I combattenti dell'hi-tech americano

BENEDETTO VECCHI

Una notizia tra le tante, di quelle che fanno capolino su Internet per poche 
ore e poi spariscono come se nulla fosse. Nella terra delle imprese dot.com, 
la California, lo stato è al collasso fiscale, così come sono in profondo 
rosso i bilanci di Los Angeles, San Diego, San Francisco. In un recente 
incontro romano lo studioso marxista Mike Davis ha commentato ironicamente 
che sarà Arnold «terminator» Schwarzenegger uno dei candidati repubblicani 
alla carica di governatore. In fondo, c'è una logica in tutto questo, perché 
Schwarzenegger è l'attore che ha dato il viso e i muscoli a una delle 
immaginarie macchine tecnologiche più sofisticate del mondo e può ben quindi 
aspirare a quella poltrona nella contrada eletta a regno dell'alta 
tecnologia. Lo prescrive Hollywood, lo richiede quell'ossessione per la 
sicurezza che si è impadronita degli Stati uniti. Sempre in occasione della 
visita romana, Mike Davis sottolineava che la California è sì un laboratorio 
per l'economia della paura dove le tecnologie svolgono un ruolo 
indispensabile, e tuttavia la ricchezza che riescono a produrre è ben poca 
cosa rispetto al fiume di dollari che la crescita di Internet, lo sviluppo di 
Silicon Valley e la pervasività del silicio nella vita sociale ha contribuito 
a far scorrere da Seattle a Tucson. Ma dopo che le borse valori del Nasdaq e 
di Wall Street si sono sgonfiate le cifre, alte per gli Usa, sulla 
disoccupazione e sull'erosione costante del potere di acquisto dei salari 
possono essere citate senza che qualcuno gridi al tradimento dello spirito 
patriottico. Gli Stati uniti conoscono infatti una disoccupazione che si 
aggira attorno al 6 per cento della popolazione attiva, mentre i redditi 
familiari hanno conosciuto una contrazione tra il 20 e il 30 per cento (il 
manifesto del 4 luglio). Dati da recessione che l'amministrazione di George 
W. Bush riesce, almeno per il momento, a sommergere con il frastuono della 
sua chiamata alla armi contro il fantasma del terrorismo.

 Eppure da almeno un anno a questa parte sono molti gli studiosi statunitensi 
che si interrogano sui motivi dell'interruzione di quel circolo virtuoso tra 
investimenti nella ricerca scientifica da parte del Pentagono, università 
d'eccellenza, capitale di rischio, fondi pensione e proliferazione 
imprenditoriale. Tolti autorevoli personaggi come Paul Krugman, che hanno 
sempre guardato con disprezzo al chiacchiericcio sulle virtùù miracolose 
della new economy, gran parte dell'establishment accademico statunitense si è 
tuttavia prodigato a lanciare messaggi rassicuranti, spiegando che la 
diffusione del computer ha «rivoluzionato» l'intera società, ma che lo 
scoppio della bolla speculativa è da considerare fisiologico e in fondo 
auspicabile, perché l'economia può tornare a viaggiare a velocità ridotta e 
soprattutto su binari sicuri.

 Chi ha invece scelto un'altra strada, forse meno appetibile per i mass-media, 
ha provato a ricostruire la genesi, lo sviluppo, i punti di forza e le 
fragilità dell'economia americana fondata sul silicio. A questo tentativo 
appartengono tre libri recentemente pubblicati. Il primo è di Alfred 
Chandler. Si intitola La rivoluzione elettronica (Università Bocconi, pp. 
324, € 26) ed è il primo di due volumi dedicati ai settori economici dove il 
ruolo della ricerca scientifica è stato determinante per il loro sviluppo 
(l'altro, infatti, è incentrato sull'industria chimica e farmaceutica). Il 
secondo contributo viene sempre da due economisti americani, Nathan Rosemberg 
e David Mowery, che indagano le continuità e i punti di rottura che si sono 
avuti ne Il secolo dell'innovazione (Università Bocconi, pp. 152, € 14,98) a 
partire dell'intervento diretto e indiretto dello stato americano nel 
processo di produzione capitalistico. Il terzo libro, che condivide con il 
secondo la convinzione del ruolo determinante della spesa militare 
nell'innovazione tecnologica e organizzativa delle imprese statunitensi, è 
opera di un italiano, Giuseppe Guarino, studioso dell'economia, ma anche 
ministro dell'industria nel 1992 e delle finanze nel 1997 (I soldi della 
guerra, Mondadori, pp. 173, € 17).

 Nel primo volume è facile riconoscere la metodologia che ha reso famoso il 
suo autore, Alfred Chandler, da quando, negli anni Sessanta e Settanta, ha 
pubblicato Strategia e struttura (Franco Angeli), La mano visibile (Franco 
Angeli) e Dimensione e diversificazione (il Mulino). Con un ritmo lento ma 
costante, La rivoluzione elettronica di Chandler parte infatti dai primi anni 
del Novecento con la produzione di lampadine, ma ha un'accelerazione con le 
radio. E' in questo periodo che vengono gettate le basi dell'elettronica di 
consumo e che cominciano a delinearsi i primi giganti del settore, come sono 
stati per quasi sessant'anni la Rca, la Westinghouse, la General Electric, 
travolti alla fine degli anni Settanta da altrettanti giganteschi 
conglomerati, provenienti però dall'Oriente. E tuttavia la parte più 
interessante del libro è quando l'autore miscela, sapientemente, i tre tipi 
di conoscenze che le imprese devono mettere in campo per conquistare le loro 
fette di mercato. Si tratta delle conoscenze tecniche, funzionali e 
gestionali. Tradotte in un linguaggio meno specialistico questi tre aspetti 
rappresentano nell'ordine la ricerca di base e applicata, la produzione in 
senso stretto e il marketing e il coordinamento dell'intero ciclo produttivo, 
dalle materie prime alla distribuzione. Il successo di un'impresa non dipende 
però da un equilibrio tra i tre tipi di conoscenza, ma puntando su uno per 
farlo diventare una base di apprendimento costantemente alimentata. 
L'eccelenza in uno dei tre tipi di conoscenza costituirà la barriera di 
entrata ai possibili concorrenti. Ovviamente, sarà avvantaggiato il primo 
arrivato (the first mover), ma questo non impedirà che si costituisca un 
gruppo di imprese che si spartiranno gran parte del mercato (the core 
companies).

 L'osmosi tra impresa e ambiente descritto da Chandler ha molti punti di 
contatto con la teoria dei sistemi. Là, dove i biologi Francisco Varela e 
Humberto Maturana, vedevano l'autopoiesi di un sistema, l'economista 
americano vede un'impresa che si organizza e trasforma la sua base di 
apprendimento per far fronte alla mano ben visibile del mercato, come 
testimoniano gli effetti a cascata di un decreto antitrust del 1956, quando 
il justice department americano impone all'Ibm di dividere le sorti 
dell'hardware da quelle del software. Da quel momento le imprese elettroniche 
statunitensi vivranno un travaglio durato per quasi un ventennio a causa 
della centralità assunta dal software e dalla scelta della Texas Instrument 
di far partecipe dei suoi brevetti sui microprocessori i concorrenti 
giapponesi. Le barriere all'entrata del mercato da loro poste si sbriciolano 
una dopo l'altra. Inutile quindi ricordare la conquista della leadership 
giapponese nell'elettronica di consumo, né di come il settore statunitense 
dei semiconduttori giunge sull'orlo dell'abisso per poi essere salvato 
all'ultimo momento dalla capacità di alcune imprese - la Intel in primis - di 
innovarsi profondamente.

