COSTRUIRE RESISTENZA
 ALLA CULTURA DELLA GUERRA
 La nostra è più di una preoccupazione, è il prendere atto di una tendenza, di 
un dato di fatto incontrovertibile: il ricorso alla guerra, all'aggressione 
sistematica ad altri paesi sovrani, ha, nella gestione della politica 
internazionale, riacquistato quel peso e quel ruolo che pensavamo appartenere 
ad un passato lontano, proprio di una cultura di antico stampo e fortemente 
autoritaria.
 Purtroppo dobbiamo assistere, talvolta impotenti, alle piroette 
propagandistiche dei vari governi dai differenti colori che si susseguono alla 
gestione del potere politico e dobbiamo prendere atto che il ricorso alla 
guerra (con qualunque nome la si voglia chiamare), è, oggi come un tempo, la 
continuazione della politica con altri mezzi, ed ancor più nello specifico il 
sostegno ad una politica economica scriteriata, tendente al dominio ed al 
controllo delle risorse naturali, che non potrà che portarci in un futuro 
prossimo all'inevitabile e catastrofico declino.
 Il nostro porci contro questa situazione diventa quindi un dovere morale, ed 
il lanciare preoccupati un allarme per la mobilitazione e la resistenza si fa 
di giorno in giorno sempre più necessario, come fu necessario, più di 
sessant’anni fa, con gli scioperi operai nel nord Italia contro la guerra, 
iniziare quel percorso che portò al sovvertimento del potere politico 
autoritario dominante, alla sconfitta del fascismo.
 Oggi, apparentemente, non vi è una dittatura; siamo tutti 
partecipi/complici/colpevoli poiché scegliamo tra le diverse opzioni politiche 
che ci vengono offerte; non vi è un uomo forte al potere (sebbene alcuni ne 
sentano l'esigenza); siamo capaci, come paesi progrediti e industrializzati, di 
fare la guerra senza percepirla violenta, bensì missionaria di democrazia.
La missione democratica, che stiamo svolgendo "pacificamente", lascia una scia 
di lutti, distruzioni, stragi: siamo capaci di produrre violenza indicibile. 
Riducendo al minimo i rischi per noi, teniamo ben custoditi e blindati gli 
strumenti di "espansione democratica" in cittadelle fortificate, castelli 
dentro le città che utilizziamo come riposo del guerriero che torna dal duro 
lavoro di bombardamento (Dal Molin docet).
 Le popolazioni, le genti di quei territori devastati, affamati, disperati, 
qualche volta si ribellano e RESISTONO (come da noi nel '45) combattendo contro 
gli invasori e i governi fantoccio made in Washington che ricordano molto da 
vicino quello di Salò: partono allora le rappresaglie, i rastrellamenti. le 
detenzioni senza fine, le torture in barba alle convenzioni precedentemente 
sottoscritte; la lotta al TERRORISMO , d'altra parte, è cosa "buona e giusta".
 è il solito vecchio disco: Achtung, banditen! si diceva  allora, Terroristi 
sono oggi tutti coloro che non accettano supinamente  la propria capitolazione.
  E' giunta l'ora di iniziare a lavorare seriamente per sbugiardare le 
politiche guerrafondaie di qualunque governo, anche di quelli di centrosinistra 
e dei rappresentanti di quei partiti che continuano mistificatoriamente a 
dichiararsi pacifisti, nonviolenti o quant'altro ma che nei fatti sostengono 
l’insostenibile. 
 E' giunta l'ora di costruire dei progetti di resistenza alla cultura della 
guerra che vorrebbe sovrastarci e seppellirci sotto montagne di macerie e di 
menzogne propagandistiche.
 Resistere con ogni forza per permettere ad altri popoli di trovare la propria 
strada verso la convivenza e la libertà, la dignità e l'indipendenza.
  
Se qualcuno si era illuso che con il nuovo governo di centrosinistra ci sarebbe 
stato un cambiamento di rotta, non è occorso molto tempo per doversi ricredere 
di fronte alle politiche sociali, economiche e belliche messe in atto. Da 
subito abbiamo cominciato a subire le conseguenze negative delle politiche sui 
contratti e sulla precarietà del lavoro, sulla scuola e la sanità, sulle 
pensioni e sul trattamento di fine rapporto, sul territorio e le grandi opere, 
che si accompagnano, ancora oggi come ieri, a quelle sulle missioni all’estero 
e sulle basi militari.
  Anzi la continuità sostanziale con il precedente governo presenta addirittura 
un peggioramento se si guarda, per esempio, a quanto di innovativo contiene la 
finanziaria nel campo delle spese militari - per la prima volta viene creato un 
fondo per le missioni di un miliardo di euro all’anno e si aumenta il budget 
complessivo di queste spese portandolo a 21 miliardi – e se si guarda, senza il 
fumo negli occhi delle "coperture" fornite dall’ONU, alle motivazioni profonde 
della nuova missione in Libano.
  In realtà il gioco delle "differenze" tra governi di centrodestra e di 
centrosinistra, almeno per la politica estera, sta dentro al binomio 
unilateralismo-multilateralismo e, dunque, in ogni caso, dentro dinamiche di 
dominio al servizio dell’una o dell’altra potenza che si costruisce, in loco, 
le proprie più o meno strategiche o strumentali alleanze, per l’espansione nel 
mondo dei propri gruppi economico-militari. Là dove vi sono delle diversità 
(es.: nel rapporto con gli Stati Uniti), non vengono messi in discussione gli 
interventi militari, ma semmai li si vuole condurre nell’ambito ONU insieme 
alle altre potenze europee e con una relativa autonomia rispetto all’alleato 
statunitense. Lo stesso ritiro delle truppe dall’Iraq (già deciso dal governo 
precedente) non esclude azioni armate meno appariscenti, con l’invio di 
istruttori presso le forze del governo iracheno oppure con l’uso di contractors 
(mercenari pagati dal governo) al seguito delle aziende   italiane presenti
 in loco (es.ENI).
 Alla faccia d’ogni altra considerazione e ossimoro sulle  "missioni  di…pace" 
o sulle "guerre… umanitarie"…
  In questo contesto, questo governo ha deciso il raddoppio della base USA a 
Vicenza e, ultimo in ordine di tempo, il rifinanziamento della missione in 
Afghanistan, avvenuto, per giunta, senza necessità numerica dei contributi 
parlamentari pure offerti dal centrodestra.
  E tuttavia, almeno a confortarci di fronte ad un quadro così poco 
rassicurante, vediamo svilupparsi nuclei significativi di resistenza ai 
progetti di ulteriore militarizzazione e devastazione del territorio: in 
particolare, il movimento contro la nuova base USA di Vicenza ha segnato con le 
due straordinarie manifestazioni del 2 dicembre e del 17 febbraio una svolta 
contro le politiche belliche del governo e rilanciato il terreno di una 
stagione di lotte che voglia rompere la complicità dell’Italia con la guerra 
permanente.
 Altri importanti momenti di forte opposizione sociale pongono il tema dell’uso 
del territorio ed altri ancora segnalano il conflitto dentro i luoghi di lavoro 
contro le subalternità sindacali al "governo amico".
 Si può prospettare, dunque, a partire dalla strutturazione sul proprio 
territorio, la costruzione di una rete di solidarietà e di mutuo appoggio tra i 
diversi spezzoni del movimento di opposizione alle politiche di guerra e di 
sfruttamento. 



       
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