Grazie della segnalazione. Articolo interessante e spunto di riflessione.
L'articolista, dopo aver constatato in modo dettagliato quanto
squilibrato sia il mondo plasmato dalla tecnologia, si augura che
emerga"un nuovo corpo intermedio dedicato a traghettare la governance
dell’intelligenza artificiale verso un senso di bene comune" con il
"compito di mediare l’interazione tra lo sviluppo tecnologico avanzato e
le politiche governative, assicurando che l’innovazione proceda di pari
passo con il benessere sociale e l’equilibrio ecologico".
Si aspetta che sia il mondo dell'associazionismo a svolgere questo
ruolo: "Il mondo cooperativistico è uno dei luoghi importanti dove
ricercare e sviluppare un’intelligenza artificiale bene comune".
Anche se non approfondisce il ragionamento su come questo possa
avvenire, è auspicabile eragionevole che ciò accada,
Come lo stesso autore riconosce, il miglioramento della condizione dei
cittadini e dei lavoratori delle precedenti espressioni delle società
industriali si è ottenuto con la "contestazione delle decisioni prese
dalle élite riguardo alla tecnologia e alle condizioni di lavoro".
Il processo che ha portato a "modificarele strutture di potere sociale
nel XIX secolo", a dispetto del tono irenista dell'articolo,è stato però
cruento.
Da professionista informatico guardo al contributo storico della mia
categoria nel "contestare" la concentrazione industriale delle
tecnologie informatiche.
Nel 1975 i soci del "Club di Roma" fondato nel 1968 dall'industriale
Aurelio Peccei constatarono la natura interconnessa di una serie di
problemi globali.
Incaricarono il cibernetico Hasan Özbekhan di una analisi che individuò
alcune decine di problemi universali e suggerì di modellizzarli.
Cosa che fu fatta nei due anni successivi da Jay Forrester (MIT) e
Donatella Meadows che individuarono nello sviluppo esponenziale il
meta-problema, senza risolvere il quale nessun singolo problema globale
può essere risolto: fu il famoso rapporto sui /Limiti dello sviluppo
/del 1972.
A oltre 50 anni di distanza nessuno dei problemi originari è stato
risolto, e lo sviluppo esponenziale è inarrestato.
Nonostante le numerose critiche, i modelli non solo tengono, ma le
previsioni originarie cadono ormai nell'esperienza vitale delle masse di
tutto il mondo, aggravate dalle conseguenze climatiche allora impreviste.
Il meglio della cibernetica in 50 anni non è riuscito ad intaccare un
processo economico guidato dalla più cieca ed autodistruttiva avidità, e
continua a non farlo.
Le migliori menti informatiche delle ultime generazioni sono
entusiasticamente invischiate nella soluzione di ben altri problemi,
quali la generazione di filmati a partire da descrizioni testuali o la
modellizzazione delle menti dei consumatori.
Nessuna di queste applicazioni intaccano i problemi del mondo come
l'abuso di risorse naturali, la disoccupazione o l'oppressione, anzi li
aggravano in modo vistoso.
Rifiutandosi di collaborare a questo processo diversi bravi
professionisti abbandonano il loro posto di lavoro per motivi morali.
Tra questi voglio ricordare anche l'amico Jacopo Pantaleoni, che ha
lasciato il posto di Principal Research Scientist a Nvidia e di cui ho
letto con piacere il libro "The Quickest Revolution", nel quale lancia
il suo grido di allarme.
Spero di essere smentito da qualche collega, ma non vedo da parte degli
informatici né /moratorie/ né /obiezioni di coscienza/ a questa spirale
autodistruttiva: il vorace appetito industriale si espande
esponenzialmente, nonostante siano ben pochi quelli che se ne saziano, e
chi lavora a sviluppare e diffondere queste tecnologie è sempre un
membro rispettato della nostra società. Chi non è d'accordo può sempre
cambiare lavoro.
Con l'/obiezione di coscienza/ si reclama il diritto di continuare fare
il proprio lavoro ma all'interno di confini morali nei quali potersi
riconoscere.
Con la /moratoria/ una categoria protegge la collettività dagli abusi e
dalle conseguenze nefaste del proprio operato astenendosi da alcune
applicazioni (come hanno fatto i biologi, ad esempio) e così facendo
difende la propria reputazione.
Perciò rilancio la domanda e chiedo, senza retorica: a chi spetterà il
compito di moderare le conseguenze dell'asservimento della cibernetica e
dell'informatica alla distruttività industriale? Che tipo di realtà
intermedia possiamo immaginare che adempia a questo compito storico? Che
ruolo possono avere gli informatici?
Alberto
On 26 February 2024 17:32:23 CET, don Luca Peyron
<[email protected]> wrote:
Considerazioni interessanti, buona lettura
dl
https://michelekettmaier.nova100.ilsole24ore.com/2024/02/26/per-unintelligenza-artificiale-bene-comune/
_________________________
don Luca Peyron
Pastorale Universitaria - Apostolato Digitale
Arcidiocesi di Torino
www.universitari.to.it <http://www.universitari.to.it>
via XX settembre 83, Torino
tel. 011 5156239
_______________________________________________
nexa mailing list
[email protected]
https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa