(srpskohrvatski / italiano)

Venezuela, rinnegati, bugiardi e smemorati

Contro il Venezuela sono messi in campo gli stessi strumenti che jugoslavi e 
serbi hanno conosciuto troppo bene: disinformazione strategica, fondi stranieri 
ad organizzazioni eversive, demonizzazione del leader, sostegno politico aperto 
da Occidente ai settori golpisti e terroristi, minacce militari... Intristisce, 
a parte tutto e al di là del tradimento della ex-sinistra nostrana, il fatto 
che ogni volta che si presenta uno scenario simile i commentatori 
antimperialisti facciano la "bella scoperta" con apparente inedito stupore, 
come se fosse la prima volta, come se non imparassimo mai niente dal passato. 
In particolare, il paradigma jugoslavo – da Otpor alle notizie false sui media 
– è regolarmente rimosso e ignorato. (a cura di Italo Slavo)

1) Venezuela: cartina di tornasole della sinistra (di Fabio Marcelli)
2) Il Venezuela e la questione della difesa del potere rivoluzionario (di Fosco 
Giannini)
3) ”Revolucionari” u Caracasu su danju na ulicama, a noću u luksuznim barovima 
(N. Babić)
[I "rivoluzionari" di Caracas, di giorno per strada e di notte in ville e 
locali di lusso]
4) Da Geraldina Colotti, Caracas, sul risultato elettorale: l'ultimo articolo 
censurato dal "Manifesto"


Si veda anche: Venezuela, ecco come Omero Cia(i) – Repubblica – risponde a 
Cremaschi (di Giorgio Cremaschi, 8 agosto 2017)
http://contropiano.org/news/politica-news/2017/08/08/venezuela-risponde-omero-ciai-repubblica-cremaschi-094599


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http://contropiano.org/news/politica-news/2017/08/09/venezuela-cartina-tornasole-della-sinistra-094622

Venezuela: cartina di tornasole della sinistra

di Fabio Marcelli, 9 agosto 2017

Quando la sinistra latinoamericana si difende e magari osa addirittura vincere 
sia sul piano politico che su quello militare, diventa “antidemocratica”, 
“autoritaria”, e via pontificando

Da sempre la sinistra evolve e si qualifica in relazione agli avvenimenti di 
portata internazionale. Così fu, tanto per fare l’esempio fu famoso, per il 
Partito Comunista d’Italia fondato nel gennaio del 1921 al Congresso di Livorno 
come scissione del Partito socialista che ebbe come motivazione determinante il 
diverso atteggiamento nei confronti della Rivoluzione sovietica e dell’URSS 
allo stato nascente. Dalla lotta al fascismo alla Resistenza  alla Costituzione 
repubblicana, per molti decenni forte e radicata in tutti i settori sociali, 
oggi, la sinistra in Italia è ridotta a ben poca cosa, per effetto della fine 
del PCI, che certamente ebbe basi obiettive ma che fu accelerata e condotta in 
modo inconsulto dalla scellerata direzione politica di Occhetto e dei suoi 
ancora peggiori successori. E per effetto della sua visione sostanzialmente 
subalterna alla classe dominante che ha impedito di elaborare una linea 
all’altezza delle trasformazioni epocali in atto oramai da lungo tempo.

Un’ulteriore dimostrazione di quanto sia oggi ridotta male la sinistra italiana 
è oggi costituita dal suo atteggiamento nei confronti di ciò che avviene in 
Venezuela. Abbiamo una vasta gamma di prese di posizione sostanzialmente 
liquidatorie. Pare quasi che la sinistra latinoamericana (il discorso non si 
ferma ovviamente al Venezuela, ma riguarda altre esperienze importantissime in 
corso, prima fra tutte la Bolivia di Evo Morales) piaccia a certi nostri 
sedicenti intellettuali, solo quando viene repressa sanguinosamente, sconfitta 
e costretta all’esilio. Parafrasando  quello che secondo alcuni disse una volta 
il generale Sheridan, secondo questi sedicenti intellettuali, l’unico militante 
di sinistra latinoamericano è quello morto, incarcerato e torturato, che ci 
mette in condizione di sembrare tanto buoni, compassionevoli e democratici. 
Quando invece la sinistra latinoamericana si difende e magari osa addirittura 
vincere sia sul piano politico che su quello militare, diventa 
“antidemocratica”, “autoritaria”, e via pontificando. Per non parlare di certi 
“specialisti” oramai babbioni incartapecoriti che misurano la temperatura ai 
“regimi”, scuotendo mesti e delusi il capoccione e concludendo che “non si 
tratta certo di socialismo”. Loro sanno bene di che parlano dato che in lunghe 
vite hanno accumulato fallimenti su fallimenti, di cui pagano oggi il prezzo le 
giovani generazioni in balia di un capitalismo neoliberista che non fa certo 
prigionieri ma distrugge costantemente il loro futuro e insieme quello del 
nostro e di altri Paesi.

Altro grosso equivoco riguarda il ruolo delle Forze Armate. Secondo certi geni, 
parrebbe che militari e poliziotti siano sempre e comunque dalla parte 
sbagliata, specialmente se operano in Paesi distanti dal “faro” della civiltà 
occidentale che, sempre secondo costoro, rappresenterebbe la democrazia per 
antonomasia.

