Bomba atomica USA o UE?

1) Per liberare l’Italia dalle atomiche non basta una firma – di M. Dinucci
Onu-Ican: 243 parlamentari italiani hanno firmato per la ratifica del Trattato 
sulla proibizione delle armi nucleari
2) Cosa si nasconde dietro il progetto “euro-nukes” – di V. Brousseau
La fine della Storia della Francia come potenza indipendente e sovrana


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https://ilmanifesto.it/per-liberare-litalia-dalle-atomiche-non-basta-una-firma/

Per liberare l’Italia dalle atomiche non basta una firma
Trattato Onu-Ican. 243 parlamentari italiani hanno firmato per la ratifica del 
Trattato sulla proibizione delle armi nucleari


di Manlio Dinucci
su Il Manifesto del 19.11.2017

L’Ican, coalizione internazionale di Ong insignita del Nobel per la Pace 2017, 
comunica che 243 parlamentari italiani hanno firmato l’«Impegno Ican» a 
promuovere la firma e la ratifica da parte del governo italiano del Trattato 
sulla proibizione delle armi nucleari.

È il Trattato adottato dalle Nazioni Unite il 7 luglio 2017. Che all’Articolo 1 
stabilisce che «ciascuno Stato parte si impegna a non permettere mai, in 
nessuna circostanza, qualsiasi stazionamento, installazione o spiegamento di 
qualsiasi arma nucleare nel proprio territorio; a non ricevere il trasferimento 
di armi nucleari né il controllo su tali armi direttamente o indirettamente». 
All’Articolo 4 il Trattato stabilisce: «Ciascuno Stato parte che abbia sul 
proprio territorio armi nucleari, possedute o controllate da un altro Stato, 
deve assicurare la rapida rimozione di tali armi».

Impegnandosi a promuovere l’adesione dell’Italia al Trattato Onu, i 243 
parlamentari si sono quindi impegnati a promuovere: 1) la rapida rimozione dal 
territorio italiano delle bombe nucleari Usa B-61 e la non-installazione delle 
nuove B61-12 e di qualsiasi altra arma nucleare; 2) l’uscita dell’Italia dal 
gruppo di paesi che, nella Nato, «forniscono all’Alleanza aerei equipaggiati 
per trasportare bombe nucleari, su cui gli Stati uniti mantengono l’assoluto 
controllo, e personale addestrato a tale scopo» (The role of NATO’s nuclear 
forces); 3) l’uscita dell’Italia dal Gruppo di pianificazione nucleare della 
Nato, in base all’Articolo 18 del Trattato Onu che permette agli Stati parte di 
mantenere gli obblighi relativi a precedenti accordi internazionali solo nei 
casi in cui essi siano compatibili col Trattato.

I parlamentari che hanno firmato tale impegno appartengono ai seguenti gruppi: 
95 al Partito democratico (Pd), 89 al Movimento 5 Stelle, 25 ad Articolo 1-Mdp, 
24 a Sinistra italiana-Sel, 8 al Gruppo misto, 2 a Scelta civica. Nel dibattito 
alla Camera, il 19 settembre scorso, solo i gruppi Sinistra italiana-Sel e 
Articolo 1-Mdp hanno chiesto la rimozione delle armi nucleari dall’Italia, come 
prescrive il Trattato di non-proliferazione, e l’adesione al Trattato Onu. Il 
Movimento 5 Stelle ha chiesto al governo solo di «relazionare al Parlamento 
sulla presenza in Italia di armi nucleari e dichiarare l’indisponibilità 
dell’Italia ad utilizzarle». La Lega Nord ha chiesto di «non rinunciare alla 
garanzia offerta dalla disponibilità Usa a proteggere anche nuclearmente 
l’Europa e il nostro paese». Il Pd – con la mozione di maggioranza approvata 
nella stessa seduta anche con i voti di Gruppo misto, Scelta civica, Forza 
Italia, Fratelli d’Italia, Alternativa popolare, Democrazia solidale – ha 
impegnato il governo a «continuare a perseguire l’obiettivo di un mondo privo 
di armi nucleari» (mentre mantiene in Italia armi nucleari violando il Trattato 
di non-proliferazione) e a «valutare, compatibilmente con gli obblighi assunti 
in sede di Alleanza atlantica, la possibilità di aderire al Trattato Onu». Il 
governo ha espresso «parere favorevole» ma il giorno dopo, con gli altri 28 del 
Consiglio nord-atlantico, ha respinto in toto e attaccato il Trattato Onu.

