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GRANELLO DI SABBIA (n°148)
Bollettino elettronico settimanale di ATTAC
Venerdì 10 marzo 2006
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Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia
possibile.
Numero di abbonati attuali: 7 506
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1) Bolkestein : un voto contro l'europa sociale
di Attac Italia
Con 393 voti a favore e 220 contro, la direttiva Bolkestein è stata approvata in prima lettura dal Parlamento Europeo. Il "compromesso" costruito dalle grandi famiglie europee PPE/PSE supera l'opzione del rigetto della direttiva - che pure ha ottenuto 150 importanti voti- e dà una nuova accelerazione al disegno liberista di un'Europa come libero mercato dei servizi, in cui i diritti del lavoro e i diritti sociali diventano variabili dipendenti dell'ossessione competitiva.

2) Direttiva Bolkestein : a che punto siamo ?
di Pierre Khalfa
Quella che segue è un'analisi delle modifiche apportate che non pretende di essere esaustiva anche perché la complessità del diritto europeo sancito dai trattati e modificato dalla successiva giurisprudenza della Corte europea di Giustizia, rende difficile un'interpretazione univoca e richiede comparazioni tra i diversi punti di vista, in modo da presentare infine una valutazione che sia inattaccabile nel dibattito pubblico.

3) Quello che è realmente successo: una lettera di Cindy Sheehan
Come già saprete, la sera di martedì sono stata arrestata poco prima dell'inizio del discorso annuale del presidente sullo stato dell'Unione. Sono senza parole e furibonda per quello che è successo, oltre che piena di dolore per quello che abbiamo perso nel nostro paese. Ci sono state menzogne da parte della polizia e distorsioni da parte della stampa. Desidero quindi raccontarvi quello che è realmente successo.


4) Non è la tortura in sé
di Naomi Klein
Ciò che non ha precedenti non è la tortura in sé, ma il fatto che sia diventata pseudo-legale. I presidenti Usa del passato mantenevano i loro buchi neri segreti. Bush ha spezzato questo tacito accordo.


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1) Bolkestein : un voto contro l'europa sociale
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Con 393 voti a favore e 220 contro, la direttiva Bolkestein è stata approvata in prima lettura dal Parlamento Europeo. Il "compromesso" costruito dalle grandi famiglie europee PPE/PSE supera l'opzione del rigetto della direttiva - che pure ha ottenuto 150 importanti voti- e dà una nuova accelerazione al disegno liberista di un'Europa come libero mercato dei servizi, in cui i diritti del lavoro e i diritti sociali diventano variabili dipendenti dell'ossessione competitiva. Perché di questo si tratta, anche nel nuovo testo modificato. Non c'è più il principio del paese d'origine, ma la libera prestazione dei servizi fra i paesi dell'Unione potrà essere esercitata senza nessun vincolo; vengono infatti mutuate "sic et simpliciter" le normative Gats dell'Organizzazione Mondiale del Commercio e nella stesura definitiva sono stati eliminati perfino i deboli richiami alla difesa dei consumatori. Permane la deregolamentazione totale del lavoro autonomo, ovvero la spinta ad un' ulteriore accelerazione della precarizzazione dei contratti di lavoro. Risulta confermata la messa sul mercato di moltissimi settori di servizi pubblici - la cui estensione e portata sarà più chiara una volta visto l'effettivo testo uscito dalla votazione di 404 emendamenti, spesso contraddittori fra loro- e si relegano le assemblee elettive, dai municipi ai governi nazionali a meri osservatori del libero fluire della circolazione dei servizi. Con il voto di oggi, si conferma la distanza fra l'Europa delle elites politico-economiche e l' Europa dei popoli, che anche in questi giorni, con le due mobilitazioni dell'11 e del 14 a Strasburgo, avevano dimostrato il loro netto rifiuto delle politiche liberiste e il loro desiderio di un'Europa sociale e di pace. Di fronte a questo quadro, risultano francamente incomprensibili le grida di vittoria della dirigenza europea della CES, il cui segretario Monks sembra non accorgersi delle differenti posizioni assunte da forti e importanti categorie europee, Funzione Pubblica in primis. E anche le esultanze in casa riformista, sembrano non vedere né i dissensi interni - i socialisti francesi e belgi- né calibrare gli abbracci mortali in cui hanno finito per ritrovarsi. Come faranno gli spasimanti nostrani - Ds e Margherita- del futuro partito democratico a spiegare ai loro elettori che hanno votato in totale sintonia con Forza Italia? Il voto del Parlamento Europeo, pur essendo ancora solo un passaggio e non la conclusione dell'iter, è un voto politicamente pesante. Dice a chiare lettere come le elites politico-economiche dell'UE intendano superare l'evidente crisi del modello di integrazione europea, spingendo l'acceleratore sull'approfondimento delle politiche liberiste, anziché sul loro abbandono come chiedono le popolazioni, che hanno bocciato il Trattato Costituzionale, che hanno punito i governi liberisti nelle elezioni politiche, che si sono mobilitate a livello europeo contro la direttiva Bolkestein. Ai movimenti sociali e sindacali, alla società civile più generale il compito e la responsabilità di un salto di qualità nei prossimi mesi - e nel FSE di Atene a maggio- affinché la mobilitazione, nei singoli paesi e a livello europeo si allarghi e si approfondisca. Perché se Europa sarà, potrà esserlo solo dalla rottura con le politiche liberiste e dal riconoscimento fondativo di uno spazio pubblico dei diritti sociali, del lavoro e di cittadinanza. Che altro significa altrimenti la democrazia?

