Prossime iniziative antifasciste


* Modena 19/2: FOIBE E CONFINI ORIENTALI: LE AMNESIE DELLA REPUBBLICA
* Forlì 20/2: NOI RICORDIAMO TUTTO…
* Trieste 22/2: GIORNO DEL RICORDO, LA STORIA CAPOVOLTA
* Roma 24/2: GUERRIGLIA PARTIGIANA A ROMA
* Roma 3/3: DONBASS - I NERI FILI DELLA MEMORIA RIMOSSA




=== Modena, domenica 19 febbraio 2017
alle ore 15.30 nella Sala Ulivi dell’Archivio Storico della Resistenza
FOIBE E CONFINI ORIENTALI: LE AMNESIE DELLA REPUBBLICA
intervento di Alessandra Kersevan
organizza: Rete Antifascista Modenese


scarica la locandina: 
http://www.diecifebbraio.info/2017/02/giorno-del-ricordo-2017-le-iniziative/modena190217/




=== Forlì, lunedì 20 febbraio 2017
alle 18:30 presso la Sala Foro Boario, piazza Foro Boario 7
NOI RICORDIAMO TUTTO… Per una lettura storicamente corretta delle questioni 
nord-orientali
ne parliamo con Alessandra Kersevan, ricercatrice storica
organizzano ANPI e UDU


scarica la locandina: 
http://www.diecifebbraio.info/2017/02/giorno-del-ricordo-2017-le-iniziative/forli200217/




=== Trieste, mercoledì 22 febbraio 2017
alle ore 17:00 in via Tarabochia 3, presso la sala di Rifondazione Comunista, 
primo piano
GIORNO DEL RICORDO, LA STORIA CAPOVOLTA
Intervengono:

Alessandra Kersevan, La criminalizzazione della ricerca storica;
Claudia Cernigoi, Chi nega cosa;
Sandi Volk, Chi ricorda la Repubblica nata dalla Resistenza


evento FB <https://www.facebook.com/events/1417372998307788/>: 
https://www.facebook.com/events/1417372998307788/




=== Roma, venerdì 24 febbraio 2017
alle ore 18.30 presso Baccelli d’Idee in via Orciano Pisano 9
(ex scuola Baccelli a Montecucco dietro l’AMA)


l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia sezione Trullo-Magliana “Franco 
Bartolini” di Roma, in occasione della festa del tesseramento 2017, presenterà 
il libro:


"GUERRIGLIA PARTIGIANA A ROMA. Gap comunisti, Gap socialisti e Sac azioniste 
nella Capitale 1943-’44" di Davide Conti, Odradek 2017


Ne discutiamo con l’autore e storico Davide Conti, con il partigiano dei GAP di 
Roma Nando Cavaterra, e con lo scrittore ed editore della Red Star Press 
Cristiano Armati.


Sarà l’occasione per ribadire e ricordare perché la città di Roma merita una 
medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, di cui è ancora in attesa 
di assegnazione.
Vogliamo qui citare solo alcuni dati: duecentosettantuno giorni di occupazione 
nazista, migliaia di caduti civili e militari, quasi quattromila partigiani 
inquadrati nelle organizzazioni armate, centinaia di azioni di guerra e 
sabotaggio compiute quotidianamente. Questa è stata la Resistenza a Roma: una 
guerriglia urbana di nove mesi organizzata dalle forze antifasciste e resa 
possibile dall’appoggio della popolazione civile.

Le drammatiche vicende della «Città Aperta», iniziate con i seicento caduti a 
Porta San Paolo e chiuse dalla strage di La Storta, furono caratterizzate da 
una guerra partigiana che rifiutò l’ordine nazista su Roma e fece della 
Resistenza armata la leva storica «costituente» in grado di conferire ai 
cittadini un nuovo protagonismo all’interno della sfera pubblica, facendo della 
guerriglia urbana una delle radici fondamentali della Repubblica.


All’interno del perimetro urbano della capitale, il Partito comunista, il 
Partito socialista e il Partito d’azione, si dotarono di reparti armati che 
diedero vita ad un conflitto asimmetrico in grado di infliggere all’esercito 
nazista gravi danni strategici e pesanti perdite materiali.


In ogni zona della città, centinaia di azioni di guerriglia e sabotaggio 
vennero realizzate dai partigiani lungo tutti i nove mesi di occupazione, 
confliggendo apertamente contro l’ordine pubblico criminale dei nazifascisti 
gestito attraverso la pratica militare della «guerra ai civili» fatta di 
rastrellamenti e deportazioni (carabinieri, ebrei, quartieri popolari), di 
stragi (Pietralata, Forte Bravetta, Fosse Ardeatine, La Storta) e di “camere di 
tortura” (via Tasso e le Pensioni Oltremare e Jaccarino).