I parlamentari di Pd, Gruppo misto e Scelta civica, e quelli del M5S, che hanno 
firmato l’Impegno Ican differenziandosi dalle posizioni dei loro gruppi, devono 
a questo punto dimostrare di volerlo mantenere, promuovendo con gli altri una 
chiara iniziativa parlamentare perché l’Italia firmi e ratifichi il Trattato 
Onu sulla proibizione delle armi nucleari. Lo deve fare in particolare Luigi Di 
Maio, firmatario dell’Impegno Ican, per la sua posizione rilevante di candidato 
premier.

Aspettiamo di vedere nel suo programma di governo l’impegno ad aderire al 
Trattato Onu, liberando l’Italia dalle bombe nucleari Usa e da qualsiasi altra 
arma nucleare.



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http://vocidallestero.it/2017/11/09/cosa-si-nasconde-dietro-il-progetto-euro-nukes/

http://contropiano.org/documenti/2017/11/10/cosa-si-nasconde-dietro-progetto-euro-nukes-097530
 
<http://contropiano.org/documenti/2017/11/10/cosa-si-nasconde-dietro-progetto-euro-nukes-097530>

Cosa si nasconde dietro il progetto “euro-nukes”

di Vincent Brousseau * <http://contropiano.org/author/redazione-contropiano>
Vincent Brousseau ha lavorato per 15 anni presso la BCE, in particolare nel 
Sancta Santorum della politica monetaria, ed è uno dei maggiori esperti 
francesi sull’euro. Ma essendo anche un grande conoscitore della scena politica 
tedesca e di questioni geostrategiche e militari,  ha preparato un dossier del 
massimo interesse 
<https://www.upr.fr/actualite/france/se-cache-derriere-projet-euro-nukes-dossier-etabli-vincent-brousseau>
 su quello che sta succedendo in Germania intorno alla possibilità di eludere 
il divieto alle armi nucleari impostole dopo la seconda guerra mondiale, e 
mettere silenziosamente le mani sulla forza d’urto francese tramite la 
creazione di una “bomba nucleare europea” («Euro-nukes»). Colpo di mano 
militare molto inquietante in un periodo in cui le previsioni geopolitiche sono 
di grande incertezza e turbolenza, ma naturalmente sottovalutato dagli utili 
idioti della “costruzione europea” e passato per lo più sotto silenzio dalla 
grande stampa.

Tradotto da Carmenthesister  per http://vocidallestero.it/ 
<http://vocidallestero.it/>

Dossier strategico di Vincent Brousseau, 15 luglio 2017

Cos’è il trattato di Mosca?

Alcuni mesi fa, un comunicato dell’agenzia Reuters (di metà novembre 2016) 
ricordava incidentalmente che nessun accordo di pace è stato firmato tra il 
Giappone e la Russia dopo la seconda guerra mondiale. Questi due Stati sono 
quindi, dal punto di vista giuridico, ancora in guerra dal 1945.

Il pomo della discordia ancora presente tra Tokyo e Mosca che impedisce di 
firmare il trattato di pace rimane la questione delle isole Curili del Sud, ex 
giapponesi, che Stalin conquistò nel 1945 e l’URSS e poi la Russia hanno sempre 
rifiutato di restituire.

La notizia di fine anno scorso, dal tono ottimista, assicurava tuttavia che 
erano stati fatti dei progressi verso questo trattato di pace. Va da sé che, da 
un punto di vista pratico, tra questi due paesi la pace regna da diversi 
decenni, ma è il caso di notare che la firma di tali trattati può essere ancora 
una questione lunga.