ATTAC ITALIA


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2) Direttiva Bolkestein : a che punto siamo ?
di Pierre Khalfa
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Il Parlamento Europeo, il 16 febbraio 2006 ha adottato in prima lettura la proposta di Direttiva sui servizi nel mercato interno, detta Direttiva Bolkestein. Il testo adottato, risultato di un "compromesso" tra il Partito Popolare Europeo e il Partito Socialista Europeo, è sensibilmente diverso dalla proposta iniziale della Commissione. Quella che segue è un'analisi delle modifiche apportate che non pretende di essere esaustiva anche perché la complessità del diritto europeo sancito dai trattati e modificato dalla successiva giurisprudenza della Corte europea di Giustizia, rende difficile un'interpretazione univoca e richiede comparazioni tra i diversi punti di vista, in modo da presentare infine una valutazione che sia inattaccabile nel dibattito pubblico.


I poteri della Commissione (leggermente ridimensionati)

Avendo redatto la proposta iniziale, la Commissione aveva introdotto un articolo particolarmente pernicioso (Art. 15,6) che di fatto metteva le legislazioni nazionali sotto il controllo della Commissione stessa. Quell'Articolo obbligava ogni Stato Membro a comunicare alla Commissione i suoi progetti di modifiche regolamentari o legislative rese necessarie ai fini dell'applicazione della direttiva. In base alle proprie valutazioni, la Commissione poteva a sua volta adottare una decisione che chiedesse a quello Stato di sopprimerle. Questo Articolo, che rafforzava i poteri della Commissione, è stato soppresso.


I servizi pubblici

I servizi d'interesse generale (SIG) sono esclusi dal campo di applicazione della Direttiva, ma essa si applica ai servizi d'interesse economico generale (SIEG) "vale a dire ai servizi che corrispondono a una attività economica e che sono aperti alla concorrenza" (Considerando 8bis).
In realtà, la distinzione tra SIG e SIEG è molto fuorviante.
In effetti, nel rapporto sui servizi d'interesse generale presentato al Consiglio europeo di Laeken alla fine del 2001, la Commissione rileva che "non è possibile stabilire a priori un elenco definitivo di tutti i servizi di interesse generale da considerarsi come non economici". Si basa per questo sull'interpretazione di una sentenza della Corte di Giustizia1 secondo la quale "costituisce attività economica qualsiasi attività consistente nell'offrire beni e servizi su un dato mercato". Con una tale definizione, tutto, eccetto le attività "di governo" dello Stato, può essere considerato come "attività economica" e quindi assoggettato alle regole della concorrenza. Quello che i sostenitori del "compromesso" presentano come una grande vittoria, si rivela così molto poco rilevante. Tuttavia, la direttiva ora esclude nettamente un certo numero di attività inerenti i servizi pubblici o attività dipendenti dal potere pubblico. In totale, e sperando di non aver dimenticato niente: accesso ai fondi pubblici, servizi sociali, edilizia popolare (finanziamento, sistema di aiuti, criteri di assegnazione), servizi per l'infanzia e la famiglia, servizi finanziari, servizi sanitari e farmaceutici tra i quali i rimborsi delle spese sostenute per cure, l'audiovisivo ivi compreso il cinema, i giochi d'azzardo, le professioni associate all'esercizio del potere pubblico, la fiscalità, le attività sportive amatoriali.

D'altra parte, sono esclusi con una precisione maggiore che non nel testo originale, i servizi di trasporto, compresi i trasporti urbani, i servizi portuali, i taxi e le ambulanze. In compenso i trasporti di denaro o di persone defunte sono compresi nella direttiva.

