GRANELLO DI SABBIA (n°152)
Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC
Venerdì 12 maggio 2006
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Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia possibile.
Numero di abbonati attuali: 7 571
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Indice degli argomenti  


Alternative in Movimento
Quinta Assemblea Nazionale di Attac Italia
Napoli, 20-21 Maggio 2006
Programma e logistica aggiornati

1) FSE di Atene: l’altra Europa che c’è
Riflessioni dopo il Forum Sociale Europeo di Atene
Di Marco Bersani - Attac Italia
Non era scontata la riuscita di questo FSE : dopo quello di Londra, che aveva evidenziato le difficoltà di allargamento dei movimenti, e dopo questi ultimi due anni che, pur caratterizzati da importanti mobilitazioni (il No al Trattato Costituzionale di Francia e Olanda, la campagna per il ritiro della direttiva Bolkestein, la recente mobilitazione francese che ha ottenuto il ritiro del CPE, fra le altre), avevano visto arretrare l’idea di una dimensione continentale della strategia dei movimenti.

2) Dichiarazione dell’assemblea dei movimenti del 4° Forum sociale europeo
Atene, 7 maggio 2006

3) Tempi duri per la nuova Europa
di Charles Wyplosz (Professore di Economia all’Istituto Universitario di Studi Superiori Internazionali di Ginevra) I nuovi membri dell’Unione Europea desiderano adottare l’euro non appena possibile. La definizione della parola “possibile” è chiara: così come i Paesi della vecchia Europa, essi devono soddisfare ai criteri di convergenza di Maastricht.

4)Banca Mondiale: giù la maschera!
Lanciata nel 1996, l’iniziativa PPTE doveva regolare definitivamente il problema del debito di 42 Paesi molto poveri e molto indebitati. Ma questa iniziativa si è rivelata un fiasco.

5)Risoluzione del Parlamento europeo sul quarto Forum mondiale dell'acqua (Città del Messico, 16-22 marzo 2006)

6)Wolfowitz e la Banca Mondiale: privatizzare l'acqua
di Hedelberto Lòpez Blanch
Il messaggio della Banca Mondiale è arrivato come una spada di Damocle che pende sulle nazioni in via di sviluppo: il paese che rifiuterà di privatizzare i servizi pubblici di acqua potabile e fognature non riceverà finanziamenti internazionali per le altre necessità.


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Alternative in Movimento - Quinta Assemblea Nazionale di Attac Italia
Napoli, 20-21 Maggio 2006
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Napoli, 20-21 maggio 2006
Alternative in Movimento
Assemblea nazionale di ATTAC Italia

lunedì 1 maggio 2006 - versione stampabile

Quest’anno l’assemblea nazionale di Attac sarà non soltanto un momento di confronto interno all’associazione, ma aperto a tutte le compagne e i compagni che hanno lottato insieme a noi nei movimenti antiliberisti di questo ultimo anno.

Proponiamo infatti di discutere delle prospettive delle nostre mobilitazioni comuni e anche in generale sul ruolo politico dei movimenti sociali nella prossima fase, dopo la sconfitta elettorale del governo Berlusconi. Per questo invitiamo a discutere con noi i sindacati, i collettivi studenteschi, i comitati contro le privatizzazioni, i comitati No TAV, le associazioni e le reti antiliberiste, le esperienze di altra economia, gli/le intellettuali vicini ai movimenti...

L’assemblea si terrà presso la sala Santa Chiara a piazza del Gesù.

Per maggiori informazioni
http://italia.attac.org/spip/rubrique.php3?id_rubrique=153

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PROGRAMMA
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Sabato 20 maggio
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ore 10,30

L’altra economia in movimento

con Andrea Baranes (ATTAC Italia), Alberto Castagnola (economista Rete Lilliput), Andrea Di Stefano (direttore rivista Valori), Stefano Lucarelli (Università Politecnica delle Marche), Sabina Siniscalchi (Fondazione Banca Etica)

ore 14,30

Stop Bolkestein: no alla privatizzazione dei servizi pubblici europei

con Alessio Aringoli (coordinamento dei collettivi universitari Roma, coautore di Studiare con lentezza), Marco Bersani (ATTAC Italia) Luciano D’Antonio (lavoratore Publiacqua, Tavolo toscano acqua), Rosa Pavanelli (FP-CGIL), Alex Zanotelli (missionario comboniano)

ore 17,30

Salario e diritti: i movimenti contro la politica dei redditi

con Giorgio Cremaschi (serg. naz. FIOM-CGIL), Franco Lovascio (SinCobas, comitato promotore legge di iniziativa popolare "Per una nuova scala mobile"), Guido Lutrario (Action), Severo Lutrario (ATTAC Italia), Gabriel Rosenman (portavoce assemblea nazionale degli studenti francesi)
Domenica 21 maggio

ore 9

Assemblea finale: Dove vanno i movimenti?

con Paolo Beni (Presidente Nazionale ARCI), Piero Bernocchi (Conf. Cobas), Marco Bersani (ATTAC Italia), Giorgio Cremaschi (serg. naz. FIOM-CGIL), Nicoletta Dosio (Movimento No Tav).

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INFO LOGISTICHE
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Dove dormire

E’ possibile prenotare i posti nell’ostello di Mergellina (via Salita della Grotta) per la notte tra il 20 e il 21 maggio, in camerata (14 €) o in camera doppia (18 €). Dalla stazione centrale (piazza Garibaldi) è possibile raggiungere l’ostello in metropolitana (linea 2) scendendo a Mergellina.

Per gli studenti e i disoccupati ci stiamo organizzando per l’ospitalità presso i compagni di Attac Napoli.

