Ciao karlessi,

grazie per la consueta profondità con cui contribuisci alle riflessioni
di questa lista e, per quanto mi riguarda, con cui stimoli la mia
personale curiosità.


On Mon, 14 Feb 2022 13:49:01 +0100 karlessi wrote:

> La mia impressione generale è che si stiano polarizzando due
> posizioni ideali poco rispondenti alla realtà concreta. Non solo in
> alcune discussioni di questa lista, ma più in generale in vari ambiti.

Si tratta di una banalizzazione, di un appiattimento della realtà che
può fare comodo a molti, anzitutto per immaginare un antagonista da
cui differenziarsi, da tenere lontano, attraverso cui definirsi.

> Vero, il suprematismo nerd esiste, e non è cosa buona. [...]
> (non che il software libero sia la risposta, vedi
> alla voce suprematismo nerd)

Continuo a non capire cosa tu intenda per "suprematismo nerd".

Immagino non abbia nulla a che fare con il movimento artistico russo di
inizio novecento: se parlassi di suprematismo hacker, potrei cogliere
una qualche affinità con il minimalismo di diversi progetti
(9front/cat-v, suckless, o magari TempleOS o il protocollo Gemini
etc..), ma i nerd sono una categoria molto più vasta e variegata
e non particolarmente essenziale.

Gli hacker non sono necessariamente nerd (anche se sono molto spesso
"non conformi", su questo hai assolutamente ragione), è moltissimi nerd
non sono hacker, più interessati a status, potere o ricchezza.

Per gli hacker, direi quasi per definizione, il potere è un impiccio di
cui liberarsi al più presto. 


> Ad ogni modo, nella mia esperienza, esiste una linea di demarcazione
> più rilevante (per quanto sempre mobile e mai netta): quella tra le
> persone che perlopiù si adattano a ciò che esiste, magari sbuffando e 
> recalcitranti; e quelle che invece no, non si adattano, o si adattano 
> meno. Vale nella relazione al digitale come in altri ambiti. hacker
> per me sono le persone che assumono un'attitudine di non conformità.

La non conformità è un effetto inevitabile, più che un'attitudine.

Se sei curioso, percorri strade non battute, accedi a prospettive
inaspettate e spesso incomprensibili e, di conseguenza, diventi diverso.

Quando te ne accorgi è troppo tardi.
Non puoi disimparare ciò che sai, e uniformarti può solo più essere una
scelta (ed uno sforzo) consapevole di ciò a cui rinunceresti.

Coloro che non si allontanano mai troppo dal flusso principale, coloro
che rimangono in superficie, che si pongono solo domande facili... non
si accorgeranno mai di essere ingranaggi.
Ma una volta che hai visto la macchina da fuori, ritornare a girare
intorno al tuo perno è molto più faticoso.


E così restiamo strambi, anomali, sfigati... siamo montati male! :-D
Almeno dal punto di vista di chi ha "le rotelle a posto"!


> A questa demarcazione non netta si sovrappone un'altra polarità, con 
> moltissime gradazioni: quella fra chi in definitiva si arrende a 
> contribuire al sistema industriale (anzi: militare-industriale), e
> chi un po' meno.
> 
> La maggior parte degli hacker, e anche dei linuxari lavora
> direttamente o indirettamente per il sistema militare-industriale.

Beh... io di giorno lavoro per banche multinazionali, quindi
sicuramente rientro nella tua descrizione.

Tuttavia anche la maggioranza dei pastori, dei contadini, delle
prostitute o degli insegnanti etc... "lavora direttamente o
indirettamente per il sistema militare-industriale".

Fatico ad individuare un mestiere che non venga in qualche modo messo
al servizio di questo sistema militare-industriale.
La suora di clausura forse? (se lo possiamo considerare un mestiere...)

Insomma, forse polarità è più fra chi accetta l'egemonia di questo
sistema e chi invece, pur essendone circondato, non l'accetta e la
combatte.

Ma magari non ho capito cosa intendi!


> Per non parlare di quel capolavoro di cooptazione e sfruttamento noto
> come open source [...] Magari si è fatto incastrare, magari
> per ingenuità. In effetti ha messo la propria non-conformità, la
> propria riluttanza ad adattarsi al servizio di una visione del mondo
> alienata e alienante. I sistemi digitali globali di cui le cosiddette
> persone comuni spesso si lamentano non potrebbero esistere senza il
> loro contributo fattivo. Forse ora, dopo quarant'anni abbondanti di
> collaborazione, questi hacker sarebbero sostituibili con manodopera
> prezzolata, conformista e conforme, legioni di brogrammer smidollati,
> ma ne dubito. Ci vuole sempre qualcuno che ci crede....

Ma guarda che i brogrammer ci credono!

Non è mica che non ci credono... è che non sono abbastanza curiosi da
accedere a prospettive che gli permettano di pensare "fuori dagli
schemi".

Ai "brogrammer", non manca la Fede in ciò che fanno.
Anzi, spesso sono esaltatissimi!

Spesso non manca nemmeno il "talento".
Manca proprio solo la curiosità... e ciò che questa genera.


> L'informatica militare-industriale è, a mio parere, ciò che
> contribuisce enormemente all'accelerazione dell'alienazione tecnica
> e, quindi, all'obsolescenza programmata degli esseri umani oltre che
> degli esseri tecnici. 

Ma questa alienazione non è un effetto collaterale: è una feature!
Forse persino il fine ultimo di tale sistema.

Senza alienazione, non ci sarebbe sistema militare-industriale.


> Questi ultimi potrebbero essere amici e affini,
> come nella migliore tradizione hacker [1], e invece sono percepiti
> come ladri di posti di lavoro, inutili complicazioni, inevitabili
> forche caudine a cui sottomettersi, rappresentanti della
> tecnoburocrazia, ecc.