La direttiva non si applica alle telecomunicazioni. L'Art. 16 della direttiva sulla libera prestazione di servizi (vedere più avanti) non si applica ai servizi postali, al trasporto e distribuzione dell'elettricità e del gas. Sono deroghe che non avranno alcuna conseguenza pratica perché questi settori sono già oggetto di direttive di liberalizzazione. Invece quell'articolo non si applicherà al trattamento dei rifiuti e ai servizi di depurazione delle acque (due novità), né ai servizi di fornitura e distribuzione dell'acqua.

La ragione imperativa dell'interesse generale che già appariva nella direttiva originale, qui è precisata e rafforzata. Essa si richiama "tra le altre, alle seguenti motivazioni: protezione dell'ordine pubblico, della sicurezza pubblica, della sicurezza sociale e della sanità pubblica, mantenendo l'equilibrio finanziario del sistema di sicurezza sociale, in particolare mantenendo cure mediche eque per tutti, la tutela dei consumatori, dei destinatari dei servizi, dei lavoratori, l'equità delle transazioni commerciali, la lotta contro le frodi, la protezione dell'ambiente in particolare l'ambiente urbano, la salute degli animali, la proprietà intellettuale, la conservazione del patrimonio nazionale storico e artistico o gli obiettivi di politica sociale o culturale (Art. 4).


Il diritto del lavoro

Le formulazioni vaghe della direttiva originale, vengono ora precisate. Il diritto del lavoro è esplicitamente escluso dalla direttiva. "La presente direttiva non si applica al diritto del lavoro, cioè alle disposizioni legali o contrattuali riguardanti le condizioni d'impiego, ivi compresa la salute e la sicurezza sul lavoro, e i rapporti tra datori di lavoro e lavoratori, e non vi incide in nessun modo. In particolare, la direttiva rispetta pienamente il diritto di contrattare, concludere, estendere ed applicare i contratti collettivi, e il diritto di sciopero e quello di assumere iniziative sindacali in conformità alle norme che regolano i rapporti di lavoro negli Stati membri. Non incide neppure sulla legislazione nazionale in materia di sicurezza sociale negli Stati membri". (Art. 1,7)

È chiaramente affermato il prevalere della Direttiva 96/71/CE sul distacco dei lavoratori, e del Regolamento 1408/71 sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, secondo cui: "le persone che risiedono sul territorio di uno degli Stati membri sono soggette agli obblighi e hanno accesso ai benefici della legislazione di ogni stato membro. Non solo, le agenzie di lavoro interinale sono escluse dal campo di applicazione della direttiva.

Resta il problema dei "lavoratori indipendenti" che non sono compresi nella direttiva sul distacco dei lavoratori (si applica il regolamento 1408/71. È un grosso problema per il fatto che i "falsi indipendenti" tendono a moltiplicarsi. Ed è una tentazione ricorrente in certe imprese, comprese le francesi, di trasformare i loro dipendenti in "indipendenti" per sottrarsi agli obblighi del diritto del lavoro. Già ora vi sono imprese subappaltatrici di grandi gruppi che fanno venire gli operai dai paesi ultimi arrivati nella UE, presentandoli come lavoratori indipendenti. Rischiano così di essere aggirate tutte le disposizioni di tutela dei lavoratori contenute nella Direttiva sul distacco dei lavoratori, tanto più che l'Art. 4 indica che può essere considerata come "prestatrice" una "persona fisica". È una porta spalancata ai "finti indipendenti".


Il controllo sulle imprese

È un punto fondamentale. Il progetto iniziale di direttiva rendeva impossibile, di fatto, il controllo delle imprese da parte dei pubblici poteri. Il controllo era di competenza dei paesi d'origine e una molteplicità di norme mirava a rendere impossibile per lo Stato in cui la prestazione veniva erogata, gettare il minimo sguardo sulla loro attività. A rendere impossibile il controllo erano in particolare due disposizioni dell'Art. 24: lo Stato non poteva imporre ad un'impresa di avere un suo rappresentante "in loco"; l'impresa non era tenuta a registrarsi presso le autorità pubbliche e nemmeno a fornire un indirizzo legale.

La linea adottata dal Parlamento Europeo modifica sensibilmente questo dato. Non è più il paese d'origine, ma lo Stato membro di destinazione, quello a cui compete il controllo dell'attività del prestatore di servizi sul proprio territorio (Art.5). L'Art. 24 è soppresso. Uno Stato potrà quindi richiedere ad un'impresa di avere un proprio rappresentante sul posto e potrà imporle una dichiarazione e sarà obbligata a fornire un indirizzo ufficiale (Art. 32,1). Il concetto di stabilimento è meglio precisato poiché si specifica che "una semplice cassetta postale non costituisce una sede". Però è assai poco probabile che questa disposizione rappresenti davvero un impedimento. Sarà sempre possibile per una grande impresa francese creare una filiale in uno dei nuovi Paesi dell'allargamento, e potere così in seguito operare in Francia.