Le otto zone in cui i tre partiti della sinistra del CLN divisero la capitale 
divennero campo di battaglia accidentato e pericoloso per nazisti e fascisti 
grazie alla solidarietà, al sostegno fattuale e all’appoggio ideale della 
popolazione che permise ai partigiani di ricevere protezione e collaborazione 
in tutti i quartieri della città e di combattere un nemico molto più forte per 
numero, armamento e risorse.



Davide Conti, storico. È consulente dell'Archivio Storico del Senato della 
Repubblica presso cui ha curato il riordino degli archivi personali dei membri 
dei GAP centrali Rosario Bentivegna, Carla Capponi, Mario Fiorentini e Lucia 
Ottobrini. Ha pubblicato: L’occupazione italiana dei Balcani (Odradek 2008); 
Alle radici del sindacato. La fondazione della Cgil e le carte del congresso 
costitutivo del 1906 (Ediesse 2010); Criminali di guerra italiani (Odradek 
2011); L'anima nera della Repubblica. Storia del Msi, (Laterza 2013); La 
Resistenza di Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini dai GAP alle Missioni Alleate, 
(Senato della Repubblica 2016).


Nando Cavaterra, partigiano. Ex combattente della Resistenza romana nel 
quartiere di Centocelle, inquadrato nei Gap dell’ VIII zona. Attualmente è 
membro del Comitato Provinciale dell’ANPI di Roma.


Cristiano Armati, scrittore ed editore. Impegnato nell’industria editoriale dal 
1999, lavora per Coniglio Editore, Newton Compton, Castelvecchi e Perrone prima 
di tentare di assaltare il cielo con la casa editrice Red Star Press, che 
contribuisce a fondare nel 2012 e che vanta nel suo catalogo diversi libri 
dedicati alla Resistenza. Ha scritto fra gli altri i romanzi Rospi acidi e baci 
con la lingua e L’amore che ho cercato, la narrativa non finzionale di Roma 
criminale, Italia criminale, Cuori rossi e La scintilla.




=== Roma, venerdì 3 marzo 2017
alle ore 17:30 alla Casa della Memoria e della Storia, Via San Francesco di 
Sales 5


Presentazione del libro
"DONBASS - i neri fili della memoria rimossa"
di Silvio Marconi


intervengono: Silvio Marconi, Giovanni Russo Spena, Davide Conti, Fabrizio De 
Sanctis
organizza: ANPI prov. Roma
scarica la locandina:
https://2.bp.blogspot.com/-lrVZr38kohA/WKcOaXzkk-I/AAAAAAAACoM/SQgv15qNHQcFfx0TqTjnqPDgvc_QRlLugCLcB/s1600/locandina%2Bdonbass_web.jpg


Silvio Marconi
DONBASS - I NERI FILI DELLA MEMORIA RIMOSSA
Roma: Ed. Croce, 2016


"Donbass, i neri fili della memoria rimossa" vuole essere un contributo alla 
rottura di una operazione di rimozione storica che si compie non solo nel caso 
dell'Ucraina, ma più in generale su aspetti rilevanti di vicende europee la cui 
eredità è tutt'altro che estinta. Grazie alla "guerra fredda", agli interessi 
delle élites conservatrici occidentali, alle complicità fra mandanti ed 
esecutori dei crimini dei nazisti e dei loro collaborazionisti e settori degli 
apparati istituzionali occidentali post-1945, una coltre di silenzio e 
mistificazione è calata su molti aspetti di quei crimini, il che ha permesso 
scandalose impunità e riesumazioni di personaggi assurti ad eroi. È il problema 
dell'Ucraina, che i media e le cancellerie occidentali fanno finta di non 
vedere. Importante, poi, è il fatto che spezzando quella rimozione, risulta che 
il caso del Donbass e del nero filo che collega i neonazisti attuali all'opera 
contro le genti di quella terra e i collaborazionisti ucraini dei nazisti nella 
Seconda Guerra Mondiale, riguarda direttamente noi Italiani: in quella guerra 
di 70 anni fa partecipammo all'aggressione nazifascista all'URSS e occupammo 
per un certo periodo proprio il Donbass. Introduzione di Giovanni Russo Spena.
http://www.edizionicroce.com/libro.asp?idlibro=733 
<http://www.edizionicroce.com/libro.asp?idlibro=733>


