ORIG.: O čemu govorimo kad pričamo o Jugoslaviji (Filip Švarm, Vreme 
Br.1408-1409, 28.12.2017.)
INTERVJU – RADINA VUČETIĆ, ISTORIČARKA – „Ma iz kojih pozicija i ma s kakvim 
namerama razmišljamo o Jugoslaviji, neizbežan je zaključak da je ona, u oba 
svoja života, bila okvir za emancipaciju i modernizaciju svih jugoslovenskih 
naroda i da su se u okviru nje konstituisale buduće republike, danas države, 
kao i da su najveći uzleti svih pojedinačnih naroda ostvareni upravo u toj 
zemlji. Kako kaže Mari Žanin Čalić, Jugoslavija je bila najozbiljniji 
modernistički poduhvat na ovim prostorima, a sve što se dešavalo od kraja 
osamdesetih i što se dešava i danas, u svojoj suštini je antimodernističko i 
vraća nas čitav vek unazad"...
http://www.vreme.com/cms/view.php?id=1559663
ili  
https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/messages/8820


https://www.balcanicaucaso.org/aree/Croazia/Cosa-intendiamo-quando-parliamo-di-Jugoslavia-185907

Cosa intendiamo quando parliamo di Jugoslavia

Cos'è stata la Jugoslavia? Qual è l'eredità jugoslava nelle repubbliche sorte 
dopo la sua dissoluzione? Che memoria si ha in queste repubbliche della 
Jugoslavia? Sono alcune delle domande a cui risponde in questa intervista la 
storica Radina Vučetić


09/02/2018 -  Filip Švarm 
<https://www.balcanicaucaso.org/Autori/(author)/Filip%20%C5%A0varm>   Belgrado
(Originariamente pubblicato dal settimanale Vreme   
<http://www.vreme.com/cms/view.php?id=1559663>il 28 dicembre 2017)



Con l’approssimarsi del centenario della nascita della Jugoslavia, che ricorre 
nel dicembre 2018, ci si chiede se qualcuno, e come, celebrerà questo 
anniversario. Della presunta artificiosità della Jugoslavia, dei suoi più 
grandi risultati, le sue debolezze, il suo lascito, e di molte altre questioni 
legate ad un paese che non c’è più abbiamo parlato con Radina Vučetić, docente 
di Storia presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Belgrado e autrice 
dei libri “Koka-kola socijalizam” [Coca-Cola socialismo] e “Monopol na istinu” 
[Monopolio sulla verità].

Alla vigilia delle guerre balcaniche, la Serbia e il Montenegro erano due stati 
indipendenti, la Macedonia e il Kosovo inglobati nell’Impero Ottomano, mentre 
la Slovenia, la Croazia e la Bosnia Erzegovina facevano parte dell’Impero 
Austro-Ungarico. Quale ruolo rivestivano questi paesi nel contesto 
internazionale dell’epoca? È possibile fare un parallelo con le loro posizioni 
attuali?

Indipendenti o all’interno di grandi imperi, ovvero ai loro confini, questi 
paesi non erano grandi attori della politica europea, tanto meno di quella 
internazionale. Avevano lo status di province, sia nel senso letterale sia in 
quello più profondo del termine. Solo con la Jugoslavia, crebbe la loro 
importanza. Nacque uno stato relativamente grande, più grande di tutti i suoi 
vicini, tranne l’Italia, e conosciuto in tutto il mondo, soprattutto se 
parliamo della seconda Jugoslavia. Riconoscibile sulla mappa, la Jugoslavia era 
ancora più riconoscibile per i suoi valori in diversi campi. Dove si collocano 
oggi i paesi nati dalla dissoluzione di quella Jugoslavia? Come sono solita 
dire, da un paese sensato è sorto un gran numero di paesi insensati, per quanto 
tremendo possa suonare. Persino i paesi ex jugoslavi che oggi fanno parte 
dell’Unione europea hanno scarsa rilevanza nel contesto internazionale, tanto 
che anche chi dovrebbe intendersi di politica e di Balcani, come ad esempio 
Serge Brammertz, arriva a dire che Kolinda Grabar Kitarović è presidente della 
Serbia. O come quando all’estero vi chiedono da dove venite, alla vostra 
risposta “dalla Serbia” spesso segue la domanda “Lì fa freddo?”, perché 
confondono la Serbia con la Siberia. Tutti questi neonati paesi sono tuttora 
noti, purtroppo, soprattutto per essere stati teatro delle sanguinose guerre 
degli anni Novanta o, se guardiamo il lato positivo, per la bravura dei loro 
atleti e squadre sportive. Già che abbiamo menzionato lo sport, se le squadre 
nazionali dei paesi ex jugoslavi sono così forti, come sarebbe la nazionale 
della Jugoslavia, se quel paese esistesse ancora?

Che cosa ha significato per i popoli jugoslavi l’idea dell’unificazione?

A prescindere da quale posizione e con quale intenzione ci si addentra nella 
riflessione sulla Jugoslavia, non si può non constatare che questo paese, in 
entrambe le sue vite, fungeva da cornice per l’emancipazione e modernizzazione 
di tutti i popoli jugoslavi, una cornice entro la quale si sono costituite le 
future repubbliche, odierni stati indipendenti, e ogni singolo popolo jugoslavo 
ha raggiunto momenti del suo più grande slancio.

Come afferma Marie-Janine Čalić, nota storica tedesca, la Jugoslavia è stata il 
più importante progetto modernista mai realizzato nei Balcani, mentre tutto 
quello che è accaduto a partire dalla fine degli anni Ottanta, compreso quello 
che sta accadendo oggi, è nella sua essenza antimodernista, e ci riporta 
indietro di un intero secolo. Questo ritorno ai ristretti limiti nazionali 
rispecchia un oscurantismo ottocentesco ed è in totale contrapposizione con 
quello che ha rappresentato la Jugoslavia. Dopo aver fatto tante salite, alla 
fine siamo scesi praticamente in fondo alla scala del progresso, o meglio siamo 
precipitati giù. Tutti i popoli che facevano parte della Jugoslavia proprio 
all’interno di essa hanno raggiunto il loro massimo in termini storici e 
culturali.