D'altra parte, il problema del controllo sulle imprese, pur risultando possibile giuridicamente, in pratica sarà difficilissimo da attuare e infatti già oggi viene regolarmente aggirato sia per quanto riguarda il diritto del lavoro sia per le norme di protezione dei lavoratori dipendenti, e sarà ancor più difficile alla luce dei requisiti di ogni genere imposti dalla direttiva.

Il regime di autorizzazione non cambia molto rispetto alla direttiva iniziale. Nuovi "considerando" insistono sul fatto che può essere invocata la motivazione imperativa dell'interesse generale per imporre un regime di autorizzazione, soprattutto in materia di sanità pubblica, di protezione dei consumatori, di salute animale, di tutela dell'ambiente, e di ambiente urbano. Tuttavia, un "considerando" (27 quinquies) indica che "tali regimi di autorizzazione e tali restrizioni non possono (...) essere concepiti nel senso di ostacolare i servizi transfrontalieri che rispondono alle esigenze degli Stati membri. Inoltre, i principi di necessità e di proporzionalità devono essere sempre rispettati". Insomma, passi la ragione imperativa d'interesse generale, ma che non ostacoli gli scambi. Si profilano delle belle battaglie giuridiche davanti alla Corte di Giustizia.


Il principio del paese d'origine

Era il cuore della direttiva. L'espressione "principio del paese d'origine (PPO) scompare dalla direttiva, tranne che nella forma di "regole del paese d'origine" in due punti, nei "considerando" 6(2) e 40bis (3). L'Art. 16, che nella direttiva originale era dedicato al PPO, è stato riformulato e il suo titolo diventa "Libera prestazione di servizi". È importante analizzare in dettaglio tale articolo per capire le conseguenze delle modifiche apportate.

Il principio del PPO è sostituito dalle seguenti disposizioni: "Gli Stati membri rispettano il diritto dei prestatori di servizi di fornire un servizio in uno Stato membro diverso da quello nel quale hanno sede. Lo Stato membro nel quale è fornito il servizio garantisce il libero accesso all'attività di servizio come pure il suo libero esercizio sul suo territorio"
È la libera prestazione di servizi.

Segue un elenco di provvedimenti vietati, temperato solamente dalla possibilità di uno Stato di "imporre dei requisiti riguardanti la prestazione dell'attività di servizio, per ragioni di ordine pubblico, di tutela ambientale e di salute pubblica". L'Art. 3.3 a sua volta precisa che "il consumatore beneficierà in ogni caso della protezione che gli è accordata dalla legislazione relativa alla protezione dei consumatori in vigore nello suo Stato membro".

Nel dibattito parlamentare i Verdi, la GUE e una parte del PSE avevano chiesto di indicare chiaramente che il diritto del paese di destinazione, e cioè il diritto del paese in cui viene fornita la prestazione del servizio, si applica alla "libera prestazione di servizi". Ma è stato respinto.
Quale sarà allora il diritto da applicare?

Diversi articoli del Trattato istitutivo della comunità europea, sono dedicati al diritto di stabilimento e ai servizi. Sono gli Articoli che vanno dal 43 al 55. Essi hanno per oggetto la libertà di insediamento e la libertà di prestazione di servizi. Il PPO non solo è assente ma l'Articolo 43 del trattato recita che la libertà di stabilimento si realizza "in base alle norme di legge stabilite dal paese d'insediamento per i propri cittadini". Inoltre, l'Art. 50 del trattato recita che "il prestatore può, per l'esecuzione della sua prestazione, esercitare, a titolo temporaneo, la propria attività nel paese in cui la prestazione è fornita, alle stesse condizioni imposte da quello stesso paese ai propri cittadini". È questo l'Articolo che aveva fatto dire a Raoul Marc Jennar che il PPO era in contrasto con il Trattato. Bisogna però studiare accuratamente la giurisprudenza della Corte per quanto riguarda l'applicazione di questi Articoli, per coglierne appieno la portata. Per complicare il tutto, la Direttiva recita all'Art. 3.2. che essa "si applica, fatto salvo il diritto internazionale privato, in particolare il diritto internazionale privato che disciplina i legami d'obbligo contrattuale e non contrattuale" (Roma I e Roma II). Il diritto internazionale privato si applica ai rapporti tra imprese e tra queste e i consumatori. In quest'ultimo caso, la direttiva precisa che si applica il diritto del paese del consumatore (vedere sopra). Nel caso dei contratti tra imprese, il diritto internazionale privato lascia libertà di scelta alle parti contraenti. In generale, in assenza di una scelta esplicita il diritto che viene applicato , tra l'impresa prestatrice e il suo cliente, è quello del paese d'origine.