Alleata del Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale, la Germania ha vissuto 
la stessa situazione dal 1945 al 1990. È un trattato del 1990 che ha 
formalmente chiuso le ostilità, 45 anni dopo la capitolazione del Reich. Questo 
Trattato, il cui titolo ufficiale è “Trattato sullo stato finale della 
Germania“, è comunemente noto come il Trattato di Mosca. E’ chiamato anche 
“Trattato 2+4” o “Trattato 4+2” perché fu firmato e ratificato tra:

– i rappresentanti delle due Germanie dell’epoca (Germania occidentale 
denominata “Repubblica federale tedesca” o “RFT” e Germania orientale 
“Repubblica democratica tedesca “o” DDR”),

– i rappresentanti delle quattro potenze alleate della seconda guerra mondiale: 
Francia, Stati Uniti, Regno Unito e URSS.

La firma di questo trattato il 12 settembre 1990 a Mosca aprì la strada alla 
riunificazione tedesca.


Molto breve, questo trattato, che consiste in un preambolo e dieci articoli, 
stabilisce con precisione lo status internazionale della Germania unita nel 
cuore dell’Europa, con il tacito consenso di tutti i suoi vicini. Il trattato 
regola molti temi sugli affari esteri dei due stati tedeschi, come la 
demarcazione delle frontiere esterne, l’adesione alle alleanze e le forze 
militari. Con questo trattato, la Germania dovrebbe nuovamente assumere piena 
sovranità e diventare uno stato come qualsiasi altro.

Firma del “Trattato di Mosca” il 12 settembre 1990, che ripristina la 
“sovranità totale” della Germania.

Questo Trattato di Mosca, che consacra la riunificazione e ristabilisce in 
linea di principio la sovranità della Germania, contiene tuttavia alcune 
restrizioni molto importanti.

Pertanto, la Germania non è autorizzata a modificare i propri confini, neanche 
sulla base di un accordo con il paese di frontiera interessato.

Questo, a priori, può sembrare assurdo, ma non lo è, perché l’impegno è preso 
dalla Germania non nei confronti del paese di frontiera (che in linea di 
principio potrebbe liberarla da tale impegno), ma verso ciascuno dei quattro 
alleati, considerati individualmente. Così la Russia potrebbe opporsi a 
un’ipotetica modifica del confine, ad esempio, ceco-tedesco, anche se i due 
paesi interessati fossero d’accordo. Va da sé che ciò costituisce una 
restrizione di ciò che si intende comunemente con la parola “sovranità”.

Dal lato britannico, responsabile della redazione e della ratifica del Trattato 
di Mosca era Margaret Thatcher. La Thatcher, ancor più di Mitterrand, la sua 
controparte all’epoca, nutriva una vera diffidenza verso un ritorno della 
Germania nel consesso delle grandi potenze. Un articolo del Financial Times 
<https://www.ft.com/content/dd74c884-c6b1-11e6-9043-7e34c07b46ef?ftcamp=published_links%2Frss%2Fworld_uk_politics%2Ffeed%2F%2Fproduct>
 di inizio 2017 ha ricordato questo utile dettaglio, quasi dimenticato. La 
Thatcher, dice l’articolo, pensava anche di instaurare un’ “alleanza” con 
l’URSS all’esplicito scopo di contenere l’ascesa di una Germania riunificata, e 
motivava questa scelta facendo riferimento al periodo del 1941-1945 , quando 
Londra e Mosca erano alleati contro Berlino. Questo rende bene l’atmosfera.

Un’altra importante e ben nota restrizione si trova nell’articolo 3 del 
Trattato di Mosca, che pone un divieto permanente alla Germania di avere 
accesso alle armi nucleari.

Sulla base di questo articolo, la Germania non può né ricercare, né acquisire, 
né testare, né detenere o utilizzare qualsiasi arma atomica. E questo impegno, 
di nuovo, è assunto nei confronti di ciascuno dei quattro alleati, considerati 
individualmente.

