Tratto da "il manifesto", 14-7-06
INTERVISTA. nord & sud
Quei Lumi spenti su un pianeta affamato
Intervista «La fame nel mondo è frutto di scelte economiche che favoriscono
le imprese multinazionali». Parla Jean Ziegler, in Italia per presentare il
suo ultimo libro «L'impero della vergogna»
Con l'11 settembre è iniziata una fedualizzazione del mondo che cancella i
principi dell'89
Stefano Liberti
«La fame è lo scandalo del nostro secolo». Fedele alla sua reputazione di
uomo poco diplomatico, Jean Ziegler non usa giri di parole per denunciare
quello che definisce «un genocidio silenzioso», ossia la morte per fame ogni
anno di centinaia di migliaia di persone. Relatore speciale delle Nazioni
unite per il diritto all'alimentazione, l'ex senatore svizzero e professore
di sociologia gira il mondo in lungo e in largo per verificare sul terreno
cause e natura delle crisi alimentari, delle carestie e della malnutrizione
che colpisce una fetta consistente della popolazione del pianeta. Le sue
dichiarazioni spesso fuori dai denti gli hanno fatto guadagnare numerosi e
poderosi nemici. Quando, nel 2004, ha denunciato pubblicamente Israele per
le violazioni del diritto all'alimentazione e ai diritti umani nei territori
palestinesi occupati, ha subito un assalto furioso. Allo stesso tempo, la
sua battaglia contro gli organismi geneticamente modificati (Ogm) ha
provocato non pochi mal di testa all'amministrazione statunitense, che ha
chiesto a più riprese la sua testa. Ma invano: Ziegler è sempre al suo
posto. E, oltre al suo ruolo istituzionale, svolge la funzione di
straordinario divulgatore, con interventi pubblici e libri. L'ultimo, appena
uscito per i tipi del Saggiatore, si intitola L'impero della vergogna e
declina con dovizia di particolari le strutture del dominio planetario
esercitato da un pugno di multinazionali.
Nel suo libro, lei sostiene che la morte per fame non è una casualità, ma il
risultato di deliberate scelte politiche. Può spiegare meglio?
Nel nostro mondo muoiono ogni giorno di fame o delle sue dirette conseguenze
circa cinquemila persone. Solo l'anno scorso, secondo il World Food Report
della Fao, 856 milioni di persone sono state affette da gravi forme di
sotto-alimentazione. Ciò accade in un pianeta in cui, sempre secondo il
World Food Report, l'agricoltura mondiale potrebbe dare nutrimento senza
problemi a 12 miliardi di persone, cioè il doppio dell'attuale popolazione
complessiva. Eppure, il massacro continua. Da ciò si può dedurre una sola
cosa: un bambino che muore di fame viene di fatto assassinato. E alla base
di questo genocidio silenzioso, ci sono precise scelte politiche. La fame è
un'arma di distruzione di massa, usata con piena cognizione di causa dai
nuovi padroni del mondo.
Chi sarebbero questi nuovi padroni del mondo?
Il potere effettivo mondiale è ormai nelle mani di poche società
multinazionali private; secondo la Banca mondiale, l'anno scorso le 500
maggiori multinazionali mondiali hanno controllato in totale più del 52 per
cento del Prodotto mondiale lordo. Si tratta di un fenomeno che definisco
«rifeudalizzazione del mondo». Il 4 agosto 1789, in una storica seduta
notturna, la neonata Assemblea nazionale francese ha solennemente abolito il
sistema feudale - ossia la monopolizzazione del potere ideologico,
economico, politico e militare da parte di ristrette oligarchie. Oggi quella
grande conquista dell'umanità è a rischio: le società multinazionali, che
non hanno altro orizzonte che il profitto, dettano le loro leggi agli stati
nazionali.
Lei sembra attribuire tutti i mali del mondo alle multinazionali e ad alcuni
stati del Nord. Non le sembra un'interpretazione semplicistica?
