GRANELLO DI SABBIA (n°153)
Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC
Venerdì 26 maggio 2006
______________________________

Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia possibile.
Numero di abbonati attuali: 7 582
____________________________________________________________

Indice degli argomenti  

Chiediamo il ritiro della Direttiva Bolkestein !
Inodiamo di email i rappresentanti del governo italiano al consiglio per
la competitività !

1) Assemblea nazionale di Attac Italia - Comunicato finale

2) Dichiarazione di Atene - Per un'altra Europa con servizi pubblici
garantiti a tutti

3) Bolkestein: : vogliamo una netta discontinuità
di Marco Bersani - ATTAC Italia
Uno dei principali risultati del recente Forum Sociale Europeo di Atene
è stata la nascita della Rete Europea per i Servizi Pubblici.

4) Germania 2006, Amnesty International lancia l'allarme: "Cartellino
rosso ai trafficanti di donne e ragazze durante i mondiali di calcio"
Amnesty International teme che durante i Mondiali di calcio, in
programma in Germania dal 9 giugno al 9 luglio, vi sarà un aumento della
tratta di donne e ragazze a scopo di sfruttamento sessuale.
L'organizzazione per i diritti umani chiede alle istituzioni e ai
governi europei di fare tutto quanto è in loro potere per impedire che
ciò avvenga.

5) Commercializzare il petrolio in euro?
di Còilìn Nunan (Energy Bulletin)
Esistono buone ragioni per credere che il motivo dell'avversione Usa
all'Iran riguardi l'idea di una "borsa petrolifera" iraniana in cui gli
scambi si effettuerebbero in euro.

6) Sempre più test clinici illegali sui poveri dell'India
di Scott Carney (Countercurrents.org)
Sempre più aziende farmaceutiche stanno conducendo esperimenti nei paesi
in via di sviluppo dove i controlli sono meno opprimenti e le spese
molto più basse. L'India è il caso emblematico.

7) Il male del Mediterraneo
di Sami Nair
Dieci anni dopo gli accordi di Barcellona, il fianco sud continua ad
essere il più abbandonato.




_____________________________

CHIEDIAMO IL RITIRO DELLA DIRETTIVA BOLKESTEIN!
INONDIAMO DI EMAIL I RAPPRESENTANTI DEL GOVERNO ITALIANO AL CONSIGLIO
PER LA COMPETITIVITA’!
__________________________________________________________

Il prossimo 29 maggio si riunirà a Bruxelles il Consiglio per la
Competitività, all’interno del quale i diversi Governi dovranno
esprimere la propria posizione in merito al testo licenziato dalla
Commissione Europea all’indomani del voto del 14 febbraio scorso in
Parlamento Europeo. In particolare, i Governi dovranno pronunciarsi sul
campo di applicazione della direttiva e sul significato dell’art. 16
(quello che inizialmente declinava il "principio del Paese d’origine" e
che, dopo le modifiche apportate, mutua la definizione di
liberalizzazione dei servizi direttamente da quanto scritto nel Gats).

Allo stato attuale, la posizione dell’Italia ufficialmente depositata è
quella espressa dal precedente Governo di centro-destra, che invoca
un’ulteriore spinta liberalizzatrice. Ma lunedì 29 l’Italia dovrà essere
rappresentata dai ministri per lo sviluppo economico (Bersani), per il
commercio estero (Bonino) e per l’istruzione (Fioroni). Vogliamo che
essi esprimano una forte discontinuità con il precedente governo e che
si esprimano nettamente contro la direttiva servizi.

A questo proposito, come già abbiamo fatto in passato vi proponiamo di
inviare e far inviare la seguente email agli indirizzi dei tre
rappresentanti italiani, che chieda ancora una volta il RITIRO della
direttiva Bolkestein.

Gli indirizzi:

[EMAIL PROTECTED]

[EMAIL PROTECTED]

[EMAIL PROTECTED]

Il testo della mail

" Gentile Onorevole, il Consiglio per la Competitività, in cui Lei
rappresenterà il Governo italiano,

sarà chiamato il 29 maggio prossimo ad esprimere un parere sulla
Direttiva Bolkestein.

Volevo informarla che, insieme a decine di migliaia di cittadini e
lavoratori italiani ed europei, considero la Direttiva Bolkestein un
feroce attacco ai servizi pubblici, ai diritti del lavoro e alla
democrazia come luogo del bene comune e della partecipazione

collettiva. Sto lottando nel mio territorio per sensibilizzare quante
più persone possibili e insieme ad esse chiedo il

RITIRO della Direttiva Bolkestein.

Le chiedo dunque di rappresentare queste posizioni al prossimo Consiglio
per la Competitività.

Distinti saluti"


_____________________________

1) Assemblea nazionale di Attac Italia - Comunicato finale
__________________________________________________________

Cento persone venute dai comitati locali di tutta Italia, quattro
dibattiti nei quali si sono intrecciate tutte le relazioni di movimento
intessute da Attac in
questi anni e soprattutto sono state affrontate le "alternative in
movimento": dalle esperienze dell’altra economia e della finanza
alternativa, alle riflessioni sulle tasse globali contro lo sfruttamento
dei paesi meno sviluppati, alle lotte contro la privatizzazione
dell’acqua e dei servizi pubblici; dalla lotta contro la precarietà e
per un’altra politica dei redditi, al boicottaggio dei fondi pensione,
fino alle esperienze del movimento NO TAV. Due giorni di serrate
discussioni, culminate nell’assemblea finale che si è
interrogata su dove vanno i movimenti.

Sono emerse riflessioni sulla necessità di una permanenza dei movimenti
e del conflitto sociale, la necessità di moltiplicare le reti e i
collegamenti tra le vertenze in corso, l’esigenza di incidere sulla
qualità della democrazia
allargandone gli spazi di partecipazione. Un elemento condiviso e
imprescindibile: l’autonomia politica dei movimenti, per i quali non
possono esistere governi amici.

Ritiro immediato delle truppe da Iraq e Afghanistan, campagna per
l’abolizione della precarietà campagna contro la direttiva Bolkestein e
contro la privatizzazione dei servizi pubblici, per l’approvazione della
Tobin Tax nei primi cento giorni del governo, legge di iniziativa
popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua, per l’approvazione della
Tobin Tax nei primi cento giorni del governo,lotta per la chiusura dei
CPT e l’abrogazione delle leggi razziste contro i migranti saranno i
principali temi su cui Attac  impegnerà le proprie energie e le proprie
capacità di mobilitazione nei prossimi mesi.

Napoli, 21 maggio 2006

ATTAC ITALIA



_____________________________

2) Dichiarazione di Atene
Per un'altra Europa con servizi pubblici garantiti a tutti
__________________________________________________________

Premesso che i beni pubblici comuni ed i servizi sono importanti
elementi sociali in quanto strumenti essenziali di solidarietà sociale e
territoriale, di redistribuzione sociale della ricchezza, di sviluppo
sostenibile e di effettivo esercizio dei diritti di cittadinanza.
Premesso che, con l'affermazione del modello sociale neoliberista
avviatosi a partire dagli anni ottanta nella forma del cosiddetto
"mercato unico", i beni pubblici ed i servizi hanno subito un'offensiva
tesa a trasformarli in beni economici e in merci soggette alle leggi del
mercato.
Premesso che i servizi pubblici hanno a lungo subito pesanti attacchi a
tutti i livelli possibili, in particolare:
a) a livello globale, attraverso gli accordi internazionali sul
commercio come il Gats (Accordo Generale sul Commercio dei Servizi),
adottato dagli Stati membri del WTO (Organizzazione Mondiale del
Commercio). Tale Accordo dispone la liberalizzazione dei servizi,
aprendo agli investimenti  privati e alla concorrenza più di 160 diversi
settori, fra i quali l'acqua, l'energia, i trasporti, l'educazione e la
salute. Altri accordi simili, -bi e multi-laterali fra stati, come l'EPA
(Accordi di Collaborazione Economica) tendono a rinforzare ulteriormente
tali logiche.
b) a livello europeo, a causa di differenti politiche, che direttamente
o indirettamente mirano alla deregolamentazione e che sono promosse dai
trattati europei, dalla Strategia di Lisbona, dalle sentenze della Corte
di Giustizia Europea) e da altre direttive settoriali e
multi-settoriali, fra le quali il progetto di direttiva Bolkestein,
rappresenta l'ultimo e più stringente esempio.
c) a livello nazionale, attraverso le diverse politiche di riforma dei
sistemi di welfare e dei processi di modernizzazione, sviluppati dai
vari Governi congiuntamente a scelte economiche che favoriscono
soprattutto le imprese miranti al profitto anche nei paesi  e nei
settori più competitivi, attraverso la promozione di partenariati
pubblico/privato (PPPS) che minacciano la proprietà pubblica delle
infrastrutture ed il "cuore" pubblico dei servizi, nonché ulteriori
riduzioni delle tasse che erodono le fondamenta finanziarie dei servizi
pubblici.
d) a livello regionale e locale, negando i mezzi necessari che
permettano ai cittadini e alle autorità locali di decidere autonomamente
in quale modo organizzare i propri servizi pubblici.

Premesso che l'Unione Europea ha l'obbligo di giocare un ruolo di
fondamentale importanza nell'implementazione del "Modello Sociale
Europeo", del quale i servizi pubblici rappresentano parte fondante,
così da combattere le cause di fondo dell' ineguaglianza sociale ed
economica globale, che rappresenta una minaccia per la sopravvivenza
della maggior parte degli abitanti del pianeta. A tal fine, l'UE deve
abbandonare le proprie politiche neo-liberiste.

Tutto ciò premesso
Noi, uomini e donne membri d'associazioni, organizzazioni sindacali,
movimenti politici e sociali e rappresentanti istituzionali ci siamo
impegnati a combattere l'Organizzazione Mondiale del Commercio e gli
accordi GATS; ci siamo impegnati per il ritiro del progetto di direttiva
Bolkestein sui servizi e di tutte quelle miranti alla liberalizzazione e
privatizzazione dei servizi pubblici.

Consapevoli che grazie soprattutto al contro-potere che siamo stati in
grado di esercitare, il progetto di direttiva Bolkestein è stato
modificato in alcuni suoi aspetti sicuramente inaccettabili. Non di
meno, noi consideriamo che buona parte del compromesso raggiunto è
ancora troppo favorevole alla liberalizzazione in quel particolare campo
dei servizi che è cruciale per un'idea generale di "beni comuni".

Consapevoli della necessità di tenere insieme le nostre esperienze, i
nostri saperi e le nostre lotte contro gli attacchi portati avanti dalle
grandi elite politiche e finanziarie; consapevoli altresì della
necessità di estendere sempre più le mobilitazioni sociali e di
sviluppare proposte alternative alle politiche di sviluppo
neo-liberiste; consapevoli della necessità di rilanciare un nuovo spazio
pubblico dal basso a favore dei diritti sociali e del lavoro, che siano
elementi fondanti e irrinunciabili in una Europa sociale e per la pace.

Abbiamo deciso a questo Quarto Social Forum Europeo di Atene, di
confermare il nostro impegno contro i principi del liberismo e quindi di
aprire una nuova fase di lotte allo scopo di definire -ad entrambi i
livelli sia Europeo che Nazionale- le condizioni culturali, sociali e
politico-istituzionali per la definizione e la regolazione dei servizi
destinati a garantire l'accesso universale ai diritti fondamentali,
mantenuti nella proprietà e gestione pubblica, e liberi da qualsivoglia
forma di totale o parziale processo di privatizzazione e di
liberalizzazione.

A tal fine abbiamo quindi deciso:
a) di costituirci in Rete Europea per i pubblici servizi;
b) di lanciare una campagna per i servizi pubblici europei, con
obbiettivi e pratiche decise in comune, risultanti da un insieme
irrinunciabile di caratteristiche quali: l'universalità,
l'accessibilità, la parità di accesso, la continuità e la qualità del
servizio, la solidarietà, il controllo democratico, la partecipazione
sociale, la qualità dell'impiego e i diritti del lavoro.

Ci siamo quindi impegnati:
- a creare e a sviluppare in ogni paese un Coordinamento nazionale per i
servizi pubblici, aperto a tutte le organizzazioni e a tutti i movimenti
sociali, alle organizzazioni politiche e sindacali che condividano gli
obiettivi del presente documento, per la difesa e per l'implementazione
del servizi pubblici sia a livello locale che nazionale;
- di sviluppare la Rete europea per i servizi pubblici, basata sulla
convergenza dei coordinamenti nazionali e dei differenti network
esistenti, i quali possono dal canto loro rappresentare utili strumenti
per promuovere e sviluppare iniziative, mobilitazioni e campagne;
- di sviluppare e promuovere politiche e strategie alternative per i
servizi pubblici;
- di realizzare nuovi contatti attraverso il supporto diretto, il
gemellaggio e seminari e workshop fra paesi europei vecchi, nuovi e
prossimi all'ingresso nella UE.

Pertanto proponiamo:
a) di proseguire la nostra mobilitazione a livello europeo contro il
progetto di direttiva Bolkestein;
b) di tenere un meeting a Ginevra (27 Ottobre prossimo) prima
dell'incontro dei vertici UE che avrà luogo nei giorni 28 e 29 del
medesimo mese, per decidere una giornata europea di mobilitazione, che
preveda manifestazioni nazionali e per lavorare sul progetto politico di
agenda europea neoliberista e per proporre possibili politiche alternative;
c) per convocare il Primo Forum europeo dei movimenti sociali per i
servizi pubblici, per l'anno prossimo, 2007.

Atene, 06 Maggio 2006




Prime adesioni:

European attac netwok (Attac France, Attac Italy, Attac Germany, Attac
Belgio), European public service confederation, ADEDY-Supreme
administration of civil servants trade union- Greece, Confederation of
Trade Union of public sector workers in Turkey, Belgian Social Forum
(Attac Vlanderen, Confederation of Christian sindacates, Mouvement
Ovrier Chretien, 11.11. 11, FGTB-ABVV),
Protect the future/Vedegylet (Ungheria), Ver.di (Germania), Foundation
Rosa Luxemburg (Germania), CGT (Francia), Union Sindacal Solidaires
(Francia),
Federation of associations for the defense and promotion of public
services (Francia), FSU (Francia),IPAM-AITEC (Francia), Leicester Social
Forum (Inghilterra), UNISOM (Inghilterra), Comitato
StopBolkestein-Italia (FPCgil, Attac-Italia, Cobas), Seattle to
Bruxelles Network, European Convention of Local authorities for the
promotion of public service (Liegi 2005-Ginevra 2006).



_____________________________

3) Bolkestein: : vogliamo una netta discontinuità
__________________________________________________________

di Marco Bersani - ATTAC Italia

Uno dei principali risultati del recente Forum Sociale Europeo di Atene
è stata la nascita della Rete Europea per i Servizi Pubblici, che ha
visto più di 40 fra organizzazioni sindacali, confederali e di base,
associazioni e movimenti sociali produrre la “Dichiarazione di Atene”,
ovvero un reciproco impegno alla lotta contro l’Accordo Generale sul
Commercio dei Servizi (Gats), contro la direttiva Bolkestein e per la
promozione di servizi pubblici europei, come spazio dei beni comuni
indisponibili al mercato. Questo risultato è il frutto di un anno e
mezzo di mobilitazioni in Europa che hanno costretto l’Unione Europea a
modificare - in maniera tuttora inaccettabile- la direttiva Bolkestein,
ovvero il disegno di un’Europa fondata sulla competitività
internazionale, basata sulla liberalizzazione dei servizi, sullo
smantellamento dei diritti del lavoro e sull’azzeramento dei poteri
delle autorità locali.

Il movimento italiano ha dato un importantissimo contributo a questo
percorso, mettendo in atto una Campagna, che ha visto convergere decine
di reti e di organizzazioni sindacali, e che ha prodotto, tra l’altro,
una manifestazione nazionale di 50000 persone il 15 ottobre 2005 e la
presa di posizione di 7 Regioni, 26 Province e diverse decine di Comuni.
E’ anche grazie a questa spinta, fra le altre, che il quadro politico
con le elezioni del 9-10 aprile scorso è mutato, sancendo la sconfitta
del Governo Berlusconi e la vittoria della coalizione dell’Unione.

Ma perché una vittoria elettorale non si situi dentro i confini della
mera alternanza di governo, bensì intraprenda la strada dell’alternativa
di società, occorre che su tutta l’intera questione della direttiva
Bolkestein si volti pagina, segnando da subito una forte discontinuità.

Lunedì 29 maggio si riunirà a Bruxelles il Consiglio per la
Competitività, all’interno del quale i diversi Governi dovranno
esprimere la propria posizione in merito al testo licenziato dalla
Commissione Europea all’indomani del voto del 14 febbraio scorso in
Parlamento Europeo. In particolare, i Governi dovranno pronunciarsi sul
campo di applicazione della direttiva e sul significato dell’art. 16
(quello che inizialmente declinava il “principio del Paese d’origine” e
che, dopo le modifiche apportate, mutua la definizione di
liberalizzazione dei servizi direttamente da quanto scritto nel Gats).

Ebbene, allo stato attuale, la posizione dell’Italia ufficialmente
depositata è quella espressa dal precedente Governo di centro-destra,
che invoca un’ulteriore spinta liberalizzatrice. Ma lunedì 29 l’Italia
dovrà essere rappresentata dai ministri per lo sviluppo economico
(Bersani), per il commercio estero (Bonino) e per l’istruzione
(Fioroni). Che faranno? Segneranno una continuità con la precedente
posizione o vorranno segnalare con una forte discontinuità l’avvio di un
cambiamento politico e sociale?

Esigiamo la seconda. Per questo chiediamo che il 29 maggio si dica che
non ci si riconosce nella posizione del precedente governo e che, nello
specifico dei temi trattati, si indichi da subito l’esclusione di tutti
i beni comuni e i servizi pubblici da qualsiasi forma di
liberalizzazione (come già suggerito in analoga presa di posizione dalla
FpCgil) e che si rigetti, al pari del famigerato “principio del paese
d’origine”, la altrettanto pericolosa definizione di libera circolazione
dei servizi mutuata dal Gats. Per questo chiediamo che da subito venga
messo nel calendario dei lavori parlamentari un dibattito sull’intera
direttiva e sulla posizione che il nuovo Governo intende adottare,
preceduta da un’ampia consultazione popolare e partecipata, in cui siano
coinvolti i movimenti sociali, le organizzazioni sindacali e la società
civile.

Perché il cambiamento comincia dal superamento dalla delega e dal
riconoscimento della partecipazione sociale, Che altro può significare
altrimenti la parola “democrazia”?

Marco Bersani
Attac Italia



_____________________________

4) Germania 2006, Amnesty International lancia l'allarme: "Cartellino
rosso ai trafficanti di donne e ragazze durante i mondiali di calcio"
__________________________________________________________

Nelle 12 città che ospiteranno le partite (Berlino, Colonia, Dortmund,
Francoforte, Gelsenkirchen, Amburgo, Hannover, Kaiserlautern, Lipsia,
Monaco, Norimberga e Stoccarda) si prevede l'affluenza di oltre un
milione di tifosi. L'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa teme
che tra 30.000 e 60.000 donne e ragazze potrebbero essere vittime di
tratta per soddisfare l'aumento delle richieste di prestazioni sessuali.

La tratta di persone è una violazione dei diritti umani, tra cui quelli
alla dignità, all'integrità fisica e psichica, alla libertà di
movimento, alla libertà dalla tortura e, nei casi più gravi, dello
stesso diritto alla vita. I governi devono assicurare protezione e
rispetto per i diritti delle persone vittime di tratta, comprese le
donne e le bambine costrette alla prostituzione.

In occasione dei Mondiali di calcio di Germania 2006, Amnesty
International rivolge pertanto una serie di richieste alle istituzioni
europee e alle autorità tedesche.

In particolare, Amnesty International chiede alla Commissione europea,
in linea con la risoluzione del Parlamento europeo del 15 marzo sulla
prostituzione forzata durante eventi sportivi mondiali, di:
- lanciare una campagna europea "per informare ed educare il pubblico,
soprattutto quello sportivo, i tifosi e i sostenitori, sulla dimensione
dei problemi della prostituzione forzata e della tratta di esseri umani
e, ancora più importante, per cercare di far diminuire la domanda
aumentando la consapevolezza tra i potenziali clienti";
- lanciare una "campagna di prevenzione destinata alle potenziali
vittime, informandole sui rischi e sui pericoli derivanti dal finire
nella rete della tratta di esseri umani divenendo così vittime di
prostituzione forzata e di sfruttamento sessuale, e informandole altresì
sui loro diritti e su dove possono ottenere assistenza nei paesi di
destinazione".

Amnesty International chiede agli Stati europei di firmare e ratificare
la Convenzione del Consiglio d'Europa sull'azione contro la tratta di
esseri umani, e all'Unione europea di assicurare che tutte le misure
vigenti e di prossima attuazione relative alla tratta di esseri umani
prevedano come minimo gli stessi standard di protezione contenuti nella
Convenzione. Ad oggi, la Convenzione è stata firmata da 25 dei 46 Stati
membri del Consiglio d'Europa, ed entrerà in vigore alla decima ratifica.

Amnesty International chiede alle autorità tedesche di:
- prestare particolare attenzione alle modalità e ai luoghi in cui
presumibilmente avverrà la tratta di donne e ragazze nel corso dei
Mondiali di calcio, come ad esempio baracche mobili che potranno essere
allestite all'esterno degli stadi prima e al termine delle partite, e
arrestare e processare le persone sospettate di essere coinvoltenella
tratta;
- essere pronte ad affrontare il previsto aumento della tratta a scopo
di sfruttamento sessuale, fornendo un sostegno speciale alle
organizzazioni non governative che mettono a disposizione delle vittime
di tratta numeri telefonici o rifugi , nonché alle agenzie statali e
alle associazioni che svolgono campagne di sensibilizzazione sul
problema della tratta di esseri umani;
- non rimpatriare donne che sono state vittime di tratta senza prima
aver offerto loro concreta assistenza medica, psicologica e legale. Tale
assistenza non dovrebbe essere subordinata alla cooperazione delle
vittime ai procedimenti legali contro i trafficanti;
- consentire alle vittime di rimanere in Germania per un periodo di
"recupero e riflessione", che non dovrebbe essere inferiore a 30 giorni,
come previsto dalla già citata Convenzione del Consiglio d'Europa.

Amnesty International chiede alla Federazione calcio tedesca di
continuare a sostenere la campagna nazionale "Fischio finale: stop alla
prostituzione forzata" e di usare la propria influenza per denunciare,
ovunque possibile, i trafficanti e gli sfruttatori delle lavoratrici del
sesso.

Amnesty International chiede ai possibili Stati di origine delle donne
vittime di tratta durante i Mondiali di calcio di avviare campagne di
sensibilizzazione per segnalare i rischi che potrebbe comportare il
viaggiare in modo irregolare in Germania durante lo svolgimento del
torneo, e di sostenere le organizzazioni non governative locali che
offrono assistenza e consulenza alle donne che sono state o che potranno
divenire vittime di tratta.

Amnesty International chiede agli Stati da cui si muoveranno i tifosi di
svolgere un'opera di sensibilizzazione sul fatto che molte lavoratrici
del sesso presenti in Germania durante i Mondiali di calcio potrebbero
essere vittime ditratta.

Amnesty International chiede ai governi europei di garantire che le
informazioni sulle procedure legali e sicure d'immigrazione, così come
quelle sui metodi usati dai trafficanti, siano di facile reperibilità e
disponibilità, specialmente nelle settimane che precederanno i Mondiali
di calcio.

Infine, Amnesty International chiede alla Fifa, l'organo di governo del
calcio internazionale, di dare seguito alla raccomandazione
dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa di "assumersi le
proprie responsabilità condannando lo sfruttamento delle donne, che
talvolta - cosa profondamente riprovevole- accompagna lo svolgimento di
eventi sportivi e denunciando di conseguenza ogni attività che minacci i
diritti umani".

