E’, come dice Alessandro, una sintesi ma non limitata né faziosa. 

 

I cinque punti sono una epitome di grande efficacia e di eccezionale
chiarezza. 

 

Essi contengono indubbie verità ma nel contempo, forse, altrettanti dilemmi.


 

Per andare al punto fondamentale, le pregevoli ( nel merito e nella forma )
argomentazioni di Alessandro sono molto utili per chiunque ma anch’ esse
rientrano nel novero di quelle complesse realtà che un altro Alessandro ,
diceva essere impossibili da dividere con un taglio così netto da lasciare
torto e ragione, bene e male, giustizia e ingiustizia, perfettamente
separati e distinti.  ( “ I promessi Sposi “, “Storia della Colonna Infame “
).

 

Grazie comunque a un contributo che, quali che siano le pregiudiziali di
ciascuno, tutti , se animati da onestà, sono indotti a meditare
ulteriormente in un percorso di continua e mai raggiunta verità definitiva.


 

Cordialmente. Pierluigi Sorti      

 

 

Da: [email protected] [mailto:[email protected]]
Per conto di Alessandro Litta Modignani
Inviato: giovedì 22 settembre 2011 14:29
A: Lista Radicali Roma (gruppo); Radicali Lombardia (gruppo); Satyagraha
(gruppo)
Oggetto: [radicaliroma] Mio editoriale su Notizie Radicali di oggi

 

I tanti fraintendimenti dell’opinione pubblica europea

 

Israele-Palestina, la Grande Dispercezione

 

di Alessandro Litta Modignani

 

Mediamente, l’opinione pubblica europea ha del conflitto mediorientale una
percezione distorta, dovuta alla scarsa conoscenza dei fatti storici e a
un’informazione quasi sempre incompleta, deviante, quando non apertamente
ostile. Per “opinione pubblica” non mi riferisco a quella parte più o meno
dichiaratamente antisemita, cioè antiebraica, minoritaria e collocata
prevalentemente (ma non esclusivamente) all’estrema destra; né all’altro
segmento violentemente antisionista, cioè anti-israeliano, più numeroso e
d’abitudine schierato a sinistra. Parlo invece di una vasta area di opinione
pubblica “centrale”, moderata, meno connotata politicamente ma non per
questo meno suggestionabile, condizionata da una serie di “convinzioni” ben
radicate ma assolutamente sbagliate, “percezioni” apertamente false e
tuttavia credute vere. Una serie di luoghi comuni di cui è facile dimostrare
l’infondatezza e che però persistono tenacemente, con conseguenze politiche
non secondarie, gravi e dannose soprattutto per Israele. Per cercare di
smontare alcuni di questi luoghi comuni scrivo l’elenco qui di seguito,
consapevole della limitatezza di questo tentativo. Spero con ciò di offrire
un contributo a un’informazione più equilibrata e corretta, alla chiarezza e
soprattutto alla verità.

Primo. La causa fondamentale del perdurare del conflitto in Medio Oriente è
la mancata soluzione della “questione palestinese”. Falso. La vera causa del
conflitto è rappresentato invece dalla “questione israeliana”, cioè
dall’esistenza dello Stato di Israele, assolutamente intollerabile per
larghissima parte del mondo arabo e musulmano. Per costoro l’offesa ai
fratelli palestinesi è solo un pretesto, un tentativo di mascherare l’odio
antico con una nobile causa, per cercare di far passare la cancellazione di
Israele come la riparazione di un’ingiustizia. Se i paesi arabi avessero
davvero a cuore la sorte dei palestinesi, non gli avrebbero sparato addosso
per decenni, ovunque essi abbiano tentato di trovare rifugio: dall’Egitto
alla Giordania, al Libano, alla Siria; non rifiuterebbero loro l’ingresso e
il lavoro sul proprio suolo; non avrebbero occupato (loro, ben prima di
Israele!) per quasi vent’anni anni, fra il 48 e il 67, il territorio che
l’Onu aveva destinato allo Stato arabo di Palestina. Ma costituire quello
Stato avrebbe significato per gli arabi prendere atto di conseguenza
dell’esistenza di Israele, un fatto anche psicologicamente insopportabile.
Ecco perché la soluzione della “questione palestinese” non potrà mai portare
con sé la fine della guerra, come dimostra il tentativo di Abu Mazen di
questi giorni. Per raggiungere la pace è necessaria invece una di queste due
condizioni: o la cancellazione di Israele dalla carta geografica, oppure lo
spegnimento (magari un poco alla volta) del fuoco dell’odio che arde nelle
viscere del mondo arabo-musulmano. La stragrande maggioranza degli
israeliani sogna di vivere finalmente in pace, fianco a fianco con i paesi
arabi confinanti, mentre la stragrande maggioranza del mondo arabo considera
questa condizione una tragedia e una resa. Questo è il problema: il “rifiuto
della convivenza” da parte del mondo arabo-musulmano. La questione
palestinese esiste, nessuno lo deve negare, poiché le condizioni di vita di
quel popolo sono spesso drammatiche e miserevoli. Ma contrariamente a quello
che pensano i distratti cittadini europei, la tragedia palestinese
rappresenta un effetto e non la causa del conflitto mediorientale.