Fortunatamente non è così. In Portogallo furono i militari a rovesciare la 
dittatura pluridecennale di Caetano. In Russia Lev Trotzky costruì l’Armata 
Rossa con il contributo determinante di reparti interi dell’esercito zarista 
che erano passati dalla parte giusta della barricata. In Italia negli anni 
Settanta le Forze armate e quelle di polizia, carabinieri compresi, furono 
attraversate da un grande movimento democratico di massa che si ispirava 
all’allora fortissimo e luminoso esempio della classe operaia. I militari 
bolivariani che in Venezuela hanno difeso con successo le loro basi dagli 
attacchi di mercenari e paramilitari dicono di sé, giustamente, di essere 
“popolo in armi”. E occorre augurarsi che costituiscano a loro volta un esempio 
per i colleghi di altri Paesi dell’America Latina e del Terzo Mondo e di altri 
mondi.

Domenica 30 luglio il popolo venezolano, nonostante i dubbi dei soloni del 
manifesto che hanno pensato bene di licenziare la loro redattrice militante 
Geraldina Colotti, ha fatto un passo importante verso la sconfitta definitiva 
delle destre e verso il socialismo. La spaccatura del Paese, che tanto 
preoccupa tali soloni, non è certo un fatto nuovo e deriva dalla dinamica 
stessa della lotta di classe sia sul piano nazionale che su quello 
internazionale. Dal 30 luglio però, e questo sono in molti a non capirlo, si è 
messa in moto una dinamica importante di riaggregazione popolare attorno 
all’Assemblea Nazionale Costituente.

Certamente l’hanno capito, molto meglio di quelli del manifesto, i caporioni 
del capitalismo internazionale, i funzionari messi dalla finanza a guida di 
Paesi importanti, come il nostro, che hanno scatenato una vera e propria guerra 
santa contro il Venezuela bolivariano, reo di voler continuare ad esistere, 
realizzando i diritti e le aspirazioni del suo popolo e mostrando nei fatti la 
possibilità di un’alternativa ai disastri del neoliberismo imperante. Chi anche 
in Italia non sta dalla parte di Maduro e del Venezuela bolivariano non è 
certamente degno di far parte della sinistra che dobbiamo rifondare. Si parli 
di questo, non di nomi, organigrammi e alchimie squallide, continuando l’atroce 
andazzo  che ha distrutto la sinistra più importante e forte del mondo 
occidentale e continua ad ipotecarne pesantemente ogni possibile rinascita. 
Sicuramente la sinistra deve conoscere anche altre importanti discriminanti, ad 
esempio sulla questione delle migrazioni, ma questa dell’appoggio alle 
esperienze rivoluzionarie è di natura fondamentale.



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http://contropiano.org/fattore-k/2017/08/08/venezuela-la-questione-della-difesa-del-potere-rivoluzionario-094588

Il Venezuela e la questione della difesa del potere rivoluzionario

di Fosco Giannini, segreteria nazionale PCI
8 agosto 2017

Il compagno Giorgio Langella, segretario regionale del PCI del Veneto e membro 
della Direzione Nazionale, qualche giorno fa ha fatto circolare un intervento 
del senatore Corsini (esponente di Articolo Uno–MDP) sulla questione del 
Venezuela. Riportiamo, per brevità, le parole con le quali Langella accompagna 
l’invio dell’intervento del senatore Corsini: “Su segnalazione del compagno 
Beccegato ho letto l’intervento del senatore Corsini sul Venezuela. Una cosa 
indecente, che evidenzia una sudditanza servile oltre che culturale nei 
confronti dell’imperialismo statunitense. Qua si confonde ‘il popolo 
venezuelano’ con la classe benestante, quelli che hanno perso i privilegi che 
avevano perché più ricchi, più simili a noi ‘civili occidentali’. E una 
posizione da colonialisti, intollerabile. Forse (anzi sicuramente) neppure i 
democristiani di destra ai tempi di Allende… Con gente come Corsini non 
possiamo avere nulla a che fare. Sono da un’altra parte. Penso che la questione 
Venezuelana, così come quella Ucraina, quella siriana, quella palestinese ecc. 
non possono essere messe da parte o considerate ininfluenti quando si parla di 
‘alleanze’ e si dice che bisogna considerare le questioni territoriali o 
italiane. Sono, a mio avviso, questioni dirimenti. Non si può stare dalla parte 
dell’imperialismo in politica estera e fare i progressisti in Italia. Credono 
di rifarsi una verginità ponendosi dalla parte del vincitore. Non si pongono 
problemi, non analizzano le cose, dicono quello che più conviene loro, vanno 
dove tira il vento. Oggi è di moda, in questa ‘sinistra snob’ attaccare chi sta 
tentando di trasformare il sistema, chi combatte lo strapotere della 
‘democrazia imperiale’, chi non accetta il ‘pensiero unico’. Questa è 
un’ambiguità non solo irritante ma estremamente pericolosa”.

