Ciao Alberto,

grazie della tua risposta, profonda come sempre.

On Mon, 26 Dec 2022 17:14:07 +0100 Alberto Cammozzo wrote:

> Ho qualche dubbio sulla classe dei programmatori. Se ho capito bene 
> escludi la riduzione in schiavitù dei programmatori e sostieni che 
> (visto che possiedono i mezzi di produzione) questi starebbero
> maturando una "coscienza politica di classe" tale da minacciare (come
> un fantasma che gira per il mondo?) le sicurezze del capitalismo
> della sorveglianza.

Per la precisione, io ho scritto "coscienza politica" senza precisare
"di classe" perché ahimé le due cose non coincidono ancora.

Il tema è complesso.


Una vera lotta politica E di classe, fra informatici e capitalisti
è già corso da decenni, sebbene non venga chiamata "lotta di classe".

E' narrata come la lotta "agli hacker" (quelli "cattivi"), dal
P.H.I.R.M. a Phineas Fisher, da DVDJon a RMS, da Snowden ad Assange...

Ma vista dall'altro punto di vista è anche la lotta degli informatici
dotati di coscienza politica (ma non necessariamente di classe), contro
il capitale che ne limita il potenziale rivoluzionario.

> Per quanto ne so io, il software viene scritto prevalentemente in
> zone del mondo o molto ricche (come in Silicon Valley) o molto povere
> (come in Chennai o Bangalore), in cui i programmatori o hanno un
> potere contrattuale individuale molto forte, o non ne hanno affatto,
> ma in cui la coscienza di classe mi pare comunque debole. Quello di
> essere un hacker che sceglie la propria licenza è un lusso.

Hai ragione: si tratta di una lotta politica e di classe sebbene solo
una delle classi coinvolte ne sia pienamente consapevole: quella dei
capitalisti.

Molti informatici combattono questa guerra senza nemmeno comprendere a
fondo cosa li spinge, cosa li accomuna...
Restringendo persino i propri strumenti di lotta!

Questo perché non hanno ancora piena consapevolezza del proprio potere.
E quando ce l'hanno, spesso si allineano ai capitalisti, per le
dinamiche che descrivi.

Tuttavia in Europa ed in Italia le cose sono un po' diverse.
Stipendi bassi ma non bassissimi. Un minimo di cultura dei diritti.
Un mix potenzialmente esplosivo in attesa di una miccia.

Forse qui questa nuova classe emergente, potrà finalmente acquisire
piena coscienza di sé.

> Sarebbe come dire che l'industria della musica non ha potere sui 
> violinisti perché questi hanno il controllo del mezzo di produzione e 
> sono coscienti del loro statuto di artisti. Anche ammettendo le 
> premesse, una parte di loro saranno tanto ben pagati da sentirsi una 
> elite, e gli altri tanto poco da accettare quasi qualsiasi prezzo per
> un ingaggio. Ci sarà anche un qualche bravo violinista che accetterà
> di essere molto pagato per addestrare un modello ML che interpreti 
> qualsiasi pezzo al posto suo.

L'informatica è l'infrastruttura fondamentale di questo millennio.

E' presente ovunque e cambia inesorabilmente ogni cosa che tocca.

Dalla medicina, alla finanza, alla musica, all'agricoltura...

La musica non ha questo potere e questa pervasibità, strutturale e
funzionale.

Non puoi paragonarla con nessuna altra attività umana, se non con la
lettura e la scrittura (che in effetti sono le prime rivoluzioni
informatiche della storia).


> In ogni caso. il controllo della risorsa mi pare molto ben saldo in
> mano a chi la controlla: non credo che l'industria del software tema
> nemmeno lontanamente uno sciopero dei programmatori, non mi risulta
> nemmeno ce ne sia mai stato uno.

:-)

Meno di quanto si immagini.

E' vero, organizzare uno sciopero di programmatori è davvero difficile.

E' difficile perché, come dici tu, la nostra lotta di classe è condotta
senza una piena coscienza di classe (se non da parte di una minoranza).
Ma è già successo: https://invidious.weblibre.org/watch?v=0Upw6mzD7Pg

D'altro canto, lo sciopero non è lo strumento di lotta più efficiente
per noi programmatori.

