Economia dei media
Rai, la novità vera sta nell'articolo 6
a cura di Massimo Scaglioni

    Il 2007 inizia con una novità che pare piccola e, a prima vista,
tecnica. Ma che può rivelarsi rivoluzionaria. Stiamo parlando della
«liberalizzazione» dei contenuti multimediali Rai prevista nel
contratto di servizio per il prossimo triennio (2007-2009), firmato a
dicembre dal ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni e dai
vertici dell'azienda di servizio pubblico. In mezzo a una serie di
articoli tutto sommato convenzionali, che ribadiscono la tradizionale
missione della Rai in termini di pluralismo informativo (auspicato ma,
nei fatti, non sempre garantito) o di promozione dell'identità
nazionale e dell'integrazione (tradotta ultimamente in fiction dal
tono troppo didascalico), ce n'è uno così concreto e innovativo che
varrebbe la pena di incorniciare come manifesto di un servizio
pubblico moderno.

    L'articolo 6, che riguarda i contenuti multimediali, non si limita
a prendere atto delle trasformazioni in corso, con la convergenza e la
proliferazione di piattaforme per la distribuzione dell'audiovisivo
(digitale terrestre e satellitare, IpTv, tv-mobile), ma, per una
volta, anticipa il cambiamento con una mossa strategica. In sostanza,
la Rai si impegna a valorizzare i propri contenuti e il proprio
marchio attraverso le diverse piattaforme, con una particolare
attenzione al web. La concessionaria offrirà tramite il suo portale
«tutti i contenuti radiotelevisivi prodotti a tutti gli utenti che si
collegano ad Internet dal territorio nazionale». Per far ciò, la Rai
adotta il più innovativo sistema di copyright ad oggi disponibile, le
licenze «creative commons», che hanno già dato ottimi frutti negli Usa
(dove sono state coniate nel 2002) e nel Regno Unito.

    Le «creative commons» superano il tradizionale principio del
copyright («Tutti i diritti sono riservati»), per un suo uso più
aperto e flessibile («Alcuni diritti sono riservati»): in pratica sono
licenze che permettono la riproduzione e la diffusione dei contenuti,
con alcune limitazioni esplicitamente indicate (relative, ad esempio,
alla possibilità di manipolare i prodotti o di usarli per fini
commerciali). Si tratta, in poche parole, di una via mediana fra due
estremi: la semplice rinuncia ai diritti, da un lato, o la sua
applicazione più rigida e restrittiva. Una scelta che permette di
raggiungere immediatamente almeno tre obiettivi: rafforzare la
presenza del servizio pubblico in un ambiente sempre più
multipiattaforma e, auspicabilmente, sempre più concorrenziale;
contribuire a una più diffusa consapevolezza del patrimonio
audiovisivo nazionale; fare da traino ad una concezione più avanzata
dei diritti on-line.

    In Gran Bretagna, la Bbc ha adottato la filosofia «creative
commons» da alcuni anni e ha appena concluso la sperimentazione che
l'ha legata ad altre istituzioni, come Channel 4, British Film
Institute e Open University, per la creazione di un grande archivio
digitale e multimediale. A dicembre, Ashley Highfield, direttore del
comparto new media della corporation, ha annunciato una seconda
sperimentazione che coinvolgerà, dall'inizio dell'anno, ventimila
utenti, che avranno la possibilità di navigare attraverso mille ore di
contenuti, parte consistente della memoria storica della nazione. Per
un Paese come il nostro, che ancora non ha un archivio nazionale
dell'audiovisivo, l'indicazione di Gentiloni sembra aprire nuove
prospettive a un servizio pubblico finora troppo statico e ingessato
nel rapporto con le tecnologie. Una scelta che, da sola, vale i pochi
euro in più previsti per il canone annuo.

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