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http://contropiano.org/documenti/2016/07/09/donbass-neri-fili-della-memoria-rimossa-081498
 
<http://contropiano.org/documenti/2016/07/09/donbass-neri-fili-della-memoria-rimossa-081498>


Donbass, i neri fili della memoria rimossa



di Silvio Marconi <http://contropiano.org/author/marco>


Sono sempre stato convinto, condividendo in questo le idee di autorevoli 
storici come Le Goff, Braudel, ecc., che la falsificazione e mistificazione 
della Storia sia stata e sia uno degli strumenti essenziali per la 
realizzazione delle fondamenta di qualsiasi progetto di oppressione, di 
aggressione, di guerra, di etnocidio, di genocidio e che, conseguentemente, lo 
studio ed il disvelamento non solo della realtà storica ma dei processi di sua 
mistificazione, dei loro autori e dei loro scopi, rappresenti un elemento 
imprescindibile di qualsiasi battaglia contro quei progetti disumani, se non ci 
si vuole affidare alla sloganistica generica, al richiamo a semplici emozioni o 
alla demagogia.


Quando quella mistificazione si presenta non solo e non tanto sotto la veste 
della aperta falsificazione (che pure è sempre componente di tale processo) ma 
come rimozione voluta di aspetti “scomodi” della Storia e soprattutto di quella 
Storia che si ama presentare come “propria”, come fondante la “propria” 
identità, a cui abbeverarsi per forgiare miti e realtà, comportamenti 
collettivi e decisioni politiche, linee educative e tendenze mediatiche, 
paradossalmente il danno è maggiore e più profondo perché tende a dilatarsi nei 
decenni e talora nei secoli, pronto a farsi alimento di qualsiasi infamia 
sciovinista, militarista, razzista, revisionista, di qualsiasi demagogia 
mobilitante, di qualsiasi banalizzazione tesa a creare confusione voluta.


Il 2 maggio 2014, i neonazisti ucraini bruciarono vive almeno 45 persone nella 
Casa dei Sindacati di Odessa, mentre a Kiev, nuovi leaders affermatisi grazie a 
quegli eventi di Maidan (in realtà un vero golpe etero diretto da ambienti 
NATO) in cui tali forze neonaziste erano state determinanti e che venivano 
presentati ciecamente dai media italiani come “rivoluzione democratica”, 
avevano iniziato un processo che li avrebbe portati rapidamente ad integrare 
quei neonazisti nelle forze armate ucraine, a rispondere alle manifestazioni di 
chi si opponeva alla svolta di Maidan con tanks e bombardamenti, innescando una 
guerra civile, a distruggere i monumenti ai caduti nella lotta contro 
l’invasore nazifascista del 1941-1943, ad assumere esplicitamente come 
riferimenti mitico-eroici i collaborazionisti ucraini dei nazisti della Seconda 
Guerra Mondiale. Era per me chiaro, proprio sulla base delle mie analisi sui 
processi di rimozione e falsificazione storica ( Banditi e banditori, Manni, 
Lecce, 2000; Reti mediterranee, Gamberetti, Roma, 2002; Il nemico che non c’è, 
Dell’Albero/COME, Milano, 2006), che quel laboratorio di neonazismo in cui si 
stava trasformando l’Ucraina, sotto gli auspici e con la complicità dell’intero 
Occidente, basava il suo agire ancora una volta su quei processi di rimozione e 
falsificazione storica e che al tempo stesso si doveva non solo all’azione di 
media embedded e di settori politici UE ma anche all’azione pluridecennale di 
processi appartenenti a quella categoria il fatto che tale laboratorio di 
neonazismo era largamente sottovalutato in Italia.


Sottovalutato volutamente dagli ambienti più direttamente succubi rispetto al 
volere di NATO, UE, governi occidentali, ma anche, forse non volutamente, da 
buona parte delle forze antifasciste e democratiche, dalle organizzazioni 
sindacali, dalle associazioni culturali antirazziste, da tanti che si 
proclamano “rivoluzionari” o anche “innovatori” nel modo di far politica. 
Dietro quella sottovalutazione grave, che oltre tutto lascia e lasciava spazio 
a confusioni “rosso-brune” (che mascherano il volto fascista dietro 
l’anti-americanismo) ed a simpatie esplicitamente dimostrate verso settori dei 
neonazisti di Kiev da parte di esponenti di partiti italiani che si dicono 
“democratici” (come il PD Pittella con “Pravy Sektor”) ci fosse anche stavolta 
una operazione di rimozione complessa, articolata e prolungata, iniziata non 
nel 2014, né al momento della dissoluzione dell’URSS, ma decenni fa. Una 
rimozione  di molteplici aspetti storici delle vicende ucraine in generale e 
del loro rapporto, ancor più nascosto, con la Storia stessa del nostro Paese.


