenza. Ultimamente, gli Stati
Uniti hanno concentrato molti sforzi sul Sudan, che è uno Stato più
solido e che, una volta piegato ai voleri della politica americana,
magari sfruttando strumentalmente le condizioni di conflitto che si è
venuta a creare nel Darfur, può completare la fascia-tampone dal Senegal
a Gibuti. Trasformare uno Stato come il Sudan, imbevuto di Islam
politico dall'inizio della sua storia e con un sistema politico che nei
periodi di democrazia si è articolato in partiti che erano di fatto la
voce delle confraternite, in un bastione anti-Islam è solo uno degli
esempi di una politica che nel perseguire la "sicurezza" dell'Occidente
suscita in Africa lacerazioni e instabilità.
Anche se a differenza della politica tradizionale delle ex-potenze
coloniali, la politica americana in Africa è proiettata nel futuro e
mostra una certa lungimiranza, essa resta pesantemente condizionata da
presupposti che non coincidono necessariamente con la democrazia e lo
sviluppo dell'Africa. Gli obiettivi sono sempre gli obiettivi "globali"
che stanno a cuore agli Stati Uniti.
L'amministrazione repubblicana è arrivata al potere con una piattaforma
elettorale cheignorava l'Africa e accusando Clinton e per lui i
democratici di aver disperso risorse preziose in un continente
"inutile". Ma Bush junior è stato costretto ben presto a dedicare al
continente nero molta attenzione e non solo per l'ovvia predisposizione
di autorevoli esponenti afro-americani dell'amministrazione come Colin
Power e la Rice. L'Africa è una priorità sia per la questione del
terrorismo sia per le risorse - anzitutto il petrolio - che può fornire
allo sviluppo dell'economia mondiale.
La Francia, estromessa persino da suoi antichi feudi, ha reagito molto
male a questa evoluzione. La cattiva gestione dell'intervento in Costa
d'Avorio, con continue oscillazioni fra governo e ribelli, lo dimostra.
La Francia ha il torto di appoggiarsi a gruppi dirigenti obsoleti, in
perdita di egemonia, che rispondono solo a logiche clientelari o
neocoloniali. In queste condizioni, anche conoscendo bene i sottintesi e
le manipolazioni della politica americana, è difficile per l'Italia e
l'Europa in generale solidarizzare con la Francia nelle sue politiche in
Africa.
5.
La cooperazione allo sviluppo, che aveva lo scopo di integrare la
periferia in una specie di semiperiferia semisviluppata avvicinandola al
centro, ha perso in buona parte la sua funzione perché l'integrazione
dopo la fine del bipolarismo Est-Ovest viene perseguita attraverso la
guerra. La "guerra infinita" nel Medio Oriente e nel cuore dell'Eurasia
è lì a provarlo. La cooperazione si sta rivolgendo così sempre di più
alla gestione dell'emergenza, per calamità naturali o per i dissesti
provocati da fatti bellici, perdendo di vista lo sviluppo e
incoraggiando, paradossalmente, l'irresponsabilità dei governi. Sui
possibili danni nel medio o lungo periodo degli aiuti alimentari, basta
consultare l'ampia letteratura in merito.
L'idealtipo della politica di cooperazione che anche l'Italia pratica
ormai con tutto un arco di paesi mediterranei e nordafricani è il
trasferimento della strumentazione tecnico-militare e di intelligence
per impedire l'emigrazione clandestina, prevenire il terrorismo e -
quando non sia l'offa che viene data in cambio al paese assistito -
frenare i traffici illeciti di armi, droga o preziosi contrabbandati o
trafugati. A parte le aberrazioni di un simile approccio, umiliante per
entrambi i contraenti, il trend sta portando alla riabilitazione del
commercio di armi. Anche la cancellazione del debito che di tanto in
tanto viene esposta come fiore all'occhiello di questo o quel governo,
anche in Italia, è come l'"indultino" per svuotare le carceri: serve
soprattutto a rilanciare esportazioni che riprodurranno corruzione e
dipendenza.
Nei rapporti bilaterali e multilaterali l'Africa non sollecita neppure
più il classico "aiuto". Si tratti dell'Europa, dei G8 o di altre sedi,
insiste per una forma di partnership. Sono Sud Africa e Nigeria che
fungono da portavoce riconosciuti del continente a livello
internazionale. Per essere più convincenti i governi africani sono
soliti fare propri, con uno zelo a volte eccessivo, tutti i paradigmi
della globalizzazione:il governo della legge, il mercato, il
neo-liberismo. Il proposito è di ricavare tutti i vantaggi che la
cultura dominante promette a chi adotta comportamenti virtuosi. I
benefici non sono stati immediati. C'è anche chi dubita che nelle
condizioni di inferiorità in cui si trova l'Africa sia in grado di
inserirsi con successo nel filone della globalizzazione. Persino in Sud
Africa gli indici sociali sono peggiorati dopo l'abrogazione
dell'apartheid invece di migliorare.
L'Africa sconta ritardi e insufficienze imputabili all'ambiente, alla
storia, alla cultura. Le quote dell'Africa nel commercio mondiale, negli
investimenti, nella partecipazione alla formazione del prodotto lordo
sono insignificanti, intorno al 2 per cento, contro una popolazione che
è circa il decimo della popolazione mondiale. Ma se per il resto del
mondo può apparire trascurabile, l'Africa è molto vulnerabile ai fattori
esterni e dipende dai flussi esterni per la sua stessa sopravvivenza.
L'Unione africana (Ua), la nuova organizzazione continentale che nel
2002 ha preso il posto dell'Organizzazione dell'unità africana (Oua),
dimostra di voler passar sopra al dogma della non-interferenza negli
affari interni dei paesi membri in temi come i diritti umani e la
risoluzione dei conflitti pur di evitare interventi "pesanti" da parte
delle grandi potenze. Il caso della "conversione" di Ghedddafi, che si
accusa per vecchi atti di terrorismo e che si mette al servizio sia
della nonproliferazione che del pattugliamento dei mari, meriterebbe un
discorso a parte ma va preso comunque come un indizio eloquente.
Purtroppo le risposte che l'Africa ha ricevuto sono deludenti. Alle sue
proposte di affrontare con impegno e reciprocità le scadenze dello
sviluppo e della stabilità l'Europa, anche nei consessi a livello di Ue
e vecchia Oua, ha ribattuto sui soliti chiodi: emigrazione clandestina,
terrorismo, traffici illeciti. Come se toccasse all'Africa - e fosse
alla sua portata - risolvere le contraddizioni delmondo globalizzato.
L'Italia - all'interno dell'Unione europea ma sapendo che l'Ue in quanto
tale non riesce adesprimere una politica unitaria nemmeno in Africa e
tanto meno in Africa (nella sola Somalia sono in lizza almeno tre
diverse politiche europee) - dovrebbe sfruttare quel poco o tanto di
rendita di posizione che le viene dalla collocazione geografica, dal
buon vicinato e dai vincoli storici per promuovere una politica che si
ponga come obiettivo l'integrazione senza conflitto, dialogando con le
forze sociali emergenti senza la pretesa di affrettare dall'esterno i
processi di cambio e coinvolgendo il più possibile su un piede di parità
l' Unione africana.
Relazione durante il corso sulla globalizzazione organizzato dalla Lup
per la Provincia di Milano
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