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GLI USA, L'OCCUPAZIONE, LA RESISTENZA IRACHENA
Da Guerre&Pace n.123/124 (di Walter Peruzzi)
Gli
Stati uniti, l’occupazione, la resistenza irachena
La
guerra in Iraq continua ad essere, insieme al conflitto strisciante e
troppo spesso sottovalutato in Afghanistan, la cartina di tornasole
dello "stato di salute" degli Usa e del loro progetto di egemonia
globale. "Se gli Stati Uniti riusciranno a mantenere il controllo
sull'Iraq", ha scritto il 7 luglio scorso Noam Chomsky, "aumenterà in
misura significativa la loro potenza strategica e l'influenza sui loro
grandi rivali nel mondo tripolare che sta prendendo forma da trent'anni
e che si configura così: un Nordamerica dominato dagli Stati Uniti, poi
l'Europa e l'Asia nordorientale - collegata alle economie dell'Asia
meridionale e sudorientale" (in "Internazionale", trad. da
"Zmagazine").
GLI USA VERSO
LA SCONFITTA?
Ma
questo esito è tutt’altro che scontato e anzi sono sempre più quanti,
come Jim Lox, professore associato di Economia del Perimeter College
della Georgia, insistono nel paragonare il "pantano" iracheno a quello
vietnamita, facendo imbestialire Condoleeza Rice e gli altri esponenti
dello staff di Bush. Secondo Immanuel Wallerstein la partita in Iraq è
già perduta per gli Stati Uniti, in quanto essi non sarebbero in grado
di fare tre cose indispensabili per vincere: "sconfiggere la resistenza
irachena; istituire in Iraq un governo stabile che sia amico degli USA;
conservare l'appoggio del popolo americano mentre si fanno le prime
due" (in "Fernand Braudel Center", 15 agosto 2005).
Sintomi
di questa disaffezione del popolo americano per l’avventura irachena
sono il precipitoso calo della popolarità di Bush (e della guerra) nei
sondaggi ma soprattutto quello che taluni giornali a grande tiratura
chiamano Il disfacimento dell’esercito (v. articolo a p. 33 di questo
numero), cioè "una delle più grandi crisi di reclutamento della sua
storia". L’Amministrazione Bush trova sempre più difficile reclutare o
trattenere in servizio gli arruolati, mentre cresce la campagna, pur
minoritaria, per il ritiro delle truppe dall’Iraq (v. scheda
Riportiamoli a casa ora, p. 36). Anche Chomsy coglie in questa crisi
dell’esercito un’analogia con il Vietnam: "Se si guardano i giornali
delle forze armate alla fine degli anni sessanta si scriveva su 'come
possiamo togliere di qui questo esercito oppure l'esercito sta per
crollare' - in modo assai simile a quanto ha detto il capo dell'Army
reserves due o tre giorni fa. Ha detto che questa forza sta andando al
collasso" (da "International Relations Center", 26 gennaio 2005).
L’IRAQ NON È
IL VIETNAM
Molti,
sia negli Stati Uniti sia in Europa, ritengono tuttavia che non si
possa affatto parlare di sconfitta statunitense in Iraq anche per
almeno due ragioni che rendono la situazione di quel paese
profondamente diversa da quella del Vietnam, nonostante alcune
analogie.
Sul
piano internazionale, ad esempio, negli anni del Vietnam i governi
occidentali manifestavano sostegno e "comprensione" agli Usa, ma ad
essi si contrapponeva un forte campo socialista che sosteneva la
resistenza vietnamita e favoriva lo svilupparsi di una mobilitazione
incessante in suo appoggio a livello mondiale. Oggi invece, quantunque
il sostegno dei governi occidentali a quello statunitense sia
tutt’altro che univoco, e non siano state ancora ricomposte le tensioni
con la "vecchia" Europa, scoppiate al momento dell’invasione del 2003,
i governi europei continuano ad essere invincibilmente subalterni e non
in grado di contrapporsi al predominio globale degli Stati uniti, né
intenzionati a farlo. La Cina, unico potenziale rivale a livello di
stato, ma ormai non più di sistema sociale, è ancora lontana… In questo
contesto, e con un movimento di contestazione della globalizzazione
capitalista che ha rivelato in questi anni tutta la sua forza ma anche
i suoi numerosi elementi di fragilità, non pare impossibile che gli Usa
mantengano il controllo dell’Iraq e del Medio Oriente anche contro il
consenso delle popolazioni e senza riuscire a stabilizzare in Iraq un
governo "amico", anzi alimentando e sfruttando a loro vantaggio
l’instabilità del paese.