La ricerca che dal maggio 2014 al febbraio 2016 ha portato infine alla 
pubblicazione del mio nuovo libro Donbass. I neri fili della memoria rimossa 
(Edizioni Croce, Roma, 2016) si è quindi incentrata su alcuni di quegli 
elementi rimossi, censurati, negati, mistificati, per mettere a disposizione di 
chi non accetta i frutti orrendi del laboratorio neonazista ucraino e del suo 
ruolo nelle strategie dei circoli neoliberisti occidentali più radicali 
strumenti di approfondimento, e quindi di lotta, posto che smascherare quelle 
rimozioni, analizzare quegli elementi volutamente censurati rappresenta uno 
degli elementi imprescindibili per opporsi alle strategie ed alle tattiche di 
chi ne è l’autore e li usa per realizzare, fra l’altro, quel laboratorio 
neonazista ucraino e non solo (si pensi alla situazione nei Paesi Baltici, in 
Polonia, in Turchia, ecc.).


Se si vuole collocare la realtà attuale ucraina nel suo vero contesto, innanzi 
tutto storico prima ancora che geopolitico, ed in rapporto con una tendenza 
alla costruzione sistematica della “russofobia” (così ben analizzata da Guy 
Mettan nel suo recentissimo Russofobia. Mille anni di diffidenza; Sandro teti 
editore, Roma, 2016) va prima di tutto notato che gli elementi rimossi, 
censurati, negati, mistificati relativi all’Ucraina e specificamente alla 
realtà del Donbass sono molti e riguardano anche ambiti storici antichi, come 
il fatto che in realtà Kiev, lungi dall’essere “cuore della patria ucraina” è 
il luogo dove nasce nel IX secolo d.C. …il primo stato proto-russo, la Rus’ di 
Kiev, appunto,  cristianizzata a cavallo fra X e XI secolo dal Principe 
Vladimir, che il simbolo scelto dai “nazionalisti” ucraini (detto “tridente”) è 
in realtà un girifalco, uccello che rappresentava lo stemma araldico della 
famiglia del suddetto Principe Vladimir della Rus’ di Kiev  e che quella 
Galizia culla del “nazionalismo ucraino”, del collaborazionismo coi nazisti 
nella Seconda Guerra Mondiale e del neonazismo ucraino attuale non solo 
appartiene all’Ucraina solo grazie alle annessioni all’URSS realizzate dal 
tanto odiato Stalin, che la sottrasse alla Polonia (ricompensata con territori 
ad Ovest, ex-tedeschi, dopo la sconfitta del nazismo), non solo era abitata 
prevalentemente da Polacchi ed Ebrei prima delle stragi che nazisti e 
collaborazionisti ucraini vi compirono dal 1941, ma, nella sua fase di 
sudditanza all’Impero Austro-ungarico, prima, ed in quella di occupazione 
germanica durante la Prima Guerra Mondiale, poi, fu teatro della costruzione di 
quel “nazionalismo” ucraino (inizialmente chiamato “ruteno”, termine che in 
realtà nel Medioevo significava “della Rus”, ossia…”russo”!) che nacque come 
strumento della cultura e della politica germano-centrica contro lo zarismo 
russo e sulla base delle concezioni del nazionalismo-romanticismo germanico.


Sebbene, però, questi ed altri elementi relativi alle fasi storiche fra il 
Medioevo e la Prima Guerra Mondiale non vadano affatto trascurati ed anzi 
vadano ulteriormente portati alla luce per combattere la disinformazione ed il 
pressappochismo e siano citati nel libro, esso si concentra su altri aspetti, 
più recenti e significativamente proiettati sull’oggi. In primo luogo sul ruolo 
dell’Italia nelle politiche di conquista, rapina e massacro di impronta 
germanica in quella che da poco più di 150 anni si suole chiamare “Ucraina” 
come parte del progetto di espansione genocida tedesca ad Est. Ruolo che trova 
i suoi germi concettuali e concreti addirittura in politiche italiane 
largamente antecedenti alla presa stessa del potere in Germania da parte del 
nazismo, sia relative alle pratiche coloniali di annientamento e sfruttamento 
(in Eritrea, in Libia, poi in Etiopia e Somalia), sia a quelle di 
snazionalizzazione e deculturazione delle minoranze attuate nel SudTirolo e 
nelle aree slovene del Friuli-Venezia Giulia dal 1919, sia allo stabilirsi di 
strutture italiane finalizzate allo sfruttamento economico nei territori 
austroungarici dopo la vittoria italiana del 1918, inclusi appunto territori 
galiziani.