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 8 maggio 2006

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail: [EMAIL PROTECTED]



_____________________________

5) Commercializzare il petrolio in euro?
__________________________________________________________

di Còilìn Nunan (Energy Bulletin)

Con le probabilità di un attacco all'Iran da parte di Stati Uniti e
Israele in aumento, da più parti è stato suggerito che la vera
motivazione dell'avversione statunitense verso la Repubblica islamica
abbia poco a che fare con il fatto che Teheran sta costruendo armi
nucleari. Inoltre, alcuni commentatori hanno suggerito che la vera
minaccia dell'Iran all'economia Usa - la vera sfida all'amministrazione
Bush - consista nel tentativo di mettere in piedi da parte iraniana una
"borsa petrolifera", iniziativa che permetterebbe di commerciare il
petrolio in euro. E che sposterebbe le vendite del greggio dalla loro
attuale denominazione in dollari; ciò minerebbe la valuta americana,
generando gravi ripercussioni economiche.

Il dibattito - nato sul web - è un retaggio di quanto accaduto prima
dell'invasione dell'Iraq, quando molti osservatori, me incluso,
ipotizzarono che la decisione di vendere petrolio in euro fosse una
delle ragioni per cui l'America voleva una "svolta di regime". La
decisione di riconvertire il petrolio iracheno e le riserve di valuta
straniera di nuovo in dollari (valori che prima della guerra erano
espressi in euro), di sicuro ha sostenuto questa teoria.
In ogni caso, altri hanno sostenuto che dare importanza alla valuta con
cui si commercia petrolio significa sapere poco di economia. Anche se le
vendite di petrolio prescindessero dal dollaro, si sostiene, ciò non
farebbe alcuna differenza per l'economia Usa; quindi non avrebbe niente
a che vedere con la ragione per cui gli Usa hanno mosso guerra all'Iraq,
e per cui hanno adottato una posizione di minaccia contro l'Iran.
Proverò di far riferimento all'argomento principale, dato che ritengo
che la valuta con cui si vende il petrolio sia una questione importante
e spesso non sufficentemente spiegata, nemmeno dal sottoscritto.
Coloro i quali sostengono che la denominazione della valuta sia cruciale
per la forza del dollaro tendono a sottolineare come altri Stati siano
costretti a risparmiare dollari per acquistare petrolio. I loro critici
replicano affermando che non c'è bisogno di risparmiare in dollari per
comprare greggio, dal momento che è possibile cambiare qualsiasi valuta
su ogni mercato. Quello che conta, dicono gli stessi critici, è la
moneta che la gente risparmia, più che quella usata per commerciare. Le
persone che mettono da parte dollari o beni finanziari Usa generano alti
investimenti negli Stati Uniti e in ultima analisi consentono agli
stessi Usa di gestire il loro enorme deficit commerciale.
L'ultima osservazione è corretta, ma pone in secondo piano un punto
fondamentale, cioè che la ragione per cui molti paesi decidono di
risparmiare in dollari è il fatto che il greggio viene venduto in questa
stessa moneta. È importante sapere in quale valuta estera gli Stati
risparmiano, ma lo è anche sapere in quale valuta effettuano le loro
operazioni commerciali.
Per comprenderne la ragione dobbiamo pensare al motivo per cui le banche
centrali possiedono riserve di denaro estero. E inoltre chiediamoci:
quali considerazioni determinano la scelta della valuta estera da
risparmiare? La risposta alla prima domanda è che, se necessario, si può
intervenire nei mercati per sostenere gli scambi della propria moneta.
Se per esempio la valuta subisce un attacco da speculatori che la stanno
vendendo sui mercati esteri, la banca centrale può usare la valuta
estera per comprare la sua stessa moneta, sostenendo così il suo valore.
Non si può ovviamente acquistare la propria valuta se prima non si è
accumulata una certa riserva di moneta straniera. Quindi se una banca
centrale conserva una buona quantità di valuta straniera, la prima
preoccupazione non deve essere quella di investirla per un possibile
ritorno, ma di proteggere la propria valuta per renderla stabile. Più
riserve uno Stato possiede, meno frequantemente gli speculatori
attaccheranno quella moneta.
Nessuno si sognerebbe di lanciarsi contro lo yen o lo yuan, perchè le
relative scorte sono imponenti. Esattamente il contrario di ciò che
riguarda molte nazioni povere, la cui moneta - dal momento che le loro
banche centrali hanno ben poche scorte di valuta straniera e possono
fare relativamente poco se il mercato decidesse di vendere -.è
facilmente svalutabile. In questo contesto, vale la pena ricordare come
George Soros divenne famoso lanciando un attacco speculativo alla
sterlina. La banca d'Inghilterra in quel periodo non era in grado di
difendersi, dal momento che le sue scorte di valuta straniera stavano
per finire: una chiara dimostrazione di come la forza della moneta
dipenda dalla corrispondente abilità della banca centrale di difenderla.
Dunque, proteggere la propria valuta è la ragione principale del
possedere scorte di moneta straniera. Ma quale moneta in particolare? La
risposta a questa domanda dipende quasi interamente dalla risposta alla
seguente: "Quale valuta estera danneggerebbe maggiormente la tua moneta
in caso di un'improvvisa svalutazione?" Se la risposta fosse: "In questo
momento il danno maggiore verrebbe da una caduta della mia moneta contro
il dollaro", allora avrebbe senso detenere la maggioranza delle tue
riserve in dollari. Questo permetterebbe di acquistare la propria moneta
utilizzando la valuta Usa. Se la maggior preoccupazione è una
svalutazione contro il dollaro, allora non ha molto senso avere grosse
scorte di yen o di euro.

