Carissim*,

Nell'ultimo numero di MicroMega trovate il mio saggio sulle Cassandre dell'IA e 
sulla loro profezia preferita: la "fine del lavoro". Una profezia mai avverata, 
il che rende ironicamente inadeguato persino il paragone con Cassandra.

Lo trovate in libreria, o online sul sito della rivista: 
https://www.micromega.net/paradosso-ia-il-lavoro-nascosto-per-creare-un-futuro-senza-lavoro

E se siete allergici ai Paywall, lo trovate copiato-incollato qui di seguito in 
versione txt. 
Buona lettura,
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IL PARADOSSO DELL'IA: IL LAVORO NASCOSTO PER CREARE UN FUTURO SENZA LAVORO
Antonio A. Casilli

RIASSUNTO: Il dibattito relativo all'impatto dell'IA sul mondo del lavoro 
richiede un radicale ribaltamento di prospettiva. Se le previsioni 
allarmistiche sulla perdita massiccia di posti di lavoro dovuta all'automazione 
sono poco fondate, non c’è però da tirare un sospiro di sollievo. La narrazione 
dominante sul futuro del lavoro rischia di distogliere l'attenzione dalle sfide 
concrete: la precarizzazione, lo sfruttamento e le disuguaglianze globali 
persistenti. È dunque essenziale riorientare il discorso, riconoscendo il 
valore del contributo umano nell'era digitale e affrontando i reali fattori 
destabilizzanti del mondo del lavoro.

ABSTRACT: The debate concerning AI's impact on the workforce requires a radical 
shift in perspective. While doomsday forecasts about massive job losses due to 
automation are poorly founded, there is no reason to breathe a sigh of relief. 
The dominant narrative about the future of employment risks diverting attention 
from concrete challenges: casualization, exploitation, and persistent global 
inequalities. It is therefore essential to reorient the discourse, recognizing 
the value of human contribution in the digital era and addressing the real 
issues disrupting the labor market.


-- Quando Cassandra vince il premio Nobel
L'8 novembre 2024, l'Accademia Reale delle Scienze di Svezia ha insignito il 
britannico Geoffrey Hinton del Nobel per la Fisica. Hinton è un esperto di 
intelligenza artificiale. L'assegnazione del prestigioso premio è in effetti 
motivata dal suo apporto allo sviluppo del deep learning.
La carriera di Hinton è contraddistinta da cambiamenti improvvisi. Dopo tre 
decenni di insegnamento universitario è passato al servizio di Google, ma nel 
2023 ha spiazzato la comunità scientifica lasciando i suoi incarichi presso il 
gigante di Mountain View. Da "padrino dell'IA", si è reinventato come la sua 
Cassandra. Non è raro che, al culmine della carriera e forti di premi 
milionari, gli scienziati diventino critici delle proprie creazioni. Questa 
svolta può derivare da un intreccio di fattori. Da un lato, una ritrovata 
indipendenza dai vincoli istituzionali e commerciali imposti da chi aveva 
finanziato i loro progetti in passato. Dall'altro, un illusorio senso di 
onnipotenza che li porta a credere (e far credere) di aver sviluppato 
tecnologie così avanzate da risultare distruttive. Il brivido di sentirsi come 
Oppenheimer che inventa la bomba atomica, quando invece la realtà prosaica è 
aver tutt’al più contribuito a migliorare un filtro antispam di Gmail... Fatto 
sta che da qualche tempo Hinton si dedica a lanciare l'allarme su pericoli, 
reali o presunti, associati all'innovazione digitale. I problemi che solleva 
spaziano da scenari fantascientifici, come robot killer e superintelligenze 
artificiali, a problematiche più tangibili e attuali, tra cui spicca la 
preoccupazione per la perdita di posti di lavoro causata dall'automazione. 
Anche senza fornire cifre precise, Hinton è convinto che l'impatto dell'IA si 
farà sentire soprattutto su quelli che, in modo sbrigativo, definisce come 
lavori “triviali”, ossia le professioni meno qualificate. È qui che, secondo 
lui, i sistemi automatici permettono di realizzare grandi progressi in termini 
di produttività: queste tecnologie che accelerano e semplificano i processi 
produttivi permettono inevitabilmente di ottenere gli stessi risultati con meno 
lavoro umano.
Le dichiarazioni del recente premio Nobel hanno avuto un forte impatto 
sull'opinione pubblica, i sindacati e la classe politica. Hanno suscitato 
l'interesse del governo britannico, che lo ha interpellato per consulenze 
strategiche, e hanno trovato ampia risonanza nei media internazionali. 
Ciononostante, vale la pena di chiedersi quanto queste affermazioni siano 
davvero supportate dai dati disponibili.