D’altra parte, se guardiamo al modo in cui la Jugoslavia viene percepita dai 
nuovi stati sorti dalla sua dissoluzione, vediamo che questi ultimi tendono a 
rinnegare tutto quanto di positivo aveva portato l’unificazione, interpretando 
la creazione della Jugoslavia come una sorta di “soluzione per necessità”, un 
intervallo fino al raggiungimento dell’indipendenza nazionale. La vita comune, 
a prescindere che fosse percepita come un’esigenza o una necessità, era 
appesantita da numerosi problemi, tra cui il più grande quello legato alla 
mancata risoluzione della questione nazionale e di quella di (dis)uguaglianza 
tra i paesi che si unificarono nel Regno di Jugoslavia, facendo successivamente 
parte della Jugoslavia socialista. Il costante conflitto tra centralismo e 
federalismo, e la sostanziale incapacità di dar vita a un vero dialogo, hanno 
fatto sì che le questioni di cui sopra rimanessero irrisolte in entrambe le 
Jugoslavie. Parallelamente allo sviluppo economico e culturale, in Jugoslavia 
rimase preponderante, fin dall’adozione della prima costituzione, conosciuta 
come la Costituzione di Vidovdan, la concezione centralista e unitarista dello 
stato, intorno alla quale giravano tutte le polemiche, finché non si 
infuocarono.

Tuttavia, se mettiamo a confronto l’emancipazione e la visibilità 
internazionale raggiunte dai popoli jugoslavi grazie all’unificazione in un 
unico stato, con costanti scontri interni ad esso, si impone la domanda se il 
crollo della Jugoslavia fosse inevitabile. Credo di no. Gli antagonismi ci sono 
sempre, ma là dove esiste la possibilità di far combaciare i traguardi 
collettivi con quelli dei singoli popoli, di far progredire l’intera società e 
al contempo ogni sua parte – e in Jugoslavia questa possibilità esisteva – gli 
antagonismi non devono necessariamente rappresentare un serio ostacolo al 
progresso. Progredendo economicamente e culturalmente, la Jugoslavia faceva 
progredire ogni sua parte, ponendo in tal modo le fondamenta, in tutti gli 
ambiti, dei nuovi stati indipendenti nati dalla sua dissoluzione. Molto di ciò 
che oggi viene ritenuto proprio del popolo serbo, croato, bosgnacco, sloveno, 
macedone, montenegrino o albanese, è in realtà jugoslavo, persino in senso 
materiale. Lo conferma anche la famosa “successione” [dell’eredità jugoslava, 
ndt]. I figli in lite dividono quello che i genitori hanno lasciato loro dopo 
averli abbandonati. Investendo su se stessa – in senso metaforico, ma anche 
letterale – , la Jugoslavia investiva in Serbia, Croazia, Slovenia, Montenegro, 
Bosnia Erzegovina e Macedonia. Le tracce di questo passato comune esistono e 
persistono. Per riassumere, l’idea dell’unificazione non era soltanto un’idea 
costitutiva dello stato. Era molto di più, ragione per cui ha lasciato dietro 
di sé tante cose che sono ancora vive, e continueranno a vivere, non solo sul 
piano sentimentale e emotivo.

In quale misura la creazione della Jugoslavia, sia la prima che la seconda, può 
essere considerata come frutto di un autentico desiderio di unificazione dei 
popoli jugoslavi, e in quale misura invece rappresenta una conseguenza del 
sovrapporsi delle dinamiche internazionali? O meglio, è lecito parlare di 
Jugoslavia come una creazione artificiale?

In nessun modo si può parlare né di prima né di seconda Jugoslavia come 
creazioni artificiali. Le cose non sono mai così semplici, e proprio la tesi 
che considera la Jugoslavia come una creazione artificiale è servita per negare 
quella che era la realtà, ovvero il desiderio dei popoli jugoslavi di unirsi in 
un unico stato. Questa tesi ignora completamente tutte quelle istanze che 
iniziarono a emergere a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, ma le cui 
radici affondano in un passato assai più remoto. Gli indizi del desiderio di 
unificazione sono riscontrabili non solo in determinate idee politiche, ma 
anche nella quotidianità e nella vita culturale.

Di questo argomento si è occupata, relativamente alla Serbia, la mia collega 
Dubravka Stojanović, che ha dimostrato come le prime collaborazioni teatrali 
tra Zagabria e Belgrado risalgano al 1841, intensificandosi a partire dagli 
anni Sessanta del XIX secolo, mentre all’inizio del XX secolo ebbero luogo la 
Prima mostra d’arte jugoslava, il Primo congresso della gioventù jugoslava, il 
Primo congresso degli scrittori jugoslavi; le vacanze estive si trascorrevano 
ad Abbazia (Opatija) e Fiume (Rijeka), mentre nell’estate 1910, come adesso per 
Capodanno, un gruppo di sloveni visitò Belgrado.

Quindi, la Jugoslavia non nacque per caso nel 1918, né come frutto delle 
dinamiche della politica internazionale, bensì come risultato delle aspirazioni 
dei popoli jugoslavi. Ma siccome noi siamo inclini alle teorie del complotto – 
non solo per quel che riguarda la nascita della Jugoslavia, ma anche la sua 
dissoluzione – , tendiamo sempre a dare la colpa ad altri, senza cercare di 
identificare i problemi esistenti in entrambe le Jugoslavie che hanno portato 
alla sua dissoluzione. Resta il fatto che quasi tutti gli ambienti politici e 
intellettuali dell’ex Jugoslavia, a prescindere dalla nazionalità dei loro 
esponenti, erano intrisi di jugoslavismo. Perciò in nessun modo si può parlare 
di Jugoslavia come “una creazione di Versailles”, una creazione artificiale, 
nonostante il fattore internazionale avesse giocato un certo ruolo, che però 
non fu decisivo per la nascita della Jugoslavia.

A Belgrado non c’è nessuna via intitolata al re Aleksandar Karađorđević né 
tanto meno un monumento che lo ricorda, mentre invece esiste un monumento 
dedicato allo zar russo Nikolaj II. Secondo lei, questo è dovuto al fatto che 
il re Aleksandar fu fondatore della prima Jugoslavia, ovvero è dovuto alla sua 
politica di jugoslavismo integrale?

A Belgrado ci sono soltanto alcuni busti del re Aleksandar Karađorđević, di cui 
uno si trova davanti all’ingresso dell’Archivio della Jugoslavia e un altro 
nell’atrio della Casa dell’Esercito serbo. La domanda sul perché non esista 
alcun monumento dedicato al re Aleksandar è davvero interessante e importante, 
e ci sono più risposte possibili. Una è che gli anni immediatamente successivi 
all’assassinio del re Aleksandar furono molto turbolenti, contrassegnati da 
forti tensioni e dall’allontanamento dalla Francia e da altre democrazie 
liberali, nonché dall’abbandono della politica di jugoslavismo integrale.