Il problema è che gli artefatti tecnologici non hanno una "essenza", ma
vengono dotati di una funzione. E questa funzione può stabilire solo
chi comprende il loro funzionamento.

Sono artefatti, non creature.
Ma chi non le comprende, può solo diventarne un'appendice.

Magari, se chi li ha costruiti è benevolo, un'appendice contenta.
Ma pur sempre un'appendice.

> [1] Quella che nella cultura occidentale risale, magari senza
> saperlo, almeno Ctesibio, a Erone di Alessandria, ad Archimede. Gente
> che faceva macchine per il teatro (per divertire educando, educare
> divertendo) e che temeva l'uso improprio di quelle macchine.

Esatto.

Ma, almeno Archimede, ci difendeva anche Siracusa dai romani.

Di certo l'informatica ha un enorme potenziale educativo.
Direi quasi che è anzitutto uno strumento introspettivo.

Purtroopo è ancora ai primordi, per cui invece di usarla per ragionare
insieme ed imparare, ci acconteniamo di programmarci le persone
attraverso i computer.

> Faccio fatica a biasimare chi si è lasciato incantare dalle sirene
> del Progresso Tecnologico per il Bene dell'Umanità. 

Ma il progresso tecnologico PUO' migliorare le condizioni di vita
dell'umanità. Forse è persino l'unica cosa che ha dimostrato di poterlo
fare sistematicamente.

Il problema è che può anche distruggerla e schiavizzarla.

Tutto sta in chi lo controlla.

> Un esempio tratto dalla mia esperienza personale.
> 
> Durante la prima fase della pandemia ho passato parecchie giornate 
> online a insegnare ad amici e amici di amici ecc. come destreggiarsi
> e organizzarsi con Jitsi, BBB, Nextcloud ed Etherpad, i principali
> sistemi che abbiamo individuato come appropriati per rispondere a
> esigenze di collaborazione sincrona e asincrona.
> 
> Poi, frustrato e deluso, ho smesso.
> 
> Dopo un iniziale entusiasmo, quasi tutti gli amici, amici di amici e 
> persino lontani conoscenti hanno cominciato a preferire Zoom, Google 
> Meet-Classrom, M$ Teams, Office 365, etc.
> 
> Dopo avermi sfiancato di richieste, hanno optato per la via
> cibernetica militare-industriale, perché "funziona meglio", "è più
> semplice", "lo usano tutti", "non ho tempo per imparare un'altra
> cosa", "è impossibile far cambiare idea in azienda", "a scuola usano
> quello", "è gratis", ecc.

Io potrei raccontarti qualcosa di molto simile.

E' una lotta impari: tu gli proponi fatica (autonomia e libertà
richiedono pensiero, ed il cervello consuma una percentuale
spropositata delle energie del corpo! fra il 20 e il 25% per
un organo che pesa meno del 3%!) mentre chi li conosce meglio
di quanto loro conoscano sé stessi, li convince che non hanno bisogno
di fare fatica, che non hanno bisogno di pensare e scegliere.

L'unico antidoto sarebbe una cultura informatica diffusa... ma ci
vorranno ancora anni. Ed intanto saranno sempre più manipolati...

> nessuno si scandalizza che ci vogliano login e password per "essere
> ammessi digitalmente", come utenti. [...]
> 
> L'alienazione tecnica è questa. Un comportamento che (confido!)
> sarebbe percepito come inquisitorio e abusivo se tenuto da un essere
> umano (es. un privato cittadino per strada che ci chiede di
> identificarci e di dare una parola d'ordine), viene ritenuto ovvio,
> scontato e inevitabile nel sistema attuale.

Uhm... in effetti karlessi, questo mi scandalizza quato mi
scandalizza usare le chiavi per entrare in casa mia.
Cioé in effetti non molto.

Per contro, per accedere a qualsiasi contenuto nel mio sito web non
devi autenticarti. Ma non ci sono form. Non puoi caricare contenuti.
Puoi scrivermi una mail, però.


Insomma, mi sfugge cosa ci sia di militare in una login.
Senza identità, non ci può essere responsabilità, e senza
responsabilità reciproche, non ci può essere una comunità.

Non mi è chiaro quali alternative hai in mente, francamente.


> la questione più rilevante sia imparare a porre le domande
> appropriate. [...]

Direi piuttosto imparare a porre domande.
Una domanda vera, esige una risposta.

Hai mai notato che il punto di domanda è un orecchio stilizzato ? 

Se mi chiedo "Perché dovrei sporcarmi le mani?", poi devo trovare
diverse ragioni per sporcarmi le mani, non ragioni per NON sporcarmele.

Se lo chiedo a te, poi DEVO stare a sentire la risposta.


> A meno che non si ricorra a manodopera schiavile, come accade oggi: 
> schiere di server che servono, che minano criptoidiozie, che
> spammano, che spiano, che streammano spettacoli di bassa qualità, che
> diffondono disinformazione, che inviano messaggi social di cui si
> potrebbe fare a meno...

Di nuovo, le macchine sono cose.

Non hanno mani. Non forniscono manodopera.

Sono pienamente d'accordo che se ne si possa fare un uso nettamente
migliore di quello mainstream... ma rimangono cose.


> Ma la cosa peggiore che spesso l'esperto fa, secondo me, è decidere
> di "risolvere" la cosa a modo suo, cioè di assumersi una delega 
> tecnocratica. Immersa in un sistema cibernetico militare-industriale, 
> questa delega tenderà ad assumere le forme del controllo e del
> comando gerarchizzato.
> 
> Questo rende l'esperto solo apparentemente più libero.

Puoi fare qualche esempio?


A presto!


Giacomo
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