-- Tutti (mezzo) disoccupati da qui al 2030
Si sa che la facilità con cui si profetizzano apocalissi imminenti è pari alla 
disinvoltura con cui le si rimandano quando non si avverano. Per una curiosa 
amnesia selettiva, quando una sciagura annunciata non si concretizza alla data 
prevista, la rimandiamo con la noncuranza di viaggiatori che, perso un treno, 
si rassegnano ad attendere il successivo. La “fine del lavoro” causata 
dall'intelligenza artificiale non fa eccezione.
Qualche mese prima dell'annuncio del Nobel a Geoffrey Hinton, la rivista 
Science ha pubblicato un articolo scritto da alcuni ricercatori di OpenAI(1), 
secondo i quali l'impatto potenziale dei modelli di IA generativa sul lavoro 
sarà impressionante: considerando i probabili sviluppi tecnologici futuri, 
oltre il 46% dei posti di lavoro potrebbe vedere la metà delle proprie mansioni 
sostituite dalle macchine. Quanto tempo passerà prima che i datori di lavoro si 
rendano conto che, se quasi la metà delle mansioni è svolta dalle macchine, 
possono ridurre proporzionalmente la forza lavoro umana? L'articolo non propone 
una data precisa, ma la percentuale di posti di lavoro a rischio di 
sostituzione coincide quasi perfettamente con un'altra previsione contenuta 
nello studio "Il futuro dell'occupazione"(2). Pubblicato oltre dieci anni fa da 
due ricercatori di Oxford, che hanno utilizzato un approccio simile, stima che 
l'automazione eliminerà il 47% degli impieghi, e che questo scenario si 
realizzerà entro il 2030.
Pochi anni ci separano da questa scadenza, e la situazione sembra molto 
diversa. Già prima della crisi del Covid-19, la maggior parte dei paesi ricchi 
stava vivendo un boom occupazionale senza precedenti. Dopo la ripresa, i dati 
Eurostat del 2024 indicano per il contesto europeo un trend occupazionale 
positivo. Da anni, studi dell'Ocse o dell'Ilo mostrano che la partecipazione al 
mercato del lavoro resta stabile e il rischio di sostituzione tecnologica del 
lavoro non sembra, nemmeno nei paesi più industrializzati, neanche lontanamente 
avvicinarsi alle cifre indicate dai profeti di sventura(3). Malgrado pandemie, 
crisi geopolitiche ricorrenti ed emergenze climatiche, l'avvento della 
disoccupazione di massa causata dalle tecnologie viene costantemente 
posticipato.

-- Un miraggio lungo due secoli
 La disoccupazione dovuta all'automazione, prima di essere un fenomeno 
tecnologico, è un intreccio di ansie e aspettative che permeano l'equilibrio 
tra lavoro e capitale. Da secoli, questa retorica plasma la nostra percezione 
delle occupazioni umane. L'idea della fine del lavoro non è una trovata 
moderna, anzi è legata a filo doppio alla nascita dell'economia politica 
all'inizio del XIX secolo. Nel 1821, David Ricardo, figura cardine del pensiero 
economico, considerava l'adozione delle macchine non come un destino 
tecnologico ineluttabile, ma come una scelta dei capitalisti in cerca di 
maggior profitto. Quando i padroni si apprestano a ridurre la massa salariale, 
l'automazione diventa un comodo alibi per mascherare decisioni economiche 
dietro una presunta inevitabilità tecnica. Per il filosofo scozzese Andrew Ure, 
suo contemporaneo, questa scelta era addirittura auspicabile: la fabbrica 
perfetta, sosteneva nella sua Filosofia delle manifatture (1835), era quella 
senza operai. Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx, pur 
opponendosi alla sostituzione dei lavoratori con le macchine, condivideva 
inaspettatamente la visione meccanicistica del lavoro del suo tempo. Secondo 
lui, nella società industriale, il lavoro si era effettivamente ridotto a una 
sequenza di gesti meccanici, rendendo così tecnicamente plausibile la sua 
automazione completa. Queste idee rimangono i fondamenti teorici degli studi 
attuali. Il concetto di meccanizzazione del lavoro si basa sulla scomposizione 
delle attività in unità misurabili. Il lavoro non è più considerato un insieme 
di competenze e relazioni sociali, ma sempre più economisti e ricercatori lo 
interpretano come una serie di task da eseguire nel minor tempo possibile e in 
maniera sempre standardizzata. Se queste sono le premesse teoriche della nostra 
maniera di vedere il lavoro, non deve sorprenderci che il leitmotiv della 
sostituzione dell'essere umano con la macchina ricorra ciclicamente nella 
nostra storia, sempre profetizzato seppure mai pienamente realizzato.