A seguito dell’attentato, l’immagine del re Aleksandar rimase viva 
nell’opinione pubblica, ma quest’ultima cambiava continuamente e non c’era più 
alcuna forza politica disposta a continuare a perseguire la politica del re. 
D’altra parte, bisogna tenere conto del fatto che, quando si parla di leader 
assassinati, deve passare un po’ di tempo prima che vengano loro dedicati 
monumenti. Il principe Mihailo fu ucciso nel 1868 e il primo monumento in sua 
memoria fu eretto nel 1882, quindi 14 più tardi. È la stessa cosa con Zoran 
Đinđić, che è stato assassinato nel 2003, ma l’idea di dedicargli un monumento 
si sta concretizzando solo ora.

Quando si tratta di monumenti, oltre alle persone a cui vengono dedicati, è 
importante anche chi li erige, per cui spero che il monumento alla memoria di 
Zoran Đinđić non venga eretto nelle circostanze attuali. Spero anche che Mrđan 
Bajić e Biljana Srbljanović [vincitori del recente concorso per la 
realizzazione di un monumento a Zoran Đinđić, ndt], nei cui confronti nutro una 
grande stima, riflettano ancora una volta su tutto ciò che comporta la 
costruzione di un tale monumento, e se davvero vogliono partecipare al 
tentativo di Aleksandar Vučić di ripulire il suo passato politico. Non vi è 
alcun dubbio che dedicare un monumento a Zoran Đinđić sarebbe nell’interesse 
comune e avrebbe una portata storica, e per quanto riguarda eventuali aspetti 
controversi legati alla sua costruzione, da quelli estetici a quelli politici, 
saranno l’opinione pubblica e il tempo a giudicare.

Quanto invece al monumento mancato al re Aleksandar, sembra che oggi meno che 
mai qualcuno lo voglia, perché l’ideologia dello jugoslavismo, con tutto ciò 
che ha rappresentato, evidentemente per noi non ha più alcun significato, di 
fronte all’ondata di zar e coristi russi, o di dittatori azeri.

In quale misura Tito aveva fatto proprie e perseguito le istanze della politica 
estera del re Aleksandar, nel contesto balcanico ed europeo del primo 
dopoguerra?

Eviterei di fare paragoni tra la politica estera del re Aleksandar e quella di 
Tito: dopo il 1945, il mondo, segnato dalla guerra fredda, era completamente 
diverso da quello ai tempi di Aleksandar Karađorđević. Forse un elemento di 
similitudine tra le loro politiche estere potrebbe essere rintracciato nella 
consapevolezza dell’importanza di contatti e alleanze regionali, come uno scudo 
contro avversari molto più potenti. Per il re Aleksandar lo era Mala Antanta 
[Piccola Intesa], e per Tito il Patto balcanico [del 1953]. Tuttavia, si tratta 
di situazioni e momenti storici completamente diversi tra loro, e quello che, 
in una certa misura, accomuna il re Aleksandar e Tito è la considerazione che 
la politica è l’arte del possibile, un motto a cui si attenevano né più né meno 
degli altri leader europei e mondiali.

Il re Aleksandar e Tito furono entrambi comandanti supremi delle forze armate, 
vincitori della guerra, capi di stato della Jugoslavia. È possibile tracciare 
un parallelo tra i loro stili politici e personali?

Tali paralleli sarebbero da evitare, perché si tratta di un monarca e un 
presidente di una repubblica socialista, e di due stati per molti aspetti 
diversi tra loro. È interessante, tuttavia, osservare lo stile e il culto della 
personalità dei due leader, perché sia il re Aleksandar sia Tito avevano una 
personalità forte e governarono incontrastati fino alla morte.I due sistemi 
politici erano simili dal punto di vista formale, anche se la sostanza era 
completamente diversa. Non solo Tito fu chiamato “il più grande figlio del 
nostro popolo”, ma anche il re Aleksandar. Non solo nella Jugoslavia 
socialista, ma anche nel Regno di Jugoslavia le strade e diverse istituzioni 
venivano intitolate al capo di stato. Anche la morte dei due leader fu 
un’occasione per rafforzare il loro culto. Il culto della personalità di Tito 
emergeva soprattutto in occasione del suo compleanno, celebrato come la 
Giornata della gioventù, e anche nel Regno di Jugoslavia era molto forte il 
culto del compleanno sia del re Aleksandar sia di suo figlio, erede al trono, 
Petar Karađorđević.

Di esempi del genere ce ne sono davvero tanti, e queste caratteristiche formali 
che il comunista Tito aveva preso in prestito da un re servivano per facilitare 
la presa del potere e la legittimazione del nuovo regime. Anche oggi esiste 
questo tipo di idolatria nei confronti dei capi di stato, sia che si tratti di 
un re, presidente di una repubblica socialista, oppure presidente o premier di 
un paese democratico.

Quindi, è del tutto irrilevante se parliamo di uno stato nazionale o 
plurinazionale, di una monarchia o repubblica, di comunismo o post-comunismo, 
di una dittatura monopartitica o pluripartitica – pare che abbiamo sempre 
bisogno di culti della personalità, ovvero di leader. Questo è solo un altro 
indicatore del fatto che la nostra società è ancora profondamente patriarcale e 
conservatrice, priva di qualsiasi cultura politica, una società in cerca del 
suo Cristo Salvatore, pur non sapendo nulla o quasi di religione.

Quali furono le linee rosse della politica estera di Tito e quale posto occupa 
la sua rottura con Stalin nella storia politica contemporanea?

La rottura delle relazioni con l’Unione Sovietica fu l’evento più importante 
della storia della Jugoslavia socialista. Dire “no” a Stalin e all’URSS 
presupponeva un grande coraggio e, come si è dimostrato successivamente, fu la 
decisione più saggia che Tito avesse mai preso. Parliamo di un atto politico di 
immensa portata, che segnò la vita dei cittadini jugoslavi fino alla 
dissoluzione del paese. Dopo la rottura del 1948, la Jugoslavia rimase un paese 
socialista, in cui però vigevano notevoli libertà, incomparabilmente maggiori 
rispetto a quelle esistenti nei paesi del blocco sovietico. Inoltre, Tito seppe 
valutare bene la situazione di guerra fredda e trarre i maggiori vantaggi 
possibili dai buoni rapporti con l’Occidente. Contemporaneamente, al fine di 
preservare la neutralità della Jugoslavia, stabilì contatti con i paesi del 
cosiddetto “Terzo mondo” e divenne uno dei leader del Movimento dei 
non-allineati, riuscendo a imporsi come personaggio politico di spessore 
internazionale.