Ruolo che si intreccia con l’ideologia antisemita ed antirussa (prima ancora 
che antibolscevica), della Chiesa cattolica, che del resto dopo la frattura con 
quella ortodossa del 1054, è motore significativo di aggressioni alla Russia ed 
agli Ortodossi, fin da quando papa Gregorio VII (1073-1085) promuove l’azione 
del feudalesimo tedesco contro le genti russe in funzione di una loro auspicata 
conversione forzata al Cattolicesimo, fin da quando nel 1220, con questa scusa, 
i Cavalieri teutonici aggrediscono la terra russa (e vi vengono battuti nel 
1242 dalle forze guidate da Aleksandr nevskji), fin da quando la Chiesa 
cattolica patrocina “crociate” dei cattolici polacco-lituani contro gli 
Ortodossi russi per tutto il XIII secolo o quando, nel 1596, il regno cattolico 
polacco-lituano impone alla Chiesa Ortodossa delle regioni galiziano-voliniane 
di sottomettersi all’autorità papale (nascita del fenomeno “uniate”) o nel 1612 
si spinge ad attaccare la città di Mosca.


Una pratica ideologica che continua nei secoli seguenti, con l’appoggio di 
vescovi cattolici (fra cui quello di Tulle nel 1854 che dichiara relativamente 
agli Ortodossi russi: “vi sono uomini che rispondono al nome di cristiani più 
pericolosi per la Chiesa che i pagani stessi) e dell’arcivescovo di Parigi 
Sibourg (che la definisce “guerra contro l’eresia ortodossa”) alla Guerra di 
Crimea contro la Russia e si proietta fino alle “apparizioni di Fatima” in cui 
la madonna chiederebbe la “conversione della Russia” (mesi prima che avvenga la 
Rivoluzione bolscevica!!!) e prende vigore dal 1918 nella campagna contro il 
bolscevismo definito sì ateo ma spesso anche “giudeo” (identificazione che sarà 
cara ai nazisti….).


Ruolo che, però, trova la sua massima e piena realizzazione col e nel fascismo, 
ancora una volta sia sul piano teorico che pratico, fino a fare da base alla 
realtà della partecipazione italiana alla guerra hitleriana di aggressione 
all’URSS, con uno specifico ruolo proprio in Ucraina.


Su questo piano sono molti i miti da sfatare e lo si può fare, se solo lo si 
vuole, agevolmente, se si interconnettono a rete elementi contenuti in studi 
realizzati da Del Boca, Conti, Focardi, Oliva, Pisanty, Rochat e soprattutto 
Schlemmer e li si arricchiscono di analisi comparate (come si è cercato di fare 
nel mio testo) con frammenti di verità conservati in quel che resta 
nell’Archivio Storico dello Stato maggiore dell’Esercito italiano (al netto 
delle depredazioni angloamericane e soprattutto di un “provvidenziale” incendio 
di parte cospicua dei documenti avvenuto il 23 aprile 1945….), con 
contraddizioni palesi fra schegge di memoria contenute in testi diversi di 
reduci italiani della Campagna di Russia, a partire da quello del comandante 
del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR), generale Messe, e con altro 
materiale reperibile da varie fonti.


Il primo mito da sfatare è quello che l’Italia fu trascinata nella Campagna di 
Russia da Hitler. In realtà Hitler preferiva vedere l’Italia concentrarsi sul 
fronte africano e fu Mussolini che ripetutamente ed insistentemente chiese di 
poter far partecipare truppe italiane all’aggressione all’URSS, con due scopi 
dichiarati: avere un ruolo nella “crociata antibolscevica” ed ottenere 
territori e risorse da sfruttare. Scopi che già esplicitano che la 
partecipazione italiana aveva caratteristiche di fondo non diverse da quelle 
naziste, perché l’intervento italiano si configura sia come “guerra ideologica” 
che come “guerra di rapina” e porta con sé in entrambi gli aspetti la necessità 
evidente di praticare una strategia di massacro ed affama mento.