-- E se fossero i lavoratori a sostituire le macchine?
Ancora oggi, la promessa principale delle tecnologie intelligenti risiede 
nell'incremento della produttività. Una maniera di vedere questo aumento, 
coerente con la visione dell'economia classica, è che le nuove tecnologie 
riducono il tempo necessario per produrre beni o servizi. In un'economia basata 
sull'impiego remunerato, significa che il datore di lavoro può risparmiare ore 
di manodopera retribuita. Ciò comporta, inevitabilmente, una contrazione della 
forza lavoro.
Ma se, contrariamente alle aspettative, questa premessa fosse errata ? Se 
l'avvento dell'IA non avesse inciso sulle ore di lavoro o sulla produttività? 
Secondo i dati del Total Economy Database, la crescita della produttività del 
lavoro ha seguito una traiettoria discendente negli ultimi decenni e, nei paesi 
più ricchi dell'Ocse, si è da tempo assestata su tassi prossimi allo zero(4). 
Al di fuori dei paesi industrializzati, lo scenario si fa ancora più cupo. Il 
triennio appena trascorso ha visto l'aumento della produttività nelle economie 
emergenti e a basso reddito precipitare a livelli mai toccati da più di mezzo 
secolo, segnando una battuta d'arresto nel loro percorso di sviluppo(5). La 
stagnazione della produttività è un fenomeno complesso, influenzato tanto da 
shock esterni che da tendenze strutturali. Questo lungo inverno della 
produttività del lavoro coincide con i decenni che hanno visto l'introduzione 
di innovazioni – dai robot industriali al cloud computing, passando per la 
telefonia mobile – inizialmente presentate come potenziali "killer" 
dell'occupazione. La questione centrale è allora perché le tecnologie avanzate 
non riescono a compensare l'effetto di questi fattori. Nonostante le 
aspettative, l'impatto rivoluzionario di queste tecnologie sul mondo del lavoro 
sembra essere più teorico che pratico. Già qualche anno fa l'economista 
americano Dean Baker ironizzava su questo dato di fatto. In un mondo in cui 
servono più lavoratori per mantenere la stessa produttività, «è come se fossero 
gli operai a sostituire i robot»(6).

-- Oltre la cerchia ristretta
La battuta di Baker, per quanto pungente, non spiega perché l'automazione non 
abbia destabilizzato il mercato del lavoro come previsto. Un'ipotesi diffusa 
tra le associazioni professionali del settore tech sostiene che l'innovazione 
digitale generi più occupazione di quanta ne elimini. Se confermata, 
assisteremmo a un boom di professioni altamente qualificate. Questa prospettiva 
riflette l'idea corrente che l'automazione "intelligente" sia dominio esclusivo 
di ingegneri e data scientist. Si focalizza sul ruolo chiave di algoritmi e 
apprendimento profondo, trascurando potenzialmente altri contributi al 
progresso dell'IA. Come dimostra il Nobel assegnato a Hinton, nell'immaginario 
collettivo gli artefici dell'IA sono figure d'élite, laureate in discipline 
tecniche e matematiche, e lautamente retribuite. Ma questa cerchia ristretta di 
specialisti rappresenta una porzione minima della forza lavoro globale. Stime 
della Evans Data Corporation indicano circa 26,4 milioni di professionisti 
altamente specializzati in questo settore a livello mondiale(7), corrispondenti 
a un modesto 0,7% della forza lavoro globale.
Il dato smentisce l'idea che l'automazione, pur eliminando lavori “triviali”, 
crei in compenso impieghi altamente specializzati. Questa piccola percentuale 
contraddice la tesi del bilanciamento tra posti persi e creati. Quand'anche il 
numero globale di programmatori e informatici fosse in crescita, difficilmente 
potrebbe compensare le presunte perdite occupazionali, persino se queste 
fossero 10 o 20 volte inferiori al 47% previsto.