Per la maggior parte delle nazioni, un'improvvisa svalutazione contro il
dollaro potenzialmente potrebbe essere molto più svantaggiosa di una
svalutazione contro l'euro, lo yen, o lo yuan. Questo perché la maggior
parte dei beni e dei servizi commerciati internazionalmente sono
prezzati e pagati in dollari, e perché tutte le materie prime più
importanti, incluso il petrolio, sono denominate in dollari. Se la tua
moneta è in ribasso rispetto al dollaro, allora i prezzi del petrolio
per te saliranno; laddove la caduta fosse nei confronti dello yen,
allora i prezzi di alcuni prodotti giapponesi importati aumenterebbero,
senza che questo risulti essenziale per l'andamento dell'intera
economia. Inoltre, i prezzi di molti prodotti giapponesi sono espressi
in dollari, quindi anche questi aumenterebbero. Dal momento che il
valore di tutti i principali prodotti è espresso in dollari, ha
completamente senso dal punto di vista economico che le banche centrali
abbiano grosse riserve di dollari. Se la denominazione dei prodotti
importati, in particolare il petrolio, si spostasse dalla valuta
americana, gli stati ricchi del pianeta rifornirebbero le loro scorte
con una diversa moneta estera, e di conseguenza il dollaro perderebbe
valore.
Per le nazioni povere esiste un'altra ragione per cui è più conveniente
risparmiare e commerciare in dollari. Spesso questi paesi si
caratterizzzano per un forte debito estero, e il debito estero viene
espresso in dollari. Questo significa che se la loro moneta si svaluta
contro il dollaro, il loro debito aumenta. Come risultato, le nazioni
povere prezzano in dollari le merci che esportano, in modo da essere
pagati con questa moneta ed evitare eventuali perdite valutarie. Ciò
permette loro di pagare i debiti, di commerciare, di comprare il
petrolio che non possiedono, e di proteggere la loro valuta. Dato che le
esportazioni dei paesi in via di sviluppo sono spesso essenziali per
l'economia mondiale (essendo composte da materie prime), la loro
decisione di esprimersi in dollari ha un contro-effetto sull'economia
dei paesi ricchi, i quali hanno un'ulteriore ragione per risparmiare
dollari nelle banche centrali.
Possiamo quindi concludere che il listino prezzi iraniano in euro sia la
vera causa della crisi corrente? Significherebbe saltare alle
conclusioni. In questo momento, asserire che sicuramente l'Iran si
muoverà in questa direzione è solo un'ipotesi. Io non ho ancora sentito
Teheran dichiararsi apertamente sull'argomento. Ci sono buone ragioni
per sospettare che il listino potrebbe essere in euro, dato che fonti
governative ne hanno parlato a favore; inoltre, secondo una
dichiarazione attribuita al vice governatore della banca centrale
iraniana, l'Iran avrebbe cominciato a vendere greggio in euro all'Europa
già nel 2003.

Nel gennaio 2004, Bijan Namdar Zangeneh, l'allora ministro iraniano del
petrolio, si espresse negativamente sulla possibilità di un cambiamento
verso l'euro, e recentemente - anche lo scorso settembre - il
responsabile della borsa valori iraniana aveva smentito le voci di un
eventuale cambio di valuta. Sappiamo anche che l'Iran era stato
precedentemente coinvolto in discussioni con altri Stati islamici, come
la Malesia, che tentavano di introdurre una nuova valuta, il "conio
islamico d'oro", da impiegare nel commercio internazionale, in
particolare in quello del greggio. A favore dell'euro, d'altro canto,
sta il fatto che ben poco si è sentito parlare l'anno scorso del conio
islamico d'oro, e solo il mese scorso è stato riportato che il
presidente della commissione per l'energia del Majilis (il parlamento
iraniano) ha affermato di voler prendere "misure preliminari per
cominciare a vendere il petrolio in euro anzichè in dollari", e che
"inizialmente l'Iran dovrebbe vendere in entrambe le valute, per poi
commerciare solo in euro". Comunque, fino al momento in cui non
sentiremo sul tema fonti ufficiali iraniane, non sarebbe saggio giungere
a conclusioni affrettate.
La possibilità che la borsa petrolifera iraniana non utilizzi l'euro non
svilisce la sua importanza, e ci sono buone ragioni per credere che il
governo americano, quello inglese e vari interessi economici
internazionali vi si opporrebbero, al fine di continuare a esercitare il
proprio controllo sul commercio del petrolio. Ma questa è un'altra storia.

Fonte: http://www.energybulletin.net/12463.html
Tradotto da Elena Cortellini per Nuovi Mondi Media



_____________________________

6) Sempre più test clinici illegali sui poveri dell'India
__________________________________________________________

di Scott Carney (Countercurrents.org)

L'India è stata il punto centrale della ricerca medica dal tempo in cui
uomini con elmetti da esploratore e titoli accademici vi giunsero dalle
scuole mediche europee per catalogare le malattie tropicali.

I giorni del Raj sono passati da molto tempo, ma le corporations tendono
sempre più alla globalizzazione, approfittando degli abili
professionisti e della profonda povertà indiana per far diventare l'Asia
del sud la più grande clinica di esperimenti medicinali. Secondo Sean
Philpott, redattore capo dell'American Journal of Bioethics,
l'improvviso afflusso di aziende farmaceutiche in India sembra ricordare
la corsa all'oro.

"Non solo i costi di ricerca sono bassi, ma ci sono anche abili
professionisti che si occupano di questi test", afferma Philpott. Nella
corsa al raggiungimento del profitto, le aziende farmaceutiche non
tengono conto di come la povertà possa minare il consenso del ceto
colto. "Spesso, gli individui sottoposti a questi esperimenti clinici
non ne sono neanche messi al corrente, e un'offerta di 100 dollari può
diventare così allettante da non far rendere conto loro di aver subito
un'imposizione".

Per decenni la ricerca farmaceutica in India non ha potuto contare sui
test clinici. Gli scienziati lavoravano per la maggior parte con
medicinali già utilizzati in altri paesi. Ma a marzo scorso tutto è
cambiato: l'India, dopo aver ceduto alla pressione dell'Organizzazione
Mondiale per il Commercio, ha consentito alle aziende locali di creare
versioni generiche dei medicinali.

Oggi, le aziende farmaceutiche sono certe di non perdere profitti nel
mercato nazionale e l'India assume improvvisamente una posizione
vantaggiosa per i costosi test richiesti dalla Food and Drug
Administration, necessari per l'autorizzazione di qualsiasi medicinale.
Sebbene sia ancora troppo presto per affermare quanto il cambio
legislativo abbia incentivato lo sviluppo dell'industria farmaceutica,
secondo gli osservatori il numero di studi condotti da marzo è
bruscamente aumentato.

