Invito i lettori di sesso maschile a
firmare questo appello, che è particolarmente significativo in momenti
come questi, in cui alcuni casi eclatanti di violenza contro le donne
da parte di migranti sono usati come pretesto per promuovere
provvedimenti sicuritari e lesivi dello stato di diritto, come la
legalizzazione delle "ronde padane". Lo Stato, infatti, dovrebbe avere
il monopolio dell'uso legittimo della forza.
La violenza contro le donne riguarda in primo luogo gli uomini che
ne sono autori, e che sono italiani nella gran maggioranza dei casi:
riguarda quindi noi, uomini italiani.
Si ricordi sempre che la maggior parte delle aggressioni a donne si
verifica fra le mura domestiche, contrariamente a quanto i mass media
ci vogliono suggerire.
Tommaso Bruni - Presidente di BergamoLaica
La violenza contro le donne ci riguarda:
prendiamo la parola e impegniamoci come uomini
E’ sempre più lunga la scia di delitti commessi da uomini
contro ex
mogli o fidanzate, contro compagne in procinto di lasciarli, violenze
di gruppo, stupri consumati durante una festa o aggressioni.
Violenze
nate nel degrado delle nostre periferie, ma anche stupri e ricatti
sessuali ad opera di italiani contro donne straniere e di stranieri
contro donne italiane: comunque e sempre uomini.
Le reazioni delle
istituzioni ci sembrano inadeguate o addirittura negative.
Per questo,
ad oltre due anni dalla sua prima pubblicazione torniamo a proporre il
nostro APPELLO AGLI UOMINI.
Nel settembre 2006 era stato pubblicato e
sottoscritto da quasi 1000 uomini di tutta Italia.
Oggi lo rilanciamo
come appello dell’Associazione Nazionale Maschile Plurale, nata nel
maggio del 2007, e vi chiediamo di aderire.
ADERISCI
ALL'APPELLO:
[email protected]
Ecco il testo dell'appello:
Assistiamo a un ritorno quotidiano della violenza esercitata da
uomini
sulle donne, con dati allarmanti anche nei paesi “evoluti”
dell’Occidente democratico. Violenze che vanno dalle forme più barbare
dell’omicidio e dello stupro, delle percosse, alla costrizione e alla
negazione della libertà negli ambiti familiari, sino alle
manifestazioni di disprezzo del corpo femminile. Una ricerca del
Consiglio d’Europa afferma che l’aggressività maschile è la prima
causa di morte violenta e di invalidità permanente per le donne fra i
16 e i 44 anni in tutto il mondo e tale violenza si consuma soprattutto
tra le pareti domestiche.
Siamo di fronte a una recrudescenza quantitativa di queste violenze
oppure a un aumento delle denunce da parte delle donne? Resta il fatto
che esiste ormai un’opinione pubblica e un senso comune, che non
tollera più queste manifestazioni estreme della sessualità e della
prevaricazione maschile.
Chi lavora nella scuola e nei servizi sociali denuncia una situazione
spesso molto critica nei comportamenti degli adolescenti maschi, più
inclini delle loro coetanee a comportamenti violenti, individuali e di
gruppo.
Forse il tramonto delle vecchie relazioni tra i sessi basate su una
indiscussa supremazia maschile provoca una crisi e uno spaesamento
negli uomini che richiedono una nuova capacità di riflessione, di
autocoscienza, una ricerca approfondita sulle dinamiche della nostra
sessualità e sulla natura delle relazioni con le donne e con gli altri
uomini.
La rivoluzione femminile che abbiamo conosciuto dalla seconda metà del
secolo scorso ha cambiato il mondo. Sono mutate prima di tutto le
nostre vite, le relazioni familiari, l’amicizia e l’amore tra uomini e
donne, il rapporto con figlie e figli. Sono cambiate consuetudini e
modi di sentire. Anche le norme scritte della nostra convivenza
registrano, sia pure a fatica, questo cambiamento.
L’affermarsi della libertà femminile non è una realtà delle sole
società occidentali. Il moto di emancipazione e liberazione delle donne
si è esteso, con molte forme, modalità e sensibilità diverse, in tutto
il mondo. La condizione della donna torna in modo frequente nelle
polemiche sullo “scontro di civiltà” che sarebbe in atto nel mondo. Noi
pensiamo che la logica della guerra e dello “scontro di civiltà” può
essere superata solo con un “cambio di civiltà” fondato in tutto il
mondo su una nuova qualità del rapporto tra gli uomini e le donne.