Per prenotare un posto in ostello o a casa dei compagni, chiamare Lia al 3384451293 o mandare una mail a [EMAIL PROTECTED]

Per chi volesse andare in albergo, è conveniente prenotare il prima possibile. E’ possibile effettuare ricerche e prenotazioni via internet tramite il sito venere.com

Ci vediamo a Napoli!


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1) FSE di Atene: l’altra Europa che c’è
Riflessioni dopo il Forum Sociale Europeo di Atene
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di Marco Bersani - ATTAC Italia

25.000 iscritti, 30000 partecipanti (2000 italiani) agli oltre 250 seminari, tra 80 e 100 mila alla manifestazione conclusiva. Questi i numeri del Forum Social Europeo di Atene, che confermano il ruolo di attrazione di questi appuntamenti e che consegnano ai movimenti importanti passi avanti.

Non era scontata la riuscita di questo FSE : dopo quello di Londra, che aveva evidenziato le difficoltà di allargamento dei movimenti, e dopo questi ultimi due anni che, pur caratterizzati da importanti mobilitazioni (il No al Trattato Costituzionale di Francia e Olanda, la campagna per il ritiro della direttiva Bolkestein, la recente mobilitazione francese che ha ottenuto il ritiro del CPE, fra le altre), avevano visto arretrare l’idea di una dimensione continentale della strategia dei movimenti.

Da questo punto di vista Atene ha rappresentato un deciso passo in avanti, da diversi punti di vista.

A partire dall’allargamento. Almeno 5000 partecipanti venivano dall’est europeo e dai Balcani, segnando, di conseguenza e per la prima volta, una presenza di massa e non più solo di pochi delegati da quelle aree. Non è certo solo la presenza a far divenire automatico l’intreccio, ma da Atene, dove la presenza c’è stata, si sono poste le basi per importanti percorsi futuri.

Significativo anche il “rientro” di aree, nello specifico quella cattolico-sociale (Caritas in primo luogo), che negli ultimi tempi non avevano più riconosciuto il FSE come il luogo di connessione delle proprie istanze di lavoro sociale nei territori; presenza che ha dato, anche visivamente, la netta percezione di una ricomposizione del movimento no-global, rispetto al FSE di Londra, dove invece il Forum sembrava essere solo il luogo delle aree più politicizzate e radicali.

Per quanto riguarda lo svolgimento del Forum, sembra ormai definitivamente acquisito il cambiamento già avvenuto all’ultimo Forum Sociale Mondale di Porto Alegre. Fine delle plenarie come sfilata dei grandi nomi e spazio al reticolo di campagne e percorsi di rete, che nei forum trovano lo spazio per approfondire il proprio cammino, per intrecciarlo con quello di altri, per costruire agende comuni. I “grandi nomi” non sono mancati, ma non più come presenze a sé stanti e in buona parte autoreferenziali, bensì inseriti dentro la concretezza delle mobilitazioni in corso, dando al Forum Sociale di Atene quell’importante connubio di “universalità popolare di massa” (moltissimi i giovani e gli ‘esordienti’ anche a questo Fse) e di costruzione di reti europee.

Ed è sul lavoro delle reti che si sono segnati i punti di avanzamento maggiore. Impossibile enumerare la quantità di percorsi espressa nei tre giorni di Atene da più di 30 reti diverse, difficile fare una gerarchia delle priorità. Ma vale la pena segnalare il lavoro sui temi che paiono aver consolidato o raggiunto una consapevolezza della necessità di una dimensione continentale delle lotte. La guerra, innanzitutto. Non più vista solo come mobilitazione per il sacrosanto ritiro immediato delle truppe di occupazione dall’Iraq e dall’Afghanistan, o come sostegno alle legittime rivendicazioni dei popoli palestinese e curdo, bensì come scenario complessivo di un’ Europa di pace, con la dismissione delle basi militari, la riduzione delle spese militari, la fuoriuscita dallo “scontro di civiltà” e da un’economia bellica e securitaria. E i migranti, ovviamente. Ad Atene, per la prima volta, tutte le reti migranti hanno costruito un percorso seminariale comune e un’ agenda di mobilitazione europea, consapevoli dello stretto intreccio tra le politiche liberiste e il disegno di un’Europa “fortezza”. Notevolissimo avanzamento hanno avuto ad Atene le lotte contro la precarietà, con affollatissime assemblee nelle quali la recente e vittoriosa mobilitazione degli studenti francesi ha dato il giusto contributo al consolidamento di reti europee ancora frammentate per poter replicare automaticamente e su scala europea quanto successo in Francia.

Una vera e propria novità è stata rappresentata dalla nascita della Rete Europea per i servizi pubblici, che, attraverso sette seminari e la partecipazione di più di 40 tra organizzazioni sindacali e movimenti sociali, ha approvato “la dichiarazione di Atene” e costruito un percorso comune, mettendo a frutto e rilanciando quanto si è costruito in questi anni sulle lotte contro l’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (Gats) e contro la direttiva Bolkestein. Intrecciando, anche se ancora embrionalmente, importanti connessioni sia con reti già consolidate come il Forum della Sanità e il Forum dell’Educazione, sia con la questione della precarietà in vista di appuntamenti di mobilitazione comune da costruire insieme.

Ma Atene è stata anche la sede dove è giunta a pressocchè ultimativa definizione anche la costruzione della Carta dei diritti dell’Altra Europa, un percorso che in più di due anni ha provato a tracciare una sorta di carta costituzionale europea dal basso e dal punto di vista dei movimenti. Un importante strumento di riconoscimento reciproco, che andrà ora “fatto vivere” direttamente nelle mobilitazioni sociali europee.

In definitiva, Atene ci consegna una importante vivacità dei movimenti europei e un importante penetrazione della capacità di lavoro di rete e connessione, che ora andranno messi al vaglio della capacità di vera costruzione di conflitti di dimensione europea. Un compito arduo, per certi versi poco conosciuto, ma che ad Atene ha posto importanti basi di partenza.

