Ciao a tutt*,
recentemente l'associazione nazionale biotecnologi aveva chiesto a laser un pezzo per la nuova rivista dell'Associazione, Prometeus (http://www.biotecnologi.org/anbi/prometeus.htm). Un lettore, professore in qualche università imprecisata (ma evidentemente di un altro pianeta) ha scritto alla redazione per lamentarsi del fatto che secondo lui i brevetti e la proprietà intellettuale non limitano la libera circolazione dei brevetti. A parte la autoevidenza della nostra frase "la libera circolazione dei saperi [è] oggi limitata da proprietà intellettuale e brevetti", che alla fine in sé dice poco più di nulla (le leggi sui brevetti e la proprietà intellettuale sono proprio fatte apposta per regolare, indi limitare, la libera circolazione dei saperi), abbiamo risposto, forse un po' acidamente, al caro professore da un altro pianeta. La risposta è giu' in fondo. Tenuto conto che non si deve andare troppo lunghi, chi volesse aggiungere, modificare, suggerire, cambiare, rimescolare, ecc ecc, lo faccia tenendo presente che la lunghezza non deve aumentare di piu' di duecento caratteri, piu' o meno. Quindi, parsimonia, pliz ;)
Ho eliminato il nome del professore, poiché come si sa, e sanno anche all'accademia europea delle scienze, la lista va in pubblico. Dunque per preservare la privacy del prof, e proteggerlo dagli attacchi telematici di qualche malandrino, ho sostituito con XXXX i nomi.
ciaoooo
m



Cara Redazione dell'ANBI,
nel primo numero di Prometeus, che una mia dottoranda mi ha rigirato, ho trovato riportato un documento redatto da LASER che contiene, oltre ad altre imprecisioni, una frase che trovo particolarmente lesiva della verità e che reputo grave in un giornale di una categoria come quella dei biotecnologi (a cui per vocazione mi sento di appartenere).
La frase in questione è la seguente:
"la libera circolazione dei saperi [è] oggi limitata da proprietà intellettuale e brevetti..." 
I brevetti e le analoghe forme di protezione intellettuale sono fatte apposta per:
1) permettere la circolazione immediata di tutte le informazioni relative a quello che si brevetta
2) remunerare TEMPORANEAMENTE (spesso 20 anni, che io sappia) l'inventore con una royalty QUANDO ci sia un'applicazione di tipo commerciale
3) sono leggi nazionali valide per quelle nazioni che li riconoscono (e molti paesi del terzo mondo non hanno leggi in tal senso)
Ne consegue che:
A) lo sfruttamento di brevetti per uso personale (= non commerciale) NON richiede il pagamento di royalties,
B) la ricerca su materia coperta da brevetto non è richiede il pagamento di royalties, non è mai proibita ed è anzi facilitata dall'immediata accessibilità alle informazioni. 
Se non ci fossero i brevetti, tutti gli inventori terrebbero nascoste le proprie invenzioni (credo si chiami segreto industriale) per paura che qualcuno le replichi senza remunerare all'inventore originale .
Personalmente non ho mai fatto brevetti e non sono particolarmente attirato dall'idea di farne.  Se rifiutassi però i brevetti così come sono, troverei giusto, per coerenza, rinunciare a tutto quello che è coperto da o è stato sviluppato tramite brevetto (dal computer, al telefono, ai farmaci, al lievito di birra...praticamente tutto). 
Spero vogliate comunque in ogni caso allertare i vostri lettori su queste distorsioni. 
Un saluto cordiale a YYYY, 
XXXX  


Cara Redazione Prometeus,

Francamente siamo in difficoltà nel rispondere alla lettera del prof. 
XXXX: come quando si parla con Berlusconi, riportare il discorso 
sulla realtà è difficile. La lettera del professore sembra infatti 
arrivare da un mondo che non ci sembra il nostro, quello di oggi, di 
Bill Gates, di Big Pharma e della guerra in Iraq. Davvero il brevetto 
aumenta la circolazione dell'informazione? Certo: un museo aperto 
permette di andare a vedere un quadro di Picasso più facilmente del 
caveau di un privato. Ma se il museo chiede un biglietto di ingresso di 
150 euro, allora la fruizione dell'opera d'arte risulterà limitata.