Il secondo mito da sfatare è quello di una massa di soldati ed ufficiali 
italiani gettati nella carneficina del fronte orientale senza convinzione e 
senza concezioni radicali; lettere, testimonianze, memorie confermano invece 
che l’ideologia nazista del Mein Kampf  (testo largamente diffuso negli 
ambienti colti e soprattutto giovanili italiani da cui proveniva la maggioranza 
degli ufficiali) era ampiamente nota ed accettata, che gerarchie ecclesiastiche 
e parroci di campagna “caricarono” i soldati di un senso sacrale della lotta 
contro il “bolscevismo ateo”, che l’antisemitismo diffuso dal 1938 attraverso 
una panoplia di strumenti mediatici aveva largamente attecchito e che erano 
condivise (anche dallo stesso Messe) concezioni care ai nazisti che ebbero 
traduzione pratica in ordini e pratiche di massacro, come quella che 
identificava “boslcevichi” ed “ebrei”, destinandoli alla eliminazione.


Il terzo mito da sfatare, collegato al secondo, è quello degli “Italiani brava 
gente”, ossia di una contrapposizione fra i “cattivi tedeschi” ed i “buoni 
italiani”, che in realtà è significativamente una estensione della menzogna 
tedesca che contrapponeva e per decenni ha contrapposto i “cattivi SS” ai 
“buoni soldati della Wehrmacht”. In realtà, certamente i gruppi speciali di 
sterminatori (einsatzgruppen) e le SS commisero sul fronte orientale e 
soprattutto in URSS crimini insuperabili per orrore e quantità, ma la Wehrmacht 
non fu affatto “innocente”, partecipando attivamente ai massacri di Ebrei, 
partigiani, comunisti, civili in genere, alle deportazioni e schiavizzazioni di 
massa, alle rapine e distruzioni sistematiche, all’annientamento per fame dei 
prigionieri di guerra. Le truppe italiane (e non solo i reparti di camicie nere 
come la Legione Tagliamento) non si resero responsabili di una quantità e 
qualità di crimini equiparabile a quelli tedeschi ma presentarli in massa come 
“brava gente” è una menzogna densa di conseguenze. I reparti italiani, che 
operarono in Russia sempre sotto il comando tedesco, erano reduci da crimini di 
guerra terribili in Etiopia (e in Libia prima ancora del fascismo!), in Grecia, 
in Albania e soprattutto in Yugoslavia; in URSS parteciparono ai 
rastrellamenti, crearono campi di concentramento per prigionieri di guerra 
(affamandoli), consegnarono ai tedeschi per destinarli a sicura morte 
partigiani, comunisti, Ebrei, civili rastrellati, praticarono distruzioni e 
rappresaglie e se non poterono rapinare su vasta scala (ed usare come 
programmato le risorse agricole ucraine per sfamare gli Italiani e migliaia di 
prigionieri russi per le miniere sarde) è solo perché i tedeschi non vollero 
spartire il bottino  e la rapina con gli Italiani e questi ultimi furono 
costretti a servirsi solo….dei pacchi da inviare a casa (volutamente aumentati 
di peso….).


Truppe, ufficiali italiani, perfino la Polizia Politica fascista erano a 
conoscenza dei crimini enormi che i nazisti commettevano, con l’appoggio dei 
collaborazionisti locali, ma non vi fu una reazione istituzionale di alcun tipo 
e si proseguì tranquillamente a cooperare con gli autori e garantire condizioni 
perché molti di quei crimini avvenissero.


Da tante lettere di semplici soldati, sottufficiali ed ufficiali italiani 
impegnati sul fronte russo 8e specificamente, per tanti mesi, proprio in 
Ucraina) emerge entusismo nella partecipazione ad una “impresa” che viene 
vissuta come “crociata contro il bolscevismo ateo”, come “campagna per portare 
la superiore civiltà romana ai barbari delle steppe russe”, come “lotta alle 
sanguisughe giudee”.


Per non parlare della “cameratesca” complicità durante l’invasione nazifascista 
all’URSS fra reparti nazisti e reparti maggiormente ideologizzati delle truppe 
italiane, come quella X MAS che fu di stanza a Mariupol o della Legione 
Tagliamento, i cui superstiti dopo la ritirata dalla Russia formarono il nerbo 
dell’omonimo reparto repubblichino che si distinse dopo l’8 settembre 1943 
nella repressione antipartigiana, nelle stragi in Italia.