Vista la crescita dei costi della ricerca medica negli Stati Uniti e in
Europa, sempre più aziende stanno conducendo esperimenti clinici nei
paesi in via di sviluppo dove il controllo del governo è meno opprimente
e la ricerca può essere fatta a costi molto più bassi. Secondo uno
studio condotto nel 2004 dalla Rabo India Finance, una filiale della
Rabo Bank olandese, questi esperimenti clinici occupano più del 40% dei
costi per lo sviluppo dei medicinali. Inoltre, eseguire le ricerche in
India consente addirittura un risparmio del 60% circa.

Secondo Ashish Singh, vicepresidente della Bain & Co., azienda di
consulenza che stipula rapporti con l'industria sanitaria, entro il 2010
le spese totali per gli esperimenti clinici effettuati da enti esterni
potrebbero raggiungere i due miliardi di dollari.

Ken Johnson, vice presidente senior della Pharmaceutical Research and
Manufacturers of America Foundation, sostiene invece che la FDA non si
interessi a dove vengono eseguite le prove cliniche ma, prima di
approvare qualsiasi medicinale, richiede evidentemente sicurezza ed
efficacia.

Ed è la revisione dei consigli d'amministrazione delle istituzioni
mediche dove hanno luogo gli studi ad "interessarsi del consenso del
ceto colto", secondo un altro commento scritto di Jeff Trewhitt,
portavoce del gruppo commerciale dell'industria farmaceutica. Tuttavia,
anche prima che le regole fossero stabilite, le aziende che si
occupavano di esperimenti clinici in India si rendevano conto dei loro
problemi.

Nel 2004, due industrie farmaceutiche indiane, la Shantha Biotech a
Hyderabad e la Biocon a Bangalore, furono messe sotto sorveglianza per
aver condotto test clinici illegali che hanno portato alla morte otto
persone.

La Shantha Biotech non è riuscita a ottenere il consenso dei pazienti
per quanto riguarda la somministrazione di un medicinale che curasse gli
attacchi di cuore, mentre la Biocon ha testato una forma d'insulina
geneticamente modificata senza l'approvazione del Drug Controller
General of India o del Genetic Engineering Approval Committee.

Un altro episodio ha visto la Sun Pharmaceuticals convincere dottori a
prescrivere il Letrozole, una medicina per il cancro al seno, come
trattamento contro la sterilità a più di 400 donne in una clinica
nascosta. L'industria farmaceutica ha poi usato i risultati per
promuovere il medicinale per quest'uso inappropriato.

La Shantha Biotech, la Biocon, e la Sun Pharmaceuticals non hanno poi
risposto a nessuna delle e-mail di coloro che cercavano spiegazioni per
questa storia.

La Pfizer e la Eli Lilly hanno condotto test clinici in India per molti
anni, mentre la Novo Nordisk e la GlaxoSmithKline, lo hanno fatto anche
negli ultimi due anni. Naturalmente, le aziende non hanno risposto alle
richieste di spiegazioni.

Secondo Stefan Ecks, docente di antropologia sociale alla School of
Social and Political Studies di Edimburgo che recentemente ha pubblicato
un saggio sul marketing degli antidepressivi in India, queste industrie
sono attratte dall'India non solo per i tanti pazienti e per gli abili
professionisti che vi si trovano, ma anche perché molti potenziali
volontari sono "ingenui al trattamento". Questo significa che non sono
stati esposti al vasto insieme di biomedicinali che invece possono usare
i pazienti occidentali.

Ecks afferma: "I dottori sono facili da reclutare per questi test
clinici perché non devono passare attraverso le stesse procedure etiche
dei loro colleghi occidentali. E i pazienti fanno meno domande".

Dopo la protesta contro la Shantha e la Biocon, il governo indiano ha
adottato direttive etiche più strette per la ricerca, ed è semplice
verificare se le aziende sono conformi a queste nuove regole oppure no.

I critici affermano che i volontari possono anche rischiare di non
essere ricompensati. Da quando molte aziende farmaceutiche stanno
producendo medicinali per i mercati delle nazioni industrializzate, è
improbabile che la popolazione povera dell'India avrà accesso ai nuovi
medicinali.

Questo è ciò che afferma Srirupa Prasad, professore assistente di storia
medica e bioetica all'Università del Wiscounsin-Madison: "Le vite del
Terzo Mondo valgono molto meno di quelle europee. Questo è stato il
colonialismo".

Fonte: www.countercurrents.org/india-carney211205.htm
Tradotto da Barbara Redditi per Nuovi Mondi Media



_____________________________

7) Il male del Mediterraneo
__________________________________________________________

di Sami Nair

Il Mediterraneo continua ad essere un luogo d’incontro e di passaggio,
di conflitti e di commercio, però dà l’impressione di essere il parente
povero dell’Europa. Tutto l’attivo e il passivo delle relazioni di
diseguaglianza, di dominazione e di opposizione tra il sud e il nord si
concentrano lì. Zona di frattura – politica, commerciale, culturale,
economica, sociale, demografica - non solo tra paesi rivieraschi del sud
e del nord, ma, e ancora più profondamente, in seno al sud dove la
profondità geopolitica si estende fino all’Africa subsahariana, si
amplia ad est fino alla Turchia e soffre la sfida dell’ovest asiatico.
Da tutte queste regioni, quella Mediterranea riceve pressioni umane di
permessi d’immigrazione, spinte di rifugiati. E al nord, come eco
dell’ampliamento di questo gioco migratorio, lo spazio d’accoglienza
continua ad estendersi a nuovi paesi: Spagna, Italia, Portogallo, Grecia.

Di fronte a questa sfida, l’Europa si è rifugiata per tutti gli ultimi
vent’anni in un atteggiamento negativo e di rifiuto che da solo può
spiegare l’assenza di un progetto strategico per il suo fianco
meridionale. La costruzione europea ha costituito una vera svolta
storica. Fu diretta prima verso il nord, poi verso il sud Europa e
infine verso il grande est, l’ampliamento ai paesi dell’Europa centrale
e orientale; ma dimenticandosi, per non dire a spese, dei paesi della
costa sud del Mediterraneo. La frontiera è stata tracciata in entrata:
delimitando attentamente i paesi del Mediterraneo del sud e includendo
la Turchia nell’“Europa”.