- Possiamo introdurre bug.
- Possiamo rallentare lo sviluppo di nuovi software
  ("sciopero bianco" con perfect plausible deniability, perché sono i
  nostri cervelli che fanno la parte fondamentale del lavoro)
- Possiamo scrivere software libero.
- Possiamo scrivere software libero per abilitare nuove forme di lotta
  (pensa a uBlock Origin, a piHole, all'osservatorio di Monitora PA)
- Possiamo aggirare i sistemi DRM, rendere evidente e ridicolizzare
  l'insicurezza strutturale dei software dei capitalisti della
  sorveglianza (pensa ai continui data breach...)
- Possiamo aggirare la sorveglianza di massa ed insegnare a fare
  altrettanto

Insomma... perché dovremmo limitarci agli strumenti di lotta
novecenteschi quando i nostri avversari usano pienamente e
consapevolmente gli strumenti che NOI realizziamo?

> Mi è parso significativo che a scrivere il pezzo che ho segnalato sia
> un ex accademico di Harvard ed ex Google. Lo ho segnalato perché
> esplicita un pensiero che ho da anni sulla natura industriale
> dell'"AI turn".

E' significativo, certo.

Mostra quanta poca credibilità vada attribuita a chi ha a che fare con
certe società. Ma l'articolo riporta semplicemente propaganda di 
Google & friends. Che l'autore l'abbia sentita così tante volte da
crederci, può anche essere. Rimane propaganda.


> Matt Welsh cerca di convincerci che possiamo sostituire interi team
> (in Silicon Valley o in India) con una o due persone che fanno il
> vero "intellectual work" (lo stampo, il modello), mentre il resto
> sarà fatto dalle macchine, senza nemmeno le orde di "scimmie"
> necessarie per il training:
> 
>     The bulk of the intellectual work of getting the machine to do
> what one wants will be about coming up with the right examples, the
> right training data, and the right ways to evaluate the training
> process.

Welsh vuole convincere gli imprenditori che potranno fare a meno di
programmatori sempre meno succubi.

Che sia per ragioni politiche, etiche o per mera incapacità tecnica,
troppi programmatori non fanno ciò che l'imprenditore vuole.

Non è questione di rischio imprenditoriale, ma di potere e controllo.

Welsh vuole spingere quegli imprenditori che sperano di poter fare a
meno dei programmatori ad investire nelle "AI".

> Personalmente non credo molto che questo renderà il lavoro di 
> programmazione inutile, dipende troppo dai contesti e ci sono altri 
> problemi che ancora non sono ben chiari o il cui impatto non è stato 
> misurato, ma la promessa è questa, liberarsi della complessità e
> della variabilità introdotta da molti umani. Come diceva Daniela,
> prospetta un futuro per chiuderne altri che siano diversi.
> 
> Vedo questa spinta nel mio lavoro di programmazione, che serve 
> potenzialmente a filtrare dati per addestrare modelli che rendano 
> ulteriori programmazioni inutili, con la promessa che una volta 
> azzeccato sufficientemente bene il modello, quello funzionerà per
> sempre e sempre bene. Anche se è evidente che questi "modelli finali"
> non esistono, sto pensando a qualche forma di obiezione di coscienza
> (una licenza che escluda l'uso per training? ogni suggerimento è
> benvenuto).

Non che lo escluda, ma che lo renda soggetto alla licenza stessa.

Per questo in Monitora PA usiamo la Hacking License e GitHub:
https://github.com/MonitoraPA/monitorapa/blob/main/LICENSE.txt

Se GitHub CopyALot distribuisse il nostro codice (cosa che speriamo 
di ottenere entro qualche anno) il suo modello diventerà sotto
Hacking License e così tutti i software che ne includeranno
i "suggerimenti".

Immaginati che succederà a quel punto... :-)


> Infine, la tua proposta mi pare essere quella che se tutti sanno 
> programmare, non ci sarà bisogno di modelli.

Che ci siano o meno, farne accettare l'esecuzione sarà molto più
complesso.

D'altro canto l'intera economia sarà molto diversa.