 La storia di Chandler è sicuramente avvincente, anche se è nel suo stile non 
indulgere mai verso i colpi di scena, preferendo l'algida analisi dei 
documenti aziendali all'enfasi sul virtuosismo o il genio sregolato di questo 
o quell'imprenditore. Ma ha un limite. Poche pagine sono infatti dedicate al 
ruolo propulsivo avuto dal Pentagono e dal Ministero del commercio nel 
costruire le condizioni sociali e istituzionali per lo sviluppo delle imprese 
statunitensi nell'high-tech. Per Chandler, infatti, tutto avviene all'interno 
delle imprese e nella competizione tra di esse. Così leggendo Il secolo 
dell'innovazione di Nathan Rosenberg e David Mowery sembra di essere 
catapultati in un altro pianeta. Da buoni shumpeteriani di razza, i due 
storici dell'economia sostengono che l'innovazione è la risorsa che le 
società devono coltivare per garantire la crescita della produttività, un 
derivato dal «flusso intersettoriale di nuove tecnologie». Bene, dalla fine 
dell'Ottocento fino ai nostri giorni, negli Stati uniti l'innovazione 
tecnologica è il risultato di una «divisione del lavoro» tra industria 
privata, università e finanziamenti statali. Il primo tassello di questa 
divisione del lavoro risiede nella riorganizzazione dell'ufficio brevetti 
agli inizi del Novecento volto a «istituzionalizzare» la ricerca scientifica 
come fattore determinante nel miglioramento del sistema produttivo. Il 
secondo è stata la prima riforma delle leggi che regolavano la proprietà 
intellettuale, consentendo alle imprese di avocare a sé e non solo ai singoli 
ricercatori il diritto d'autore e la brevettabilità di una invenzione. Ma il 
cambiamento più significativo è stata la decisione da parte del Pentagono di 
destinare una parte consistente dei finanziamenti per la ricerca scientifica 
a università e centri privati, sollecitando però lo spill-overs tra il 
militare e il civile, cioè il trasferimento al settore privato dei risultati 
dei progetti di ricerca. Ma per ottenere ciò il congresso statunitense - e 
siamo arrivati agli inizi degli anni Quaranta - avviò una radicale riforma 
delle carriere universitarie, fissando a nove mesi il contratto per i docenti 
e i ricercatori in materie scientifiche: per i restanti 3 mesi, la parola 
d'ordine era «arrangiatevi». Tradotto in soldoni, quello del congresso 
statunitense era un pressante invito ai docenti e ai ricercatori universitari 
a fornire consulenze per le imprese private, in maniera tale che alcune delle 
conoscenze acquisite nell'università potessero essere trasferite 
all'industria privata. Venivano quindi poste le basi di un rapporto di 
interdipendenza tra università e processo produttivo, che non sacrificava 
però la ricerca di base. Anzi a quest'ultima il Pentagono offrì ampi 
finanziamenti a partire dal 1945. Letteralmente un fiume di dollari toccò 
gran parte delle migliori università americane - i cosiddetti «centri di 
eccellenza» - per finanziare progetti di ricerca che non erano per niente 
finalizzati ad applicazioni immediate. Solo così si spiega il particolare 
status di privilegio che hanno avuto ricercatori e scienziati impegnati nel 
nucleare, nell'intelligenza artificiale, nella biologia e nelle computer 
science: buoni stipendi e fondi a volontà per ricercare senza avere l'assillo 
di una verifica dei risultati del lavoro svolto. E quelli che sembravano 
soldi gettati dalla finestra, negli anni hanno trasformato gli Stati uniti 
nella più grossa potenza economica del mondo. Come testimonia, d'altronde, 
anche il volume dello studioso spagnolo Manuel Castells Internet Galaxy 
(Feltrinelli), la discrezione del Pentagono e delle diverse agenzie messe in 
piedi dal ministero della difesa statunitense è oramai un fatto acclarato: 
massima autonomia del ricercatore, fino però a progetto concluso. A quel 
punto tutti gli sforzi sono destinati a rendere produttivi quelle invenzioni, 
garantendo ciò che Rosenberg e Mowery hanno definito «il flusso 
intersettoriale delle nuove tecnologie». Flusso garantito anche dalle 
considerevoli commesse che il Pentagono ha garantito all'informatica, 
all'industria dei semiconduttori, all'industria aeronautica e all'industria 
delle telecomunicazioni.