Due parole infine sulla manifestazione per le vie della città di sabato 6 maggio. Una mobilitazione di dimensioni senza precedenti per Atene, un corteo fortunatamente vissuto come una festa da più dell’90% dei partecipanti. Non è stato così per la testa del corteo -dove era concentrata la maggior parte della delegazione italiana- che per tutta la manifestazione ha dovuto gestire la presenza parassitaria di gruppi esterni al Fse (fino a più di 500 persone) che, per tutta la durata della dimostrazione, hanno utilizzato una parte del corteo come veri e propri scudi umani per violenti attacchi alle forze dell’ordine. Nell’assemblea convocata al termine della manifestazione, abbiamo riconosciuto tutti una responsabilità collettiva, i greci per non aver informato gli altri europei della “normalità” di cortei come questi in Grecia, gli europei per non aver mai chiesto che la manifestazione diventasse oggetto di una riunione politica specifica, pur intuendo la possibilità di tensioni e di scontri (che nel corteo si sono verificati anche tra lo spezzone Fse, che ha reagito a queste continue incursioni fuori e dentro le proprie fila, respingendo i gruppi esterni).

Resta l’amarezza di chi trova “ordinaria” la colonizzazione delle proprie manifestazioni da parte di gruppi esterni, resta la rabbia verso gruppi che, in nome di una mal compresa radicalità “anarchica”, non ha il minimo rispetto di chi è sceso in piazza per dimostrare il proprio No a guerra e liberismo, per festeggiare la riuscita di un appuntamento europeo, e non per divenire inconsapevole strumento di una “guerriglia urbana” eterodiretta.

Ma siamo più avanti. Ce la faremo.


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2) Dichiarazione dell’assemblea dei movimenti del 4° Forum sociale europeo
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Atene, 7 maggio 2006

Noi, donne e uomini dei movimenti sociali europei, siamo giunti ad Atene dopo anni di esperienze comuni, lottando contro la guerra, il neoliberismo, tutte le forme di imperialismo, colonialismo, razzismo, discriminazione e sfruttamento, contro il rischio di una catastrofe ecologica. Quest’anno è stato significativo che in molte lotte sociali e campagne sono riuscite a fermare i progetti neoliberisti come la proposta di Trattato Costiuzionale Europeo, la direttiva UE sui Porti e il CPE in Francia. I movimenti di opposizione al neoliberismo stanno crescendo e si stanno scontrando contro il potere delle multinazionali, il G8 e le organizzazioni come il WTO, il FMI e la Banca Mondiale, così come le politiche neoliberiste degli stati e dell’Unione Europea. Si sono materializzati cambiamenti politici importanti in America Latina, che hanno scosso l’offensiva liberale e alcuni casi le mobilitazioni popolari sono riuscite a invertire il processo di privatizzazione. La situazione presente è piena di opportunità ma anche di pericoli drammatici. L’opposizione e la resistenza alla guerra e all’occupazione dell’Iraq hanno dimostrato il fallimento della strategia britannica e statunitense. Il mondo è di fronte all’incubo di una nuova guerra in Iran. La decisione arbitraria della UE di tagliare i fondi all’Autorità Nazionale Palestinese è inaccettabile e peggiora la situazione complessiva. L’oppressione del popolo curdo ancora non è terminata. Le forze conservative nel Nord e nel Sud stanno incoraggiando uno "scontro di civiltà", teso a dividere le persone oppresse, il ché sta producendo di conseguenza violenza inaccettabile, barbarie e ulteriori attacchi ai diritti e alla dignità dei migranti e delle minoranze. Sebbene l’UE sia una delle aree più ricche del mondo, decine di milioni di persone vivono in povertà, sia per la disoccupazione che per la precarizzazione del lavoro. Le politiche dell’UE basate sull’estensione infinita della competizione all’interno e fuori l’Europa, costituiscono un attacco all’occupazione, ai diritti sociali e dei lavoratori, ai servizi pubblici, all’istruzione, al sistema sanitario ecc. L’UE sta progettando la riduzione dei salari dei lavoratori e dei sussidi di disoccupazione, così come la generalizzazione della precarietà. Noi respingiamo questa Europa neoliberista e ogni sforzo di rilanciare il bocciato Trattato Costituzionale; lottiamo per un’altra Europa, una Europa femminista, ecologica, aperta, un’Europa di pace, giustizia sociale, sostenibilità della vita, sovranità alimentare e solidarietà, rispetto dei diritti delle minoranze e autodeterminazione dei popoli. Condanniamo la repressione e la criminalizzazione dei movimenti alterglobalisti e degli altri movimenti progressisti in Europa Orientale e Occidentale. Usciamo dal FSE di Atene avendo fatto un passo avanti verso un coordinamento migliore dei movimenti Orientali e Occidentali, con una comune determinazione di lotta per la pace, il lavoro e un’esistenza sicura. Promuoveremo la nostra agenda di campagne e mobilitazioni europee sui punti principali della nostra piattaforma comune sviluppata nelle reti del FSE. Abbiamo bisogno di coordinare il nostro lavoro, di definire una strategia efficace per il prossimo periodo e di rafforzare e allargare i nostri movimenti. Facciamo appello a tutti i movimenti europei di aprire un largo dibattito per decidere tutti insieme nuovi passi comuni durante i prossimi mesi all’interno del quadro del FSE.
Alcuni eventi importanti sono già in agenda:
Ci mobiliteremo per un ritiro completo delle truppe dall’Iraq e dall’Afganistan, contro la minaccia di una nuova guerra in Iran, contro l’occupazione della Palestina, per il disarmo nucleare, per eliminare le basi militari in Europa e convochiamo una settimana di azione tra il 23 e il 30 settembre 2006. Facciamo appello per una giornata di azione e mobilitazione il 7 ottobre 2006 in Europa e Africa, per una legalizzazione incondizionata e la parità di diritti per tutti i migranti; per la chiusura di tutti i centri di detenzione in Europa, per fermare le espulsioni, per fermare delle deportazioni; contro la precarietà e per rompere il legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro, per una cittadinanza basata sulla residenza. Ci mobiliteremo contro la precarietà e lo smantellamento dei servizi pubblici e per i diritti sociali, coordinando le nostre lotte in tutta Europa nei prossimi mesi. Nel Gennaio 2007 il FSM si incontrerà a Nairobi. La crescita dei movimenti sociali africani è cruciale per il mondo. La costruzione del FSM sarà un’opportunità di lotta contro lo sfruttamento europeo e il neocolonialismo. Nel giugno 2007 ci sarà un incontro del Consiglio dell’Unione Europea e un meeting del G8 a Rostock in Germania, dopo quello di San Pietroburgo nel luglio di quest’anno. Coglieremo queste opportunità per una convergenza generale delle nostre lotte.