Anche il limite di 20 anni probabilmente si riferisce ad un pianeta la 
cui rotazione è più lenta di quella terrestre: basterebbe fare l'esempio 
del diritto d'autore italiano, che dura settanta anni. Si noti che noi 
abbiamo parlato di brevetti e proprietà intellettuale. Per i 
brevetti, in Italia, la durata è effettivamente di venti anni. Dunque, 
per riuscire ad avere a prezzi decenti delle tecnologie coperte da 
brevetto, in Italia un ricercatore potrebbe aspettare vent'anni, e fare 
ricerca d'avanguardia con venti anni di ritardo. Oppure rassegnarsi a 
prosciugare il suo già magro budget per l'acquisto di macchinari, 
software, reagenti ecc. ecc. coperti da brevetto. Inoltre, chi è in condizione
di difendere il brevetto dalle sue eventuali piccole variazioni e nelle sue diverse
sedi legali: il singolo ricercatore innovatore, l'università (con i suoi piccoli uffici brevetti) o la grande industria?

Sul fatto che poi l'inventore sia realmente remunerato, e i proventi non 
vadano in mano a qualche azienda privata che li spende soprattutto in 
pubblicità e promozione (ad esempio, ciò avviene in ambito 
farmaceutico), abbiamo qualche dubbio. A meno che non si pensi 
all'inventore à la Archimede Pitagorico. Per i diritti d'autore, forse 
due chiacchiere con qualche artista o scrittore 'protetto' dalla SIAE 
chiarirebbe quanta moneta sonante entra nelle tasche dell'autore, e 
quanto va nelle casse dell'editore.

Rimaniamo anche basiti di fronte al richiamo ai paesi che non rispettano 
le stesse leggi in materia. Possibile che non abbia mai sentito parlare 
del processo intentato da Big Pharma contro il Sudafrica proprio sui 
farmaci anti-HIV coperti da brevetto? E delle sanzioni che la 
democratica amministrazione Clinton aveva promesso? E i Trips, l'effetto 
della droga pesante chiamata WTO? Le royalties richieste dalla Myriad 
Genetics sui test BRCA, anche agli istituti di ricerca clinica?

Ne consegue che: con un diverso regime di brevetti e proprietà 
intellettuale, l'accesso all'informazione (riviste scientifiche) e alle 
tecnologie sarebbe più facile ed economico. Come è dimostrato dal 
successo di riviste come PLoS Biology (la conosce, professore?) e dei 
software sviluppati sotto GPL (General Public License), che evita la 
privatizzazione della conoscenza.

Per non parlare dei benefici per i cittadini: farmaci a prezzi minori ed 
esami medici più economici, tanto per fare un esempio. Anche perché, se 
la ricerca pubblica produce un risultato che viene poi brevettato e 
commercializzato (da un privato o dal pubblico stesso), il cittadino 
prima paga le tasse per finanziare la ricerca e poi paga il sovrappiù di 
mercato al momento dell'acquisto.

L'invito alla coerenza che moralisticamente ci rivolge il prof. 
XXXX risulta quindi un po' fuori luogo, arrivando alla fine di un 
testo la cui aderenza alla realtà è tendente allo zero.

Ciò che ci consola è il fatto che il nostro articolo parlasse di 
tutt'altro, e che quindi il professor XXXX sembrerebbe essere 
d'accordo con noi sui problemi attuali della ricerca. Speriamo quindi di 
ritrovarci nelle prossime iniziative per dare un futuro alla ricerca e 
ai ricercatori che ci lavorano.

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