Oggi l’importanza della figura di Tito viene contestata in mille modi, ma sta 
di fatto che il suo ruolo nella politica internazionale fu davvero notevole. 
Studiando il materiale archivistico relativo ad alcuni grandi eventi storici – 
dai conflitti in Medio Oriente all’invasione della Cecoslovacchia – , mi è 
capitato di imbattermi in lettere rivolte a Tito da diversi presidenti 
statunitensi e altri leader mondiali per chiedere una sua opinione o la 
disponibilità a fare da tramite. Perciò mi stupisce come certe persone, 
soprattutto quelle con aspirazioni politiche, (s)valutino con nonchalance la 
figura di Tito, senza comprendere a fondo la sua reale importanza nel contesto 
internazionale, un’importanza riconosciuta dai massimi storici contemporanei. È 
certo che la sua rottura con Stalin ha avuto, oltre a quelli dichiarati, anche 
molti oppositori nascosti. È curiosa, in questo senso, la battuta secondo cui 
alcuni eventi politici turbolenti, compresa l’Ottava seduta della Lega dei 
Comunisti, furono una “rivincita” per il 1948. Ma può anche darsi che non sia 
solo una battuta.

Per quanto riguarda le linee rosse, esse esistono sempre, ma gli uomini 
politici saggi sanno riconoscere il momento giusto e la necessità storica di 
spostare queste linee. Fino a pochi mesi, o forse anche il giorno prima della 
rottura con Stalin, il sostegno a Mosca era la linea rossa più ferma della 
politica estera jugoslava, e poi sparì in un attimo. Anche De Gaulle aveva 
cancellato, da un giorno all’altro, la linea rossa della politica francese – 
l’idea che l’Algeria fosse parte integrante della Francia e che lo sarebbe 
rimasta per sempre. L’assolutizzazione delle linee rosse in politica, come del 
resto anche nella vita, suona come una cosa buona e giusta, ma spesso arreca 
danni. Anche Tito, come molti altri politici prima e dopo di lui, ne era 
perfettamente consapevole.

Il presidente Aleksandar Vučić ha dichiarato che il governo serbo, con lui come 
primo ministro, ha svolto più attività diplomatica, e di più grande rilievo, di 
quanta ne avesse svolta la Jugoslavia di Tito nei suoi cinque anni migliori. Si 
è inoltre vantato di aver fatto in tre anni quanto aveva fatto Tito per tutto 
il tempo in cui era stato presidente della Jugoslavia, e recentemente ha 
annunciato che nel corso del 2018 visiterà quindici paesi africani. Gli attuali 
presidenti dei paesi sorti dalla dissoluzione della Jugoslavia possono in 
qualche modo essere paragonati a Tito?

Nessun presidente di un paese ex jugoslavo in nessun modo può essere paragonato 
a Tito. Tuttavia, sembra che Aleksandar Vučić vorrebbe fortemente essere la 
risposta a quel dilemma sorto alla fine degli anni Ottanta: Srbija se pita ko 
će nama da zameni Tita [la Serbia si chiede chi prenderà il posto di Tito]. Da 
qualche tempo osservo attentamente come il nostro presidente stia cercando di 
seguire le orme di Tito in politica estera. Tuttavia, Vučić non capisce che i 
tempi che viviamo non sono più quelli della Guerra fredda e che la Serbia non è 
la Jugoslavia.

È curioso come un personaggio, formatosi politicamente nel partito che voleva 
trafiggere Tito con una lancia di biancospino e spostare la sua tomba dalla 
Casa dei fiori, improvvisamente voglia diventare il nuovo Tito. Ciò si evince 
da molte sue mosse, anche se penso che Vučić, a differenza di Tito, non sia 
molto abile nel perseguire una politica di bilanciamento tra Russia e 
Occidente. Una di queste mosse è senz’altro l’annunciata tournée africana.

D’altra parte, questa sua ossessione di contare quante volte ha stretto la mano 
a qualcuno e quante volte si è recato da qualche parte è davvero ridicola, 
perché questi numeri di per sé non significano niente. Quello che conta sono i 
risultati degli incontri diplomatici, non il loro numero. Chissà quante volte 
Tito aveva stretto la mano a Stalin, ma l’unica che conta è quella volta in cui 
si è rifiutato di farlo.

Per quanto riguarda l’improvviso interesse di Vučić nei confronti dell’Africa, 
ne sono particolarmente incuriosita perché in questo periodo sto studiando i 
legami tra la Jugoslavia socialista e l’Africa... Mi chiedo come mai Vučić 
abbia deciso di visitare solo 15 paesi africani, visto che vuole superare Tito 
in tutto, e Tito, se ricordo bene, ne aveva visitati 16. Se Vučić avesse deciso 
di recarsi in 17 paesi, mi risulterebbe più comprensibile perché sarebbe 
davvero “la prima volta nella storia”.

Va inoltre ricordato che il più lungo viaggio politico compiuto da Tito risale 
al 1961 quando, a bordo della nave “Galeb” (Gabbiano), intraprese uno dei suoi 
“viaggi della pace”, che durò ben 72 giorni e durante il quale visitò sette 
paesi africani. Certo che visitando quindici paesi in un solo viaggio Vučić 
avrebbe superato Tito, solo gli manca sia “Galeb” sia un nuovo Dobrica Ćosić 
che lo accompagni nel viaggio. E ormai non c’è più neanche Danilo Kiš a 
descrivercelo con acuta ironia [il riferimento è alla nota poesia di Kiš 
intitolata “Il poeta della rivoluzione sulla nave del presidente”].

Come commenta il fatto che, stando a un sondaggio effettuato l’anno scorso da 
Demostat [uno dei principali istituti demoscopici serbi, ndt], Tito è “il 
leader più popolare” tra i cittadini serbi?

Non mi sorprende più di tanto. Questo fatto è in parte legato alla 
jugonostalgia e titonostalgia, ma non rispecchia tanto il nostro atteggiamento 
nei confronti del passato quanto piuttosto nei confronti del presente. Nulla 
abbellisce il passato in modo più efficace che un brutto presente. Questo è in 
parte dovuto al fatto che noi, semplicemente, amiamo i leader, figure forti e 
autoritarie, ma d’altra parte vi è anche la consapevolezza di ciò che fu la 
Jugoslavia e di quanta fosse la sua importanza sul piano internazionale... In 
fin dei conti, si è ben consapevoli di come si viveva ai tempi della 
Jugoslavia, e si viveva – se parliamo di gente comune che deve arrivare a fine 
mese con il proprio stipendio, che vorrebbe poter portare i figli al mare e 
avere garantita un’adeguata assistenza sanitaria – sicuramente meglio di come 
si vive oggi.