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3) Tempi duri per la nuova Europa
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di Charles Wyplosz (Professore di Economia all’Istituto Universitario di Studi Superiori Internazionali di Ginevra)

I nuovi membri dell’Unione Europea desiderano adottare l’euro non appena possibile. La definizione della parola “possibile” è chiara: così come i Paesi della vecchia Europa, essi devono soddisfare ai criteri di convergenza di Maastricht.

La Commissione Europea ha recentemente pubblicato la sua analisi della situazione. Un solo Paese, la Slovenia, può prevedere di adottare l’euro nel 2007, la più vicina data stabilita. Bocciate l’Estonia e la Lituania che, di fatto, hanno adottato l’euro da parecchi anni. Bocciati tutti gli altri Paesi che, tuttavia, desideravano diventare membri a pieno titolo dell’Unione.

Due criteri rendono problematica la situazione nell’uno o nell’altro di questi Paesi. Il primo è il tasso d’inflazione, che non deve superare di oltre il 2% la media dei tre tassi più bassi rilevati nei Paesi della zona Euro. La grande differenza tra la “vecchia” e la “nuova” Europa è che quest’ultima ha un forte tasso di crescita – cosa che spiega la scarsa propensione dimostrata dai suoi cittadini di venirsi a stabilire in Francia o in Germania, dove le prospettive economiche sono piuttosto tristi. Questa crescita rapida è la conseguenza di un processo di rincorsa economica simile a quello che noi abbiamo conosciuto nei gloriosi anni Trenta. Un aspetto di questo fenomeno è che esso tende a generare inflazione. La ragione è semplice. Il livello di vita (prezzi, salari) in Estonia è molto più basso che in Francia. Se, come i criteri di convergenza impongono, l’Estonia fissasse il suo tasso di cambio rispetto all’euro, il solo mezzo per portare i prezzi e i salari a riallinearsi un giorno con quelli della Francia sarebbe che essi aumentassero più velocemente. Semplice, no? Ebbene, no, non per le nostre autorità, che esigono da questi Paesi un tasso di cambio fisso e lo stesso tasso d’inflazione come da noi.

L’altro criterio è quello che riguarda il deficit di bilancio, il famoso 3% che 10 dei 12 Paesi membri della zona euro non hanno rispettato nel 2005. La virtù va mostrata al momento di entrare in questa zona, anche se molti degli attuali membri (fra cui la Francia e l’Italia), a tempo debito, hanno dato prova di una grande inventiva contabile per passare sotto la sbarra del 3%. La maggior parte dei Paesi della nuova Europa sono reduci da quattro decenni di pianificazione centralizzata, con infrastrutture pubbliche degne di Paesi in via di sviluppo. Da allora, essi cercano di riguadagnare il tempo perduto, cosa che, evidentemente, costa cara. Devono pagare tutto in contanti o possono prendere dei prestiti? Un principio elementare è il seguente: si prendono dei prestiti se si prevede un aumento del proprio tenore di vita. E’ proprio ciò che i Paesi della nuova Europa vorrebbero fare, e invece no, è proibito.

Come sono possibili certi errori tecnici? Certo, la maggior parte degli alti responsabili politici non si cura di capire simili dettagli. Ma a queste persone non mancano consiglieri in grado di segnalare loro il problema. Una spiegazione è che bisognerebbe rimettere in causa i criteri di Maastricht e trattare in maniera differente i nuovi Paesi membri. Gli spiriti legalisti s’adombrano per un’idea tanto bizzarra. Altri, addetti di riti iniziatici, ritengono che, per apprezzare veramente la loro assunzione entro la zona Euro, i nuovi membri debbano fare tutto come i vecchi membri. Ma, in fondo, la spiegazione più probabile è che, viste da Parigi o da Berlino, simili questioni sono senza importanza. Vista invece da Tallinn o da Varsavia, la situazione è molto diversa.

L’adozione dell’euro impone di condurre delle politiche economiche eccessivamente restrittive. Già l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Polonia hanno fatto sapere che, secondo loro, il gioco non vale la candela. I populisti e gli anti-europeisti locali sono ben contenti del regalo che gli viene fatto dalla vecchia Europa e non si privano della possibilità di incassarne i benefici elettorali, com’è avvenuto di recente in Polonia. La disillusione nei confronti dell’Europa cresce, preannunciando posizioni più dure al momento dei negoziati, come si è visto poco tempo fa sul tema del budget europeo. Per ammansire i Polacchi, ormai poco propensi a fare concessioni, Angela Merkel ha perfino dovuto tirare fuori il libretto degli assegni.

