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art69.html

La merce e i conflitti, creativi al lavoro in rete

«MyCreativity». Ad Amsterdam studiosi, designer e informatici discutono
di «creativity industry». Dalla precarietà alle
esperienze di produzione alternativa, prove tecniche di una politica
reticolare

Brett Neilson

«Siamo tutti nati originali, ma la maggioranza di noi muore come
copia». Suona così uno degli slogan riprodotti nel libro Creativity For
All della designer olandese Mieke Gerritzen e distribuito ai
partecipanti al convegno MyCreativity: Convention on International
Creative Industries Research, organizzato da Geert Lovink
(dell'Institute of Network Cultures della Hogeschool van Amsterdam) e
Ned Rossiter (del Centre for Media Research dell'università di Ulster)
che si è tenuto di recente ad Amsterdam. Con una grafica di forte
impatto - e pieno di slogan come «Produzione della significanza =
produzione del valore = produzione del conflitto» -, il libro di
Gerritzen è solo uno dei prodotti nati in occasione del convegno. Un
incontro preparato con un notevole sforzo organizzativo che ha fatto
leva su una mailing list attivata con sei mesi di anciticipo e grazie
alla quale sono state distribuite gratuitamente 10 mila copie del
giornale The Creativity, ed è stato possibile accedere ai filmati degli
interventi (www.netcultures.org). Ad Amsterdam è stato anche presentato
Organised Networks: Media Theory, Creative Labour, New Institutions
(Nai, euro 23,50) di Rossiter, un testo che, insieme agli scritti di
Lovink, già noto in Italia, rappresenta il quadro teorico più coerente
della filosofia e della politica di cui il convegno voleva farsi
espressione.

Se in Italia la cosiddetta «industria creativa» è stata protagonista
nell'ultimo decennio da un lato della retorica dell'imprenditorialismo
berlusconiano e dall'altro della grande fuga del «made in Italy», molti
altri paesi hanno seguito una politica più elaborata. Sopratutto il
Regno Unito di Blair che nel 1997 ha introdotto le sue prime policies,
un corpo di interventi per stimolare job creation e favorire la
crescita economica attraverso la moltiplicazione dei cosiddetti
creative clusters nelle città e «lo sfruttamento della proprietà
intellettuale». Ma anche Australia, Nuova Zelanda, Olanda, Svezia,
Taiwan e Singapore hanno avviato politiche governative a sostegno
dell'innovazione. Background comune, in modo più o meno esplicito, sono
le idee divulgate da Richard Florida nei suoi libri sulla «classe
creativa» (La crescita della classe creativa e La classe creativa
spicca il volo, editi da Mondadori e recensiti su queste pagine il 12
febbraio 2004 e il 24 novembre 2006). La buzzword dell'industria
creativa è arrivata anche nelle metropoli cinesi: la sfida è passare
dal «made in China» al «created in China». L'industria cinese ora cerca
non solo di copiare la scarpa la cui foto digitale è arrivata a
Shanghai pochi minuti dopo essere stata messa in vetrina in via della
Spiga, ma di creare una scarpa della stessa qualità e che interpreta le
tradizioni cinesi per un mercato globale.

Ma industria creativa significa anche capacità innovativa delle imprese
capitalistiche. L'innovazione non riguarda solo la produzione di merci
come scarpe, musica o web design, ma anche software, biotecnologie o
perfino le più sofisticate armi militari (un'attività che coinvolge
sempre di più la technology transfer dalle università). Il punto, però,
non è se la creatività o l'innovazione coinvolgono merci eticamente
discutibili, bensì che l'industria creativa produce merci con una loro
indifferenza formale nonostante l'iniziativa innovativa che ha
contribuito alla loro esistenza. È per questo che il gergo
dell'innovazione o della creatività nel capitalismo postfordista è
diventato una specie di codice per dire più dello stesso. Si tratta di
un'azione innovativa che ha capacità di creare un'apertura politica.
«Il conflitto non è una merce. La merce invece no, la merce è
sopratutto conflitto», come recita uno slogan del gruppo «guerriglia
marketing» (www.guerrigliamarketing.org).

MyCreativity è nato con l'intenzione di esplorare questo conflitto non
dal punto di vista delle imprese o della policy ma da quello del
creativo, cioè del soggetto senza il quale queste industrie non
esisterebbero. Non si tratta solo dei conflitti che nascono dalla
diffusa precarietà del lavoro creativo o dell'eccesso di passione che
lega il creativo alle sue condizioni di sfruttamento, ma di quelli
emergenti nei cosiddetti creative clusters delle metropoli. Che non
favoriscono la crescita economica attraverso la proprietà
intellettuale, ma attraverso il mercato immobiliare che prima si gonfia
col crescere dell'attività creativa e poi «sfratta» il
«creativo-precario» che non riesce più a pagare l'affitto. Ma il
convegno ha avuto il pregio anche di evidenziare altri conflitti che
hanno radici nella natura più intima del capitalismo post-fordista,
come dimostra la reazione ostile del pubblico alla retorica del
«dibattito aperto» e di «libera scelta di ogni creativo di partecipare
o no al sistema del copyrigh» di un esponente della Wipo (World
Intellectual Property Organization).

Ma se l'impostazione critica verso il concetto di industria creativa è
stata il terreno comune dei partecipanti, obiettivo dichiarato degli
organizzatori era il superamento dell'elaborazione fin qui prodotta, ad
esempio dalla scuola di Francoforte contro la cosiddetta industria
culturale o dai post-operaisti italiani contro il capitalismo
cognitivo. Per questo è stato dedicato molto spazio all'analisi delle
«pratiche creative alternative», cioè a quelle forme organizzative che
si giostrano tra il rischio di cadere intrappolati nel sistema di
public-private partnerships (tipico della governance nei paesi
anglosassoni nell'ultimo decennio) e la gratuità del lavoro che
qualifica le iniziative open source (almeno fino a quando sono
inglobati da interessi privati). In questa ottica è significativa
l'esperienza di Lovink e Rossiter come promotori di mailing lists come
nettime e fibreculture, esperienza che hanno contribuito allo sviluppo
di una politica reticolare tesa non al confronto tra verticalità e
orizzontalità ma a rendere problematico questo confronto. Da qui la
scoperta di modalità di organizzazioni non rappresentive al tempo
stesso distribuite e decisionistiche. Per molti versi MyCreativity è
stato un concentrato di questa politica reticolare, interessante più
per la forma che per il contenuto. Un caso raro in cui al
«collegamento» digitale è stata data l'opportunità di diventare
relazione politica.

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