Com’è la vita oggi in qualsiasi repubblica ex jugoslava? Enorme disoccupazione, 
stipendi troppo bassi, grande povertà e miseria, una transizione semi-riuscita 
o malriuscita, privatizzazioni scandalose, gare d’appalto truccate, furto di 
risorse pubbliche, corruzione, smantellamento dello stato di diritto… In questo 
senso non stupisce che i ricordi legati alla Jugoslavia e a Tito suscitino 
emozioni confuse, tanto che si è arrivati a considerare Tito un famigerato 
dittatore comunista e, al contempo, il più popolare tra i leader politici. Le 
graduatorie di popolarità in qualsiasi ambito, compresa la politica, non sempre 
rispecchiano fedelmente la scala valoriale della società, ma sono sempre un 
riflesso della “collettivizzazione” del soggettivo che, il più delle volte, è 
un misto di attualità, gusti e emozioni.

Già che abbiamo toccato il tema della memoria collettiva e della vita nell’ex 
Jugoslavia, quali ritiene siano i più grandi risultati raggiunti dalla società 
jugoslava?

Da qualsiasi parte si guardi, i risultati erano davvero impressionanti, 
soprattutto se paragonati all’attuale stato di cose. Se guardiamo alla politica 
estera della Jugoslavia socialista, vediamo che un paese relativamente piccolo 
godeva di una reputazione internazionale di gran lunga superiore a quanto ci si 
aspetterebbe date le sue dimensioni. Se poi guardiamo ad altri ambiti, come 
arte, architettura, istruzione, scienza, sanità, economia, infrastrutture, 
vediamo che la società jugoslava aveva compiuto un incredibile balzo in avanti 
su tutti i fronti. Le condizioni di vita erano incomparabilmente migliori non 
solo di quelle attuali ma anche di quelle nel Regno di Jugoslavia, e 
quest’ultimo, a differenza della Jugoslavia socialista, viene glorificato, 
idealizzato e romanticizzato. La risoluzione della questione abitativa, 
l’istruzione gratuita, un incredibile aumento del tasso di alfabetizzazione, il 
riconoscimento del diritto di voto alle donne e la loro emancipazione, 
urbanizzazione, industrializzazione – tutto ciò è stato raggiunto, facendo 
grossi passi in avanti, nella SFRJ.

Grazie alla rottura con l’Unione sovietica, anche la stessa Lega dei comunisti 
della Jugoslavia aveva subito profondi cambiamenti, democratizzandosi insieme 
all’intera società. Fu instaurata una forma di democrazia socialista 
apartitica, ovvero monopartitica, che si mantenne fino all’inizio degli anni 
Settanta quando, con il ritorno alla linea dura della Lega, la Jugoslavia perse 
l’occasione di uscire dal comunismo come un paese leader, invece che come un 
perdente della transizione. Certo, nella memoria collettiva non sono rimaste 
impresse solo cose positive – i ricordi inevitabilmente determinano e 
trasformano il modo di percepire non solo la dissoluzione della Jugoslavia, ma 
anche i numerosi problemi che erano parte integrante della realtà jugoslava.

La Jugoslavia aveva due facce: politicamente era un paese collocato tra Oriente 
e Occidente, ovvero sia ad Oriente che ad Occidente; sul versante della 
quotidianità e delle libertà, era un paese dove le pellicole hollywoodiane 
circolavano liberamente, mentre al contempo venivano censurati i film di Crni 
talas; un paese che ospitava spettacoli teatrali d’avanguardia presentati al 
Bitef, mentre dai programmi dei teatri nazionali venivano cancellati spettacoli 
come Kad su cvetale tikve [Quando fiorivano le zucche], basato sull’omonimo 
romanzo di Dragoslav Mihailović, o drammi di Aleksandar Popović; un paese che 
sbandierava il suo liberalismo con “Playboy” in edicola e, al contempo, 
dimostrava tutta la sua rigidità vietando le pubblicazioni come Student, 
Praxis, Naši dani; un paese di supermercati all’americana dove si potevano 
acquistare prodotti importati, ma anche un paese di voucher per l’acquisto di 
farina, zucchero e olio, e di restrizioni delle forniture elettriche. In fin 
dei conti, è stato un paese fondato sugli ideali di fratellanza e unità, 
scomparso in una sanguinosa guerra fratricida.

Tuttavia, per una corretta interpretazione della storia della Jugoslavia 
socialista, bisogna, innanzitutto, inquadrarla in un contesto più ampio: la 
Jugoslavia era un paese socialista ai tempi della Guerra fredda. Come tale – 
grazie alla rottura con l’URSS e alla presa di distanza dal blocco orientale, – 
era riuscita a compiere uno straordinario progresso, diventando agli occhi 
dell’Est una sorta di vetrina dell’Occidente.

Oggi la Jugoslavia, con l’intero suo lascito, sia positivo che negativo, viene 
cancellata dalla memoria collettiva. Rigettare completamente un qualsiasi 
periodo della propria storia è un lusso, soprattutto per un piccolo paese e un 
piccolo popolo. Spesso si sente dire che il passato è quello che ci definisce, 
ma noi il nostro passato lo interpretiamo in modo selettivo, in base alle 
esigenze e agli interessi del momento. Gli aspetti negativi del regime 
comunista sono ormai comunemente noti, ma ci sono davvero molti indicatori 
dell’esistenza di un lascito positivo del socialismo jugoslavo.

Tuttavia, sembra che da queste parti tutto quello che c’era di buono nell’epoca 
jugoslava sia stato cancellato o intenzionalmente spinto nell’oblio, mentre 
sono state preservate molte caratteristiche negative del comunismo: un modo di 
governare autoritario, l’uniformità del pensiero, il controllo esercitato dal 
partito al potere su ogni aspetto della vita sociale. Basta che non si chiami 
più comunismo, bensì democrazia. Cambiando terminologia, “l’adeguatezza 
etico-politica” è diventata “l’appartenenza partitica”, l’intoccabile “potere 
della classe operaia” oggi è l’intoccabile “potere del partito”, ecc. In 
sostanza, di cose negative ne abbiamo cambiate poche, mentre alcune le abbiamo 
fatte “progredire”.

Come giudica l’attuale produzione artistica e culturale nello spazio 
post-jugoslavo a confronto con quella jugoslava, soprattutto quella ai tempi 
della seconda Jugoslavia?