A poco a poco, questi maltrattamenti scalzano la costruzione europea, perché alimentano il risentimento. Quella di allargare l’Europa era una vera sfida. La costituzione rappresentava un tentativo - claudicante - di migliorare il processo decisionale. Ma, qualunque siano le modalità decisionali, alla fin fine i negoziati si basano sulla volontà politica di suddividere equamente i vantaggi e gli inconvenienti degli uni e degli altri membri. Alla vecchia Europa ammettere i nuovi Paesi membri nella zona euro costerebbe solo un piccolo sforzo di riflessione e d’immaginazione. In cambio la coesione, tanto politica quanto economica, dell’Unione ne sarebbe ampiamente accresciuta. Ma questo non è d’attualità. Tempi duri per gli europei.

Da Telos-eu Agence intellectuelle
3 marzo 2006

Traduzione a cura di Cinzia Vidali

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4)Banca Mondiale : giù la maschera !
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Nove mesi dopo l’annuncio altisonante degli otto Paesi maggiormente industrializzati (G8) a Londra, la Banca Mondiale ha appena rivelato le modalità di annullamento dei crediti che essa detiene nei confronti di 17 Paesi poveri e fortemente indebitati (PPTE). L’accordo, definito “storico” dal presidente della Banca Mondiale, Paul Wolfowitz, riguarda 13 Paesi dell’Africa e 4 dell’America latina. Il debito di questi 17 Paesi verso la Banca Mondiale dovrebbe essere annullato entro il 1° luglio 2006. La Banca Mondiale è in credito di una cifra complessiva di 37 miliardi di dollari, distribuiti su 40 anni. Ma, contrariamente a quanto proclamato dalla Banca Mondiale, non c’è proprio nessuna novità.

Questa decisione si limita a concretizzare, con ritardo, la decisione presa l’anno scorso dal G8. Inoltre, nel corso degli ultimi 10 anni, la Banca Mondiale ha speso soltanto 2,6 miliardi di dollari per ridurre il debito di questi 17 Paesi, quando possiede oltre 38 miliardi di dollari di capitali propri. Dunque essa è ben lungi dall’aver compiuto uno sforzo finanziario significativo, cosa che non le impedisce di conclamare, anno dopo anno, una generosità infondata e usurpata.

Lanciata nel 1996, l’iniziativa PPTE doveva regolare definitivamente il problema del debito di 42 Paesi molto poveri e molto indebitati. Ma questa iniziativa si è rivelata un fiasco: il loro debito è passato da 218 a 205 miliardi di dollari tra il 1996 e il 2003, ovvero una riduzione appena del 6%. Malgrado il fatto che la maggior parte dei Paesi abbiano applicato le ricette economiche draconiane pretese dal FMI e dalla Banca Mondiale, il fardello del debito continua ad essere ben presente. Perché continuare a fidarsi di quelli che hanno già fallito e che vogliono rinnovare gli stessi errori?

Per la Banca Mondiale, il debito è uno strumento di dominio molto apprezzato. In effetti, per ottenere questo annullamento, i 17 Paesi in questione hanno dovuto portare a termine le tappe dell’iniziativa PPTE e realizzare per almeno 4 anni un vero percorso da combattenti neoliberali: riduzione drastica dei budget sociali, privatizzazioni massicce, apertura dei mercati, liberalizzazione dell’economia per il massimo profitto delle società multinazionali e degli investitori internazionali. Ma si tratta di altrettanti colpi durissimi inferti alle condizioni di vita delle popolazioni povere. Tutti questi Paesi, dunque, hanno già pagato a caro prezzo, in termini di sofferenze umane, il diritto di essere eleggibili.

La decisione della Banca Mondiale è inadatta e inammissibile ad un tempo. Inadatta, perché riguarda soltanto un numero molto limitato di Paesi (17, cioè meno del 5% della popolazione dei 165 Paesi definiti “in via di sviluppo”); inammissibile, perché rafforza il dominio che i creditori impongono all’intero pianeta servendosi del debito come intermediario. Il dottor Banca Mondiale fa mostra di prescrivere delle strategie di riduzione della povertà (di fatto, magre somme spolverizzate su pochi progetti sociali), pur nascondendone i gravi effetti secondari: in Paesi in cui oltre il 40% del bilancio dello stato serve a rimborsare il debito, impedisce ai governi di reclutare e di formare un numero sufficiente d’insegnanti, aiuto-infermieri, medici, ecc., in nome di principi sacrosanti come la riduzione dell’iniziativa pubblica e l’equilibrio di bilancio.

Infine, questo annuncio lascia in sospeso numerose questioni:
- la data limite per il calcolo dell’annullamento: la fine del 2004 come risulta dal FMI o la fine del 2003, come corre voce, cosa che ridurrebbe la portata dell’accordo?
- la Mauritania, che per il momento è esclusa dalla lista, sarà reintegrata?
- che ne sarà di molti Paesi poverissimi dimenticati dall’iniziativa PPTE – come Haiti, l’Eritrea o il Nepal, che oggi non hanno diritto ad alcun alleggerimento del debito? - non vengono forse aggiunte in maniera discreta dalla Banca Mondiale delle condizioni supplementari che provino la docilità economica del Paese in questione?

Il modo di procedere della Banca Mondiale, e più in generale le misure prese dall’insieme dei creditori, sono solo imposture che permettono di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica. Le rivendicazioni essenziali restano l’annullamento del debito pubblico con l’estero di tutti i Paesi in via di sviluppo e l’abbandono definitivo delle politiche di adattamento strutturale. Questo debito risucchia le ricchezze dei Paesi del Sud per inviarle verso ricchi creditori, devasta intere regioni, spande miseria e corruzione. Questo debito è illegittimo, e, in gran parte, odioso. Il suo annullamento totale e incondizionato non è negoziabile.

