https://www.lacittafutura.it/dibattito/la-lombardia-non-e-la-catalogna.html 
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La Lombardia non è la Catalogna

Quali compiti per i comunisti di fronte al referendum per l'autonomia in 
Lombardia?

di Alessandro Pascale, 29/07/2017

Il referendum sull'autonomia che si terrà a ottobre in Lombardia (e in 
contemporanea, in Veneto), ridefinirà i rapporti politici nella regione. 
L'opposizione di centrosinistra in Lombardia di fatto non esiste. Il Movimento 
5 Stelle è altrettanto impalpabile. Il risultato è che la politica lombarda è 
un campo su cui giocano solo Comunione e Liberazione e le varie cordate della 
Lega e del centrodestra.

Il referendum è il congresso della Lega in differita

La prima cosa che dobbiamo dire è che il referendum è di fatto il vero 
congresso della Lega. Per Salvini le elezioni sono andate male. Nei 160 comuni 
superiori, la Lega ha ottenuto un magro 5,8%, 12,4% nelle regioni del nord, 
5,3% al centro e 0,4% al sud. Il tentativo di una Lega nazionale referente 
dell'estrema destra è bloccato, lo sfondamento al sud di Salvini 
<https://www.lacittafutura.it/esteri/europeisti-e-anti-europeisti-di-destra-due-facce-della-stessa-medaglia.html>
 è fallito. Al congresso della Lega, Salvini ha dovuto rinunciare al progetto 
di togliere l'indipendenza della Padania dallo statuto. Maroni e Zaia – che 
hanno vinto le regionali al grido di “prima il nord!” - si sono ben guardati 
dal presentarsi alle primarie; la loro sfida sono proprio i referendum. Una 
buona affluenza al referendum (con la scontata maggioranza di sì), sarebbero 
una vittoria per l'ala “tradizionalista” della Lega: federalismo, alleanza col 
centrodestra e gestione del potere locale. La totale ininfluenza 
dell'opposizione di centrosinistra è dimostrata dal fatto che i sindaci del PD 
provano a salire sul carro del vincitore dando indicazione di voto per il sì, 
sostenendo che così diventerebbe una vittoria dei lombardi e non della Lega. 
Ovviamente, nessuno crede veramente che la vittoria del sì al referendum 
sarebbe una vittoria del sindaco renziano di Bergamo.

Cos'è il referendum?

Un passo indietro. Per cosa si voterà il 22 ottobre? L'ossessiva campagna 
pubblicitaria lanciata da Regione Lombardia recita “Referendum per 
l'Autonomia”. Ovviamente, il voto non sarà sull'autonomia o meno della regione. 
Il quesito infatti chiede se l'elettore vuole che la Regione avvii il percorso 
per chiedere – ai sensi dell'articolo 116 della Costituzione – “l’attribuzione 
di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative 
risorse”. Un percorso che, per arrivare a buon fine, richiede il voto a 
maggioranza assoluta di Camera e Senato. Dato che il centrodestra e il PD sono 
– per l'ennesima volta – d'accordo, il percorso potrebbe aprirsi col voto in 
consiglio regionale e chiudersi col voto alle camere senza bisogno di imbastire 
questa campagna. Perché farlo, allora? Per necessità di scontro interno alla 
Lega, per pesare le correnti. E per chiedere un assegno in bianco. Nella 
campagna referendaria nessuno dice quali poteri e quali autonomie voglia 
richiedere la regione. La campagna della Regione (sia chiaro, dell'istituzione, 
non della Lega) si limita a spiegare che la Lombardia è speciale.

La Lombardia non è la Catalogna

Intendiamoci, l'idea dell'autonomia è molto popolare tra i cittadini lombardi. 
L'idea di poter gestire i soldi senza dover sostenere “gli altri” è molto 
popolare. È legittimo chiedersi perchè il referendum catalano 
<https://www.lacittafutura.it/esteri/un-referendum-per-l-indipendenza-della-catalogna.html>
 riceva simpatia a sinistra mentre quello lombardo con sospetto. Oltre alla 
storia completamente diversa della Catalogna, il punto è che il processo di 
indipendenza catalano è davvero popolare – nel senso che mobilita in piazza 
decine di migliaia di persone ed è in grado di raccogliere centinaia di 
migliaia di firme sul “Patto Nazionale per il Referendum”. Lo stesso governo 
indipendentista catalano è una “grande coalizione di indipendentisti” 
socialdemocratici e conservatori, che sopravvive grazie all'appoggio esterno 
degli indipendentisti anticapitalisti. Insomma nessuno si illude che quello 
catalano sia un processo proletario, ma le classi popolari hanno la loro parte 
lì dentro. Il processo per l'autonomia lombarda invece è costruito per essere 
un processo delle élites. Al popolo lombardo viene chiesto se affidare un 
assegno in bianco al governo regionale per andare a contrattare una non meglio 
precisata autonomia, senza nessuna piattaforma pubblica, mentre il gioco 
politico è determinato dalla forza delle correnti del centrosinistra e del 
centrodestra. In pratica, l'esito dell'autonomia lombarda è nelle mani di chi 
farà la legge elettorale, di chi deciderà le alleanze tra i partiti, di chi 
deciderà gli equilibri tra le correnti. Nelle mani di tutti, tranne che dei 
lombardi. Tantomeno dei proletari lombardi.

Il compito dei comunisti

Nella storia del movimento operaio (anche italiano) non sono mancate battaglie 
più o meno tattiche per la decentralizzazione e la diffusione delle autonomie 
politico-economiche territoriali. La storia della Jugoslavia dimostra però 
quanto sia difficile e pericoloso costruire il socialismo in un modello che 
lasci ampi autonomie ad enti territoriali, specie se fondati su base 
storico-culturale. I comunisti devono invece battersi per una centralizzazione 
e pianificazione dell'economia sotto il controllo dei lavoratori. Solo un 
sistema simile può dar luogo ad un reale intervento politico teso a demolire le 
differenze di sviluppo territoriale interne ad un Paese. Solo così si può 
eliminare la storica “questione meridionale”, la quale è evidentemente 
collegata alla retorica leghista di questo referendum. Rilanciando un programma 
neo-federalista che risale alla Lega originaria di Bossi la propaganda consiste 
nel sostenere che i lombardi abbiano diritto a gestirsi i propri soldi contro 
lo sciupìo delle risorse perpetuato a Roma ladrona e nel Sud. La retorica 
razzista del meridionale fannullone è dietro l'angolo, così come è evidente il 
rischio di cercare di distogliere nuovamente i lavoratori dai veri nemici. Il 
problema di fondo della cattiva gestione delle risorse pubbliche, che spesso è 
concreto, sta nella malagestione del ceto politico borghese, il quale non osa 
mettere in discussione il Patto di stabilità che distrugge le amministrazioni 
locali, né tantomeno la perdita di sovranità (nazionale e popolare) complessiva 
del Paese, entrambe dovuti ad una subalternità politica, economica e culturale 
all'Unione europea imperialista. Per queste ragioni è meglio che il 22 ottobre 
i comunisti disertino le urne, e possibilmente uniscano le loro forze a quelle 
delle (poche e frammentate) forze popolari e progressiste lombarde per 
denunciare questo imbroglio, caratterizzando però la propria posizione politica 
attraverso la denuncia sistematica dei vincoli europei e delle conseguenti 
politiche neoliberiste e imperialiste. La buona amministrazione sarà tale non 
quando vedrà il fiorire delle autonomie territoriali, ma quando vedrà il 
fiorire della gestione diretta dei lavoratori all'amministrazione pubblica.

29/07/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è 
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