Tutt'altro. L'attuale ordine del mondo è totalmente assurdo e dominato da
quelli che io definisco i «cosmocrati», gente mossa sola dalla
massimalizzazione del profitto, dall'avidità e dalla sete di un potere
illimitato, le cui azioni si dispiegano a livello planetario. Perché le
conseguenze delle loro politiche non si misurano solo nel Sud del mondo, ma
anche nel Nord: la prima cosa che fanno ogni mattina i governanti
occidentali è controllare l'andamento della borsa di New York, di Tokyo, di
Londra per capire quale minimo margine di manovra resta loro per applicare
sul loro territorio una certa politica fiscale o una qualche strategia di
investimento. Se non rispettano le direttive del capitale mondiale, le
conseguenze saranno durissime: fughe di capitali, delocalizzazioni delle
industrie e via dicendo. Il filosofo tedesco Jürgen Habermas ha scritto una
cosa che riassume molto bene questa situazione: secondo lui, gli stati ormai
non possono fare altro che una Welt-inner Politik, ossia una politica
interna mondiale. Questa è la rifeudalizzazione del mondo, la cui offensiva
è cominciata l'11 settembre 2001.
Ritiene davvero che gli attacchi contro New York e Washington abbiano dato
inizio a una svolta così epocale? Le politiche di aggiustamento strutturale,
che hanno piegato diversi paesi del Sud del mondo, sono cominciate molto
prima del crollo delle Torri gemelle...
L'11 settembre ha segnato una svolta storica, perché è in quella data che il
mondo dei dominatori è stato colpito al cuore da gente proveniente dal mondo
dei dominati. Questo ha fornito all'amministrazione americana e alle
multinazionali ad essa legate il pretesto morale e ideologico per portare
avanti, in nome della guerra al terrorismo, una vera e propria conquista del
pianeta. A questo proposito, faccio un esempio concreto: per l'emergenza
siccità che sta devastando buona parte del Corno d'Africa (Somalia
meridionale e Kenya nord-orientale), le Nazioni unite hanno chiesto ai paesi
donatori 98 milioni di dollari. Ne sono arrivati 32 milioni, ossia meno di
un terzo della cifra richiesta. Nel mio ruolo di relatore speciale dell'Onu
per l'alimentazione, ho domandato ai vari ambasciatori le ragioni di questa
avarizia. Ebbene, tutti mi hanno dato la stessa risposta: dal 2001 in poi,
la priorità assoluta va data agli investimenti sulla sicurezza. Per la prima
volta nella storia del mondo, la somma spesa solo per l'acquisto delle armi
ha superato i mille miliardi di dollari.
Secondo lei, sarebbero solo i mancati aiuti a provocare l'estensione della
fame nel mondo e in particolare nei paesi africani?
No, la gente muore di fame sempre nello stesso modo, ma per ragioni spesso
diverse. Tanto univoca è, a livello fisiologico, la distruzione attraverso
la fame, tanto complesse sono le cause che portano a questa distruzione.
Senza creare una vera e propria gerarchia, si possono tirare in ballo varie
cause per spiegare la situazione attuale. La prima è senz'altro la politica
di dumping sui prodotti agricoli operata dall'Unione europea con le
sovvenzioni alla produzione e all'esportazione. Solo l'anno scorso,
Bruxelles ha versato ai contadini europei 349 miliardi di dollari, ossia
quasi un miliardo di dollari al giorno. Risultato: sui mercati africani - a
Dakar, a Bamako, a Kampala, ovunque - è possibile comprare prodotti
spagnoli, italiani, portoghesi a un prezzo due volte inferiore rispetto a
quello dei prodotti locali. E il contadino senegalese, maliano o ugandese,
che lavora 15 ore al giorno sotto un sole cocente, non avrà di che nutrire
la propria famiglia. Se si considera che, su 53 paesi che conta l'Africa, 37
hanno un'economia puramente agricola, si capisce perché la politica di
dumping esercitata dall'Ue è devastante. E crea fame: perché in 20 anni, dal
1982 al 2002 il numero di sotto-alimentati è cresciuto da 91 milioni a più
di 200 milioni nella sola Africa.
