grazie molte a Giacomo e, ovviamente, a Maria Chiara.

Raf

Il 11/04/22 12:03, Giacomo Tesio ha scritto:
Salve Nexa,

vi segnalo questo saggio libero (anche detto "open access", in CC BY-SA)
di Maria Chiara Pievatolo

    https://doi.org/10.5281/zenodo.6439508

Riporto l'abstract:
```
Secondo Giorgio Agamben la teledidattica va rigettata in toto, in
quanto barbarie tecnologica che aliena le comunità di conoscenza
sottoponendo la discussione a una mediazione obbligata ed eterodiretta.
Una mediazione analoga era tuttavia già in atto per la ricerca, e con
l'acquiescenza di buona parte degli studiosi: la sua valutazione è
amministrativamente sottratta alle comunità scientifiche e affidata a
oligopoli editoriali commerciali il cui prodotto principale è sempre
più l'analisi di dati ormai non soltanto citazionali. Inoltre, monopoli
tecno-feudali non specifici del microcosmo accademico quali Microsoft e
Google, alle cui piattaforme teledidattiche università e scuole
italiane sono state indotte a rivolgersi durante la pandemia,
influenzano da tempo gli atenei: direttamente con finanziamenti
selettivi a studiosi e istituzioni non troppo critici sui loro affari;
indirettamente, tramite la fornitura di sistemi telematici di
insegnamento, di collaborazione, di condivisione, di valutazione e di
amministrazione che impongono ambienti di scelta da cui estraggono dati
e con cui forgiano comportamenti da smerciare a chi può pagare per
comprarseli.

Rigettare la teledidattica come tale, in questo contesto,  impedisce di
criticare specificamente la scelta di piattaforme proprietarie come
quelle di Microsoft o Google, e soprattutto di interrogarsi sulla
possibilità di una terza via, fra rifiuto apocalittico e compiacimento
integrato,  per esseri umani ``non deliberati dalla macchina ma liberi
in rapporto ad essa'' (Eco, 1964) - una via che aiuti a trarre
vantaggio dalla nuova interattività, ``scrivere in cielo alla velocità
del pensiero'' (Harnad, 2003), resa possibile dalla telematica.

In italia creare una piattaforma teledidattica nazionale basata su
software libero e su un cloud federale, in grado di condividere e di
ottimizzare l'uso delle risorse di calcolo locali, sarebbe tecnicamente
ed economicamente praticabile, come ha mostrato l'esperienza del
Politecnico di Torino e quella del GARR, ente pubblico a cui sono
federate le università stesse. Una simile piattaforma, indipendente da
multinazionali statunitensi come Microsoft o Google, sarebbe anche
rispettosa della normativa europea sulla privacy.

Come mostra una recente conferenza pisana in cui le posizioni si sono
confrontate, le università che hanno scelto Microsoft o Google lo hanno
fatto con spirito aziendale, nella convinzione che l'informatica sia
una computer science neutrale rispetto ai contenuti che veicola e che
l'insegnamento possa essere dato in outsourcing a monopoli proprietari
senza alterarlo nella sostanza. Per chi invece patrocina la terza via,
l'informatica cristallizza e automatizza conoscenza umana passata così
che un'università la quale rinunci all'autonomia sulle forma del
proprio insegnamento per abbandonarlo a monopoli esterni, rinuncia non
a qualcosa di accessorio, ma a una sua vocazione specifica, importante
almeno quanto la ricerca. Ma anche da una prospettiva strettamente
mercantile, se la ``merce'' tipica dell'università è una formazione
culturale indipendente, rinunciare a offrirla per farsi fungibile ente
di addestramento e di sottomissione ai monopoli del capitalismo della
sorveglianza è una scelta autolesionistica - a meno che non si
preferisca stare col potere invece di esercitare un potere la cui
caratteristica sarebbe, kantianamente, quella di aver bisogno della
pubblicità per non venir meno al suo scopo.
```


Giacomo
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