Comunicato stampa CADTM 29 marzo 2006 – www.cadtm.org
Traduzione a cura di Cinzia Vidali

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5) Risoluzione del Parlamento europeo sul quarto Forum mondiale dell'acqua (Città del Messico, 16-22 marzo 2006)
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Il Parlamento europeo,
– visto il quarto Forum mondiale dell'acqua che si terrà a Città del Messico dal 16 al 22 marzo 2006, – viste le dichiarazioni finali dei tre primi Forum mondiali dell'acqua tenutisi a Marrakech (1997), all'Aia (2000) e a Kyoto (2003), – visti gli Obiettivi di sviluppo del millennio (OSM) delle Nazioni Unite, nonché la relazione finale del 2005 dal titolo "Salute, dignità e sviluppo: che fare?" elaborata dalla task force del progetto del Millennio delle Nazioni Unite sull'acqua e le strutture igienico-sanitarie, – vista la seconda relazione delle Nazioni Unite sullo sviluppo mondiale delle risorse idriche dal titolo "L'acqua, una responsabilità condivisa", presentata il 9 marzo 2006, – visto il piano d'azione sull'acqua adottato dal G8 nel vertice di Evian del 2003, confermato dalla dichiarazione del G8 rilasciata il 7 luglio 2005 a Gleneagles, – vista l'iniziativa "Acqua per la vita" dell'UE, varata nel corso del Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile, tenutosi a Johannesburg nel 2002,
– visto il fondo per l'acqua ACP-UE lanciato nel 2004,
– vista la risoluzione del Parlamento europeo del 2003 sulla gestione delle risorse idriche nei paesi in via di sviluppo, – vista la sua risoluzione dell'11 marzo 2004 sulla "strategia per il mercato interno - priorità 2003 - 2006", il cui paragrafo 5 afferma che "essendo l'acqua un bene comune dell'umanità, la gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle norme del mercato interno"
– visto l'articolo 108, paragrafo 5, del suo regolamento,


A. considerando che metà della popolazione mondiale soffre della mancanza di strutture igienico-sanitarie o della mancanza di accesso all'acqua potabile e che chiari segnali lasciano presagire il profilarsi di una crisi idrica mondiale che minaccia non soltanto lo sviluppo sostenibile ma anche la pace e la sicurezza; considerando che le donne subiscono in modo sproporzionato le conseguenze di un accesso insufficiente all'acqua potabile e a strutture igienico-sanitarie,

B. considerando che una delle principali finalità degli Obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite è di dimezzare entro il 2015 la percentuale di persone che non hanno un accesso sostenibile ad acqua pulita e a sistemi sanitari di base,

C. considerando che il Forum di Città del Messico avrà come tema principale "le azioni locali per una sfida mondiale" e che la distribuzione dell'acqua evidenzia disuguaglianze, mentre dovrebbe essere un servizio pubblico universale definita e gestita a livello locale, che ne costituisce la sede più pertinente; sottolineando che attorno a tali servizi pubblici locali può svilupparsi una capacità comunale innovativa e democratica in materia di governance; sottolineando che il controllo dell'acqua e della sua qualità è indispensabile allo sviluppo sostenibile delle popolazioni più indigenti,

D. considerando che la qualità dell'acqua, indispensabile alla vita, rappresenta uno dei primi fattori di mortalità nei paesi in via di sviluppo e provoca la morte di milioni di persone ogni anno, di cui la metà bambini, che più di un miliardo di persone non hanno accesso all'acqua potabile e due miliardi e mezzo non dispongono di alcun impianto igienico-sanitario,

E. considerando che l'Unione europea e i suoi Stati membri erogano circa 1,4 miliardi di euro all'anno a favore dell'approvvigionamento idrico e dei sistemi sanitari nei paesi in via di sviluppo, un finanziamento che fa dell'UE il maggiore finanziatore mondiale in questo campo,

F. considerando che il fondo per l'acqua ACP-UE è volto, nel quadro degli Obiettivi di sviluppo del millennio e degli obiettivi del Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile, a stimolare l'approvvigionamento idrico sostenibile e le infrastrutture igienico-sanitarie, nonché a migliorare la governance dell'acqua e le pratiche di gestione integrata delle risorse idriche nei paesi ACP, aiutandoli a colmare le necessità di finanziamento,


1. *dichiara che l'acqua è un bene comune dell'umanità e come tale l'accesso all'acqua costituisce un diritto fondamentale della persona umana;* chiede che siano esplicati tutti gli sforzi necessari a garantire l'accesso all'acqua alle popolazioni più povere entro il 2015;

2. chiede che la Commissione rappresenti l'Unione europea al Forum di Città del Messico con il mandato di far riconoscere nella dichiarazione ministeriale finale che l'accesso all'acqua potabile è un diritto fondamentale della persona umana; chiede a questo proposito che l'Unione europea e i suoi Stati membri propongano, nel quadro delle Nazioni Unite, l'elaborazione di un trattato internazionale sull'acqua e la gestione delle risorse idriche che riconosca il diritto all'accesso all'acqua potabile;

3. deplora la debole integrazione delle azioni del Forum mondiale dell'acqua nei lavori delle Nazioni Unite; ricorda che 21 agenzie internazionali si occupano a diverso titolo della problematica dell'acqua e chiede, a tale proposito, la definizione di un'agenzia di coordinamento dell'acqua sotto la diretta responsabilità delle Nazioni Unite;

4. sottolinea che tale agenzia di coordinamento dell'acqua delle Nazioni Unite dovrebbe integrare la tutela della salute pubblica e dell'ambiente nella gestione delle risorse idriche e avere il compito di sviluppare strategie volte a incoraggiare una modalità di sviluppo economico e agricolo compatibile con il mantenimento o il ripristino di un'elevata qualità dell'acqua;