Ma i paesi africani non potrebbero imporre dazi doganali alle importazioni
straniere e implementare le aree regionali di libero commercio, di cui il
continente già dispone? La Cedeao, la grande comunità economica dell'Africa
occidentale, è un mercato immenso di 300 milioni di persone...
Qui entra in gioco la seconda causa: l'indebitamento. Centoventidue paesi
del cosiddetto Terzo mondo hanno un debito accumulato di 2100 miliardi di
dollari. Sono stretti nella morsa del debito e non hanno alcuna capacità di
negoziare. È il debito che li costringe ad accettare le condizioni imposte
dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dall'Organizzazione mondiale del
commercio (Wto). È proprio la Wto a vietare i dazi doganali sulle merci
provenienti dall'esterno. Il meccanismo è perverso: questi paesi non hanno
alcuna chance di fare investimenti in programmi sociali, in irrigazioni,
infrastrutture, perché tutto quello che guadagnano sul mercato monetario
internazionale è usato per il servizio del debito. Senza contare che, per
avere moneta forte, tutti i paesi indebitati aumentano le loro piantagioni
di esportazione, come il caffé o il cotone, a scapito delle colture che
permetterebbero di nutrire la popolazione, come il grano o il miglio. Il
debito modifica la destinazione delle colture. Il debito crea fame.
Quali soluzioni propone per porre fine a questo stato di cose?
Nessuna causa ha ragioni non controllabili. L'idea degli economisti
classici, da Smith a Ricardo fino allo stesso Marx, secondo cui i beni
disponibili sul pianeta sarebbero oggettivamente insufficienti per coprire
le necessità esistenziali di tutti, oggi non è più valida. Grazie a
straordinarie rivoluzioni tecnologiche ed elettroniche, siamo usciti per la
prima volta dalla tirannia della necessità. Come già dicevo prima, ci
sarebbe da mangiare per tutti. Il problema della fame ha quindi un'origine
umana; è il risultato di decisioni politiche, di precise strategie
economiche. Che, come tali, possono essere cambiate. Se prendiamo la catena
di causalità, le soluzioni da apportare appaiono abbastanza chiare: abolire
le sovvenzioni alla produzioni e all'esportazione che l'Unione europea e gli
Stati uniti forniscono ai loro contadini; abolire la liberalizzazione
forzata imposta dalla Wto; sottoporre a un controllo sociale le strategie
delle multinazionali (costringendole a pagare salari minimi in tutto il
mondo). E poi, cancellare il debito che, come un nodo scorsoio, tiene in
scacco paesi interi. Quest'ultimo è tanto più devastante in quanto in molti
casi si tratta di un «debito odioso», contratto da dittature o da classi
dirigenti corrotte, di cui il popolo non ha minimamente beneficiato. Faccio
un solo esempio: quando Luiz Inacio «Lula» Da Silva è entrato nel palazzo
presidenziale di Brasilia, ha trovato un debito astronomico, il secondo più
alto del mondo: 245 miliardi di dollari, eredità di 18 anni di dittature
militari. È precisamente questo fardello che non gli permette di finanziare
a dovere il suo programma «Fame zero», ossia la lotta contro la
sotto-alimentazione di 44 milioni di brasiliani.
La sua ricetta implica una revisione delle relazioni internazionali. Pensa
davvero che sia possibile incentrarle semplicemente su imperativi di
carattere morale piuttosto che su interessi economici e geo-politici?
Non c'è altra scelta. Se non restauriamo con la massima urgenza i valori
dell'Illuminismo, il diritto internazionale, i principi della civiltà
europea saranno cancellati, inghiottiti in una giungla senza regole.
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