Secondo. Gli israeliani, oltre al territorio che spetta loro, chiamato
Israele, occupano con la forza un’altra porzione di terra che si chiama
“Palestina”. Sbagliato. Anche Israele “è” in Palestina, nel senso che
risiede in quella parte della Palestina storica che le venne assegnata con
una votazione dalle Nazioni Unite (caso di legittimazione pressoché unico al
mondo) nel dicembre del ‘47. L’altra parte della Palestina, la Cisgiordania
e la Striscia di Gaza sono state occupate, come si è detto, prima da
Giordania ed Egitto e solo dopo da Israele, a seguito della Guerra dei Sei
giorni (1967). L’intero Sinai, cioè circa l’80 per cento dei territori
occupati nel ’67, è stato restituito da Israele all’Egitto in seguito al
trattato di pace del ‘78, proprio in ottemperanza alle famose “risoluzioni
Onu” del dicembre ’67, incentrate sullo scambio “peace for territories”. Nel
corso della sua storia, Israele ha occupato e sgombrato per tre volte il
Sinai, ma solo la terza volta in cambio di un trattato di pace. Le volte
precedenti si è ritirato unilateralmente. Quindi, quando gli estremisti
gridano in piazza “Palestina libera!”, bisogna capire bene cosa vogliono:
non che gli israeliani si ritirino a casa loro in Israele, bensì che
l’intera Palestina storica sia liberata del tutto e per sempre dalla
presenza dello Stato ebraico. E’ questa la “pace” cui aspirano i “pacifisti”
italiani. Ma la maggior parte degli europei ignora la spartizione Onu del
dicembre ’47 e non capisce quanto sia violenta questa minaccia.

Terzo. Israele è uno Stato teocratico, riservato esclusivamente a chi
pratica la religione ebraica. Assolutamente falso. Israele è il frutto del
“sionismo”, cioè del processo risorgimentale del “popolo” ebraico, cioè
ancora: del più grande tentativo di riforma e di laicizzazione dell’ebraismo
mai tentato nella storia di questo popolo straordinario. Il sionismo nasce e
si sviluppa nell’800, a mano a mano che gli ebrei riescono a emanciparsi e a
uscire dai ghetti delle città europee. Il sionismo è sempre stato osteggiato
dai rabbini tradizionalisti come una bestemmia e un allontanamento dal
precetto biblico, perché la Terra di Israele secondo costoro sarebbe venuta
solo con l’avvento del Messia. (I rabbini che hanno appoggiato il sionismo
potrebbero essere equiparati, per intenderci, ai cattolici liberali nel
Risorgimento italiano). Si tratta dunque di un processo al contempo laico e
nazionale, che mira al recupero della Patria per il popolo ebraico,
identificata là dove esso ha sempre mantenuto le sue radici storiche e
culturali: in Palestina e a Gerusalemme. E’ un’aspirazione comune a tutti i
popoli europei nell’800, che si è realizzata per gradi, attraverso alterne
vicende, fino alla proclamazione dell’indipendenza, il 15 maggio del 1948.
In Israele oggi vivono circa 1,8 milioni di cittadini arabi israeliani, per
lo più musulmani, che hanno scuole, moschee, partiti, sindaci e
parlamentari, varie cariche pubbliche, godendo di tutti i diritti civili
fondamentali, sicuramente superiori a quelli di qualsiasi paese arabo (sono
solo esentati dal servizio militare). Altro che “razzismo” e “ apartheid”.
In Israele i religiosi sicuramente oggi sono un problema, nessuno può
negarlo, per il loro fondamentalismo e la loro invadenza nella vita
pubblica. E’ un conflitto aperto: una ragione in più per difendere Israele,
la sua democrazia e la sua laicità, anche dai nemici interni oltre che da
quelli di fuori. Israele è dunque lo Stato del “popolo” ebraico, non della
“religione” ebraica, anche se gli europei mostrano spesso, per cattiva
informazione, di non saper cogliere questa differenza.