5. insiste affinché la gestione delle risorse idriche si basi su un'impostazione partecipativa e integrata che coinvolga gli utenti e i responsabili decisionali nella definizione delle politiche in materia di acqua a livello locale e in modo democratico;

6. chiede che tutti i programmi in materia di approvvigionamento idrico e strutture igienico-sanitarie comprendano sforzi specifici miranti a combattere le disparità di genere, in modo da garantire un'equa ripartizione dei benefici e delle opportunità offerti da tali programmi, e a promuovere il ruolo delle donne nell'approvvigionamento, la gestione e la conservazione delle risorse idriche;

7. plaude allo stanziamento di 500 milioni di euro a titolo del nono FES per il varo del fondo per l'acqua ACP-UE, che va ad aggiungersi a un precedente finanziamento di 475 milioni di euro anch'esso a titolo del nono FES destinato all'approvvigionamento idrico e alle strutture igienico-sanitarie; chiede un adeguato finanziamento per l'approvvigionamento idrico e i servizi igienico-sanitari anche nell'ambito del decimo FES; auspica che le istituzioni internazionali aumentino la parte relativa all'acqua nei loro piani d'azione e che lo sgravio del debito favorisca gli investimenti per l'acqua;

8. sottolinea e appoggia i risultati della task force sull'acqua e le strutture igienico-sanitarie del Progetto del Millennio delle Nazioni Unite, secondo cui sarà impossibile conseguire il traguardo 10 degli OSM se non saranno soddisfatte diverse condizioni preliminari, tra cui: – un aumento degli aiuti allo sviluppo a favore dei paesi meno sviluppati e un orientamento più mirato verso questi ultimi, – una ridistribuzione delle risorse dai paesi in via di sviluppo a reddito medio-basso verso i paesi più poveri, – una maggiore partecipazione di tutti gli interessati affinché si assumano effettivamente la responsabilità delle iniziative per l'approvvigionamento idrico e i servizi igienico-sanitari e affinché si ponga l'enfasi sulla mobilitazione delle collettività;

9. chiede che le autorità locali dell'Unione europea siano incentivate a destinare una parte delle tariffe applicate agli utenti per la fornitura di servizi idrici e di depurazione ad azioni di cooperazione decentrate e che l'Unione si doti di strumenti che le permettano di sostenere e accompagnare tali azioni, in particolare a livello del coordinamento delle informazioni, della valorizzazione e della divulgazione dei risultati;

10. chiede alla Commissione e al Consiglio di riconoscere il ruolo fondamentale delle autorità locali nella protezione e nella gestione dell'acqua e deplora che le competenze, l'esperienza e le risorse delle collettività locali non vengano sufficientemente sollecitate, valorizzate e sfruttate dai programmi di cofinanziamento europei, dato che gli enti locali dell'Unione europea, in virtù delle loro competenze tecniche, delle loro conoscenze specializzate e della loro esperienza, sono attori particolarmente preparati ad assistere gli enti locali nei paesi in via di sviluppo;

11. sottolinea che le azioni volte a migliorare l'approvvigionamento idrico e le strutture igienico-sanitarie non devono essere adottate in modo isolato, ma iscriversi in una strategia di sviluppo coerente e intersettoriale, che comprenda altri settori quali la sanità, l'istruzione, le infrastrutture, il potenziamento delle capacità e la buona governance, nonché le strategie di sviluppo sostenibile;

12. sottolinea l'importanza di una prevenzione tempestiva dei conflitti regionali latenti dovuti all'acqua, in particolare nelle regioni in cui diversi paesi condividono lo stesso bacino; chiede, a questo proposito, ulteriori sforzi da parte dell'UE e della comunità internazionale atti a migliorare il coordinamento regionale delle politiche in materia di acqua e a promuovere l'istituzione di enti regionali per la gestione delle risorse idriche;

13. sottolinea il rischio crescente di una scarsità di acqua imputabile ai cambiamenti climatici; ricorda che la desertificazione, lo scioglimento dei ghiacciai, l'abbassamento delle falde idriche e l'innalzamento delle acque salate minacciano l'approvvigionamento idrico in molte parti del mondo; invita l'UE e la comunità internazionale a prendere misure contro i cambiamenti climatici al fine di arrestare questi andamenti negativi;

14. chiede una gestione comune delle politiche in materia di ambiente e di prevenzione, al fine di pervenire a una vera e propria politica comune di gestione delle risorse idriche, attuata nel quadro di tutte le azioni esterne dell'Unione europea, che si ispiri ai principi della direttiva quadro sulle acque e che miri alla conservazione a medio e lungo termine della qualità delle risorse idriche; ritiene, a tale riguardo, che tutti i finanziamenti comunitari destinati a progetti di cooperazione e ad azioni bilaterali nel settore dell'acqua dovrebbero rispettare l'impostazione generale della legislazione dell'Unione europea in materia di ambiente;

15. valuta positivamente e incoraggia il lavoro di mobilitazione delle organizzazioni della società civile europea e internazionale per quanto riguarda la ricerca di soluzioni ai problemi relativi all'accesso all'acqua per le popolazioni più povere; raccomanda ai partecipanti al Forum mondiale dell'acqua del 2006 di prendere attivamente parte alle riunioni organizzate negli stessi giorni dalle organizzazioni della società civile e di prendere seriamente in considerazione le proposte che potranno essere avanzate in tale occasione;

16. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione alla Commissione, al Consiglio, al Consiglio ACP-UE, al Segretario generale delle Nazioni Unite e al segretariato generale del "Contratto mondiale per l'acqua".