Nonme la sento di dare giudizi in merito, essendo storica di professione, ma 
posso dire cosa ne penso come cittadina. Sta di fatto che la nostra cultura è 
sempre più parrocchiale e sempre meno visibile – per non dire invisibile – nel 
contesto internazionale. Se guardiamo sia al Regno di Jugoslavia sia alla 
Jugoslavia socialista, vediamo che lo sviluppo della cultura jugoslava andava 
di pari passo con tendenze europee e mondiali. I surrealisti jugoslavi, per la 
maggior parte schierati su posizioni di sinistra, erano degli artisti autentici 
e facevano parte del movimento surrealista internazionale. il valore del 
surrealismo jugoslavo è testimoniato anche dal fatto che ad esso è stata 
dedicata una parte dell’esposizione permanente del Museo d’arte contemporanea 
di Belgrado. Ivan Meštrović è un altro artista jugoslavo la cui fama ha 
superato di gran lunga i confini jugoslavi. Anche il modernismo socialista 
jugoslavo ha rivestito un’importanza che oltrepassava i ristretti confini 
locali, e ne andavamo fieri...

Inoltre, è impressionante constatare quanto la Jugoslavia socialista fosse 
consapevole dell’importanza della diplomazia culturale, mandando i maggiori 
esponenti dell’arte jugoslava a rappresentarla nel mondo – sia che si trattasse 
di artisti figurativi, membri di Crni talas (che, tra l’altro, furono molto 
critici nei confronti del sistema socialista), artisti teatrali o musicisti. 
Pur considerando “scomodi”, sul piano interno, gli artisti come Živojin 
Pavlović, Dušan Makavejev, Aleksandar Petrović, Želimir Žilnik la Jugoslavia 
seppe approfittare dei loro successi internazionali. Là dove al posto del 
fanatismo c’è saggezza politica, un gol viene celebrato anche quando lo segna 
qualcuno per cui non si parteggia. La Serbia di oggi non ne è capace. Ciò non 
significa che non ci siano grandi artisti, ma piuttosto che non vi è alcuna 
politica culturale né tolleranza politica. Come cittadina, sono rimasta delusa 
dal Padiglione della Serbia all’ultima Biennale di Venezia. Ho l’impressione 
che ci stiamo chiudendo sempre più in noi stessi e che il mondo, anche per 
quanto riguarda l’arte e la cultura, ci sia sempre più lontano.

La Jugoslavia socialista ha lasciato dietro di sé un impressionante patrimonio 
monumentale e architettonico. Cosa ne pensa del progetto “Belgrado sull’acqua” 
e della recente tendenza del governo serbo a erigere monumenti, da quelli 
dedicati a Borislav Pekić e Nikola Testa fino all’annunciato monumento a Zoran 
Đinđić?

Durante il periodo socialista venivano costruiti monumenti modernisti, basti 
pensare a quelli progettati da Bogdan Bogdanović, Vojin Bakić, Dušan Džamonja, 
per citare solo alcuni tra i più noti esponenti del modernismo socialista. 
All’epoca ne eravamo fieri, e dovremmo esserlo anche oggi. Se mettiamo a 
confronto i monumenti e memoriali dedicati alla Lotta popolare di liberazione 
con recenti monumenti allo zar russo Nikolaj II e a Nikola Tesla, fontane e 
šedrvani [termine di origine turca che indica una struttura architettonica con 
funzione decorativa, avente una fontana nel suo centro, ndt] costruiti con 
marmo di bassa qualità, nei posti sbagliati; lampade multicolore che illuminano 
le principali istituzioni statali – facendo apparire il palazzo del Parlamento 
come un hotel di Las Vegas - , possiamo avere un quadro preciso dello stato di 
salute della cultura nella Jugoslavia socialista e nella Serbia di oggi. Dal 
modernismo socialista siamo arrivati a una specie di socrealismo progressista 
[il riferimento è al partito al governo, il Partito progressista serbo, ndt]. 
Sembra che oggi in Serbia i monumenti pubblici vengano ideati in modo da 
soddisfare il gusto di coloro che amano decorare i propri giardini con statue 
di leoni in gesso.

Basta guardare al caso di Novi Beograd, che è stato definito un miracolo 
dell’architettura modernista e oggi viene studiato nelle facoltà di 
architettura di tutto il mondo, ma dove ultimamente, tra i blocchi dei palazzi 
moderni, sorgono chiese copie di Ravanica e Gračanica, e questo non dovrebbe 
succedere nemmeno nella provincia più remota e arretrata, figuriamoci a 
Belgrado. Nelle principali metropoli mondiali, dove esistono cattedrali e 
moschee risalenti al lontano passato, costruite nello stile dell’epoca, le 
nuove cattedrali e moschee vengono costruite nello spirito dell’architettura 
del nostro tempo. Oggi Belgrado – con tutta questa quantità di marmo di bassa 
qualità, blocchi di cemento, lampade multicolore – sta attraversando, invece 
che una nuova fase di modernizzazione, una sorta di skopjeizzazione. Ci vorrà 
molto tempo, una volta finito tutto questo, per riprendere il cammino di pari 
passo con tendenze europee e mondiali.

Spesso si parla di Jugoslavia, soprattutto quella seconda, come di un paese 
antidemocratico e autoritario. In quale misura, tenendo presente il contesto 
internazionale dell’epoca, ciò corrisponde alla realtà dei fatti?

Risponderei citando l’esempio della censura nella Jugoslavia socialista, un 
argomento di cui mi sono occupata nel libro “Monopol na istinu” e che si presta 
bene per fare un paragone con la situazione attuale e per riflettere 
sull’autoritarismo. Oggi la questione della censura nella Jugoslavia socialista 
quasi sempre viene considerata in un’ottica revisionista e la Jugoslavia viene 
percepita esclusivamente come un paese repressivo in cui non esisteva alcuna 
libertà, tralasciando fatti che indicano che, in molti ambiti, esistevano 
libertà considerate impensabili per una società socialista, soprattutto se 
parliamo degli anni Sessanta e di arte, media e scienza.

Il regime di allora veniva apertamente criticato sui giornali, nelle 
università, attraverso la produzione cinematografica e teatrale, in occasione 
di incontri pubblici. Fu un periodo di accesi dibattiti tra sostenitori di idee 
opposte, tra cui vanno ricordati gli incontri organizzati dalla Società 
filosofica serba, ma anche le discussioni che ospitava il giornale di partito 
Borba. Diverse riviste, come Student, Praxis, Vidici pubblicavano importanti 
testi critici nei confronti del regime; esisteva la Scuola estiva di Korčula, 
Crni talas,… Il sistema jugoslavo veniva criticato senza reticenza, ma non in 
modo superficiale, bensì profondamente.