Ciò significa che, se per qualche motivo la Germania decidesse di ignorare il 
trattato e di avviare un procedimento di accesso alle armi atomiche, la Russia 
– o anche qualsiasi altra delle tre potenze – sarebbe autorizzata di diritto a 
impedirlo con un’azione militare. Anche qui, si capisce che la sovranità della 
Germania non è stata restaurata in modo pieno.

Quali sono le posizioni dell’opinione pubblica russa e tedesca su questo 
argomento?

– La Russia ha, per ovvie ragioni storiche, un forte sentimento di paura verso 
la Germania. Né il sentimento popolare, né alcun governo russo, come un tempo 
il governo sovietico, sarebbero disposti a tollerare la minima violazione di 
questo divieto nucleare.

– La Germania ha, per gli stessi evidenti motivi storici, un forte senso di 
vergogna per il suo passato bellicoso. L’opinione pubblica tedesca è 
completamente a favore della rigorosa osservanza del divieto nucleare militare 
tedesco, ed è sempre stato così. Nessun governo tedesco o ex governo tedesco 
occidentale si è mai opposto pubblicamente a questa limitazione. C’era un certo 
sospetto che la Germania orientale tentasse di aggirare il divieto, ma 
probabilmente sono solo voci infondate.

E tuttavia, è preciso dovere di un governo prevedere ogni scenario. E i 
tedeschi sono persone metodiche e serie che usano prevedere tutto, anche 
l’improbabile. Quindi mi risulta difficile immaginare che i leader politici 
tedeschi non abbiano mai pensato a come rendere il loro paese una potenza 
atomica.


Cosa si intende per forza atomica?

Lo status di potenza nucleare non si ottiene semplicemente dal possesso di tre 
testate nucleari immagazzinate sotto un hangar. Comprende un notevole numero di 
altre cose.

Bisogna non solo avere le armi, ma avere la loro catena produttiva, sapere come 
mantenerla e proteggerla, averne testato l’efficacia, aver testato naturalmente 
le stesse armi, sapere ed essere in grado di tenerle al sicuro, avere una 
catena di comando rigorosa (in particolare per evitare di non essere in grado 
di utilizzarle, a seguito del tradimento o della morte di un solo uomo).

Devi avere persone addestrate per costruire siti, mantenerli, realizzare dei 
modelli dell’arma e dei suoi vettori in termini fisici e matematici, costruire 
i vettori, costruire l’arma in quanto tale, costruire e testare i dispositivi 
di trasmissione degli ordini in modo sicuro.

Si consideri, per esempio, tutta la logistica necessaria alla Francia per 
mantenere in permanenza la sua flotta di sottomarini nucleari lanciamissili 
balistici (SSBN) o lo sforzo scientifico richiesto per riuscire a simulare 
virtualmente gli effetti dell’esplosione – cosa fondamentale da quando i test 
nucleari sono vietati.

Ognuna delle cinque potenze nucleari ufficiali ha dovuto quindi sostenere un 
investimento enorme in tempo, persone e capitali, per decenni. È perciò 
totalmente irrealistico immaginare che un nuovo soggetto possa diventare una 
potenza nucleare dall’oggi al domani.


Se Charles de Gaulle non avesse voluto l’ingresso del suo paese nel ristretto 
club delle potenze nucleari, sarebbe molto difficile per la Francia raggiungere 
questo obiettivo oggi.

È per questo che in Francia sono poche le proposte che il paese rinunci a 
questo status; provengono da persone che sono più legate ad un ordine mondiale 
transnazionale che alla sovranità nazionale della Francia. Citerò per esempio 
la proposta fatta nel 2009 da MM. Juppé, Rocard, Norlain e Richard, oggi quasi 
dimenticata … 
<http://www.lemonde.fr/idees/article/2009/10/14/pour-un-desarmement-nucleaire-mondial-seule-reponse-a-la-proliferation-anarchique_1253834_3232.html>
Pertanto, un possibile accesso del nostro vicino tedesco allo status di potenza 
nucleare sembra a priori un rischio lontano. Anche se, per ipotesi, la Germania 
pretendesse di eludere l’articolo 3 del Trattato di Mosca, il lavoro da 
intraprendere sarebbe talmente grande che i quattro alleati avrebbero molto 
tempo a disposizione per accorgersi della manovra e farla fallire.