-- Il minimo comune denominatore dell'IA
Per esaminare il rapporto tra automazione e mercato del lavoro, alcuni studiosi 
a cavallo tra informatica e scienze sociali propongono un cambio di punto di 
vista. Anziché concentrarsi sugli effetti dell'IA sull'occupazione, bisogna 
esaminare come il lavoro umano influenzi lo sviluppo dell'IA stessa. Questo 
approccio mira a far luce sulla natura e l'importanza del contributo umano 
nella creazione dei sistemi di intelligenza artificiale. E lo fa guardando al 
di là dei soli programmatori, esaminando il ruolo cruciale dell'intera filiera 
umana dietro questi sistemi. L'intelligenza artificiale odierna differisce 
nettamente dalle sue origini anni Cinquanta del secolo scorso. Nata come sforzo 
interdisciplinare per replicare la mente umana, l'IA ha preso nuove direzioni 
quando questo approccio iniziale si è rivelato un vicolo cieco. La complessità 
del cervello umano è rimasta inafferrabile. Di conseguenza, negli ultimi 
vent'anni, gli esperti hanno virato verso un obiettivo secondario che ha finito 
per dominare l'intero campo: anziché simulare il cervello, insegnare alle 
macchine a comportarsi come se pensassero. Attualmente, l'IA è diventata 
praticamente sinonimo di "apprendimento automatico profondo", il famoso deep 
learning per cui Hinton ha ricevuto il Nobel. L'approccio attuale si fonda 
sulla raccolta di enormi quantità di dati e sull'istruire le macchine a 
identificare pattern in queste informazioni. Questo metodo non richiede una 
conoscenza preimpostata nei sistemi, ma un addestramento mirato per riconoscere 
e decifrare dati specifici. Immaginiamo un database pieno di foto di creature 
pelose e baffute scattate in giardini e camere da letto. Le didascalie 
multilingue riportano termini come "िबल्ली", "猫", "кошка", "katz". Il sistema è 
capace di comprendere che si tratta di immagini di gatti domestici, senza 
capirle, senza conoscere le lingue usate, o la nomenclatura zoologica.
La vera potenza di questi sistemi non sta tanto negli algoritmi, quanto nella 
ricchezza e qualità dei dati su cui vengono istruiti. Questo solleva una 
questione fondamentale: chi seleziona e cura le informazioni che plasmano 
l'intelligenza artificiale? Ironicamente, i veri "insegnanti" dell'IA non sono 
gli esperti del settore. I filosofi Luciano Floridi e Massimo Chiriatti toccano 
un punto nevralgico dell'IA: la sua difficoltà di simulare il senso comune. Se 
domandassimo a un chatbot "quanti piedi posso mettere in una scarpa?", l'IA 
deve dedurlo analizzando statisticamente innumerevoli esempi, mentre invece un 
essere umano lo sa intuitivamente(8).
Questa è la principale incongruenza dell’automazione odierna: sviluppare 
processi computazionali altamente sofisticati richiede formatori che non sono 
esperti con competenze specifiche, ma generalmente persone comuni selezionate 
per la loro capacità di rappresentare il pensiero e il comportamento ordinario. 
Sono pagati per rappresentare il minimo comune denominatore del pensiero umano, 
e non sorprende il fatto che ricevono compensi irrisori.

-- L'enigma di ChatGPT
L'addestramento dell'IA nasconde risvolti inaspettati. Il più famoso prodotto 
"intelligente" degli ultimi anni, ChatGPT, è emblematico. Due mesi dopo il suo 
lancio il 30 novembre 2022, il settimanale Time portava alla luce una realtà 
inaspettata: centinaia di lavoratori kenyani, assunti da un fornitore di 
OpenAI, sono il cuore del chatbot e hanno contribuito al suo addestramento(9). 
I nuovi manovali dell'era digitale operano nell'ombra. Pagati tra 1,34 e 2 
dollari all'ora, insufficienti per vivere in una città come Nairobi, si trovano 
in un limbo contrattuale tra tirocinio e lavoro sommerso. Scollegati dai 
colossi dell'IA, svolgono un ruolo cruciale senza avere ancora una 
denominazione professionale. A volte vengono chiamati "annotatori" o 
"moderatori", o "lavoratori dei dati" o perfino "microlavoratori".
Il loro ruolo va oltre l'addestramento iniziale, quando ChatGPT assorbe vasti 
corpus testuali, dai classici letterari ai forum online. I lavoratori affinano 
costantemente ChatGPT in azione. Correggono sviste fattuali, come attribuire 
erroneamente La Divina Commedia a Calvino anziché a Dante. Smussano bias 
culturali, ad esempio quando il sistema assume stereotipicamente che un manager 
sia maschio. Assicurano inoltre la conformità alle normative, rimuovendo 
riferimenti inappropriati a dati personali o adattando le risposte alle leggi 
sulla privacy di ciascun paese. Questo monitoraggio continuo mantiene l'IA 
aggiornata, accurata e conforme. Ma significa anche che il lavoro dietro le 
quinte non finisce mai. Il progresso dell'IA, anziché ridurre la necessità di 
manodopera, alimenta una costante richiesta di input umano. Ciò genera una 
vasta riserva di lavoratori precari al servizio delle grandi aziende 
tecnologiche.