La situazione è dunque molto complessa e darà luogo ad un'incertezza giuridica foriera di molti ricorsi alla Corte di giustizia. C'è da temere che questa si pronunci in un unico senso, quello a favore di sempre più concorrenza.


Conclusioni provvisorie

La direttiva adottata dal Parlamento europeo ha eliminato gli aspetti più ultra-liberisti del testo proposto dalla Commissione. È il primo risultato della mobilitazione dell' opinione pubblica. La direttiva resta comunque inaccettabile: il diritto del lavoro nazionale potrà essere aggirato, la possibilità di un controllo reale sulle imprese non è garantita, non è chiaramente definito quale diritto si applica alla prestazione di servizi, l'ambito di applicazione della direttiva comprende una parte di servizi pubblici.

Ma è la logica stessa della direttiva che bisogna mettere in discussione. Direttiva liberalizzatrice, essa precisa in un nuovo "Considerando" (21bis) che "le disposizioni in materia di procedure amministrative non mirano ad armonizzare le procedure stesse ma hanno lo scopo di eliminare i regimi autorizzativi, le procedure e le formalità" . Il rifiuto dell'armonizzazione comporta la concorrenza tra gli Stati il cui risultato altro non è che una generale corsa al ribasso. La direttive rappresenta dunque un ulteriore passo avanti nella costruzione dell'Europa da parte del mercato.
Bisogna respingerla.
Bisogna organizzare le mobilitazioni necessarie, a livello nazionale ed europeo, affinché venga ritirata


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3) Quello che è realmente successo: Una lettera di Cindy Sheehan
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31 gennaio 2006

Cari amici,
come già saprete, la sera di martedì sono stata arrestata poco prima dell'inizio del discorso annuale del presidente sullo stato dell'Unione. Sono senza parole e furibonda per quello che è successo, oltre che piena di dolore per quello che abbiamo perso nel nostro paese. Ci sono state menzogne da parte della polizia e distorsioni da parte della stampa. (Sorpresa!)

Desidero quindi raccontarvi quello che è realmente successo.

Nel pomeriggio, durante l'incontro "The People's State of the Union Address" a Washington D.C. dove mi accompagnavano i deputati Lynn Woolsey e John Conyers, Ann Wright, Malik Rahim e John Cavanagh, la Woolsey mi ha consegnato un biglietto per assistere al discorso di Bush quella sera. In quel momento indossavo una maglietta con la scritta: "2245 morti. Quanti altri ancora?" Dopo la conferenza stampa del People's State of the Union, mi sono chiesta se volevo realmente recarmi ad ascoltare il discorso di Bush al Campidoglio, perché l'idea non mi piaceva. Sapevo che George Bush avrebbe detto delle cose che mi avrebbero ferita e mi avrebbero irritata e sapevo che non potevo interropere il discorso perché Lynn Woolsey mi aveva dato il biglietto e non volevo mancarle di rispetto. Avevo infatti già dato il biglietto a John Bruhns che fa parte di Iraq Veterans Against the War. L'ufficio stampa di Woolsey aveva però già contattato i media e tutti sapevano della mia presenza, mi sono quindi fatta coraggio e sono andata.

Mi sono fatta ridare il biglietto da John Bruhns e mi sono incontrata con un rappresentante dello staff del deputato Barbara Lee nel Longworth Congressional Office Building e ci siamo recati al Campidoglio tramite i passaggi sotterranei. Ho superato due controlli di sicurezza.Il mio biglietto era per la quinta galleria, prima fila, quarto posto. La persona che mi avrebbe arrestato pochi minuti dopo, mi ha aiutato a trovare il mio posto. Mi ero appena seduta e sentivo caldo dopo aver fatto tre piani di scale a piedi ed ho quindi aperto la felpa. Mi sono girata verso la destra mentre me la toglievo e lo stesso poliziotto ha visto la maglietta e ha gridato "Manifestante!" È venuto di corsa, mi ha trascinato via dal mio posto e violentemente (tenendomi le mani dietro le spalle) mi ha spinto su per le scale. Gli ho detto qualcosa come: "Sto andando, perché questi modi così violenti?" A proposito, il suo nome è Mike Weight. Il poliziotto correva con me verso l'ascensore gridando a tutti "lasciate passare". Quando siamo arrivati all'ascensore, mi ha messo le manette e mi ha portato fuori per aspettare l'arrivo della polizia. Uscendo dal palazzo qualcuno ha detto, "Quella è Cindy Sheehan". E allora il poliziotto mi ha detto di fare attenzione ai gradini. Ho risposto: "Non era così preoccupato prima, mentre mi trascinava su per le scale". Al che ha risposto: "Perché stava manifestando". Incredibile, mi trascinano fuori dalla Camera, la nostra Camera, perché "manifestavo".