Ma cos’aveva affermato Corsini, in Aula, per suscitare l’indignata – quanto 
giusta – reazione del compagno Langella? Ecco uno stralcio dell’intervento del 
senatore “bersaniano”: “Signor Presidente, è per me del tutto naturale 
associarmi alle dichiarazioni del presidente Casini e dei colleghi che mi hanno 
preceduto, anche perché in Commissione esteri, tempo fa, abbiamo proposto una 
risoluzione che è stata portata all’attenzione dell’Assemblea. In tale 
risoluzione denunciavamo il processo autoritario e totalitario che è appunto in 
corso in Venezuela.… Qual è il dato veramente impressionante? È il fatto che 
Maduro sta imponendo, non semplicemente un monopolio d’autorità, che espropria 
il Parlamento delle sue legittime funzioni di rappresentante della volontà 
popolare, ma che sta, come dire, imponendo un monopolio politico che estromette 
gli avversari e i contendenti dall’arena e dalla scena politica. Oltre al fatto 
che la storia di questi giorni è costellata di incidenti, di uccisioni, di 
sparatorie, di interventi che umiliano la dignità umana e la dignità dei 
singoli soggetti. Dobbiamo anche denunciare un fatto. È in corso, e molti 
parlamentari ne sono stati vittime, una sorta di mail bombing da parte di 
nostri connazionali, i quali si ostinano caparbiamente a negare la realtà dei 
fatti, cioè quella di un Paese martoriato che è sottoposto al processo di 
affermazione di una dittatura violenta e totalitaria. È per queste ragioni che 
noi oggi vogliamo riconfermare la nostra solidarietà al popolo venezuelano e 
trarre appunto auspici perché il Paese possa vedere rapidamente il ripristino 
della regola democratica nella sua pienezza”.

Questa di Corsini è una posizione coerentemente e pienamente 
controrivoluzionaria, oggettivamente (e soggettivamente) filo imperialista, 
completamente e dogmaticamente succube dell’ideologia conservatrice occidentale 
e capitalistica. Da questo punto di vista il compagno Langella, con il suo 
“j’accuse”, ha svolto con ogni probabilità un compito che è andato ben oltre la 
sua stessa denuncia della natura politica contingente dell’Articolo Uno–MDP, 
ponendo invece una questione politico–teorica di fondo che in troppi, anche a 
sinistra, vanno, a partire anche dalla “questione venezuela”, eludendo : la 
liceità o meno della difesa della rivoluzione attraverso la forza.

Questione che si era già posta, ad esempio, con Gorbaciov, nella fase che 
precedette lo scioglimento dell’URSS e il conseguente cambio negativo del 
quadro mondiale: poteva Gorbaciov far sì che l’Armata Rossa salvasse l’unità 
sovietica? Si, teoricamente avrebbe potuto, ma non l’ha potuto fare in virtù di 
una, propria, degenerazione ideologica, di tipo liberale.

Che la rivoluzione possa difendersi o meno con la forza dalla consueta – 
rispetto ai moti rivoluzionari – reazione violenta dell’imperialismo (in 
America Latina quasi sempre USA) delle destre, del capitalismo e delle forze 
militari, è forse la questione centrale, quella dirimente, che separa – nel 
giudizio, nello schierarsi – le forze rivoluzionarie da quelle 
controrivoluzionarie o della sinistra moderata, quelle “interne” al sistema 
capitalistico. E’ il problema dei problemi: quello del potere. Ed è bene – una 
volta tanto – affrontare la “questione venezuelana” dal punto di vista anche 
teorico, politico–teorico. E’ bene – una volta tanto – approfittare del 
contingente per riaprire una riflessione profonda e di nuovo appropriarci della 
grandezza del nostro pensiero, del pensiero e della prassi della rivoluzione. 
Anche per sfuggire ai meschini, vischiosi ed intellettualmente mortificanti 
“pensierini” sul contingente.

La posizione assunta dal senatore Corsini non è, purtroppo, appartenente solo 
all’Articolo Uno–MPD: oltreché, naturalmente, la destra, in verità è quasi 
tutta la sinistra italiana (persino una parte comunista di essa) che oggi sposa 
le posizioni del senatore “bersaniano”. Tanto per dire: persino “il quotidiano 
comunista” il Manifesto (tranne la compagna Geraldina Colotti ) fa molta fatica 
a schierarsi completamente con Maduro, fa molta fatica ( e forse non ci arriva 
mai) a definire legittimo l’uso della forza per la difesa della rivoluzione 
chavista.

A questi tentennamenti, a queste posizioni di fatto utili e funzionali alla 
controrivoluzione dà una risposta di altissimo valore politico e teorico 
Domenico Losurdo, nel suo ultimo libro sul “Marxismo Occidentale”, marxismo 
uccisosi – secondo l’Autore – anche a partire dalla rinuncia alla presa del 
potere e alla sua difesa.

“L’illegittimità” della difesa della rivoluzione anche con la forza è una 
categoria pseudo filosofica che ha segnato e segna di sé ogni involuzione 
moderata del pensiero comunista e della sinistra occidentale; un’involuzione 
che è speculare alla rinuncia della trasformazione rivoluzionaria e della presa 
del potere: questo è il punto centrale della discussione che il compagno 
Langella ha aperto.