-- Note di campo
 A questo punto del testo, è giunto il momento di abbandonare l'impersonalità e 
parlare in prima persona. Da tempo, insieme ai miei colleghi e studenti, mi 
dedico allo studio di questi lavoratori. Un breve estratto dalle mie note di 
campo, ovvero degli appunti presi durante una delle mie indagini sociologiche, 
può illuminare alcuni aspetti della questione(10).

""Siamo al Cairo, nel novembre 2020. Mentre l'Europa è in lockdown, qui la vita 
continua nonostante i contagi. Per viaggiare, ho dovuto chiedere una sfilza di 
permessi e devo testarmi ogni tre giorni. Questa mattina incontro sul terrazzo 
di un'ambasciata un imprenditore locale. Giacca sobria, cravatta, ha una 
trentina d'anni. Dirige una azienda di inserimento dati "che assume solo 
ragazze single tra i 20 e i 25 anni". Motivi specifici per questa scelta? "La 
cultura locale è così", spiega, lasciando però intendere che ci siano altre 
ragioni più concrete: accettano una remunerazione più bassa se non hanno una 
famiglia da mantenere. Un cliente chiave è il colosso cinese Tencent. Le 
dipendenti digitano dati in cinese? "No, per loro, addestrano sistemi di 
riconoscimento facciale. Esaminano ore di filmati da telecamere, girati in 
luoghi pubblici e centri commerciali, associano le facce delle persone riprese 
con i profili dell'equivalente di Facebook in Cina".""

Da anni analizzo le condizioni di lavoro di migliaia di operai invisibili 
dell'IA in più di venti paesi. Alcuni insegnano agli autovelox a leggere 
automaticamente le targhe dei veicoli, altri analizzano brevi estratti audio 
per verificare la corretta interpretazione degli assistenti vocali e altri 
ancora decidono se un contenuto sui social debba essere raccomandato o 
filtrato. Tutte funzioni semplici, come leggere una cifra in un'immagine 
scattata da una telecamera, ascoltare una frase captata da uno smartphone o 
giudicare se un'immagine su internet è adatta a un certo pubblico, che sono 
fondamentali per far funzionare app, assistenti vocali, postazioni elettroniche 
eccetera.
Essere pagati per realizzare microtasks per produrre servizi di IA è sempre più 
frequente, soprattutto in paesi con tutele lavorative deboli. Le retribuzioni 
oscillano tra salari orari minimi e cottimo, spesso insufficienti come unica 
fonte di reddito. Anche se alcune persone riescono a guadagnare fino a 15 euro 
all'ora nei paesi più ricchi, nel Sud globale si incontrano frequentemente casi 
di persone pagate qualche centesimo per task. E questa fonte di reddito può 
scomparire da un giorno all'altro, senza garanzia. Le piattaforme a cui questa 
vasta rete mondiale di lavoratori, intermediari e fornitori è connessa spaziano 
da giganti americani come Amazon e Google, a oligopoli locali come 
l'australiana Appen e la canadese Telus.
Questi lavoratori dei dati passano le loro giornate in ambienti che vanno dalle 
aziende tradizionali, con open space dove centinaia perfezionano sistemi gps o 
analizzano profili per siti di incontri, a vaste reti di individui che operano 
da casa tramite app. Alcuni li ho incontrati in cybercafé, ancora diffusi in 
certe parti dell'Africa o del Sud Est asiatico. Altri hanno creato piccole 
imprese familiari, e con fratelli, figli e genitori anziani lavorano a turno su 
vecchi pc arrangiati in camera da letto o in cucina. Questo aspetto 
intergenerazionale sfida gli stereotipi. Nel lavoro di piattaforma, a 
differenza dell’idea comune di lavori occasionali per studenti, si trovano 
persone di tutte le età. Predominano però adulti tra i 20 e i 44 anni, spesso 
altamente qualificati. Hanno lauree e talvolta master universitari, anche se 
raramente in materie tecniche. È qui che incontriamo agronomi, linguisti, 
contabili, bibliotecari... Si tratta di quelli che gli economisti 
classificherebbero fra gli individui con elevato capitale umano, potenzialmente 
tra i migliori nei loro paesi. Esclusi però dal mercato del lavoro formale sono 
costretti a ricorrere a forme di impiego precario. Per loro, il vero rischio 
non è che l'IA li sostituisca in futuro, ma che li precarizzi oggi.
 