L’altro aspetto affrontato nel libro è il ruolo dei collaborazionisti ucraini 
in rapporto sia coi Tedeschi che con gli Italiani. Anche qui ci sono miti da 
sfatare, tanto più gravi in quanto sono oggi rilanciati ufficialmente dalla 
giunta oligarco-fascista di Kiev, primo fra i quali il considerare tali 
collaborazionisti come “nazionalisti ucraini”. Erano invece tanto poco veri 
“nazionalisti” che non evitarono né di essere arruolati a migliaia come 
guardiani dei lager nazisti, operando nei centri polacchi di Sobibor, 
Treblinka, Majdanek, ecc. ma perfino nella Risiera di San Sabba a Trieste, né 
di combattere al servizio dei nazisti in aree che nulla avevano a che vedere 
con l’Ucraina, come la Slovacchia o l’Italia settentrionale.


Erano soprattutto autori di crimini in questo caso assolutamente equiparabili a 
quelli nazisti, sia in termini di crudeltà degli aguzzini che di stragi di 
massa di Ebrei, Polacchi (oltre 200.000 trucidati solo in Galizia e Volinia dai 
collaborazionisti ucraini), prigionieri sovietici, partigiani, civili 
sospettati di aiutarli, sia di rapina ai danni delle vittime e dei propri 
concittadini. Anche in questo caso, un aspetto volutamente dimenticato è che vi 
fu organica cooperazione di simili bande di criminali anche con le truppe 
italiane, in particolare proprio nel Donbass, visto che esso fu il teatro di 
impiego del CSIR nel 1941 (mentre quando gli Italiani estesero la 
partecipazione e crearono un’armata, l’ARMIR, nel 1942 essa venne schierata sul 
Don) e che Stalino (l’attuale Donetsk) era la sede del Comando Italiano, oltre 
che uno dei luoghi di deportazione ancora nel 1942-43 in lager per prigionieri 
di guerra sovietici gestiti da Italiani e che di stragi efferate di migliaia di 
civili compiute dai nazisti.


Si arriva perfino al paradosso che gli attestati di “benemerenza” da parte di 
criminali collaborazionisti ucraini verso ufficiali italiani vengono usati nel 
dopoguerra per inventare un rapporto positivo di alcuni di costoro (accusati 
dai Sovietici di crimini di guerra e mai processati in Italia) con l’insieme 
della popolazione locale, mentre si nascondono i propositi di ufficiali 
italiani (come il col. Piccinini) che propongono lo sgombero totale della 
popolazione da località del Donbass come Rykovo perché “infestata da 
bolscevichi”!


Ancora, alla fine della guerra, se tante decine di migliaia di 
collaborazionisti ucraini dei nazisti, compresi i membri della famigerata XIV 
Divisione SS “Galizien”, riusciranno a sfuggire alla giusta punizione sovietica 
arrendendosi agli Angloamericani e verranno perfino fatti emigrare in Gran 
Bretagna, Stati Uniti e Canada, ciò avviene con la complicità sia di esponenti 
anticomunisti come il generale polacco Anders (che certifica falsamente la 
cittadinanza polacca di tutti i membri di quella divisione), sia di ambienti 
vaticani e di conventi in territorio italiano. Saranno quei collaborazionisti 
che nella “diaspora”, per decenni, durante la Guerra Fredda, alleveranno figli 
e nipoti ai disvalori, ai simboli, ai riti del collaborazionismo, della 
russofobia, del nazismo, forniranno reclute alla rete di spie e sabotatori 
occidentali contro l’URSS che vedeva nella sua leadership l’ex-capo dei servizi 
segreti nazisti sul fronte orientale, Gehlen, daranno vita, dopo la 
dissoluzione elstiniana dell’URSS, ai nuclei dei movimenti di destra radicale 
nell’Ucraina diventata indipendente ed i cui confini, tanto “sacri” per chi si 
definisce “nazionalista” e pratica lo sport della russofobia, includono 
territori che proprio l’URSS dell’aborrito Stalin aggregò all’Ucraina 
sottraendoli a Polonia, Slovacchia e Ungheria!


Solo se si ricostruisce questa trama storica, di cui si è dato in questa sede 
qualche cenno, si può, allora, comprendere cosa sta avvenendo in Ucraina in 
questi ultimi anni. Non è un caso se la NATO ha scelto l’Ucraina, ed in diversa 
misura Paesi Baltici in cui si negano i diritti civili a chi è discendente di 
Russi, si distruggono i monumenti antinazisti, si esaltano come eroi anche in 
questo caso i collaborazionisti dei nazisti (co-autori anche in quelle terre di 
stragi di Ebrei, Russi e prigionieri sovietici…), come laboratorio principale 
per riattivare su larga scala quella russofobia criminale che fu una delle 
molle non solo del fascismo, dell’hitlerismo, dei suoi collaborazionisti 
orientali (baltici, ucraini, croati, ecc.) e di tanti regimi fascisteggianti 
europei (da quello stesso polacco a quello ungherese, ad esempio) ma per 
decenni delle cosiddette “democrazie occidentali” pre-Seconda Guerra Mondiale, 
da quella britannica a quella statunitense.