Non è un caso, infatti, che il Partito Comunista Italiano, in quella sua lunga 
storia involutiva che l’ha portato dall’accettazione della NATO alla 
“Bolognina”, passando attraverso la rottura col movimento comunista mondiale e 
l’abbandono del leninismo, abbia scandito questo stesso, proprio, processo 
involutivo con vere e proprie ricusazioni dei punti storici alti delle rotture 
rivoluzionarie: il PCI che volgeva verso la “Bolognina” iniziò – ben prima di 
essa – a rompere teoricamente con il Terrore di Robespierre, poi con la Comune 
di Parigi, poi con la stessa Rivoluzione d’Ottobre, per non parlare dell’accusa 
dogmatica e pregiudiziale ad ogni difesa del socialismo con la forza, posizione 
che cresceva contemporaneamente – o che seguiva – alla scelta del passaggio al 
socialismo solamente attraverso la via parlamentare.

Quando Pietro Secchia, già da tempo in disgrazia nel PCI, andò in Cile nel 
gennaio del 1972 a sostenere il governo Allende e a Santiago, di fronte ad una 
piazza strapiena di popolo, chiese con forza, in un suo comizio, ai comunisti, 
ai socialisti cileni, allo stesso governo Allende e alle “forze patriottiche e 
popolari” di prepararsi a fronteggiare con le armi l’inevitabile reazione degli 
USA, della destra cilena e di Pinochet alla rivoluzione, il PCI rispose con uno 
sdegnato silenzio alle parole di Secchia, che poi, per le sue stesse parole, fu 
avvelenato dalla CIA nell’aereo che lo riportava in Italia, dove morì pochi 
mesi dopo.

L’abbandono dell’orizzonte rivoluzionario, la rinuncia alla difesa della 
rivoluzione con la forza ha sempre caratterizzato le forze già rivoluzionarie 
che imboccavano una discesa moderata. E’ stato così per la Socialdemocrazia 
tedesca della fine del 1800, quando essa, rompendo platealmente, teoricamente, 
con la Comune di Parigi, iniziò a trasformarsi in quella Socialdemocrazia che 
avremmo conosciuto, nella sua essenza di soggetto politico del sistema 
capitalistico, dal ‘900 ad oggi.

Ma anche nel Partito della Rifondazione Comunista, nella lunga monarchia 
bertinottiana, l’abbandono delle categorie marxiste e leniniste della rottura 
rivoluzionaria e dell’antimperialismo conseguente (che non può non sfociare 
negli atti rivoluzionari della rottura di sistema e della difesa con la forza 
del nuovo sistema socialista) sono stati i cavalli di Troia per l’abbandono, da 
parte del PRC bertinottizzato, della cultura comunista, materialista. Chi non 
ricorda il Bertinotti che giudica e liquida, attraverso una sua indegna (sul 
piano storico e teorico) commemorazione, a Livorno, nei primi anni ’90, 
dell’Ottobre e del “socialismo realizzato”, la lotta dei bolscevichi contro la 
guardia bianca e zarista come “anticipazione della degenerazione dello 
stalinismo”? Chi non ricorda il Bertinotti della “Resistenza angelicata”, 
un’accusa alla “violenza della Resistenza”, che si innalzava – assieme a quelle 
della destra, di Gianpaolo Pansa e dell’intero revisionismo di sinistra – 
proprio nel momento in cui la lotta armata e antifascista dei partigiani 
iniziava ad essere largamente demonizzata? Chi non ricorda il Bertinotti che 
negava – in un rigurgito pieno di filo occidentalismo – il carattere di 
Resistenza alla lotta del popolo iracheno contro gli invasori nord americani? E 
chi non ricorda l’ex segretario del PRC imperversare sui giornali, sulle 
televisioni, a favore della sua nuova idea della “non violenza”, ideuzza 
piccolo borghese che – consapevole o no Bertinotti – apriva le cateratte 
dell’abbandono della cultura comunista e rivoluzionaria per tutto il “nuovo” 
PRC?

In seguito alla vera e propria devastazione politica e teorica prodotta dalla 
lunga involuzione del PCI e poi dal bertinottismo, siamo in minoranza, oggi, a 
riconoscere la liceità storica della difesa del potere rivoluzionario anche con 
la forza; siamo una minoranza, dunque, a riconoscere il valore rivoluzionario 
della lotta, della Resistenza di Maduro contro la violenza dell’asse USA – 
destra capitalista venezuelana.

Ma la legittimità, politica ed etica, della difesa con la forza della 
rivoluzione è un cardine stesso di tutto il pensiero e della prassi della 
rivoluzione.

E qui, veniamo a Lenin, all’esigenza assoluta di rimettere in circolo e far 
rientrare, almeno nel senso comune dei comunisti e delle comuniste e di chi 
milita “a sinistra”, le categorie centrali del pensiero rivoluzionario.

Riappropriamoci del quanto mai attuale saggio di Lenin “La rivoluzione 
proletaria e il rinnegato Kautsky”.