Strasburgo, 15 marzo 2006

(Il grassetto è nostro, NdR)

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6) Wolfowitz e la Banca Mondiale: privatizzare l'acqua
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di Hedelberto Lòpez Blanch

Il messaggio della Banca Mondiale è arrivato come una spada di Damocle che pende sulle nazioni in via di sviluppo: il paese che rifiuterà di privatizzare i servizi pubblici di acqua potabile e fognature non riceverà finanziamenti internazionali per le altre necessità.

Il documento dell'organismo finanziario, firmato dal presidente Paul Wolfowitz durante le sessioni del IV Foro Mondiale dell'Acqua, tenuto a Città del Messico dal 16 al 22 Marzo scorso, è stato considerato come una minaccia per quelli che volevano scrivere nella dichiarazione finale dell'evento che l'acqua è un diritto umano fondamentale e che gli Stati devono renderlo effettivo con la partecipazione delle comunità.

Nel documento della Banca Mondiale, distribuito tra i presenti con il titolo "Il Miraggio nell'Acqua", si sostiene che la Banca Mondiale fornirà prestiti per i servizi dell'acqua solo a condizione che il servizio venga privatizzato. Continuava aggiungendo che "al paese che si rifiuterà di farlo verranno
tagliati i crediti per altri investimenti nel settore pubblico".

La coercizione da parte di Wolfowitz, che prima di essere presidente di quest'organismo aveva fatto parte dell'amministrazione di George W. Bush ed era stato uno dei principali sostenitori della guerra all'Iraq, ricordava ai presenti quello che era accaduto con la Repubblica di Guinea.

Su questo fatto ha insistito il Movimento per lo Sviluppo Mondiale e
Internazionale dei Servizi Pubblici (MDMISP) che ha enfatizzato anche il
fallimento degli investimenti privati nei servizi di acqua nei paesi in
via di sviluppo.

Nel 1999, la nazione africana non aveva rinnovato un contratto di appalto dei suoi servizi dell'acqua a imprese francesi per cui "vennero congelati gli investimenti nel settore, e la Repubblica di Guinea non potrà contare sui contributi di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, che hanno preteso la vendita dei servizi di distribuzione e di riciclo di acqua potabile come condizione per ricevere più aiuti".

Le pressioni a cui sono state soggette le nazioni in via di sviluppo da parte degli organismi finanziari internazionali, delle multinazionali e dei paesi sviluppati durante tutta la durata del Forum sono stati enormi e costanti a favore della privatizzazione di questi servizi.

Sul palco sono salite anche persone come il messicano Carlos Slim, il terzo uomo più ricco del mondo secondo a rivista Forbes, che ha puntualizzato che per quanto l'uso dell'acqua e il suo riciclaggio sia un servizio di grande importanza sociale e politica, è comunque necessario stabilire un prezzo per poter pagare i finanziamenti, modernizzare ed espandere le reti.

Slim ha spiegato che per risolvere il problema si richiedono investimenti raccolti da un organismo autonomo che non sarebbe soggetto alle restrizioni del budget governativo, avrebbe una gestione trasparente e poteri per commercializzare i servizi di manutenzione, e svilupperebbe le reti e l'opera di bonifica. Mentre negava che stesse parlando di privatizzazione, insisteva che il servizio dev’essere pagato in misura tale da garantirne l'efficienza.

Kiyo Akasaka, direttore della Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCDE) è andato oltre, sottolineando che questa istituzione non ha la posizione dell'acqua come diritto umano e che per questa preziosa risorsa bisogna riscuotere almeno il 4% delle entrate di una famiglia per evitare l'uso eccessivo ed incoraggiare il consumo efficiente.

bisognerebbe chiedersi come pagheranno questo servizio le migliaia di milioni di persone nel mondo che non hanno denaro neanche per l’alimentazione. Anche se per il beneficio di un minore spreco fosse necessario riscuotere parte di questi servizi, è fondamentale comprendere che l'acqua è un bene pubblico ed un diritto umano e non una merce.

Ci sono studi che indicano che nell'anno 2025 la domanda di acqua nel mondo sarà del 58% superiore alla fornitura, il che farà sorgere (ma già lo fa) conflitti e discordie tra le differenti nazioni o all’interno dei vari paesi.

Il 70% del pianeta è coperto di acqua, ma solo il 2,4% è potabile e il 97,6% salata. Di questo 2,4%, il 68% è destinato alla irrigazione, il 22% alle industrie e alle imprese produttive, e il 10% al consumo umano.

Le complicazioni si aggravano perché l'acqua è distribuita in forma diseguale: il 60% appartiene a soli 9 paesi mentre 85 soffrono di penuria; 1000 milioni di persone consumano l'86% del liquido disponibile; 2.400 milioni non arrivano a consumare il necessario e più di 2.500 milioni consumano acque non trattate, il che provoca malattie continue e persino la morte.

A queste differenze originarie, si aggiungono le ambizioni politiche di alcuni paesi o dei potenti che cercano di diventare ancora più ricchi per mezzo della privatizzazione dell'acqua.

Uno dei casi riguarda la Palestina sotto l'occupazione di Israele. Nel giugno 1967, Israele lanciò la cosiddetta “Guerra dell'Acqua” contro i territori arabi e occupò la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, il Sinai egiziano e le alture del Golan e si impossessò di tutte le fonti palestinesi.

In questo modo domina l'88% delle risorse idrografiche che un'impresa israeliana, che opera secondo la logica dell'occlusione, distribuisce con enormi disparità.

In conclusione, il IV Foro Mondiale dell'Acqua non ha portato niente di nuovo e ha lasciato aperte le porte alla privatizzazione, con il pericolo che alcuni paesi, i poveri, debbano pagare l'acqua come se fosse loro servita in tazze d'oro.

Da Rebeliòn, su Z-Net.it http://www.zmag.org/Italy/index.htm





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