Una russofobia che, come si è detto, affonda nella Storia, anch’essa, ben al di 
là dello stesso antibolscevismo e dello stesso atteggiamento della Chiesa 
cattolica ed ha esempi lampanti quali il disprezzo di Voltaire e quello di 
Napoleone per quelli che definiva assieme “tartari” e “barbari del Nord” e che 
si intreccia ovviamente, dalla Rivoluzione di Ottobre in poi, con l’odio 
assoluto verso il Paese reo di aver portato a compimento la prima costruzione 
di un esperimento sociale non asservito alla logica del capitale occidentale.


A quella russofobia di sfondo, fa riscontro, dalla fase in cui fascismo e poi 
più ancora nazismo furono scelti dal capitale internazionale (inclusi settori 
di quello USA, come Ford) come strumenti di distruzione delle velleità di 
giustizia sociale redistributiva del proletariato europeo, appunto l’uso del 
nazifascismo come strumento estremo per imporre la volontà del capitale 
monopolistico, ieri, globalizzato, oggi, anche a costo di vedersi sfuggire di 
mano quegli strumenti esattamente come accade in altro modo e per altro verso 
con gli integralismi religiosi estremistici (alimentati in passato contro i 
nazionalismi laici e marxisteggianti o, ancora una volta, contro la vecchia 
URSS) e vederseli trasformare in soggetti autonomi capaci di mordere anche la 
mano di chi li ha allevati, come già avvenne negli anni ’30 proprio con 
fascismo e nazismo.


Se, quindi, in Ucraina come altrove (ma con le debite differenze da non 
sottovalutare) la rete dei fili neri della ragnatela dell’oppressione 
pseudo-nazionalista, sciovinista, fascista, intrisa di mistificazione storica, 
affonda le sue radici perfino in lontani passati proto-borghesi, come ci 
insegnava Gramsci parlando del Risorgimento italiano, dinanzi ad essa, ai ragni 
che la tessono, alle conseguenze nefaste che ne scaturiscono non ha senso 
domandarsi quale livello di affidabilità rivoluzionaria, quale dose di 
progettualità socialisteggiante, quale tasso di eredità classista abbiano le 
forze che ad essa si oppongono, fermo restando ogni rifiuto indispensabile di 
qualsiasi contaminazione “rosso-bruna”. Chi si opponeva ieri all’invasione ed 
alle rapine di Napoleone (anche quando era perfino più retrogrado dello stesso 
Napoleone, ma difendeva la sua terra), chi si è opposto all’orrore nazifascista 
(si trattasse di un liberale britannico convertitosi per necessità 
all’antifascismo o di un bolscevico russo convertitosi all’alleanza con i 
“capitalisti” inglesi per altrettanta necessità, di un ufficiale sovietico 
recuperato dal fondo di un gulag staliniano o di un ufficiale monarchico 
italiano pronto a non tradire i suoi compagni di lotta comunisti sotto le 
torture a Via Tasso, di un minatore del Donbass sabotatore della produzione 
asservita ai Tedeschi o di un resistente gaullista francese, ecc.), chi si 
oppone oggi ai nuovi laboratori in cui quell’orrore si vuole riprodurre (si 
tratti di un miliziano cosacco del Donbass o di un antifascista milanese, di un 
antinazista tedesco o di un comunista ucraino costretto alla illegalità, di un 
aderente all’ANPI di Roma o di un Polacco che scende in piazza contro il 
regime, di un Siriano che si batte contro l’ISIS foraggiata dal fascista 
Erdogan o di un pilota russo che lo appoggia, ecc.) e non si fa adescare da 
fascisti e razzisti, antisemiti e provocatori mascherati da “antiamericani” e 
perfino da “filoputiniani” fa storicamente parte della risposta necessaria a 
quella ragnatela: una rete del colore del sangue che affermava, afferma ed 
affermerà che la memoria non si deve rimuovere e la lotta prosegue, in forme 
sempre diverse, contro lo stesso orrore di sempre.


Silvio Marconi, 9 luglio 2016




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