Ma abbandoniamoci a un piccolo esercizio di paranoia. Dopo tutto, se io fossi 
tedesco, senza dubbio avrei già pensato ai modi per aggirare l’ostacolo.


È così impossibile?

Come ho evidenziato prima, diventare una potenza nucleare comporta 
l’acquisizione di diverse cose che non hanno nulla a che fare l’una con l’altra.

Alcune sono immateriali (creare una rigorosa catena di comando, o addestrare 
ingegneri e scienziati); per loro stessa natura, queste cose possono essere 
fatte in maniera relativamente discreta.

Al contrario, il test nucleare iniziale è tutt’altro che discreto; e nel caso 
della Germania è proibito due volte: una volta a causa dell’articolo 3 del 
Trattato di Mosca, e l’altra a causa del divieto globale per i test nucleari.

Ma tra questi due estremi?

Tra questi due estremi c’è ad esempio l’acquisizione delle tecnologie 
necessarie per i missili intercontinentali, o la creazione di una catena di 
produzione – la realizzazione fisica e la convalida, vale a dire altri tipi di 
test – e le catene di produzione di altri dispositivi di lancio. Ad esempio, 
sottomarini.

Tutte queste azioni non possono essere fatte con assoluta discrezione, 
ovviamente, ma sono meno appariscenti del test di Mururoa del 24 agosto 1968.

Ora, da alcune notizie di attualità, nel corso degli ultimi semestri, risultano 
dei sintomi che tendono a confermare che potrebbe esserci un silenzioso 
interesse da parte della Germania a compiere questi passi verso l’accesso al 
nucleare. Parlerò solo di due di questi sintomi, pur essendo consapevole che 
possono spiegarsi in modo diverso – e che sono, infatti, spiegati in modo 
diverso. Ma in questo campo non si è mai troppo diffidenti …

Questi due esempi sono:

– l’ingresso della Germania in Airbus;

– e la vendita, o meglio il regalo, fatto dalla Germania a Israele di 
sommergibili del tipo denominato Dolphin.


Il silenzioso interesse della Germania per la bomba

In primo luogo, l’Airbus. Il gruppo Airbus è stato creato nel 2000 da parte 
degli Stati francese e spagnolo e due gruppi privati, uno francese e uno 
tedesco, sulla base della struttura omonima esistente dagli anni ’70. La scelta 
del nome, EADS, che non è né francese né spagnolo, né tedesco, testimonia la 
pretesa “volontà dell’Europa” riguardo al progetto. La quota dello Stato 
francese nella partecipazione al gruppo è passata dal 48% nel 1999 all’ … 11% 
nel 2015, mentre la quota dello Stato federale tedesco è dell’11% dal 2014.

Inoltre, il gruppo è anche costruttore di missili strategici della Force 
océanique stratégique (FOST) francese e, di conseguenza, titolare di alcune 
tecnologie molto avanzate, che riguardano il nucleare ma anche il settore 
spaziale. (L’aspetto spaziale è particolarmente legato al fatto che le testate 
di questi missili sono “rientranti”, cioè svolgono parte del viaggio nello 
spazio e devono rimanere funzionali dopo il rientro nell’atmosfera.)

Stiamo parlando di tecnologie molto avanzate, paragonabili solo alle loro 
controparti russe e americane. Totalmente fuori dalla portata dei “piccoli 
candidati” al nucleare come la Libia o la Corea del Nord, sono costate alla 
Francia un lavoro di diversi decenni.