Con l’inasprimento della censura, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, 
divenne chiaro che il potere stava perdendo legittimità, e di conseguenza si 
registrava un numero crescente di casi di divieti e azioni giudiziarie nei 
confronti dei media e degli artisti. Proprio l’inasprimento della censura, in 
qualsiasi tempo e qualsiasi regime, testimonia, meglio di qualunque altra cosa, 
che chi sta al potere non è più sicuro di sé, e l’esempio della censura messa 
in atto in Jugoslavia a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta dimostra che 
ogni potere politico, in questo caso la Lega dei comunisti, arreca a se stesso 
il danno più grande soffocando libertà, media ed espressione artistica. 
Censurando molti artisti e voci dissenzienti, la Lega – che dopo la rottura con 
l’URSS aveva mostrato una notevole apertura verso posizioni liberali e correnti 
moderniste e di avanguardia – ha dimostrato di non avere né la forza né la 
capacità, e probabilmente nemmeno la voglia di sottoporsi a cambiamenti 
indispensabili.

Dal momento che mi sono occupata della censura nella Jugoslavia socialista e ho 
sperimentato il regime di Milošević, non posso astenermi dall’osservare che 
oggi la censura in Serbia, specie se accompagnata da autocensura, è molto più 
pericolosa e perfida. Sia nell’epoca socialista sia ai tempi di Milošević 
esisteva uno spazio di dibattito, mentre oggi le voci dissenzienti quasi non si 
sentono. Negli orribili anni Novanta c’erano la Radio B92, la tv Studio B, la 
trasmissione “Utisak nedelje”, il settimanale Vreme, il quotidiano Naša borba, 
diversi giornali di opposizione, ecc. Oggi non c’è niente. Le trasmissioni 
critiche nei confronti del governo sono state cancellate, molti giornalisti si 
sono ritirati o sono stati licenziati. Siamo giunti al punto in cui la nostra 
scena mediatica rappresenta un orribile ibrido tra reality “Grande Fratello” e 
Grande Fratello di Orwell. Gli ultimi media indipendenti stanno scomparendo, 
uno dopo l’altro, ed è ora di cominciare a lottare apertamente per le libertà 
che ci appartengono. Da quando esiste la censura, e esiste, in una forma o 
nell’altra, praticamente da sempre, è stata la peggiore là dove i centri di 
potere sostenevano con insistenza che non vi fosse alcuna censura, proprio come 
succede oggi in Serbia.

Secondo lei, come verrà celebrato il centenario della nascita della Jugoslavia?

È un anniversario importante, un momento in cui dovremmo riflettere seriamente 
sulla storia della Jugoslavia, sia la prima che la seconda, ma anche sulla sua 
dissoluzione. L’ultimo libro sulla storia della Jugoslavia scritto da uno 
storico serbo è quello di Branko Petranović, pubblicato nel 1988, quando c’era 
ancora la Jugoslavia. A trent’anni di distanza, la storiografia serba ancora 
non ritiene opportuno occuparsi della Jugoslavia, né tanto meno della sua 
dissoluzione. Stiamo entrando nel 2018 e non è ancora stata annunciata nessuna 
conferenza, nessun grande evento per celebrare questo anniversario, e questo 
non solo in Serbia ma, per quanto ne so, nemmeno a Sarajevo né a Zagabria... 
L’unico evento di cui ho sentito parlare è una mostra sulla nascita della 
Jugoslavia che dovrebbe essere allestita nel Museo della Jugoslavia di Belgrado.

Se tutto dovesse ridursi ai media, potrebbe succedere, visto lo stato di salute 
di questi ultimi, che questa ricorrenza venga strumentalizzata per diffondere 
tutte le possibili teorie revisioniste sulla Jugoslavia e affermazioni che si è 
trattato di una prigione dei popoli, di uno stato totalitario, che Tito fu un 
dittatore, mentre le guerre sono semplicemente successe. Per cui temo che la 
celebrazione del centenario sarà caratterizzata da una retorica acritica e 
revisionista nei confronti della Jugoslavia e dello jugoslavismo, piuttosto che 
da una profonda riflessione su di essi, fondata su studi scientifici seri. 
Penso che molti preferirebbero dimenticare sia questa ricorrenza sia la 
Jugoslavia, perché è da anni che viene alimentata la percezione che tutti noi 
che viviamo sul territorio dell’ex Jugoslavia siamo vittime dell’idea 
jugoslava, anche se sta diventando sempre più evidente che siamo vittime 
dell’uccisione di quella idea.

Le fondamenta della Jugoslavia socialista poggiavano su un autentico 
antifascismo. Da dove viene allora questo revisionismo storico di cui siamo 
ultimamente testimoni in Serbia?

Il revisionismo e la negazione dell’antifascismo a cui assistiamo oggi 
rappresentano una macchia nella recente storia serba e un atto contrario alla 
civiltà. L’attuale tendenza a riabilitare i collaborazionisti ha gravi 
ripercussioni sulla società nel suo complesso, perché implica la riabilitazione 
del fascismoe la negazione della nostra tradizione antifascista, che è 
l’eredità più preziosa lasciataci dalla Jugoslavia. È difficile dare una 
risposta al quesito sulle ragioni alla base di questa tendenza, ma devo dire 
che gran parte della responsabilità grava sulla mia professione, come anche 
sulla magistratura, tanto che si è arrivati alla situazione in cui sono i 
giudici a scrivere la storia della Seconda guerra mondiale e del periodo 
immediatamente successivo.

Siamo di fronte a un vero e proprio paradosso: mentre tutti i paesi che durante 
la Seconda guerra mondiale stavano dalla parte giusta, oggi si vantano del loro 
antifascismo, noi ce ne vergogniamo e glorifichiamo l’altra parte. È un chiaro 
indicatore del fatto che stiamo andando verso l’autodistruzione. Inoltre, così 
facendo, lasciamo intendere che non siamo adatti per entrare a far parte 
dell’Unione europea, perché le sue fondamenta poggiano sull’antifascismo... 
Tutto questo non è che un tassello della nostra nuova politica dello stare 
seduti contemporaneamente non su due, ma su 22 sedie. Desideriamo sia il Kosovo 
sia l’Unione europea, buoni rapporti sia con la Russia sia con l’Occidente, 
l’antifascismo e i cetnici, l’anticomunismo e la saggia politica estera di 
Tito. Questa strategia è profondamente schizofrenica e rappresenta un ostacolo 
alla costruzione dell’identità sia individuale che nazionale. Quel vecchio 
detto Dobro jutro, čaršijo, na sve četiri strane [Buongiorno a tutte e quattro 
le parti del mondo] che si riferisce al comportamento delle persone 
inaffidabili e volubili, oggi viene assunto come una filosofia e prassi 
politica vincente.

