Hi Marco, I'm at Abu Maher home. He give you his hugs and he say to you because we fedayin we all still in Sabra. Tell now for us it's not war it's play.

 

Il primo giorno di guerra è passato nello stupore generale, questo è il secondo e il messaggio lo ricevo sul telefonino. È caduta la terza bomba israeliana sull'aereoporto di Beirut.

L'inglese stentato è di Alaa Al Alì, che scrive dal cortile di Abu Maher mettendoci in contatto. Siamo Fedayin, mi ricorda Abu Maher con la calma signorile che gli è propria, e afferma che questi primi bombardamenti sono ancora un gioco.

 

Sono scosso, ovviamente, ma non solo questo. La  forza e la volontà di resistere del popolo palestinese continuano a stupirmi, nonostante siano caratteristiche che riconosco. Stimo la profonda dignità e la risolutezza con la quale affermano il loro diritto all'esistenza.

 

Somoud, è una delle prime parole che ho imparato in arabo.

Resistenza, quella determinazione che pone fondamento sul diritto e dona fierezza allo sguardo.

 

Mai sono stato così lontano dal Libano come in questi giorni, eppure il pensiero corre ripetutamente ai luoghi a me familiari, alle persone che mi sono care. Partire, raggiungere Beirut e portare testimonianza di questa brutale aggressione. Questo il mio dovere.

Dare continuità all'impegno, al lavoro di documentazione e alle ore passate a catalogare l'archivio di Monica Maurer. Raramente si pensa a come i materiali che compongono gli archivi sono stati realizzati, al fatto che siano il risultato del lavoro e del rischio di qualcuno che se ne è preso carico.

In questo momento vorrei farlo io, ma la situazione economica mi impedisce di muovermi. Cerco una soluzione che ancora non trovo. La giornata si dipana tra i notiziari, la ricerca spasmodica degli ultimi eventi pubblicati in rete e il tentativo di mettersi in contatto con i miei fratelli sotto le bombe. Non sempre ci riesco, a volte seguono silenzi. Altre volte risposte, sono messaggi di speranza, richieste di solidarietà.

 

È il terzo giorno, il tempo passa e le violenze continuano, continueranno a lungo. I massacri e i pesanti bombardamenti sulle infrastrutture libanesi vogliono mettere il paese in ginocchio. Noi, impotenti testimoni, guardiamo immagini che ripetono se stesse, reiterando la storia. Petrolio in mare, è ancora marea nera e alle vittime umane si unisce il disastro ecologico.

 

Stiamo bene, per ora…ma ancora per quanto? Fino alla fine? È Abu Mohammed che scrive dal campo di Mar Elias, lanciando una domanda che colpisce come  una pietra.

Il quarto giorno, arrivano notizie anche da Sami Hawat, cantautore della protesta del Libano. Rimaniamo in attesa – dice - non sappiamo come sarà il futuro; così passa un'altra notte e gli abitanti del sud abbandonano le loro case e spingono alle porte di Beirut.

Penso alle riprese di Monica del 1982, ai profughi in fuga dal Libano meridionale, ai colori sbiaditi delle immagini e alle auto cariche di borse, di coperte, piene di gente e di paura. Sembravano così lontane dentro quel monitor e ora violententemente si ripropongono affermando la loro dolorosa attualità.

Ricordo la domanda irrisolta di Ellen Siegel. Lei, ebrea, americana, attivista e infermiera al Gaza Hospital nei giorni del massacro di Sabra e Chatila, chiede Quante volte nella vita si può essere costretti a scappare?

 

L'ansia cresce in modo esponenziale, alimenta la rabbia e la volontà di partire. Beirut è sempre più lontana, inafferrabile, irraggiungibile.

Ancora un altro giorno, oggi ho diffuso in Libano le foto scattate alla fiaccolata romana contro la guerra. Innocua, isolata, nel posto sbagliato.

La sera arrivano segnali da Beirut, amici scrivono che vedendo quelle immagini si sentono meno soli. A volte basta poco per avere la coscienza a posto, ma così è troppo semplice. Passano le ore e i giorni, crescono incertezza e frustrazione, so che porterò dietro a lungo la mia inadeguatezza.

 

Grazie Marco, questa solidarietà ci da la forza di andare avanti.

Parole di Kassem Aina, il maestro combattente direttore del forum delle organizzazione non governative palestinesi in Libano. Mi sento debole e costernato, ricevo questi messaggi e gli occhi mi si gonfiano di lacrime, che si rifiutano di scendere bloccandosi in gola. Somoud, ripeto tra me.

È il quinto e poi anche il sesto, Alaa dice che la madre è riuscita a scappare in Siria. Dice anche che lui è ancora a Sabra, al Gaza Hospital, e mai fuggirà via.