> Condivido l'auspicio di una diffusa competenza di programmazione,
> come quella che tutti sappiano suonare il violino e tornire
> l'argilla: sono espressioni della creatività umana e della sua
> competenza. Sono manifestazioni della sua libertà. Non troppi anni fa
> chiunque andasse a scuola sapeva poi suonare, disegnare, usare
> strumenti e attrezzi: imparava ad essere umano, insomma.

Ahimé, non è la stessa cosa.

Non hai bisogno di tornire l'argilla tutti i giorni.
Se non sai farlo, le tue altre facoltà non ne risultano sostanzialmente
ridotte. Non sapere suonare il violino non ti pone alla mercé di chi sa
farlo.


> Anche se non credo che la maggiore offerta di programmatori
> competenti possa scalfire la dinamica industriale sottostante il
> machine learning, che è quella di liberarsi per quanto possibile
> dall'umano e dall'incerto, tuttavia credo che possa almeno inceppare
> un'altra dinamica industriale, che è quella della generazione di una
> scarsità (quella di programmatori) come conseguenza del successo di
> un prodotto industriale (il ML). Per rimanere negli esempi
> precedenti: il successo della riproduzione musicale industriale
> riduce la domanda di orchestre e quindi di violinisti.

Immagino tu stia sorvolando consapevolmente sul fatto che la
programmazione statistica (aka "ML" o "AI") sia talmente incerta che
nessuno se ne vuole prendere la responsabilità, per portare avanti il
ragionamento dal punto di vista del povero fesso che da retta a Welsh...

Perché parliamo di una pia illusione: potranno far credere ai
programmatori umani di essere sostituibili, ma non lo saranno mai.

In un'altro thread si sosteneva che il software che gestisce i freni di
un auto (perché?) non dovrebbe essere sostituibile.
Figurati se potremmo farlo programmare statisticamente... ad un software
programmato statisticamente! :-D


> In conclusione, per me il deficit non è tecnico né economico, ma
> morale; non è di risorse, ma di valori. Non cosa facciamo e come, ma
> a che fine.

Sono abbastanza d'accordo.

Direi morale E culturale.

Perché l'informatica è cultura: può essere uno strumento di potere
sull'uomo o di emancipazione dell'uomo. 

La scelta fra i due è morale, ma la può compiere solo chi la comprende.


> Baudrillard, che ha molto riflettuto anche sul sistema modello/serie,
> in "il sistema degli oggetti" (1968!) scrive (scusatemi la lunga
> citazione):

Bellissima citazione che, secondo me, parla di altro. Passato.


La società cibernetica è caratterizzata da oggetti diversi dai
precedenti, automatici, che definiscono gli spazi di libertà degli
umani sulla base della volontà di chi li crea e diffonde.


Alcuni automatismi surrogano completamente gli esseri umani, 
perseguendo quel processo di alienazione cibernetica che serve 
a ridurre l'autonomia degli esseri umani nel sistema per aumentarne la
predicibilità:
https://video.linuxtrent.it/w/uGeLUW9uwuU7siCavjNnZm?start=14m10s


E questo avviene ormai fuori dal processo produttivo, nell'intimità
delle nostre case.


L'unica alternativa che vedo, purtroppo, è fra l'azzeramento della
autonomia individuale (della libertà vera, quella che trascende la
possibilità di scegliere fra alternative offerte da altri sullo
scaffale), adattandosi ed integrandosi come ingranaggi nella società
cibernetica ormai catturata da pochissimi, e la massimizzazione della
autonomia cibernetica individuale ("computing agency" mi suona
riduttivo) con la piena consapevolezza del funzionamento degli
automatismi e il conseguente rifiuto di quelli che non possiamo
modificare o programmare in prima persona adattandoli a noi.

In altri termini la nostra alternativa è fra:

    adattarsi alla società cibernetica costruita da altri

                          oppure

     adattare la società cibernetica alla nostra volontà


Rispetto ad una società che esclude la maggioranza delle persone dalla
partecipazione alla definizione delle sue regole, dobbiamo decidere se
vogliamo adattarci o dis-adattarci, integrare o dis-integrare.

Hacker o robot.
Cittadini o schiavi.

Per chi non sceglie, sceglieranno altri.

La seconda opzione, purtroppo.


A presto!


Giacomo
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