Kautsky pubblica nell’agosto del 1918, sulla rivista “Sozialistische 
Auslandpolitik”, proprio durante la ripresa violenta della lotta 
controrivoluzionaria che puntava a sconfiggere l’Ottobre, un saggio dal titolo 
esplicito, che già in sé preannunciava la svolta antirivoluzionaria di Kautski: 
“Demokratie oder Diktatur” (Democrazia o Dittatura). Kautski, in pieno 
revisionismo controrivoluzionario, anticipa di diversi decenni le posizioni di 
quei comunisti e dirigenti e intellettuali della sinistra occidentale che, a 
partire dalla condanna della difesa rivoluzionaria del potere rivoluzionario, 
rinunciano di fatto alla stesso progetto della trasformazione socialista. 
Kautsky è esplicito sin da titolo del suo articolo: la “Democrazia” è in 
antitesi alla “Dittatura”, un giudizio apodittico attraverso il quale si rompe 
con Marx, con l’Ottobre, con Lenin per giungere alla divinizzazione della 
democrazia borghese come ultima spiaggia della democrazia della storia e alla 
conseguente demonizzazione del potere rivoluzionario, la Dittatura, che Kautsky 
intende non come il potere della grande classe lavoratrice e sfruttata sulla 
ristretta classe dei padroni e degli sfruttatori, ma in senso metafisico, come 
oppressione in sé, così come la borghesia ha giudicato essere, per ovvie 
ragioni, il potere proletario.

Oggi è Maduro che difende il potere del popolo e gli USA, la destra venezuelana 
pagata da Washington, le destre di ogni parte del mondo e le sinistre pavide 
del mondo definiscono il potere rivoluzionario chavista “la dittatura”. E così, 
attraverso questa feroce mistificazione politico–semantica, i media dell’intero 
mondo occidentale fanno passare Maduro come un dittatore, in modo che tutti 
dimentichino che il vero problema, per il capitalismo occidentale e per 
l’imperialismo USA, è quello legato al fatto che il petrolio, l’oro, i 
diamanti, le terre, le ricchezza naturali venezuelane sono state da Chavez 
sottratte ai pochi padroni per riconsegnarle al popolo; far dimenticare che il 
vero problema per gli USA è di tipo prettamente geopolitico, nella misura in 
cui il Venezuela si libera dal potere imperialista offrendosi come punto di 
riferimento per i popoli e gli Stati che in America Latina vogliono sottrarsi 
alla dittatura economia, politica e militare imperialista nel momento in cui il 
Venezuela chavista rafforza il blocco che, a partire dai BRICS, si erge nel 
mondo come diga antimperialista.

Come risponde Lenin all’attacco controrivoluzionario di Kautsky? Dobbiamo 
rileggerlo, riassumerlo, anche questo Lenin, poichè solleva un punto centrale 
di tutto il pensiero rivoluzionario.

Lenin risponde all’articolo/saggetto di Kautsky con un proprio saggio: “La 
rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”. Dopo aver letto nella Pravda 
qualche estratto del saggio di Kautsky, Lenin, infuriato, scrivendo a Berzin, 
Joffe e Vorovski afferma: “Le vergognose sciocchezze, il balbettio infantile e 
il vilissimo opportunismo di Kautsky inducono a domandarsi: perché non facciamo 
niente contro lo svilimento teorico del marxismo da parte di Kautsky?”. Ma 
Lenin non perderà tempo e nel suo saggio di risposta ridicolizzerà Kautsky. 
Almeno per tutti i compagni e le compagne: è ora – ora – di rileggerlo.

Rispetto al potere rivoluzionario e la sua difesa, Lenin scriverà sul 
“Rinnegato Kautsky”: “Si può dire senza esagerazione che questo è il problema 
centrale di tutta la lotta di classe. Ed è quindi necessario esaminarlo 
attentamente”.

Lenin lo farà e in relazione al distinguo che Kautsky introduce tra “democrazia 
e dittatura”, il capo dell’Ottobre scriverà: “Si tratta di una confusione 
teorica così mostruosa, di un’abiura così completa del marxismo che, bisogna 
ammetterlo, Kautsky supera di gran lunga Bernstein”. “Il nostro ciarlone – 
continua Lenin – ha riempito quasi un terzo del suo opuscolo, 20 pagine su 63, 
con una chiacchierata assai gradevole per la borghesia, perché equivale al 
tentativo di abbellire la democrazia borghese e di velare la questione della 
rivoluzione proletaria”. E ancora, scrive Lenin: “Del marxismo si ammette 
tutto, tranne i mezzi rivoluzionari di lotta…”. E in un passaggio 
incredibilmente contemporaneo e attuale, che davvero sembra parlare del ruolo 
che il Venezuela chavista già svolge e può ancor più svolgere nella lotta 
antimperialista mondiale (ed è soprattutto per questo che gli USA scatenano le 
iene reazionarie venezuelane contro Maduro) così scrive Lenin, in relazione 
alla distinzione operata da Kautsky su “rivolgimento pacifico” e rivolgimento 
violento”: “Sta qui il nodo della questione. Tutti sotterfugi, i sofismi, le 
falsificazioni truffaldine servono a Kautsky per scansare la rivoluzione 
violenta, per nascondere il fatto che egli la rinnega ed è passato alla 
politica operaia liberale, cioè dalla parte della borghesia. Lo ‘storico’ 
Kautsky travisa così spudoratamente la storia che finisce per ‘dimenticare’ 
l’essenziale, cioè che il capitalismo premonopolistico – il quale aveva toccato 
l’apogeo negli anni ’70 – si distingueva, in virtù dei suoi tratti economici, 
manifestatisi in modo particolarmente tipico in Inghilterra e in America, per 
un amore relativamente più grande della pace e della libertà. Mentre 
l’imperialismo, cioè il capitalismo monopolistico giunto a definitiva maturità 
solamente nel secolo XX, si distingue, in virtù dei suoi tratti economici 
essenziali, per un amore assai meno forte della pace, della libertà, per un 
maggiore e generalizzato sviluppo del militarismo. Non avvedersi di questo, 
quando si esamina fino a qual punto sia tipico o probabile un rivolgimento 
pacifico o violento, significa degradarsi al livello del più volgare lacchè 
della borghesia”.