Determinante
è anche la debolezza della resistenza irachena, di cui diremo più
avanti, se paragonata con quella vietnamita, che seppe dar vita a un
unico Fronte di liberazione, con un programma politico chiaro e un
fortissimo radicamento interno oltre che con un grande consenso
internazionale.
USA: CRESCENTI DIFFICOLTÀ POLITICHE… Nonostante
questo, e su ciò tutti sembrano concordi, gli Usa si trovano oggi in
una grave impasse, e devono fronteggiare in Iraq crescenti difficoltà
sia politiche sia militari.
Un
primo elemento da considerare è la complessità stessa della società
irachena, attraversata da tensioni fra molteplici soggetti che, anche
quando non apertamente ostili agli invasori, perseguono obiettivi
propri la cui convergenza con quelli statunitensi è almeno
problematica. Fanno eccezione i due maggiori partiti kurdi, che
vogliono una struttura federale gradita anche agli Usa perché rende il
paese più debole, diviso e meglio controllabile. Ma è diverso il caso
dei gruppi politici e dei partiti sciiti interessati, più che gli Usa
stessi, allo svolgimento di elezioni che hanno dato loro la maggioranza
e intenzionati, almeno in prospettiva, a imporre la sharia e a
ristabilire relazioni amichevoli con l'Iran. Ciò, secondo Chomsky, è
"l'ultima cosa che gli Stati Uniti vogliono" e comunque pone loro non
pochi problemi, anche se al momento i dissensi sono stati accantonati
per cercare di far fronte comune contro la forte minoranza sunnita che
al tempo di Saddam governava il paese ed oggi è la forza più ostile
all’occupazione.
… E MILITARI
A
queste tensioni politiche, che si riflettono nella fragilità del
governo e nelle difficoltà di approvare la costituzione, si aggiunge la
scarsa capacità statunitense di controllare militarmente un territorio
su cui agiscono in combutta o in contrasto fra loro, moltiplicando
attentati e carneficine, gruppi armati della più diversa natura: agenti
dei servizi segreti, criminalità organizzata, terroristi in prevalenza
non iracheni che si è soliti collegare ad Al Qaeda o Al Zarqaui, tutti
convergenti nel rendere impossibile stabilizzare il paese e garantire
la sicurezza della popolazione. Se tale instabilità può essere fra gli
obiettivi degli occupanti stessi, perché legittima la loro presenza
finché non si consolidi un governo "amico" autorevole, essa si ritorce
tuttavia contro gli stessi soldati Usa, oltre che contro i civili
iracheni, causando ingenti perdite umane e, come si è già detto,
frustrazione nell’esercito occupante e malumore nell’opinione pubblica
statunitense. .
LE MOLTEPLICI
FORME DELLA RESISTENZA ALL’OCCUPAZIONE
La
causa prima delle difficoltà che stanno incontrando i soldati Usa sta
comunque nella mancanza di consenso fra la popolazione, che nella sua
maggioranza non li ha accolti come "liberatori" ma come "invasiori",
anche per la quotidiana arroganza e brutalità dei loro comportamenti. A
ciò ha risposto un’ostilità diffusa presto sfociata in molteplici forme
di resistenza all’occupazione.
Tale
resistenza si è espressa attraverso manifestazioni popolari talora
pacifiche talora violente in varie parti del paese, soprattutto in
quelle a predominanza sunnita; nell’attività delle organizzazioni per
la difesa dei diritti umani, con alcune delle quali hanno stabilito
attive relazioni anche i pacifisti italiani (vedi La parola agli
iracheni, p.…); in una miriade di agguati, attentati e azioni di
sabotaggio condotte da gruppi armati ma non assimilabili, se non nella
strumentale propaganda occidentale, al terrorismo, cioè agli attentati
indiscriminati contro i civili, benché non si possano escludere in
singoli casi derive condannabili di questo tipo (come spesso accade nei
movimenti di resistenza).
Ciò
è stato ribadito a più riprese dai pochi esponenti della resistenza
armata usciti alla scoperto, come il laeder dell’Alleanza Patriottica
Irachena Abduljabbar al-Kubaysi o un portavoce della guerriglia di
Baghdad, noto con il nome di battaglia di Abu Moussa e intervistato da
"La Stampa" nel settembre 2004. "Noi siamo la resistenza, non quelli
che sequestrano e sgozzano", ha dichiarato, "Noi uccidiamo solo chi
collabora con gli invasori… Quanto alle autobombe, quelle piazzate da
noi rappresentano forse il dieci per cento del totale e si dirigono
sempre verso basi americane o sedi di uffici che collaborano con
l'occupante… Non abbiamo alcun interesse a colpire la popolazione
perché la popolazione è sempre più dalla nostra parte".