Cerco in rete le foto di una delle città che mi è stata più ospitale. Purtroppo le trovo, e sono recenti. Troppo recenti. Sono le foto di zone che conosco bene, sono angoli di città che urlano la loro differenza dai tempi del mio passaggio. Al-Ghobeiri, Haret Hreik, il ponte dell'aereoporto trasformati in macerie, cumuli di cemento armato in attesa di essere rimossi insieme al ricordo della guerra. E che lo diventi in fretta, un ricordo. Già, come scrive Hicham che ha dovuto abbandonare la sua casa vicino Saida ed ora è rifugiato a Beirut,   speriamo sempre che domani sia meglio.

 

Il settimo, l'ottavo o il nono. È sera e non so più da quanti giorni è iniziata questa barbarie.   L'ora del crepuscolo, mentre scrivo sul tetto di casa in una delle borgate storiche romane, un aereo solca il cielo sopra la mia testa. Per almeno mezzora non riesco ad esprimere parola.

Il suono. Quel suono. Quello dei motori che Abed provava a descrivermi nella sua lettera e che io non conosco. Quello degli aerei che sorvolano la città per bombardarla. La diversa intensità e percezione di questo rumore è quello che mi separa dai miei amici più del Mediterraneo che divide le terre. Potrei calcolare la mia distanza in decibel.

 

La giustizia appare come un sogno. Civili uccisi e paura dappertutto, possibile che orecchie non sentano il suono delle bombe? Scusate…forse stiamo sbagliando, forse il mondo è morto, come si puo chiamare qualcuno che è morto?

 

Sono parole che vengono da Sabra, dalla tastiera di Abed Al-Rahman.  Lasciano il vuoto di un grido strozzato e sospeso a mezz'aria.

Questo vuoto lo riempie Aziza Khalidi, che nell'invasione israeliana del 1982 era l'amministratrice generale del Gaza Hospital.  Il suo pensiero è indirizzato a noi, al nostro ruolo in Italia e nel mondo.

 

Siamo tutti parte di una sinfonia della resistenza: alcuni pagano con le loro vite, altri  devono lasciare le loro case ed altri ancora fanno riverberare il pianto della guerra fra la gente del mondo. I libanesi rimarranno in Libano a mento alto, a prescindere da quello che succederà. Sono il sale della loro terra.

 

Per due interminabili giorni segue silenzio. Le comunicazioni si interrompono, i messaggi non arrivano e non vengono ricevuti. Ricevo lettere di Ellen Siegel da Washington DC, esprime la sua vergogna per Israele, dichiarando la difficoltà del dividere la religione da questo Stato orrendo.

Scrive anche Swee Chai Ang, medico di guerra che ha dedicato il suo lavoro alla causa palestinese, fin dall'invasione israeliana del Libano nel 1982 quando era il chirurgo ortopedico del Gaza Hospital.

A Londra facciamo manifestazioni quasi ogni giorno, credo dovresti farlo sapere ai tuoi amici di Beirut. Mi sento come un bisbiglio nella foresta. Nonostante tutto Israele non distruggerà mai la volontà della gente in Palestina e in Libano.

 

È mattina presto ma è gia molto caldo. Sono due i messaggi che ricevo nell'arco di pochi minuti. Kassem prima, Moataz dell'associazione Al-Jana poi. Vogliono entrambi annunciarmi il massacro di Qana. Lo fanno seccamente, dopo 10 anni la storia si replica, nello stesso luogo. Dolore e indignazione, niente parole.

È il diciannovesimo giorno, questo non lo scorderemo.

 

Finisco di scrivere questo sfogo e forse è già datato, alcune telefonate portano buone nuove. Inshallah rah safer la Lubnan, ripeto tra me rispolverando le poche nozioni di arabo acquisite, forse presto partirò.

 

Vorrei concludere con un pensiero di Aziza. Mi scrisse queste parole mesi fa, quando parlavamo del senso che dovrebbe avere il film che stiamo realizzando. Ho deciso di aprire il documentario Saloon al-Fidah con un cartello che cita le sue parole:

 

La speranza dono dignità alla tristezza, prevenendola dal cadere in accessi di rabbia distruttiva.

 

da Roma, lontano dal Libano

Marco Pasquini

Kinoki mrc

 


Questo racconto fa parte del diario di lavorazione di un progetto di documentazione a lungo termine sul Gaza Hospital a Beirut, se non volete più riceverlo vi prego di comunicarlo e scusare il disturbo.

I dvd di 2 documentari, dai titoli "Incontri" e "Saloon al-Fidah", girati negli stessi luoghi e parte del più esteso progetto, sono in vendita ad euro 15 a copia per auto-finanziamento.

 

Per informazioni:

Marco Pasquini

Autoproduzioni Abbasso il GradoZero

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