Nessuno mi aveva detto che non potevo portare quella maglietta alla Camera. Nessuno mi ha chiesto di toglierla né di chiudere la giacca. Se me l'avessero chiesto, l'avrei fatto, e dopo avrei scritto sulla soppressione del mio diritto di espressione. Sono stata immediatemente e violentemente (ho i lividi per dimostrarlo) portata via e arrestata per "condotta illegale". Dopo avermi catalogato gli effetti personali e preso le impronte digitali, è arrivato un sergente simpatico che ha visto la mia maglietta, commentando: "2245 eh? Io sono appena tornato dall'Iraq". Gli ho spiegato che avevo perso mio figlio in Iraq. In quel momento, l'enormità di tutto quello che avevo perso mi ha colpito. Ho perso mio figlio. Ho perso il mio diritto di espressione, garantito dal Primo emendamento. Ho perso il paese che amavo. Che fine ha fatto la mia America? Mi sono messa a piangere dal dolore.

Per quale motivo è morto mio figlio Casey? Per quale motivo sono morti gli altri 2244 coraggiosi soldati americani? Per quale motivo decine di migliaia di loro sono ancora lì? Per questo? Non posso neanche indossare una maglietta che riporta il numero di soldati uccisi da George Bush e le sue politiche arroganti e ignoranti. Indossavo la maglietta per fare una dichiarazione. La stampa sapeva che sarei stata presente e ho pensato che ogni tanto mi avrebbe ripresa con la maglietta. Non l'ho indossata con l'idea di interrompere il discorso, altrimenti avrei aspettato e aperto la giacca durante il discorso di Bush. Se avessi saputo quello che succede a persone che indossano magliette che mettono i neoconservatori a disagio, che sarei stata arrestata, forse l'avrei pure fatto, ma non l'ho fatto.

Girano tante storie fantasiose su quello che è successo.

Ho incaricato degli avvocati di preparare una battaglia legale sulla questione della libertà d'espressione. E farò causa. È ora di riprendere le nostre libertà e il nostro paese. Non voglio vivere in un paese che proibisce a qualunque persona, che abbia pagato o meno il prezzo più alto per quel paese, di indossare, dire, scrivere o comunicare al telefono qualsiasi dichiarazione critica sul governo. È per questo che intendo riprendere le mie libertà. Per questo non permetterò a Bush co. di portare via altro né da me né da voi. Ringrazio i 200 manifestanti che sono venuti al carcere mentre ero detenuta per esprimere il loro sostegno... abbiamo tanto potenziale per fare del bene... c'è molto di positivo in tanta gente. Dopo quattro ore di detenzione in due diversi carceri, sono stata rilasciata. Di nuovo vi dico che sono talmente sconvolta e arrabbiata che non riesco neanche a pensare.

Continuate a lottare? vi prometto che sarò con voi.

Con affetto e speranze di pace,

Cindy

(Traduzione di Stephanie Westbrook e Andrea Spila)


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4) Non è la tortura in sé
di Naomi Klein
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Ciò che non ha precedenti non è la tortura in sé, ma il fatto che sia diventata pseudo-legale. I presidenti Usa del passato mantenevano i loro buchi neri segreti. Bush ha spezzato questo tacito accordo. Era la "Mission Accomplished" del secondo mandato di George Bush, e un annuncio di quel genere avrebbe richiesto una locazione adeguata. Ma quale poteva essere il migliore sfondo per l'infame dichiarazione "noi non pratichiamo la tortura"? Con la sua caratteristica audacia, la squadra di Bush ha stabilito che quel luogo sarebbe stato Panama City.

Era certamente una scelta coraggiosa. Ad un'ora e mezza di strada dal luogo in cui Bush pronunciava il suo discorso, infatti, i militari Usa dal 1946 al 1984 hanno gestito la Scuola delle Americhe (SOA), una controversa istituzione che se avesse avuto un motto sarebbe certamente stato "Noi torturiamo". È qui, a Panama, come sarà più tardi sarebbe stato nella sede di Fort Benning in Georgia, che possono essere rintracciate le radici degli attuali scandali sulla tortura.