MA CHI È LA
RESISTENZA?
Resta
tuttavia estremamente difficile identificare la resistenza armata, sia
nel senso di conoscerne i programmi, sia nel senso di capire quale peso
reale abbiano in essa o se ne abbiano, quanti dicono di rappresentarla
da Abu Moussa, ex-esponente del partito Baath, vicino a Saddam, ad
al-Kubaysi, sempre di area baathista ma che a Saddam si era opposto ed
è rientrato solo recentemente dall’esilio.
La
clandestinità in cui inevitabilmente opera chi ha scelto la lotta
armata, la mancanza di tradizioni e figure politiche democratiche
preesistenti cui riferirsi, dati i trent’anni di dittatura che hanno
portato all’eliminazione di molti intellettuali di sinistra e a una
profonda crisi delle organizzazioni comuniste, l’esistenza di una
costellazione di gruppi divisi da profondi contrasti, sono altrettanti
elementi che rendono difficile capire cos’è, chi è e in quale
prospettiva agisce la resistenza irachena.
Nonostante
questo sembra di poter dire che l’asse portante è rappresentato da
sunniti che il qualche modo, o in differenti modi, si richiamano al
partito Baath e alla sua ispirazione nazionalista, laica e
modernizzatrice, ma inquinata nel recente passato da un forte
bonapartismo e dal ruolo assunto come strumento della dittatura di
Saddam, che ha finito per ridurre le simpatie popolari. La posizione
predominante dei sunniti e dei baathisti nell’epoca di Saddam ostacola
anche la creazione di un fronte unito non solo con i gruppi sciiti più
moderati, che oscillano fra opposizione e collaborazione con gli Usa,
ma anche con quello più radicale del Mullah Moqtada al-Sadr. Va anche
detto che in quest’ultimo movimento è molto forte l’ispirazione
religiosa islamica.
In
altre parole la resistenza irachena non sembra ancora in grado di
unirsi, condizione indispensabile per la vittoria, e sulla base di un
programma laico e democratico di liberazione nazionale. In questo senso
si deve parlare di una sua debolezza, che rende anche difficile
rapportarsi ad essa.
SENZA LA
RESISTENZA IRACHENA IL MONDO NON SAREBBE MIGLIORE
L’aspirazione
a liberarsi dall’occupazione straniera e a disporre del proprio destino
è tuttavia molto forte in larghi settori del popolo iracheno e si
manifesta sia nelle proteste e nelle iniziative pacifiche, sia nella
lotta armata.
In
un dibattito del dicembre 2004 a Mestre lo scrittore pakistano Tariq
Alì chiedeva polemicamente "se il mondo sarebbe oggi un luogo migliore
senza la resistenza irachena" e concludeva invitando a sostenerla.
Credo che il suo invito vada raccolto e inteso nel senso più ampio del
termine.
Mi
pare sbagliato considerare riduttivamente resistenza, come fanno
taluni, solo quella che "spara" e addirittura aberrante non distinguere
chi, come Al Qaeda, resistenza non è ma solo terrore funzionale alla
lotta per il potere contro gli Stati uniti e al dominio oscurantista
sull’Iraq.
Altrettanto
riduttivo mi sembra negare la positività (e non solo la legittimità in
punta di diritto) della resistenza armata che è probabilmente in varie
situazioni l’unica forma di resistenza concretamente possibile a molti
iracheni, l’unica alternativa alla sottomissione, data la brutalità
dell’occupazione e dati i livelli politici o i mezzi di cui si trovano
a disporre.
La
lotta armata degli iracheni, non meno della loro resistenza pacifica, è
un contributo importante alla sconfitta dell’egemonia globale
statunitense. Come tale va aiutata dal movimento antiguerra a crescere,
in senso quantitativo e qualitativo, rivendicando non solo la sua
legittimità ma la sua positività, denunciando i tentativi di
confonderla con il terrorismo e stabilendo, per quanto possibile,
rapporti con i suoi esponenti, per meglio conoscerli e discuterne,
anche criticamente, i programmi.
Da Guerre&Pace n.123/124 |
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