-- Ma non stavamo cercando di risparmiare sui dipendenti?
La situazione risulta estremamente complessa, e contraddice l'idea semplice che 
l'IA elimini posti di lavoro. Invece, le piattaforme commerciali stanno 
ristrutturando profondamente il mercato del lavoro, minando ancora di più 
l'occupazione strutturata e legalmente tutelata. Il lavoro di addestramento e 
verifica dei sistemi automatici intensifica le problematiche che erano già 
state sollevate negli ultimi anni della gig economy. Mancanza di 
riconoscimento, riposo non garantito, assicurazione malattia e protezioni 
contro i rischi professionali spesso inesistenti. La situazione peggiora 
ulteriormente a causa dell'invisibilità di questi lavoratori.
Contrariamente all'idea di un fenomeno di nicchia, le stime della Banca 
Mondiale del 2023 indicano che circa 435 milioni di persone, pari al 12% della 
forza lavoro globale, partecipano a piattaforme di quello che chiamano "online 
gig work", lavoretti a distanza. Le stime sul fenomeno, seppur potenzialmente 
esagerate, indicano una crescita notevole. Solo due anni fa, la Commissione 
Europea indicava questa popolazione, in quella che all’epoca era la stima più 
alta in circolazione, in 163 milioni di persone – una cifra ora considerata 
modesta(11).
Il mito della produttività automatizzata si infrange contro l'esistenza di 
questa forza lavoro nascosta nel settore dei dati, rivelando un paradosso 
nell'era digitale. L'idea dell'IA come strumento per ridurre il lavoro umano si 
scontra con una realtà ben diversa: dietro le quinte, una moltitudine di 
lavoratori sottopagati alimenta e sostiene queste presunte "macchine 
intelligenti".

-- Invisibilità geografica
La prima è di natura commerciale: le aziende tecnologiche non hanno interesse a 
essere trasparenti. Metterebbe a rischio i loro segreti industriali e in dubbio 
le prestazioni eccezionali delle loro IA con trilioni di parametri. I dati su 
cui questi grandi modelli sono addestrati si trovano nei data center di 
proprietà di Meta, Google e Amazon, in California o in Virginia. Certo, quei 
dati non arrivano lì per caso, ma gli Stati Uniti rappresentano solo il 
capolinea di un lungo percorso che inizia in paesi come le Filippine, il Nepal, 
il Kenya o il Venezuela passando per altri paesi emergenti come l'India o la 
Cina, e per molte regioni d'Europa. La polarizzazione tra Nord e Sud è 
evidente, con la maggior parte dei produttori di dati situati nei paesi a medio 
e basso reddito.
Questa polarizzazione introduce la seconda spiegazione: il divario percettivo 
tra il Nord e il Sud del mondo. Gli abitanti del Nord globale sono 
geograficamente disconnessi da questa forza lavoro, situata principalmente 
nelle nazioni a basso reddito, come sono disconnessi dai produttori di tutti i 
beni di consumo in paesi lontani. Non ci chiediamo chi produce il nostro 
cioccolato o le batterie del nostro smartphone, ma non è per miracolo che 
arrivano dai giacimenti di litio del nord del Cile o dalle piantagioni di cacao 
in Costa d'Avorio. Allo stesso modo, non ci domandiamo chi addestra l'algoritmo 
di raccomandazione di Amazon o i filtri personalizzati su Instagram. In quanto 
consumatori siamo complici di questo sistema. La nostra è una vera e propria 
"sospensione dell'incredulità", che ci porta a non domandarci cosa si nasconde 
dietro la facciata tecnologica dell’intelligenza artificiale. Come può 
l'opinione pubblica ignorare centinaia di milioni di persone che contribuiscono 
allo sviluppo di questi sistemi? Ci sono due spiegazioni interconnesse.
 