Come descritto da alcuni manuali di addestramento, gli studenti del SOA - militari e ufficiali provenienti da tutto l'emisfero - venivano addestrati in molti di quegli "interrogatori coercitivi" che ora ritroviamo ad Abu Ghraib e a Guantanamo: cattura il mattino presto per massimizzare lo shock, immediato imbavagliamento e bendaggio, nudità imposta, deprivazione e sovraccarico sensoriale, manipolazione del sonno e del cibo, umiliazioni, temperature estreme, isolamento, posizioni di stress, e molto di peggio.

Nel 1996 l'Intelligence Oversight Board del Presidente Clinton ammise che le materie di insegnamento previste dagli Usa passavano sopra a "esecuzioni di guerriglia, abuso fisico, coercizione e falsi imprigionamenti". Alcuni tra coloro che avevano fatto parte della scuola di Panama avrebbero commesso alcuni dei crimini di guerra più feroci del continente: gli assassini dell'arcivescovo Romero, e di sei preti gesuiti a El Salvador, il sistematico rapimento di bambini dei desaparecidos in Argentina, il massacro di 900 civili in El Mozote, El Salvador, e molti altri golpe militari la cui lista è troppo fitta per potere esser elencata in questa sede.

Tuttavia, nell'ambito delle analisi del discorso di Bush nessun singolo importante mezzo d'informazione ha menzionato questa triste storia. Come mai? Perché ciò avrebbe reso necessario menzionare qualcosa di totalmente assente dal dibattito: l'ammissione del fatto che la tortura viene utilizzata dai militari Usa sin dalla guerra del Vietnam.

È una storia ampiamente documentata in una valanga di libri, documenti desegretati, manuali di addestramento della CIA, registrazioni di dibattimenti nei tribunali e commissioni varie. Nel suo libro appena uscito, A Question of Torture, Alfred McCoy sintetizza questa evidenza, fornendo una sconcertante descrizione di come nel 1950 mostruosi esperimenti finanziati dalla CIA su pazienti affetti da problemi psichiatrici e prigionieri si siano trasformati in una cornice per quello che l'autore chiama "no touch torture", sistemi di deprivazione sensoriale e dolore autoinflitto. McCoy mostra come questi metodi siano stati testati sul campo dagli agenti della CIA in Vietnam nell'ambito del programma Phoenix e come, successivamente, siano stati importati in America Latina sotto le sembianze di "police training".

Non sono soltanto coloro che giustificano la tortura che ignorano questa storia quando parlano degli abusi come di "alcune mele marce". Un sorprendente numero di eminenti oppositori della tortura continua a raccontarci che l'idea di torturare i prigionieri è apparsa per la prima volta tra gli ufficiali a partire dall'11 settembre 2001, quando sono usciti allo scoperto i dettagli dei metodi usati a Guantanamo dalle sadiche menti di Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Fino a quel momento ci è stato detto: "L'America ha combattuto i suoi nemici mantenendo intatto il proprio rispetto per l'umanità".

Il principale diffusore di questa storia (quella che Garry Wills ha definito "l'assenza di peccato originale") è il senatore John McCain. Scrivendo su Newsweek della necessità di bandire la tortura, McCain dice che quando era un prigioniero di guerra ad Hanoi, arrivò presto alla conclusione che "noi eravamo diversi dai nostri nemici... noi, se i ruoli fossero stati invertiti, non avremmo disonorato noi stessi commettendo o approvando un trattamento così violento verso di loro".

È una sconvolgente distorsione storica. Dai tempi in cui McCain venne preso prigioniero, la CIA ha lanciato il cosiddetto "programma Phoenix" e, come ha scritto McCoy, "i suoi agenti hanno operato in quaranta centri di interrogatori nel Sud del Vietnam che hanno ucciso più di 20.000 sospettati e ne hanno torturati molti di più".

Per caso rende meno gravi gli orrori odierni ammettere il fatto che non è la prima volta che il governo americano utilizza la tortura, che ha utilizzato prigioni segrete già da molto tempo prima, che ha supportato attivamente regimi che cercavano di cancellare le dissidenze lanciando gli studenti dagli aeroplani? E che, più vicino a noi, fotografie di linciaggi e di torture venivano vendute e scambiate come trofei di guerra? Molti pensano di sì. L'8 Novembre, il democratico del Congresso Jim McDermott ha fatto lo sconvolgente annuncio alla Camera dei Rappresentanti che l'America non ha mai avuto problemi circa la sua integrità morale, fino ad oggi".

