Salve a tutti.

Scusate se mi ripeto...

 

Ci sono molti modi di apprendere (che io considero fondamentale per 
l'intelligenza), e il modo che hanno le macchine attuali è lontanissimo da 
quello degli umani.

E' vicino forse a quello dei bambini, che -- immagino, perché non sono un 
esperto -- fanno collegamenti "statistici" per capire la realtà che li circonda 
e imparare addirittura a parlare (dicono "mamma" -- sempre immagino -- perché 
l'hanno sentito mille volte da quella figura umana importante per loro, che in 
precedenza hanno compreso distinta da sé, e ora desiderano invocare o salutare, 
non so).

Ed è vicino a quello degli scolari secchioni, diligenti ma un pochino pirla, 
che sanno mettere a posto le cose ammodino, ma di "brillare" di originalità 
proprio non si parla (ritengo / mi auguro che siano una minoranza sparuta, 
perché dicono che il 100% dei bambini è creativo prima della scuola, e dalla 
scuola esce ancora creativo solo il 6% di loro; quindi, i bravi "piatti", 
insulsi, senza svolazzi, sono quelli, spero pochi, che si fanno fottere la 
creatività in mezzo al mucchio del 94%, ma invece di andare in direzioni loro 
proprie, non creative ma almeno "personali", si adattano a "ripetere" quello 
che viene loro detto).

Queste sono le macchine come le vedo io.

E NON C'ENTRA UNA CIPPA l'(an)alfabetismo digitale.

 

C'è una bella frase di Heinlein, che preferisco lasciare in inglese, la quale 
racconta una storia diversa per l'essere umano

"A human being should be able to change a diaper, plan an invasion, butcher a 
hog, conn a ship, design a building, write a sonnet, balance accounts, build a 
wall, set a bone, comfort the dying, take orders, give orders, cooperate, act 
alone, solve equations, analyze a new problem, pitch manure, program a 
computer, cook a tasty meal, fight efficiently, die gallantly. Specialization 
is for insects."

E le reti neurali ("shallow" o "deep" che siano) si specializzano 
cristallizzandosi in un algoritmo "perfetto" per riconoscere gattini o semafori 
(la butto in caciara, per essere capito), mentre gli LLM fanno gli scolari di 
cui sopra: confezionano temi ben fatti.

L'apprendimento vero è tutta un'altra cosa: E' APERTO.

E, di nuovo, NON C'ENTRA UNA CIPPA l'(an)alfabetismo digitale.

 

L'unica cosa che ci dovrebbero insegnare a scuola è che non la guerra, ma la 
predazione / sfruttamento / manipolazione è la costante universale della storia 
(di cui la guerra è solo il più triste, sanguinoso, stupidamente tragico, 
esempio).

E dovrebbero farcelo capire subito, invece che doverlo scoprire sulla nostra 
pelle, che lo strumento di predazione sia un certo tipo di lavoro, un certo 
tipo di relazione, un categoria di prodotti / servizi, la pubblicità,  
qualunque altro sistema di "panem et circenses" che ci aliena.

Tocqueville, già nel 1940, preconizzava che solo avere un minimo di benessere 
ci avrebbe, da solo, fottuto gran parte della libertà (libro 4, capitolo 6 -- 
"What Sort of Despotism Democratic Nations have to Fear" -- prima metà di 
questo link: 
http://www.marxists.org/reference/archive/de-tocqueville/democracy-america/ch43.htm
 ; capitolo che io ho connotato come "terrificante")

Cosa c'entra in questo l'(an)alfabetismo digitale? NIENTE DEL TUTTO!

 

Secondo Tocqueville (e me) siamo schiavi del poco che abbiamo, e della paura 
(giustificata!) che ce lo possano portare via; dopodiché cerchiamo vie per 
evitarlo che non hanno alcun senso, perché "le andiamo a comprare" da chi "ce 
le vende", in primis i politici che trovano terreno fertilissimo in quelle 
persone che non hanno un "progetto proprio", aspettano di riceverlo da altri.

E, se uno si sogna di far svegliare la gente, la trova speranzosa di "comprare" 
un progetto altrui, e assolutamente non disposta ad alzare il deretano dalla 
sedia per perseguirne uno proprio, specie se gli si chiede di aggregarsi in 
un'iniziativa collettiva: CI VUOLE LA FAME per pendere un piroscafo (o prima 
una nave a vela) e attraversare l'Atlantico in cerca di fortuna (o di una nuova 
terra dove andare a vivere); e la fame vera, giusta, importante per i nostri 
giorni, quella che ci potrebbe muovere in una direzione non eterodiretta (e 
quindi non imbecille, confacente ai nostri veri interessi) dovrebbe essere 
quella di apprendere, esplorare, unirsi dove / quando serve cooperare, ecc.