Il binomio fratellanza e unità, così come lo jugoslavismo integrale, è stato 
sconfitto. Perché secondo lei?

Perché vi era molta più retorica che sostanza; perché entrambi i sistemi – uno 
basato sulla politica dello jugoslavismo integrale e l’altro su quella di 
fratellanza e unità – credevano di poter realizzare l’unificazione dei popoli 
jugoslavi in modo costrittivo e meramente dichiarativo, invece che attraverso 
un dialogo e una lungimirante e ben pensata politica di tolleranza. Sia la 
prima che la seconda Jugoslavia sono crollate sotto il peso dei conflitti 
interni, seppure in circostanze diverse: la prima è crollata durante la Seconda 
guerra mondiale, la seconda con il crollo del comunismo, ma non a causa del 
crollo del comunismo, perché quel crollo non l’ha nemmeno sfiorata. I conflitti 
interni sono, di regola, il paravento di certi interessi, vengono combattuti 
per interessi, e l’epilogo vede quasi sempre, come nel caso di entrambe le 
Jugoslavie, gli interessi particolaristici sopprimere quelli collettivi.

Riassumendo, quale fu l’importanza dell’unificazione dei popoli jugoslavi in 
uno stato comune? Nonostante la scomparsa della Jugoslavia, pensa che il suo 
spirito continui a vivere in qualche modo?

Benché la SFRJ si sia dissolta oltre un quarto di secolo fa, l’identità 
jugoslava è tuttora viva, almeno tra coloro che sono nati in quel paese. Ma 
anche tra le generazioni più giovani, che non ricordano la Jugoslavia né si 
riconoscono nella sua identità collettiva, e non provano alcuna emozione, né 
positiva né negativa, nei confronti di quel paese, vi è la consapevolezza 
dell’esistenza di uno spazio culturale comune. Tra i giovani vi è anche una 
certa confusione rispetto al passato jugoslavo, perché sono esposti a 
narrazioni contraddittorie e non hanno alcuna esperienza della vita in 
Jugoslavia, né tanto meno un’adeguata conoscenza di essa. Tuttavia, sembra che 
l’interesse dei giovani verso la Jugoslavia, paese dei loro genitori di cui 
sentono continuamente parlare, stia crescendo. Lo vedo anche tra i miei 
studenti: da un lato sono imbevuti di stereotipi sull’epoca buia del comunismo, 
mentre dall’altro sentono sempre più spesso i loro genitori parlare di aspetti 
positivi della vita in Jugoslavia. È irragionevole chiudersi entro ristretti 
confini nazionali, quando quasi tutta l’Europa si è unita, abolendo frontiere.

La consapevolezza dell’esistenza di uno spazio comune e di interconnessioni 
reciproche prima o poi dovrà in qualche modo materializzarsi. Siamo legati tra 
di noi, e non c’è futuro per nessuna delle repubbliche ex jugoslave senza 
cooperazione regionale. In questo senso è particolarmente significativa la 
scena culturale e intellettuale, è lì che vive quello “spirito (jugo)slavo”. 
Prendiamo l’esempio del teatro, che illustra bene la forza dei legami 
ininterrotti. Perché che cos’è la nostra scena teatrale oggi? Sono gli 
spettacoli brillanti di Oliver Frljić, Dino Mustafić, András Urbán, Aleksandar 
Popovski, Jagoš Marković, il prematuramente morto Tomaž Pandur, Tomi Janežič. 
Ecco, dalle prime collaborazioni teatrali tra Zagabria e Belgrado, risalenti al 
1841, fino ad oggi vi è una certa continuità e la Jugoslavia continua a vivere 
nel teatro, così come una delle poche istituzioni che ha mantenuto nel suo nome 
il prefisso “jugo” è lo Jugoslovensko dramsko pozorište [uno dei principali 
teatri belgradesi].

Per ricorrere ancora alla terminologia teatrale, ricordando un brillante 
spettacolo di Slobodan Unkovski, non credo che si tratti di illusioni teatrali, 
bensì della realtà post-jugoslava. In arte e cultura la presenza di questo tipo 
di collaborazioni è ben evidente, ma esse esistono anche in altri ambiti, 
compreso quello economico, poggiando sia sui vecchi principi jugoslavi sia su 
quelli che caratterizzano la nuova realtà post-jugoslava.

Per concludere, qual è il suo atteggiamento personale nei confronti della 
Jugoslavia?

Lo illustra, forse meglio di qualsiasi altra cosa, il fatto che ogni volta che 
parto per uno dei paesi ex jugoslavi dimentico di portarmi il passaporto. La 
Jugoslavia fa parte della mia identità. Ho vissuto quasi metà della mia vita in 
quel paese. Trascorrevo le mie vacanze estive a Dubrovnik; durante una gita 
scolastica in Slovenia, nel villaggio di Brežice, ero fuggita insieme ad alcune 
mie compagne di classe a Zagabria, per cercare luoghi citati nelle canzoni di 
Džoni Štulić; il mio primo ragazzo era di Sarajevo; seguivo la scena musicale 
di Zagabria e Fiume; frequentavo la Cineteca e la Scena aperta “Obala” di 
Sarajevo,… Potrei andare avanti a elencare fino a domani. Quindi, al pari di 
tutti quelli che ricordano la propria infanzia e giovinezza con molta 
nostalgia, così anch’io ricordo la Jugoslavia, l’ambiente sociale e culturale 
della mia infanzia e adolescenza, e ritengo che l’interculturalismo e la 
ricchezza di quel paese ci abbiano permesso di avere larghe vedute non solo su 
quello che ci circondava, ma sull’intero mondo. C’è un’altra cosa che associo 
alla Jugoslavia. Quando mi viene posta una domanda sulla Jugoslavia, la prima 
cosa che mi viene in mente è il titolo di un libro di Raymond Carver, “Di cosa 
parliamo quando parliamo d’amore”. È un libro di racconti meravigliosi, 
semplici che parlano di persone comuni; vi è bellezza, pesantezza, felicità, 
dolore; alcune storie sono piene di tristezza, altre piene di amore… Ecco, per 
me la Jugoslavia è un carveriano Cosa intendiamo quando parliamo d’amore.



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