Oggi attraversiamo una fase contraddittoria, in cui sembra manifestarsi
una larga e violenta “reazione” contraria al mutamento prodotto dalla
rivoluzione femminile. La violenza fisica contro le donne può essere
interpretata in termini di continuità, osservando il permanere di
un’antica attitudine maschile che forse per la prima volta viene
sottoposta a una critica sociale così alta, ma anche in termini di
novità, come una “risposta” nel quotidiano alle mutate relazioni tra i
sessi.
Un altro sintomo inquietante è il proliferare di mentalità e
comportamenti ispirati da fondamentalismi di varia natura religiosa,
etnica e politica, che si accompagnano sistematicamente a una visione
autoritaria e maschilista del ruolo della donna. Queste stesse tendenze
sono però attualmente sottoposte a una critica sempre più vasta,
soprattutto – ma non esclusivamente – da parte femminile.
In un contesto di insicurezza (in parte reale, in parte enfatizzata
dai media e da settori della politica), di continua emergenza e paura
per azioni terroristiche e per le contraddizioni provocate dalla nuova
dimensione dei flussi di immigrazione, nel dibattito pubblico la
matrice della violenza patriarcale e sessuale è stata spesso riferita a
culture e religioni diverse dalla nostra. Molte voci però hanno
insistito giustamente sul fatto che anche la nostra società occidentale
non è stata e non è a tutt’oggi immune da questo tipo di violenza. E’
anzi possibile che il rilievo mediatico attribuito alla violenza
sessuale che viene dallo “straniero” risponda a un meccanismo inconscio
di rimozione e di falsa coscienza rispetto all’esistenza di questo
stesso tipo di violenza, anche se in diversi contesti culturali, nei
comportamenti di noi maschi occidentali.
Si è parlato dell’esigenza di un maggiore ruolo delle istituzioni
pubbliche, sino alla costituzione come parti civili degli Enti Locali e
dello Stato nei processi per violenze contro le donne. Si è persino
messo sotto accusa un ipotetico “silenzio del femminismo” di fronte
alla moltiplicazione dei casi di violenza.
Noi pensiamo che sia giunto il momento, prima di tutto, di una chiara
presa di parola pubblica e di assunzione di responsabilità da parte
maschile.
In questi anni non sono mancati singoli uomini e gruppi
maschili che hanno cercato di riflettere sulla crisi dell’ordine
patriarcale.
Ma oggi è necessario un salto di qualità, una presa di
coscienza collettiva. La violenza è l’emergenza più drammatica.
Una forte presenza pubblica maschile contro la violenza degli uomini
potrebbe assumere valore simbolico rilevante. Anche diffondendo e
firmando questo Appello, convocando nelle città manifestazioni,
incontri, assemblee, per provocare un confronto reale.
Siamo sempre più convinti che un filo unico leghi fenomeni anche molto
distanti tra loro ma riconducibili alla sempre più insopportabile
resistenza con cui la parte maschile della società reagisce alla
volontà che le donne hanno di decidere della propria vita, di
significare e di agire la loro nuova libertà: il corpo femminile è
negato con la violenza. E invece viene anche disprezzato e considerato
un mero oggetto di scambio (come ha dimostrato il recente scandalo
sulle prestazioni sessuali chieste da uomini di potere in cambio di
apparizioni in programmi tv ecc.). Viene rimosso da ambiti decisivi per
il potere: nella politica, nell’accademia, nell’informazione,
nell’impresa, nelle organizzazioni sindacali. Lo sguardo maschile non
vede ancora adeguatamente la grande trasformazione delle nostre società
prodotta negli ultimi decenni dal massiccio ingresso delle donne nel
mercato del lavoro.
Proponiamo e speriamo che finalmente inizi e si diffonda in tutta
Italia una riflessione pubblica tra gli uomini, nelle famiglie, nelle
scuole e nelle università, nei luoghi della politica e
dell’informazione, nel mondo del lavoro, una riflessione comune capace
di determinare una svolta evidente nei comportamenti quotidiani e nella
vita di ciascuno di noi.
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