E’ la questione dell’imperialismo, della sua ferocia economica e militare che 
non prevede la possibilità che popoli e Stati ad esso già sottomessi possano 
liberarsi ( come, appunto, il Venezuela di oggi) quella che pone Lenin e che 
certo non può essere più presente nel pensiero addomesticato del senatore 
Corsini. E di troppi altri, anche a sinistra.

Quando Chavez iniziò a vincere, sul quotidiano ampiamente bertinottizzato 
“Liberazione” non andava giù il fatto che quel leader rivoluzionario era un 
militare: un altro di quei tanti “pregiudizi” del marxismo occidentale esausto 
che portano, infine, alla rinuncia della lotta rivoluzionaria. Oggi, in troppi, 
anche a sinistra, persino tra i comunisti (ma non nel nostro PCI) si insinua un 
tarlo devastante e borghese: Maduro non dovrebbe difendere la rivoluzione 
chavista con la forza. Dovrebbe consegnare il Venezuela a Trump e alla destra 
venezuelana, invece? Lenin consigliava e continua a dirci di no, per non essere 
dei rinnegati.



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https://www.logicno.com/politika/revolucionari-u-caracasu-su-danju-na-ulicama-a-nocu-u-luksuznim-barovima.html

”Revolucionari” u Caracasu su danju na ulicama, a noću u luksuznim barovima

01/08/2017    N. BABIĆ

Donald Trump je upravo izrekao sankcije predsjedniku Venezuele Nicolasu Maduru 
i svrstao ga u društvo ”diktatora” Bashara Al-Assada, Kim Jong-una, iranskih 
klerika i Raula Castra.

Mediji rade punom parom kako bi ”oporbu Venezuele” prikazali kao ”revolucionare 
koji se bore za pravo na bolji život i protiv režima”. Mnogi od njih opće 
nemaju novinar u Venezueli i samo kopiraju propagandu koju plasiraju CNN, Fox 
News, The Huffington Post i drugi.

Oni govore o Venezueli u kojoj ”vlada siromaštvo u koje je narod gurnula 
aktualna vlada”,  koju treba svrgnuti, iako je izabrana na demokratskim i 
slobodnim izborima. Gotovo svi krive Madura i vladu u Caracasu za ”pokolj nad 
civilnim stanovništvom”

Mnogi ”novinari” pišu članke u kojima stvaraju sliku o ”lijepoj idealističkoj 
mladeži, sanjarima na barikadama slobode koji s ovo vladom nemaju nikakvu 
budućnost.

I upravo u vrijeme ove bjesomučne propagande iz Caracasa za Bloomberg se javlja 
Andrew Rosati, koji je sve samo nije socijalist, ali je jedan od rijetkih koji 
svoj posao obavlja po svim pravilima struke i novinarske etike.

Rosati za Bloomberg otkriva društveni status čelnika prosvjeda, mladih i 
bogatih ljudi koji po danu stoje na barikadama, a noći provode u luksuznim 
stanovima i barovima na brdu Chacao u susjedstvu Caracasa, gdje se nalazi 
uporište takozvane ”demokratske oporbe”.

Pričao je s Lorenom (24), nakon što je cijeli dan prosvjedovala i navečer se 
vratila na ”Manhattan” Caracasa, kako bi proslavila rođendan u luksuznim 
lokalima u društvu lokalnih poduzetnika.

Za Bloomberg je izjavu dao i vlasnik restorana u elitnom dijelu Caracasa, a ono 
što je rekao je sušta suprotnost onome što čujemo u medijima.

Upravo ova priča Andrewa Rosatija bi trebala otvoriti oči onima koji u bandama 
huligana, predvođenih zlatnom mladeži Caracasa, žele vratiti status kojeg su 
izgubili 1999. i dolaskom Chaveza na vlast.

Njih nije briga za potomke Afrikanaca, ”campesinose”, radnike i proizvodni 
sektor koji je na izborima za Ustavotvornu skupštinu glasao od sreće, unatoč 
bojkotu i nasilnom protivljenju.

”Zlatna mladež” Caracasa i njihovi roditelji znaju da će padom Madura sve biti 
privatizirano, da će dobiti dio kolača, a bande huligana će dobiti 
zadovoljštinu u teritoriju na kojem će se slobodno moći baviti kriminalom.

Zašto nam mediji nesebično nam pojasne što se zapravo događa u Venezueli? Zašto 
su dva kandidata za Ustavotvornu skupštinu ubijena neposredno prije izbora? 
Ipak, na internetu postoje tisuće videa koji pojašnjavaju ovu priču.

Osim toga, europski političari su uglas osudili izabranu vlast, a zaboravili su 
osuditi brazilski institucionalni državni udar ili bombardiranje u Jemenu.