La struttura di Airbus offrirebbe allo Stato tedesco un modo per recuperare 
queste tecniche, se decidesse in questo senso? La risposta è che è una 
questione di tempo.

Se la Germania ha davanti a sé un orizzonte di qualche anno, è impensabile che 
non ci riesca. Naturalmente, si suppone che la Germania non dovrebbe voler fare 
una cosa del genere, ma trovo questa garanzia piuttosto debole.

Diamo un’occhiata alla storia dei Dolphin.

Sono sottomarini di costruzione tedesca. Certamente c’è un mondo tra queste 
macchine e un SNLE francese. Ma resta il fatto che sono in grado di lanciare 
armi nucleari con un vettore di missili da crociera. Queste navi sono vendute 
allo Stato di Israele a tariffe molto vantaggiose, e i primi sono stati 
decisamente regalati.

Questa strana generosità ha suscitato delle domande.

Leggiamo sul sito irenees.net dell’associazione Modus Operandi, la seguente 
osservazione <http://www.irenees.net/bdf_fiche-analyse-1051_fr.html>:

“Le vere ragioni non sono mai state espresse in maniera esplicita, ma come per 
voler ‘farsi perdonare’, la Germania si è semplicemente offerta di finanziare 
integralmente i primi due sottomarini (640 milioni di dollari) e di condividere 
le spese per il terzo.”

Farsi perdonare? Questa è una spiegazione comoda. Ma c’è una spiegazione meno 
innocua.

Come ho ricordato, l’accesso allo status di potenza nucleare comporta un 
notevole numero di passi, tra cui la costruzione, il funzionamento e la 
verifica delle linee di produzione tramite dei test. “Test”, l’ostacolo è 
questo. La Germania è stata in grado di creare la linea di produzione dei 
Dolphin, ma certamente non è in grado di verificare che il prodotto finito 
possa effettuare un lancio nucleare a causa dell’articolo 3 del Trattato di 
Mosca.

Tuttavia, può aggirare l’ostacolo facendo fare il test … alla marina israeliana.

Si comprende quindi che il vero pagamento di ciò che sarebbe, altrimenti, un 
puro e semplice regalo, potrebbe consistere in questo: la convalida del 
prodotto, che è essenziale e che era la più grande difficoltà. Nessuna forza 
nucleare è tale senza test e convalide, sia per i vettori e i dispositivi di 
lancio, che per le cariche nucleari stesse.

Del resto, questa operazione non è sfuggita alla vigilanza degli esperti, 
compresi i media russi, dal momento che Sputnik le ha dedicato una sezione 
speciale nel mese di aprile 2015, per rivelare ai suoi lettori che “Berlino 
fornirà a Israele un sottomarino a capacità nucleare  
<https://fr.sputniknews.com/international/201504101015606607-allemagne-israel-submersible-nucleaire/#ixzz41V9ZX4Pq>“.

Ci sono motivi per credere che la direzione politica tedesca non abbia 
necessariamente rinunciato ad acquisire lo status nucleare, un giorno, 
nonostante le particolari difficoltà della Germania a perseguire un tale 
obiettivo.

Ma siccome questo obiettivo non è facile da raggiungere, vediamo se esiste un 
modo più intelligente. È qui che entra in gioco l’Europa.


La proposta “Kiesewetter”

Roderich Kiesewetter è un deputato tedesco (CDU), membro della commissione 
parlamentare per gli affari esteri del Bundestag, ed ex ufficiale di stato 
maggiore del Bundeswehr.

È anche membro, insieme a Andrew Duff, un altro individuo che ho già introdotto 
ai membri e ai sostenitori dell’UPR, del “European Coucil on Foreign Relations” 
(ECFR).

I due uomini hanno in comune una insolita specialità: sondano il terreno.

Questa attività consiste nel mettere delle idee sul tavolo, presentandole come 
proprie, senza coinvolgere personalità o istituzioni ufficiali, sia tedesche 
che europee (come Juncker o la Commissione Europea). L’obiettivo è vedere se 
queste idee non provocano particolari reazioni da parte degli altri politici, 
della stampa e dell’opinione pubblica, o se provocano al contrario una levata 
di scudi.