-- Chi li ha visti
Paradossalmente, mentre questo lavoro è invisibile nei paesi ad alto reddito, 
balza all'occhio nelle strade di molte nazioni a medio e basso reddito: click 
farm in India, Thailandia e Filippine, cybercafé in Africa e uffici informali 
di lavoratori dei dati che caratterizzano il paesaggio urbano di queste regioni.

""Ottobre 2024. Con la sua vecchia Renault 5, P. accompagna me e R. a visitare 
un'azienda in un quartiere di Antananarivo, Madagascar. Siamo al primo piano di 
un edificio situato in una zona centrale, e l'insegna dell'azienda domina 
l'ingresso del palazzo. L'ufficio si compone di due stanze e una reception. Le 
porte non hanno maniglie mentre alcune sedie hanno parti rotte o mancanti. 
Nelle due stanze ci sono una trentina di lavoratori malgasci, ventenni e 
trentenni, uomini e donne. È quasi l'ora di pranzo, quando tutti scendono sul 
marciapiede di fronte a mangiare quello che hanno portato da casa. Ogni tanto, 
vanno dal negozietto vicino a comprare una World Cola. Tutti li conoscono, 
tutti sanno per chi lavorano. I proprietari sono un malgascio e un francese. Il 
francese è esperto di informatica e ha sviluppato un'IA per il governo. Ora 
cogestice questo business che utilizza una versione di ChatGPT per fornire 
servizi amministrativi a governi e privati. Assicurano che i dipendenti siano 
ben trattati. «I salari vanno fino a 600.000 ariary [120 euro] al mese. È il 
triplo del salario minimo nazionale». Se questo è sufficiente per vivere ad 
Antananarivo resta incerto. La visita si conclude e, mentre aspettiamo che P. 
venga a riprenderci per tornare alla base, noto un cartellone colorato alto 
quasi due metri sopra la reception. È una specie di termometro gigante che 
misura i risultati dei lavoratori e indica le remunerazioni, quelle vere. 
Chiedo a R. di tradurre cosa c'è scritto: «Se fai 10 punti, pagano la bolletta 
della Jirama [l'azienda produttrice di elettricità]. Con 5 punti, ti danno 25 
kg di riso, per 2 punti, 2 kg di kabaro [una marca di fagioli in scatola] e per 
1 punto, 1 kg di zucchero». Mi dico che avrei dovuto chiedere in quale forma 
vengano corrisposti quei 600.000 ariary.""

-- Le vere minacce sul mondo del lavoro
Con buona pace di Hinton e di altre figure di spicco che hanno basato la loro 
fama su una sistematica opera di cancellazione del contributo degli operai dei 
dati, l'entusiasmo per il machine learning si ridimensionerebbe notevolmente se 
le aziende fossero obbligate a svelare il lavoro essenziale di questi individui 
precari e sottopagati. Introdurre un obbligo di trasparenza del loro numero e 
dei loro compensi, come si fa per gli ingredienti alimentari o i salari in 
imprese che ricevono fondi pubblici, rivelerebbe questa realtà nascosta.
La riluttanza delle aziende tech a sottoporsi a scrutinio e una certa 
connivenza dei regolatori ostacolano una comprensione approfondita del 
fenomeno. Il tanto sbandierato AI Act, regolamento europeo sull'intelligenza 
artificiale del 2024, stabilisce obblighi per gli sviluppatori e gli operatori 
di soluzioni di machine learning, ma ignora completamente la realtà dei 
lavoratori dei dati. Tuttavia, altre direttive europee dello stesso anno vanno 
nella giusta direzione. Ad esempio, la nuova Direttiva sul lavoro delle 
piattaforme(12) garantisce diritti minimi a una vasta gamma di lavoratori, dai 
rider a coloro che lavorano su piattaforme di microtasks. Un'altra importante 
legislazione è quella sulla Due Diligence(13), che obbliga le grandi imprese a 
identificare e gestire gli impatti negativi sui diritti umani nelle loro catene 
di fornitura, incluse quelle relative ai dati.
Il dibattito sull'impatto dell'IA sul mondo del lavoro richiede un radicale 
ribaltamento di prospettiva. Sebbene le previsioni allarmistiche sulla perdita 
massiccia di posti di lavoro dovuta all'automazione si rivelino poco fondate, 
questo non offre alcun motivo di sollievo. Al contrario, emergono problematiche 
più insidiose che minacciano la stabilità del lavoro. Le vere minacce per i 
lavoratori derivano da un capitalismo senza freni e da politiche che lo 
favoriscono erodendo le tutele lavorative e ridisegnano il panorama 
occupazionale a scapito dei lavoratori. La narrazione dominante sul futuro del 
lavoro rischia di distogliere l'attenzione dalle sfide concrete: la 
precarizzazione, lo sfruttamento e le disuguaglianze globali persistenti. È 
dunque essenziale riorientare il discorso, riconoscendo il valore del 
contributo umano nell'era digitale e affrontando i reali fattori 
destabilizzanti del mondo del lavoro.


