alcune considerazioni. vorrei metterlo sul sito se voi volete aggiugere e commentare.
e si potrebbe fare una versione ristretta per la radio: la metto cosi anche su wiki.


Un circolo vizioso.
Qualche anno fa alcuni scienziati denunciarono il problema dell'accessibilita' all'informazione scientifica. Questa nella maggior parte dei casi prende forma in articoli pubblicati su riviste piu' o meno prestigiose dopo un adeguato referaggio di anonimi specialisti che garantiscono la qualita' del lavoro. Da quella denuncia nacque il movimento Public Library of Science. L'anno scorso Public Library of Science ha creato una nuova rivista scientifica Plos Biology che sperimenta per la prima volta l'OpenAccess come filosofia editoriale. In soldoni la rivista chiede ai ricercatori che pubblicano del denaro al fine di rendere immediatamente accessibile on-line i risultati della ricerca pubblicata. Presto nascera' anche la rivista Plos Medicine che si coprira' il settore medicale. L'approccio Open Access ha avuto una grande risonanza tanto che alcune riviste ne hanno imitato parzialmente le idee base, vedi ad esempio PNAS. Riviste come Nature ospitano un forum di discussione per sviscerare gli aspetti contradditori del nuovo orizzonte dell'editoria scientifica.
E' interessante capire le ragioni di questo fenomeno, realisticamente definirne le potenzialita', e sopratutto capire che persuasivita' ha nei confronti dei lavoratori della scienza: i ricercatori.
Il dato immediato che salta agli occhi e' il seguente: l'OpenAcces riscuote attenzione perche' il vecchio e consolidato modello della pubblicistica scientifica sta correndo diritto verso il crack. L'incremento dei costi per garantire l'accesso on-line alle riviste, e la disponibilita' delle riviste cartacee, sta strozzando letteralmente le biblioteche. Queste sono incapaci di coprire finanziariamente l'incremento dei costi.
Questo meccanismo di incremento dei prezzi si basa su una perversa struttura del mercato editoriale scientifico. La prima perversione riguarda il flusso monetario. In una struttura normale, chi produce materia prima (acciaio) la vende a chi la trasforma (produttore di macchine) il quale a sua volta estrarra plus-valore dalla trasformazione della materia grezza, vendendo il prodotto finito (la macchina). Nella scienza, le case editrici non pagano la materia prima (i risultati della ricerca) e guadagnano assemblandola e vendendo le riviste. Come e' possibile che questa anomalia regga? L'anomalia funziona perche' la produzione editoriale e' una forma indiretta di retribuzione per i ricercatori che coincide con prestigio e riconoscibilita' e prospettive di carriera. Per questo motivo le universita' accettano di pagare le riviste in quanto queste diventano a loro volta materia prima per lo sviluppo di future ricerche, quindi prestigio, quindi capacita' di attirare fondi e finanziamenti. Inoltre, poiche' per svolgere ricerche non sono necessarie solo le riviste di alto rango, ma anche le piu' piccole riviste specialistiche, la dipendenza da questa pubblicistica crea una corsa al rialzo dei prezzi. Questa corsa ha raggiunto oggi livelli insostenibili, e le librerie universitarie iniziano a tagliare abbonamenti ad alcune case editrici, vedi il caso di Berkley. Da qua si capisce perche' i maggiori sponsor dell'open access sono gli amministratori delle biblioteche.
Tuttavia alcune contraddizioni si nascondono dietro la logica OA. Se si paga per pubblicare e rendere accessibile la propria ricerca nessuno garantisce che questo meccanismo non degeneri. Il rischio maggiore riguarda il referaggio. Come nelle universita' private un buon portafoglio garantisce il superamento di esami senza una corretta valutazione, un buon portafoglio dei laboratori garantira' la visibilita' sulle riviste. Questo paradossalmente, crerebbe un circolo vizioso a ribasso, la qualita' della rivista scadrebbe, e verrebbe meno il criterio fondamentale della valutazione scientifica basata sulla pubblicazione. Sarebbe allora inutile il concetto stesso di pubblicazione, ogni ricercatore potrebbe mettere on line la propria ricerca a disposizione di tutti. Questo coinciderebbe con la morte della scienza, a mio avviso. Infatti tutto potrebbe essere equivisibile, e dal tutto si passerebbe presto al niente. Poche persone, ricordiamo che l'educazione scientifica e' molto bassa e sempre piu' elitista, sarebbero in grado di giudicare correttamente o capire correttamente la validita' di una ricerca. Dopo le Junk mail si arrivera' al JunkGraph. Si avrebbe l'impressione di un controllo pubblico della ricerca, ma questo controllo sarebbe solo fittizio. Questo perche' fuori dalla pubblicistica, sopravviverebbero solo le indutrie capaci di pagare per una ricerca, validarla nella sua correttezza, e segretarla per motivi industriali.
Mi rendo conto che lo scenario e' perverso, che l'esperienza di linux e dell'open access informatico potrebbe creare nuove forme ricerca e validazione. Non so. Ad oggi l'OA sembra interessare di piu' le biblioteche che non i ricercatori. Una recente indagine ha infatti mostrato che l'88% dei ricercatori non sa nulla di queste esperienze. Il mio pessimismo non deve pero' prestare il fianco ad una accetazione passiva dello status quo dell'editoria scientifica che oggettivamente presenta delle perversioni, come denunciato precedentemente.




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