Anche apprendere qualcosa, capirci di più, in ambito digitale può avere uno 
senso, MA NON E' -- SOLO QUESTO -- IL PUNTO.

 

E poi, scusate, l'informatica è quella cosa che si diverte a costruire strati 
su strati, per non ripensare le cose (che è fatica).

Così io ho a casa una rete dove ogni dispositivo ha un indirizzo fisico (MAC), 
un indirizzo di rete (IP) che gli si deve associare (tramite DHCP: funzione e 
protocollo), per poi installare in una macchina un nome logico ulteriormente 
associato (stampante di rete XYZ), tramite un'utility di installazione che 
quasi regolarmente fallisce (...quando un ebete con le scarpe grosse e cervello 
fino direbbe: "ma non vi posso accedere direttamente col MAC, e risparmiarmi 
incubi?").

Capisco che gli strati servono, che le cose fatte più in grande hanno bisogno 
di regole, e di possibilità di intervento mirato e semplice senza andare a 
vedere le viti e i bulloni, MA -- ed è UN GROSSO "ma" -- non ha del tutto senso 
costruire "cattedrali generalizzate", quando servono cose che funzionano senza 
aver bisogno di esperti (penso ai vecchietti che ricevono informazioni mediche 
o anagrafiche per mail, ...quando magari non sanno nemmeno cosa sia).

COSA C'ENTRA IN QUESTO l'(an)alfabetismo digitale??

C'ENTRA AL CONTRARIO: siamo arrivati ad un punto in cui, FORSE, non dovremmo 
insegnare ai vecchietti a utilizzare la mail, ma dovremmo farci un esame di 
coscienza per quanto casino l'informatica ha creato -- insieme a risultati 
mirabili -- in questi ultimi 50 anni (a cavallo di due secoli diversi), perché 
ha messo il (pensare al) cliente un po' troppo lontano dal tavolo da disegno.

 

Cosa voglio dire? Forse niente, lo ammetto.

Però sono (molto) stanco di sentirmi dire da gente che fa informatica -- ed è 
dentro fin sopra ai capelli alla follia del mondo moderno (intesa come 
predazione continua e diffusa, cfr. Tocqueville) -- che è l'informatica un 
pezzo della soluzione, quando al 90% è un ostacolo da riuscire a saltare 
(quando sarebbe una cosa meravigliosa, senza tanti orpelli di meno...; una cosa 
meravigliosa che siamo riusciti a svaccare, mentre facevamo -- facevate -- 
altre meraviglie).

Per uno che l'informatica la "mastica da lontano" -- ma ne vede anche i 
difetti, le storture e le limitazioni -- l'alfabetizzazione informatica mi 
sembra un discorso così "inutilmente autoreferente", che ...mi fa quasi più 
paura di Tocqueville.

Scusate l'offesa.

 

Saluti a tutti,

A



 


  ----- Original Message ----- 
  From: alessandro marzocchi 
  To: nexa ; [email protected] ; [email protected] 
  Sent: Sunday, January 12, 2025 9:21 PM
  Subject: [nexa] computerizzazione, cooperazione internazionale, 
alfabetizzazione


  Molti ritengono che la cd IA non è paragonabile a noi, soprattutto perché si 
basa sulla "statistica".
  L’opinione è diffusa e probabilmente prevalente per cui, almeno 
“statisticamente”, sto dalla parte sbagliata ma credo che sia la mancanza di 
corporeità, non la statistica, a rendere difficile il paragone fra macchine e 
noi, credo che anche la nostra intelligenza si sia formata e si formi grazie ad 
esperienza “statistica”. Taccio sull’energia richiesta dalle macchine, 
argomento qui fuori tema anche se rimane un difetto enorme.
  Di massima condivido le opinioni di Juan Carlos, al quale segnalo che è la 
parola, non il digitale, la prima “macchina” - intesa come artefatto / codice 
verbale / non in natura – che noi genere umano abbiamo usato per potenziare le 
nostre società ed anche per “denominare” la realtà, raccontarla, memorizzarla, 
tramandarla, in queste ultime funzioni ricordo Fedro, Platone, le cui 
considerazioni sono attualissime e che Guido ha ultimamente riproposto. 
  Siamo tutti colonie digitali, anche gli oltre 340 milioni di statunitensi che 
non appartengono alla cerchia dei nuovi conquistadores, non basta favorire 
sviluppo ed autonomia digitale di ogni stato ma è ugualmente necessario 
dedicarsi ad alfabetizzazione, educazione digitali da diffondere analogamente a 
come si fa con la parola e le lingue naturali, l’analfabetismo digitale è la 
precondizione necessaria per renderci merce, i nuovi schiavi.

  Cordialmente.

  Duccio (Alessandro Marzocchi)

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