La costruzione europea, nei fatti, ha ampliato notevolmente questi
limiti. Li ha resi drammatici per ciò che riguarda le popolazioni delle
due coste. L’assenza di libera circolazione, la grande difficoltà nello
stabilire relazioni commerciali vantaggiose per le due parti, il
sospetto, la situazione bellica mascherata, la perenne accusa agli
immigrati, ha reso questa frontiera inquietante per l’opinione pubblica
europea. Gli europei avevano buone ragioni per non abbandonare questa
regione, i vecchi legami storici dovuti alla colonizzazione a cui ha
sottoposto questi paesi con evidenti interesse economici;  e senza
dubbio nei fatti si preoccupano solo per i conflitti nel Medio Oriente,
per l’accrescersi dell’integralismo religioso (che denota un
disinteresse sfidante per il mondo) o ancora di più per i flussi
migratori “clandestini”.

Fino alla conferenza di Barcellona del 1995 le relazioni sono state più
d’indifferenza che di vicinanza. Da questa data si è praticata una
politica strettamente commerciale che, attraverso trasferimenti
finanziari e la promessa di partecipare ad una zona di libero commercio
con l’Europa nel 2010, esige lo smantellamento delle barriere doganali
al sud e l'apertura dei mercati ai prodotti europei.

Dieci anni dopo, il bilancio è modesto. I due principali vantaggi
comparativi dei paesi del sud rispetto all’Europa, l’agricoltura e le
migrazioni potenziali, non sono state finora considerate. Il progetto di
una Banca per lo sviluppo del Mediterraneo, deciso a Valencia
nell’aprile del 2003 è ancora una idea vaga. Per quanto riguarda gli
“Accordi di associazione” che legano questi paesi con l’Europa non hanno
prodotto grandi effetti e ancor meno in materia di integrazione in un
progetto economico comune. Di conseguenza, la strategia di Barcellona si
trova condannata a scomparire nei prossimi tre anni in cambio di un
nuovo avvicinamento battezzato “grande vicinanza”,  e nella quale
Tunisia e Marocco, Libano e Israele, ecc. saranno associati all’Europa
con le stesse modalità ... della Moldavia, dell’Ucraina e della Russia.
Marocco e Turchia possono continuare a reclamare la loro integrazione
all’Unione Europea.

Indubbiamente il Mediterraneo è pieno di conflitti che hanno incidenza
diretta nella vita degli europei. La tragica situazione nella quale è
stato gettato il popolo iracheno con la complicità attiva di alcune
potenze europee, il peggioramento delle relazioni tra Israele e
Palestina testimoniano l’impotenza strategica dell’Europa nonostante la
sua geopolitica regionale. Ancora lontano dall’apparire uno spazio di
pace, l’Europa soffre, dopo dieci anni dai bei sogni di Barcellona, le
azioni criminali di tutti i terrorismi. Nonostante ciò, c’è senza dubbio
spazio per continuare a dire che il funerale del processo di Barcellona
si farà in pompa magna in nome della politica di “grande vicinanza”,
altra maniera per continuare a trattenere in anticamera una regione che
continuerà ad essere il grande malato europeo.

Infine, oltre alle implicazioni economiche e umane che questa situazione
genera, la richiesta migratoria dei paesi del sud diventerà ogni volta
più stimolante nelle relazioni tra le due sponde. Niente la potrà
fermare. L’esistenza di diaspore che chiamano, la cultura condivisa, la
prossimità geografica, l’esistenza nel nord di offerte di lavoro legali
e illegali esercitano una considerevole attrazione per le popolazioni
della costa sud. Questa pressione risulta ancora più forte dovuto alla
pressione che l’Africa subsahariana esercita sul Mediterraneo.

I movimenti migratori africani avvengono prima all’interno stesso
dell’Africa. Però si dirigono sempre più al nord per dirigersi in
Europa. Esistono attualmente nell’UE più di quattro milioni di immigrati
legali subsahariani, quelli illegali sono per definizione difficili da
stimare. Spagna, Italia e Portogallo sono le principali vie di accesso.
Il dossier della OCSE del 2004 sulle migrazioni internazionali, spiega:
“Ci si aspetta un possibile aumento delle migrazioni nella misura in cui
la crescita demografica del continente continua ad essere sostenuta e la
differenza di reddito con i paesi della OCSE si mantiene a livelli elevati”.

Di fronte a questa richiesta migratoria l' UE non ha altra strategia che
costruire una immenso fossato. Vuole trasformare Spagna e Italia, ma
anche Marocco, Algeria e Libia, in zone di blocco, con la costruzione di
campi di detenzione di rifugiati e emigrati. Questa è sicuramente una
prova supplementare della non esistenza di intenzioni serie per
stabilire relazioni politiche commerciali, di integrazione di spazi di
influenza economica europea e di politiche migratorie.

Di fronte a questa cecità, sia i paesi del sud del Mediterraneo, sia
quelli sahariani, non hanno intenzione di accettare che sia loro
impedito l'ingresso, anche a costo della morte.

El Grano de Arena n. 322 del 12/12/2005
Traduzione a cura di Ruggero Fornoni





_______________________________________________
BERGAMO SOCIAL FORUM MAILING LIST
per informazioni [EMAIL PROTECTED]

In questa mailing list ogni iscritto può far circolare tutte le notizie che 
ritiene opportune, pertanto non esiste alcun "filtro" ai messaggi che circolano 
ma ci si affida alla responsabilità individuale.

Ricordiamo www.bergamoblog.it, sito di riferimento per molte delle realtà del 
Forum e per altre ancora... 

Per provvedere alla sottoscrizione o alla cancellazione del tuo nominativo alla 
mailing-list : http://www.bergamoblog.it/mlist.php?mlid=bgsf
oppure scrivete a: [EMAIL PROTECTED]

[email protected]
https://www5.autistici.org/mailman/listinfo/forumbergamo

Rispondere a