Altre culture si rapportano con l'eredità della tortura dichiarando "Mai più!" Perché così tanti americani insistono nell'affrontare l'attuale crisi gridando "Mai prima"? Sospetto che ciò sia dovuto al sincero rifiuto di voler comunicare i crimini perpetrati dall'amministrazione nel passato. E oggi il ricorso così palese alla tortura non ha precedenti.

Ma bisogna avere le idee chiare su ciò che non ha precedenti: non la tortura in sé, ma la spudoratezza con cui se ne parla. I presidenti del passato mantenevano i loro buchi neri segreti; i crimini venivano commessi, ma nell'ombra, ufficialmente condannati e negati. L'amministrazione Bush ha spezzato questo tacito accordo: dopo l'11 settembre si chiedeva il diritto di torturare senza vergogna, grazie alla legittimazione di nuove definizioni e di nuove leggi. Nonostante tutti i discorsi fatti sulla tortura al di fuori dei confini Usa, l'innovazione reale è stata averla riportata tra le mura domestiche, con i prigionieri che subiscono abusi da cittadini americani in prigioni americane e vengono trasportati in nazioni terze attraverso aerei americani. È questo affrancamento dall'etichetta di clandestinità che è così figlia di questa amministrazione politica e militare: Bush ha derubato tutti dell'imbarazzo di dover negare. Questa rottura ha un enorme significato. Quando la tortura viene praticata di nascosto ma ufficialmente e legalmente viene ripudiata, c'è ancora la speranza che, se le atrocità vengono esposte, la giustizia possa prevalere.

Quando invece la tortura diventa pseudo-legale e i responsabili negano che si tratti di tortura, quello che muore è ciò che Hanna Arendt chiamava "la persona giuridica nell'uomo". Presto le vittime non si daranno più da fare per cercare giustizia, sicuri come sono dell'inutilità - e del pericolo - che caratterizza una richiesta del genere. È una visione molto più grande di quello che succede dentro le camere della tortura, quando ai prigionieri viene detto che possono gridare quanto vogliono tanto nessuno può sentirli e nessuno verrà a salvarli.

La terribile ironia antistorica che contraddistingue il dibattito odierno sulla tortura è che nel tentativo di sradicare i futuri abusi i crimini del passato vengono cancellati dalla memoria. Poiché gli Usa non hanno mai avuto commissioni che indaghino sulla verità, la memoria della loro complicità in crimini lontani è stata sempre fragile. Adesso queste memorie svaniscono ancora di più, e gli scomparsi scompaiono di nuovo.

Questa amnesia non va solo contro le vittime: si ripercuote anche su chi cerca di rimuovere la tortura dall'arsenale politico statunitense una volta per tutte. Ci sono ancora segnali del fatto che l'amministrazione Bush affronterà le proteste ritornando al paradigma della negazione. L'emendamento McCain "protegge ogni individuo che sia in custodia o sotto il controllo psichico degli Usa"; non dice niente dell'addestramento alla tortura o della compravendita di informazioni con l'emergente industria dei "mercenari" di interrogatori.

In Iraq il lavoro sporco è sempre stato lasciato nelle mani delle squadre della morte irachene, addestrate dagli Usa e supervisionate da comandanti come Jim Steele, che ha preparato a questo tipo di operazioni predisponendo unità simili a quelle di El Salvador. Il ruolo Usa nell'addestramento e nella supervisione del ministro degli interni iracheno è stato dimenticato, inoltre, quando 173 prigionieri sono stati recentemente scoperti in un luogo di prigionia del ministero, alcuni torturati così ferocemente che la loro pelle era letteralmente caduta. "Guardate, è una nazione sovrana. Il governo iracheno esiste", ha detto Rumsfeld. L'affermazione ha ricordato quelle di William Colby, un uomo della CIA che in un congresso del 1971 di fronte alla domanda sulle migliaia di persone uccise sotto il programma Phoenix - programma che egli stesso aveva contribuito a promuovere - replicò che si trattava di "un'operazione sudvietnamita". Come dice McCoy, "se non si comprendono la storia e il fardello della complicità pubblica e istituzionale, allora non si può pensare di portare avanti riforme significative". I legislatori risponderanno alle pressioni eliminando una porzione dell'apparato di tortura: ad esempio chiudendo una prigione, nascondendo un programma, persino arrivando a chiedere le dimissioni di una mela, oltre che marcia, veramente cattiva come Rumsfeld. Ma, avverte, "la prerogativa della tortura sarà mantenuta".

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