Ora, nel novembre 2016, Roderich Kiesewetter ha lanciato un’idea, presentandola 
come sua, in linea con il suo doppio incarico militare + Affari Esteri.

Questa idea è quella di utilizzare la costruzione europea per aggirare gli 
ostacoli che ho descritto sopra. Ed è un’idea brillante. Invece di preoccuparsi 
di avanzare subdolamente verso lo status nucleare, acquisirlo di diritto; in 
quanto il divieto riguarda la Germania, è possibile acquisirlo non come 
Germania ma come membro dell’Unione Europea.

L’idea è nata già da un po’ di tempo, e si conforma a una tendenza attuale 
dello spirito tedesco, che è quella di presentarsi come un bravo membro del 
mondo occidentale e democratico, piuttosto che un cattivo tedesco capace delle 
idee più abominevoli. (Per inciso, mi spiego così l’improbabile propensione dei 
nostri amici tedeschi per la lingua inglese: questione di immagine, soprattutto 
nei confronti degli altri occidentali.)

Questo pretesto avrebbe potuto essere la Crimea. Avrebbe potuto essere 
l’«ascesa del populismo». Non avrebbe potuto essere la Brexit, che ha l’effetto 
di portare fuori dalla UE un paese nucleare, lasciandolo nella NATO. Alla fine, 
sarà l’elezione di Trump.

La giustificazione è perfetta in relazione alle circostanze:

– l’atteggiamento trasgressivo e la vaghezza di Trump sugli impegni di 
Washington nella NATO;

– il rischio di perdere l’”ombrello nucleare” americano, agitato nei media 
euro-atlantici;

– la “minaccia” di una Russia sospettata delle peggiori intenzioni da parte di 
questi medesimi media.

Sicuramente, l’opportunità di sondare il terreno è perfetta. Se ne prende atto.

Reuters ha quindi presentato l’idea di “Kiesewetter” in una notizia del 16 
novembre 201 
<http://www.reuters.com/article/uk-germany-usa-nuclear-idUSKBN13B1GO>6. Se chi 
mi legge tiene a mente quanto appena detto, ogni riga del messaggio (in 
inglese) dovrebbe apparire chiara e trasparente.


Naturalmente, la proposta è accompagnata dalla riaffermazione che “la Germania 
stessa” non deve diventare una potenza nucleare. Tuttavia questa frase fa parte 
della retorica obbligatoria. Diamo un’occhiata più da vicino al contenuto 
concreto della proposta.

La notizia di Reuters rimane vaga ed echeggia soltanto le parole di 
Kiesewetter, di “dare garanzie nucleari a tutta l’Europa”. Ma egli ricorda 
anche che la fonte del finanziamento dovrebbe essere un bilancio militare 
europeo comune – già programmato e che deve partire nel 2019, un dettaglio 
interessante che non mi pare sia stato riportato da TF1 o da Le Monde.

Tuttavia, un articolo di un altro “think tank” europeo, Carnegie Europe 
<http://carnegieeurope.eu/strategiceurope/66199>, non ha avuto questi pudori e 
addirittura parla di “Euro-nukes” (bombe atomiche europee), a cui la Francia 
potrebbe acconsentire a causa del carico fiscale per lei rappresentato dalla 
sua forza di dissuasione nucleare, nel contesto della nostra adesione all’euro 
che ci precipita in restrizioni di bilancio sempre più severe.

Questa è la sola forma concretamente possibile di “garanzie”. Ma negli 
“Euro-nukes” c’è tutto: la costruzione, la conservazione, la catena di comando 
“europea”, che comprende quindi politici e militari tedeschi. Il progetto 
Kiesewetter sarebbe di gran lunga il modo più efficace per la Germania per 
ottenere tempestivamente lo status di potenza nucleare.