 Gli altri strumenti per governare lo sviluppo economico sono stati la 
continua revisione delle leggi sulla proprietà intellettuale e nelle azioni 
antitrust. Sulla proprietà intellettuale la legislazione statunitense ha 
sempre avuto un andamento ciclico: poco vincolante agli inizi della crescita 
di un settore economico, restrittiva nella sua «maturità». Per quanto 
riguarda l'antitrust, stesso andamento: inizialmente, o nelle fasi di crisi 
economica, l'intervento è sempre soft, per diventare draconiano quando si 
creano condizioni di oligopolio che inibiscono l'innovazione. E' stato così 
nel 1956 con l'Ibm, nel 1973 con il colosso delle telecomunicazioni Att. E' 
stato così nella causa legale del governo statunitense contro la Microsoft. 
Il regime della proprietà intellettuale è stato ed è tuttora uno strumento di 
costruzione politica del mercato. Rosenberg e Mowery ritengono che una delle 
caratteristiche del capitalismo contemporaneo è infatti la sua tendenza alla 
pianificazione, nonostante la grancassa suonata sulla mano invisibile del 
mercato e della competizione nell'ottimizzare l'allocazione delle risorse. 
Con realismo considerano invece inevitabile un governo politico dello 
sviluppo economico, anche se invitano a considerare le differenti forme che 
quel governo ha storicamente assunto. Il keynesismo è infatti molto diverso 
dal complesso di interventi normativi e di governo della moneta che 
caratterizza il neoliberismo. In ogni caso, però, la descrizione che loro 
fanno del circolo virtuoso tra finanziamenti statali, università, imprese 
private è tra le più convincenti. Del perdurante intervento statale 
nell'economia statunitense è d'altronde convinto anche Giuseppe Guarino, ma 
la sua analisi sottolinea come nei documenti presidenziali la centralità del 
ruolo svolto dal Pentagono è sempre vista contraddittoriamente. Si va dalle 
denunce verso il potere «autonomo» del complesso militare-industriale degli 
anni Cinquanta del presidente-generale Ike Eisenhower nel suo messaggio di 
congedo dalla Casa Bianca al programma di riarmo di Ronald Reagan per poi 
arrivare all'enfasi di Bill Clinton e di Al Gore sulle virtù «pacifiste» 
della tecnologia digitale.

 I libri presi in esame, ognuno a suo modo, considerano dunque l'innovazione 
una risorsa strategica. Certo Chandler la inscrive nelle capacità endogene 
delle imprese nell'affrontare le turbolenze del mercato, mentre Rosenberg, 
Mowery e Guarino la vedono come il risultato della «divisione del lavoro» tra 
industria privata, università e finanziamenti statali. In ogni caso una delle 
eredità del secolo elettronico è proprio la sua centralità. E tuttavia 
nessuno degli autori presi in esame prova a spiegare il perché quella 
«divisione del lavoro» si sia interrotta. Certamente una spiegazione va 
ricercata nel «fattore rischio» rappresentato dalla liberalizzazione dei 
flussi di capitale e dalla deregolamentazione delle borse valori, 
simbolicamente incarnata negli Stati uniti dai fondi pensione quotati in 
borsa. Oppure le ragioni vanno cercate al di fuori dell'economia. Cioè in 
quella trama complessa che sono i rapporti sociali di produzione e dal ruolo 
eccedente delle cooperazione sociale rispetto proprio quei rapporti di 
produzione, che altro non è che la fonte primaria dell'innovazione. 

-- 
ciao

pwd9148
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