Quarto. Israele è nato subito dopo la seconda guerra mondiale, come
risarcimento al popolo ebraico per le sofferenze patite con la Shoah ad
opera dei nazisti. Assolutamente sbagliato. Si tratta di un tipico “errore
di percezione”: post hoc, propter hoc. Questa è la tesi che piace ai
sostenitori della causa araba, che possono dire: ma che colpa hanno gli
arabi nella Shoah? E’ la tesi che piace ad Ahmadinejad, che ha chiesto
retoricamente: “ma allora, se è vero che sono stati uccisi 6 milioni di
ebrei - cosa che io non credo affatto - perché gli europei non hanno
assegnato agli ebrei un loro territorio, che so, la Galizia austriaca?” E’
vero invece che quel lungo processo risorgimentale nazionale, sopra
descritto, ha avuto una spinta decisiva dopo la fine della guerra, quando si
sono create le condizioni storiche, politiche, diplomatiche e militari per
la proclamazione dell’indipendenza, preparata a lungo dai padri fondatori
guidati da Ben Gurion. Nella guerra del 48-49 gli israeliani, pur essendo
ancora soltanto una milizia di volontari, hanno avuto la meglio su 5 o 6
eserciti regolari, mandati dagli Stati arabi per soffocare sul nascere lo
Stato ebraico. Allora il Gran Muftì di Gerusalemme, già alleato di Hitler,
invitò gli arabi ad abbandonare in fretta le loro case, per consentire
l’attacco. Sarebbero tornati di lì a poco, non appena gli ebrei fossero
stati annientati. “Gli ebrei superstiti, se vorranno, potranno restare –
disse l’amico di Hitler, stretto congiunto di Yasser Arafat – Non credo però
che saranno in molti”.  Invece, per la prima volta dopo duemila anni, gli
ebrei israeliani hanno dimostrato di sapersi difendere. La tragedia
palestinese nasce così, con quell’appello del Gran Muftì. Questa è la storia
vera della “nakba”, che gli europei per lo più ignorano. Certo ci sono state
eccessi, violenze, uccisioni, episodi tragici e dolorosissimi anche da parte
israeliana. Quale guerra ne è immune? Perché negarlo? Infatti Israele non lo
nega. Ne ha parlato ad esempio Benny Morris in “Vittime”, suscitando un
grande dibattito in Israele. Ne parla Vittorio Dan Segre nel suo bel libro
“Le metamorfosi di Israele”. Ben Gurion, dopo aver vinto la guerra, è
riuscito a costringere i suoi  estremisti alla resa. Occorre aggiungere però
che nulla di ciò che è accaduto era veramente irreparabile, se solo ci fosse
stata la volontà di pace, specie all’indomani di una tragedia mondiale di
proporzioni infinitamente superiori, avendo per giunta a disposizione
l’immensa ricchezza del petrolio. Invece la guerra è continuata per più di
60 anni e dura tuttora. Perché? L’Europa si interroghi su questo, invece di
fare ingenuamente il “tifo” per il più debole.

Quinto. Israele era un paese democratico finché hanno governato i laburisti,
ma adesso è degenerato in uno Stato autoritario, in mano alla destra
militarista e guerrafondaia. Nulla di più falso e facilmente confutabile.
Questa tesi è particolarmente cara alla sinistra moderata e democratica
europea, sempre alla ricerca di un’identità ideale, in equilibrio fra i
vecchi stereotipi e una patina di modernità. Tesi suffragata dal fatto che
Rabin, dopo gli accordi di Oslo, è stato assassinato da un estremista di
destra, finendo così fra gli israeliani “buoni” di sinistra, contrapposti ai
“cattivi” di destra (ma quando Rabin era ministro della Difesa, durante la
prima Intifada, non ne parlavano così bene; l’unico ebreo buono è dunque
solo... quello morto?). Se guardiamo la pura cronaca dei fatti, Begin ha
firmato la pace con l’Egitto, Shamir ha firmato la pace con la Giordania,
Sharon ha sgombrato Gaza: tutti e tre capi del Likud. Proprio Ariel Sharon,
il falco per eccellenza, ha dimostrato che gli uomini d’armi in Israele
possono trasformarsi in fautori di pace. Egli ha sgombrato con la forza i
coloni dalla striscia di Gaza, contraddicendo la politica di tutta la sua
vita e pronunciando parole che nessuno avrebbe mai immaginato di poter
udire. Questo ha saputo fare Sharon, da primo ministro di Israele. La
risposta, da Gaza, è stata la vittoria di Hamas, l’uccisione e la cacciata
degli uomini dell’Anp e uno stillicidio di missili sulle città israeliane
del sud. E’ la pura cronaca dei fatti, che molti europei ignorano.

  Questo elenco potrebbe continuare a lungo, ma preferisco fermarmi qui. Già
solo questi cinque punti meriterebbero lunghi approfondimenti e discussioni
interminabili. Mi rendo conto di non avere apportato, in questo scritto,
alcun elemento di novità sostanziale nel dibattito sulla questione
mediorientale, ma di avere solo tentato una sintesi molto limitata e
parziale di alcuni punti controversi. Mi piace pensare però che non sia
stato un lavoro inutile, se servirà a sfatare anche solo in parte alcuni
pregiudizi che condizionano, secondo me negativamente, il dibattito su
Israele e sulla sua difficile democrazia.

 

 

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