L’interesse della Germania per il nostro seggio al Consiglio di sicurezza delle 
Nazioni Unite

Dato che le disgrazie non vengono mai sole, l’elezione di Emmanuel Macron 
probabilmente incoraggerà certi ambienti europeisti a far emergere a breve la 
proposta di fare del seggio permanente francese al Consiglio di Sicurezza delle 
Nazioni Unite un seggio franco-tedesco.

Questa idea – che completerebbe il suicidio della Francia come grande potenza – 
non è nuova. François Asselineau ne ha parlato in diverse conferenze, 
sottolineando che è già stata lanciata molte volte nel corso degli anni da 
Daniel Cohn-Bendit. Ad esempio, quando ha lanciato il suo appello sul Nouvel 
Obs del 21 luglio 2012 
<http://tempsreel.nouvelobs.com/monde/20121012.OBS5535/nobel-l-union-doit-reclamer-un-siege-au-conseil-de-securite.html>
 perché la Francia abbandoni il suo seggio permanente al Consiglio di sicurezza 
“a favore di un seggio franco-tedesco, come avanguardia di un seggio europeo”. 
Idea ribadita in modo più allusivo e indiretto nel Nouvel Obs del 13 ottobre 
2012:

Ma in questi giorni parte della stampa nazionale francese finge di scoprire con 
entusiasmo questa idea, e il quotidiano Libération addirittura suggerisce che 
l’opinione pubblica non vedrebbe l’ora che Emmanuel Macron prenda questa 
decisione 
<http://www.liberation.fr/planete/2017/06/21/conseil-europeen-macron-entre-en-scene_1578578>
 …

Ritornando all’idea attribuita a Kiesewetter delle “bombe atomiche europee”, è 
interessante notare che il 6 marzo 2017 il New York Times 
<https://www.nytimes.com/2017/03/06/world/europe/european-union-nuclear-weapons.html>
 ha a sua volta contribuito a dare credito e ad inculcare l’idea nelle menti.

Il prestigioso giornale quotidiano americano scrive infatti: “Un’idea, una 
volta impensabile, sta guadagnando attenzione nei circoli politici europei: un 
programma di armi nucleari dell’Unione europea. Secondo un piano di questo 
tipo, l’arsenale francese verrebbe riorientato verso la protezione del resto 
d’Europa e sarebbe messo sotto un comando comune europeo, con un piano di 
finanziamento, una dottrina della difesa o una combinazione dei tre. Sarebbe 
implementato solo se il continente non potesse più contare sulla protezione 
americana.”

Niente altro da aggiungere.


CONCLUSIONE: ALTO TRADIMENTO ?

È chiaro che gli eventi vengono gradualmente messi in atto per far sì che la 
Francia abbandoni consapevolmente i suoi due massimi punti di forza, che sono 
il suo seggio permanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e 
l’indipendenza della propria forza nucleare.

Tale evoluzione sarebbe perfettamente compatibile con lo spirito europeista, 
anche se le sue motivazioni non sono necessariamente puramente europeiste.

Infatti, su cosa si basa l’europeismo? Sulla volontà di smantellare gli Stati 
nazionali e di cancellare la loro sovranità. Ora, la forza atomica e il seggio 
permanente – che dobbiamo, sia l’uno che l’altro, all’azione strategica e 
ostinata di Charles de Gaulle – sono veramente i due ultimi santuari della 
sovranità nazionale francese.

C’era dunque da aspettarsi che le forze euro-atlantiche – e le élite tedesche – 
avrebbero cercato di attaccarli, come tutto il resto.

Il processo è avviato. Avrà luogo l’alto tradimento? E Emmanuel Macron è stato 
portato all’Eliseo dall’oligarchia per questo estremo scopo?

Il fatidico conto alla rovescia avviene mentre il popolo francese, sotto il 
controllo mentale dei media mainstream, non capisce o si rifiuta di capire cosa 
sta succedendo.

Più che mai, il Frexit dall’UE, dall’Euro e dalla NATO sono l’ultima chance 
prima della fine della Storia della Francia come potenza indipendente e sovrana.




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