NOTE
  1 Tyna Eloundou et al., “GPTs are GPTs: Labor market impact potential of 
LLMs”, Science, n. 384, giugno 2024.
  2 Carl Benedikt Frey, Michael Osborne, “The future of employment”, Oxford 
Martin Programme on Technology and
Employment, Working Paper, 2013.
  3 Melanie Arntz et al., “The risk of automation for jobs in Oecd countries: A 
comparative analysis", Oecd Social, Employment and Migration Working Papers, n. 
189, 2016; International Labour Office, "World Employment and Social Outlook: 
Trends 2024", 2024.
  4 Georg Erber, Ulrich Fritsche, Patrick Christian Harms, "The Global 
Productivity Slowdown: Diagnosis, Causes and Remedies", Intereconomics. Review 
of European Economic Policy, vol. 52, n. 1, 2017.
  5 Alistair Dieppe (a cura di), "Global Productivity: Trends, Drivers, and 
Policies", World Bank, 2021.
  6 Dean Baker, "Badly Confused Economics: The Debate on Automation," 
Hankyoreh, 5 febbraio 2017, http:// 
english.hani.co.kr/arti/english_edition/e_editorial/781397.html.
  7 "Worldwide Developer Population and Demographic Study 24.1", 35a ediz., 
Evans Data Corporation, 2024.
  8 Luciano Floridi, Massimo Chiriatti, "GPT-3: Its Nature, Scope, Limits, and 
Consequences", Minds & Machines, n. 30, 2020.
  9 Billy Perrigo, "Inside Facebook’s African Sweatshop," TIME, 14 febbraio 
2022, https://time.com/6147458/facebook- 
africa-content-moderation-employee-treatment/.
  10 Questa e la successiva citazione in corsivo provengono dai progetti di 
ricerca HUSH (The Human Supply Chain Behind Smart Technologies) e TRIA (El 
Trabajo de la Inteligencia Artificial), realizzati nell'ambito del programma di 
ricerca DiPLab (Digital Platform Labor) dell'Institut Polytechnique de Paris: 
https://diplab.eu.
  11 Namita Datta et al., "Working without borders. The promise and peril of 
online gig work", World Bank, 2023; Otto Kässi et al., "How many online workers 
are there in the world? A data-driven assessment", Open Research Europe, n. 1, 
53, 2021.
  12 "Norme dell’UE relative al lavoro mediante piattaforme digitali". 
Consiglio dell’Unione Europea, 2024. https:// 
www.consilium.europa.eu/en/policies/platform-work-eu/.
 13 Parlamento europeo e Consiglio dell'Unione europea "Direttiva (UE) 
2024/1760 del 13 giugno 2024 relativa al dovere di diligenza delle imprese ai 
fini della sostenibilità e che modifica la direttiva (UE) 2019/1937 e il 
regolamento (UE) 2023/2859". Gazzetta ufficiale dell'Unione europea, L 
2024/1760, 5 luglio 2024.



-- 
Antonio A. Casilli 
Professor, Telecom Paris | Institut Polytechnique de Paris 
By-Fellow, Churchill College | University of Cambridge 
My upcoming book: "Waiting for Robots. The Hired Hands of Automation" 
(University of Chicago Press, 2025) [ 
https://press.uchicago.edu/ucp/books/book/chicago/W/bo239039613.html | 
https://press.uchicago.edu/ucp/books/book/chicago/W/bo239039613.html ] 

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