I na kraju dolazi Andrew Rosati, koji iz najbogatijeg dijela Caracasa piše za 
Bloomberg.

Razgovarao je s Tomásom Perezom, vlasnikom građevinske tvrtke koji je bio na 
zabavi na kojoj je DJ puštao house glazbu. Kaže da je otet dva puta i od tada 
kroz naselja u  prolazi u najnovijoj Toyoti 4Runner s neprobojnim oklopom.

”Ujutro u 7 ponovno na ulice, tako da se riješim mamurluka”

Na brdu Chacao možete jesti brzu hranu. Kuhar Carlos Garcia kaže da 10 tanjura 
venecuelanske hrane u restoranu ”Alto” košta u protuvrijednosti 20 američkih 
dolara.

”Evo, imate luksuz”, kaže Garcia (44), čiji je restoran jedini s Michelinovom 
zvjezdicom u zemlji.

”Taj luksuz si mogu priuštiti uglavnom oni koji imaju američku valutu. Više od 
deset godina stroge kontrole je dovelo do procvata crnog tržišta dolara, koji 
se razmjenjuju na stotine puta više od njegove službene vrijednosti. Mnogi 
građani su sakrio dolare za teške situacije, a neke multinacionalne tvrtke 
plaćaju u stranoj valuti. Neki Venecuelanci imaju ugovore s vladom s kojima 
imaju pristup dolarima”, piše Andrew Rosati.

”Venecuelanci koji nemaju ta sredstva će također naći načina da uživaju u 
životu. Jedna je skupina kupila likere u trgovinama na brdu Chacao, a ostale 
grupe u španjolskom stilu odlaze u pubove gledati sportske događaje”, nastavlja 
Rosati.

”Svatko je u potrazi za ispušnim ventilom i svatko na svojoj razini”, kaže 
Pedro Mezquita, kritičar i radijski voditelj.

Jose Cabrera, student od 22 godine koji je bio u baru smještenom na krovu, kaže 
da proučava ulogu svakog prosvjeda, ali ga njegovi prijatelji nekada 
kritiziraju zbog izlazaka.

”Gledajte, ja odlazim, bunim se, ispunjavam svoju dužnost za moju zemlju. Ali 
što da radimo noću? Blokiramo ulice? Marširamo na Palaču  Miraflores? Sutra ću 
se vratiti na ulicu u 7 sati i riješit ću se mamurluka”, kaže  Jose Cabrera.

Sličan je članak tijekom prosvjeda u Brazilu protiv Dilme Rousseff napisao 
novinar The Guardiana, koji je također primijetio kako su ”mladi revolucionari” 
bili sve djeca više srednje klase koja se obogatila za vrijeme diktature i 
tijekom neoliberalnih politika ’90-ih.

Oni žele povratiti izgubljeni status. Žele da se privatizira i uništi sve i da 
ne moraju biti ”elita” samo na brdu u blizini Caracasa. Zlatna mladež 
prosvjeduje jer želi na teret drugih imati jahte, još luksuznije vile, ali ne 
samo u Venezueli, nego i Europi, Americi ili negdje drugdje u svijetu. Zapravo 
ih možemo i razumjeti. Odrasli su kao egoisti i da doslovno preziru ”obojene”, 
pripadnike autohtonih naroda, ”campesinose” i radnike. No, neobjašnjiva je 
podrške koju kao ”revolucionari” imaju od strane europske socijaldemokracije i 
velikog dijela nevladinih udruga i ljevice iz galaksije trockističke ”4. 
Internacionale”.



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http://www.pisorno.it/venezuela-caracas-da-geraldina-colotti-la-cronaca-di-oggi-sul-risultato-elettorale-di-questa-notte/

Venezuela, Caracas. Da Geraldina Colotti la cronaca di oggi, sul risultato 
elettorale di questa notte

da Geraldina Colotti, Caracas
1 agosto 2017

Nelle file ai seggi c’è sempre chi fa musica, balla, ritma gli slogan. Una 
splendida ragazza afrovenezuelana danza e canta con una voce vibrante. Siamo 
all’interno del Poliedro, il grande spazio per gli eventi ora adibito a seggio 
elettorale. E’ uno dei 14. 515 seggi elettorali previsti per votare i 537 
esponenti dell’Assemblea Costituente, più gli 8 rappresentanti indigeni che 
verranno decisi domani 1 agosto secondo le modalità comunitarie dei nativi. 
Questo seggio “addizionale” è stato allestito in emergenza, per consentire ai 
cittadini che vivono nelle zone colpite dalle violenze dei “guarimberos” di 
votare in sicurezza. Per questo è stato dichiarato perimetro sensibile per 500 
metri.

Le forze armate lo presidiano, i funzionari del Consejo Nacional Electoral 
(Cne) forniscono informazioni e supporto a chi è venuto qui pensando di poter 
votare comunque anche se risiede in un altro comune. Invece qui può votare solo 
chi abita nell’est di Caracas: i quartieri benestanti, focolaio delle violenze 
che durano da tre mesi e che hanno provocato 116 morti. Ma in molti vogliono 
votare qui, pensano che il Poliedro sia un seggio per tutti. Alla fine firmano 
un registro testimoniale, che non ha valore ai fini del voto, ma che comunque 
dà conto dei 1500 testardi che non se ne sono voluti andare. Verso la 
mezzanotte, la presidente del Cne, Tibisay Lucena, leggerà i risultati della 
giornata elettorale, la cui chiusura si è protratta fino alle 19 e molti seggi 
hanno dovuto attendere per le molte persone in coda. Diversi centri, come il 
Poliedro, hanno tardato ad aprire per i ritardi dei presidenti dei seggi, ma la 
gente è rimasta in coda.

