Grazie a Valeria per la segnalazione e grazie a Juan Carlos per l'ottimo
articolo [0], di cui condivido auspici, premesse e (credo) molti valori.

"Computerizzazione del mondo" [1] è certamente un'ottima alternativa a
"rivoluzione digitale", decisamente più descrittiva dei cambiamenti
cibernetici (socio-tecnici? tecno-politici?) che stiamo attraversando.

Credo però che tale locuzione abbia anche dei limiti che potrebbe
essere utile analizzare, sia per comprendere meglio i cambiamenti che
prova a descrivere sia, forse, per ideare un'alternativa migliore.



Anzitutto, "computerization of the world" presuppone una comprensione
ingegneristica del concetto di computer. Comprensione ahimé molto rara,
se è vero che molte persone affermano tranquillamente di non avere
alcun computer con uno smartphone in mano.

D'altro canto, il termine "computer" è caratterizzato dalle unità di
calcolo e persino l'unità di controllo rimane sottintesa nel termine,
per non parlare di sensori (touchpad, mouse, tastiera, gps, video
camera, microfono, giroscopio...) e attuatori (schermo, led vari...) o
dei componenti che svolgono entrambe le funzioni (RAM, disco fisso,
ethernet, usb, wifi...).

Tutto questo è sottinteso e sempre ben chiaro nella mente di un
informatico, ma per la maggioranza delle persone è facile dimenticarne
la presenza: quanti si portano in giro tutto il giorno il cellulare con
la rete dati o il wifi costantemente abilitati?



La locuzione poi è (fortunatamente) sovra estesa: non è il mondo intero
a venire computerizzato [1] bensì gli esseri umani (e loro simbionti).

Attraverso quotidianamente le Langhe in cui combattevano molti
partigiani ed in cui sono ambientate molte opere di Fenoglio.

Di fronte alle telecamere o ai segnali "comune videosorvegliato" provo
sgomento e profondo sconforto: l'avvio della prossima lotta
resistenza dovrà fronteggiare una repressione feroce.

Ma poi guardo le colline, i (pochi) boschi... e mi rendo conto che ci
sono innumerevoli modi di aggirare la sorveglianza (seppur lenti e
faticosi, con un notevole svantaggio tattico).
A patto di non portarsi dietro un cellulare.

Anche gli animali selvatici e le piante fanno parte del mondo e per il
momento non li stiamo computerizzando.


Non lo facciamo perché (al momento) non ci interessano, contrariamente
agli animali domestici o alle coltivazioni agricole.
Non ci interessano perché non sono (individualmente) oggetto di potere.

In altri termini viene computerizzato solo ciò che chi opera la
computerizzazione [1, che sofferenza! :-D] intende controllare.


Dovremmo dunque forse restringere la locuzione all'umanità o quanto
meno alla società umana (cui prendono parte anche animali e
coltivazioni).

Infatti non credo che ci preoccuperemmo più di tanto per la
computerizzazione di un campo di mais o di un vigneto: il
fenomeno emergente, rispetto alla precedente industrializzazione,
è proprio l'applicazione sistematica dei computer all'uomo,
che si intende controllare individualmente e su larga scala.

Smartcity, smartphone, smartwatch, SmartTV... tutti oggetti controllati
da terze parti che si presentano come "intelligenti", a cui le persone
sono portate evolutivamente ad adattarsi, delegando progressivamente
la propria attività mentale (che come sappiamo richiede un quantitativo
spropositato di energie, il 20-25% di quelle consumate ogni giorno [2])



Un terzo limite di "computerization of the world" è la sua apparente
natura prettamente (o almeno primariamente) fisica: la maggioranza degli
ingegneri, ancora oggi, sentendo il termine "computer" pensa ad un
oggetto fisico, che sia un dispositivo IoT, una playstation, uno
smartphone o un server.

La stragrande maggioranza dei computer esistenti però sono macchine
emulate da altre macchine via software.

Non penso solo alle macchine virtuali (jvm, clr, nodejs, python...),
ai fumosi VPS "nel cloud" o a QEMU e VirtualBox, ma a qualsiasi
software in grado di eseguire codice espresso in un qualche formato, dal
browser web al compositore di documenti (eg. Libre Writer) o di
trasparenze (eg. Libre Impress), fino ai complessi inference engine che
eseguono matrici numeriche di dimensioni predefinite (impropriamente
chiamati "modelli" o "reti neurali artificiali").

Ad esempio, all'acquisto un cellulare android configurato in modo
predefinito, esegue circa 300 di questi computer virtuali, molti dei
quali si connettono periodicamente ad altri computer remoti.


Cosa ne pensi Juan Carlos?
Sono considerazioni che è utile prendere in considerazione alla ricerca
di una locuzione che possa descrivere sinteticamente i cambiamenti
tipici della nostra epoca?



Proporre un'alternativa ulteriore per descrivere questo processo, senza
perdere i vantaggi di "computerization of the world" ma evitandone
i limiti, non è facile.

"Robotization of people"?
"Mechanized mass slavery"?

"Alienazione cibernetica" sarebbe forse più preciso ed applicabile
sia agli individui che alle organizzazioni (nonché alla società nel suo
complesso), ma presuppone cultura informatica E storica maggiore di
quella necessaria a comprendere il concetto di computer.


Altre proposte?


Giacomo

[0]
https://nexa.polito.it/the-computerization-of-the-world-and-international-cooperation

[1] x Juan Carlos: l'inglesismo è dolorosamente cacofonico, ma non
    saprei come tradurlo in modo fedele. Hai qualche proposta?

[2] https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8291083/

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