Intorno a Tibisay, le altre 3 dirigenti dell’organismo, particolarmente preso 
di mira dalle destre che ne disconoscono l’autorità.

Hanno votato – dice – 8.089.320 persone: il 41,53 % degli aventi diritto (19,5 
milioni) su una popolazione di 30.620.404 persone.

Il sistema altamente informatizzato è stato nuovamente giudicato a prova di 
frodi dal gruppo di osservatori internazionali, che ha rilasciato una 
articolata dichiarazione. Eppure le destre hanno subito respinto i risultati 
del voto, sostenuti dalla “comunità internazionale”: che aveva invece avallato 
gli oltre 7 milioni di voti, sparati a tempo di record e a dispetto della 
stessa logica dopo il “plebiscito” organizzato dalle destre senza il Cne e 
senza controllo legale. Oltre agli Usa e alla Ue, che minacciano di estendere 
le sanzioni al Venezuela, 8 paesi – Argentina,Cile, Perù, Colombia, Brasile, 
Messico, Costa Rica e Panama – non hanno riconosciuto il voto, continuando ad 
appoggiare l’agenda violenta che le destre hanno mantenuto anche per oggi e che 
prevede la costituzione di un “governo parallelo” modello siriano. Anche il 
cosiddetto “chavismo critico” ha deciso di passare definitivamente in questo 
campo.

La testardaggine non è mancata a questo voto.

Oltre alla pioggia, i cittadini che sono arrivati al Poliedro hanno superato 
ostacoli di ogni tipo.
Hanno anche rischiato la vita nei quartieri in cui gli oltranzisti hanno 
giurato di bruciare vivo chi fosse intenzionato a votare. Dopo la trentina di 
persone date alle fiamme perché afro-venezuelane, chaviste o “presunto” tale, 
nessuno prende la minaccia sotto gamba.
Anche durante il voto vi sono stati scontri, seggi dati alle fiamme e 16 morti, 
tra i “guarimberos”, ma anche tra le forze di polizia.
Diversi chavisti sono stati feriti nel tentativo di difendere le urne, un 
candidato è stato ucciso nel Bolivar e una bomba nascosta nella spazzatura ha 
colpito una pattuglia nella Piazza Altamira, uno degli epicentri delle violenze.
Molti elettori hanno dormito nelle vicinanze del seggio, altri sono arrivati a 
piedi, altri ancora in bicicletta. Quasi tutti si fermeranno per la notte o 
verranno ospitati dagli amici dopo aver festeggiato in Piazza Bolivar fino a 
tarda notte insieme al presidente Maduro.
Data la fila chilometrica che si è protratta per tutta la giornata nei 
quartieri governati dalle destre, è logico pensare che tra i votanti, oltre ai 
chavisti c’erano anche moltissime persone di opposizione, sicuramente contrarie 
al governo, ma anche alle violenze xenofobe e squadriste. Avranno la loro voce 
nella Costituente, che si installerà tra 72 ore. Al Poliedro, sentiamo parlare 
italiano, pensiamo si tratti di antichavisti, com’è per gran parte degli 
italiani che vivono in Venezuela e che hanno fatto fortuna qui. Ma ci sbagliamo:

“Siete italiani?” chiediamo alla coppia. “Solo io – ci risponde una signora 
atletica inanellando il discorso senza prendere il respiro – mi chiamo 
Donatella e sono di Roma. Poco fa scorrevo le notizie dei giornali di lì. Ma di 
che parlano, quali menzogne raccontano, ma lo sanno quel che abbiamo subito in 
questi tre mesi di locura di questi fascisti… mercenari che taglieggiano e 
bruciano le persone? Vivo qui da tanti anni, ho appoggiato il proceso 
bolivariano fin dall’inizio, siamo passati attraverso mille prove, ma ne vale 
la pena. Siamo qui per esercitare un diritto che nessuno ci può negare: né 
Trump, né i guarimberos. Ditelo, ai politici italiani…”

Nel Tachira, per andare a votare schivando le trappole dei “guarimberos”, molti 
hanno guadato un fiume.  Un’immagine che non comparirà sui media mainstream, ma 
che sta rimbalzando sulle reti sociali insieme a quella di una giovane disabile 
che, priva di braccia, ha votato con un piede. Con il voto elettronico ha 
potuto farlo. Testardo e motivato, il popolo chavista:

“Quando un popolo decide di difendere la propria storia, diventa 
indistruttibile”, ha detto la candidata Delcy Rodriguez, ex ministra degli 
Esteri, promossa dal voto. Un voto “profondamente antimperialista”, ha aggiunto 
riferendosi alle ingiunzioni di Trump e dell’Europa. L’elettorato chavista è 
tornato in massa alle urne, motivato dalla possibilità di poter decidere anche 
fuori dalle pastoie burocratiche e per portare una critica a quello che finora 
non ha funzionato.




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