Il 30/05/2012 16:22, yondaime-k3 ha scritto:
> ma va... che boiate...
> *Domenico Patania* (alias *Yondaime-K3*)

concordo. basta boiate.

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    Sono personalmente grato al ministro Forlani per avere deciso la
sospensione della parata militare del 2 giugno, e naturalmente mi auguro
che la sospensione diventi una soppressione. Non avevo mai capito,
infatti, perché si dovesse celebrare la festa nazionale del 2 giugno con
una parata militare. Che lo si facesse per la festa nazionale del 4
novembre aveva ancora un senso: il 4 novembre era la data di una
battaglia che aveva chiuso vittoriosamente la prima guerra mondiale. Ma
il 2 giugno fu una vittoria politica, la vittoria della coscienza civile
e democratica del popolo sulle forze monarchiche e sui loro alleati: il
clericalismo, il fascismo, la classe privilegiata. Perché avrebbe dovuto
il popolo riconoscersi in quella sfilata di uomini armati e di mezzi
militari che non avevano nulla di popolare e costituivano anzi un corpo
separato, in netta contrapposizione con lo spirito della democrazia?
C’era in quella parata una sopravvivenza del passato, il segno di una
classe dirigente che aveva accettato a malincuore il responso popolare
del 2 giugno e cercava di nasconderne il significato di rottura con il
passato, cercava anzi di ristabilire a tutti i costi la continuità con
questo passato. Certo, non si era potuto dopo il 2 giugno riprendere la
marcia reale come inno nazionale, ma si era comunque cercato nel passato
l’inno nazionale di una repubblica che avrebbe dovuto essere tutta tesa
verso l’avvenire, avrebbe dovuto essere l’annuncio di un nuovo giorno,
di una nuova era della storia nazionale. Io non ho naturalmente nulla
contro l’inno di Mameli, che esalta i sentimenti patriottici del
Risorgimento, ma mi si riconoscerà che, essendo nato un secolo prima, in
circostanze del tutto diverse, non aveva e non poteva avere nulla che
esprimesse lo spirito di profondo rinnovamento democratico che animava
il popolo italiano e che aveva dato vita alla Repubblica. La
Costituzione repubblicana, figlia precisamente del 2 giugno, aveva
scritto nell’articolo primo che l’Italia è una repubblica democratica
fondata sul lavoro. Una repubblica in primo luogo. E invece quel
tentativo di rinverdire glorie militari che sarebbe difficile trovare
nel passato, quel risuonare di armi sulle strade di Roma che avevano
appena cessato di essere imperiali, quell’omaggio reso dalle autorità
civili della repubblica alle forze armate, ci ripiombava in pieno nel
clima della monarchia, quando il re era il comandante supremo delle
forze armate, “primo maresciallo dell’impero”. Le monarchie, e anche
quella italiana, eran nate da un cenno feudale e la loro storia era
sempre stata commista alla storia degli eserciti: non a caso i re
d’Italia si eran sempre riservati il diritto di scegliere personalmente
i ministri militari, anziché lasciarli scegliere, come gli altri, dal
presidente del consiglio. Ma che aveva da fare tutto questo con una
repubblica che, all’art. 11 della sua costituzione, dichiarava di
ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali? Tradizionalmente le forze armate avevano avuto due
compiti: uno di conquista verso l’esterno e uno di repressione
all’interno, e ambedue sembravano incompatibili con la nuova
costituzione repubblicana. Repubblica democratica in secondo luogo. In
una democrazia sono le forze armate che devono prestare ossequio alle
autorità civili, e, prima ancora, devono, come dice l’art. 52 della
costituzione, uniformarsi allo spirito democratico della costituzione.
Ma in questa direzione non si è fatto nulla e le forze armate hanno
mantenuto lo spirito caratteristico del passato, il carattere
autoritario e antidemocratico dei corpi separati, sono rimaste
nettamente al di fuori della costituzione. I nostri governanti hanno
favorito questa situazione spingendo ai vertici della carriera elementi
fascisti, come il gen. De Lorenzo, ex-comandante dei carabinieri,
ex-capo dei servizi segreti ed ex-capo di stato maggiore, e, infine,
deputato fascista; come l’ammiraglio Birindelli, già assurto a un
comando Nato e poi diventato anche lui deputato fascista; come il
generale Miceli, ex-capo dei servizi segreti e ora candidato fascista
alla Camera. Tutti, evidentemente, traditori del giuramento di fedeltà
alla costituzione che bandisce il fascismo, eppure erano costoro, come
supreme gerarchie delle forze armate, che avrebbero dovuto incarnare la
repubblica agli occhi del popolo, sfilando alla testa delle loro truppe,
nel giorno che avrebbe dovuto celebrare la vittoria della repubblica
sulla monarchia e sul fascismo. E già che ho nominato De Lorenzo e
Miceli, entrambi incriminati per reati gravi, e uno anche finito in
prigione, che dire della ormai lunga lista di generali che sono stati o
sono ospiti delle nostre carceri per reati infamanti? Quale prestigio
può avere un esercito che ha questi comandanti? E quale lustro ne deriva
a una nazione che li sceglie a proprio simbolo? Infine, non
dimentichiamolo, questa repubblica democratica è fondata sul lavoro. Va
bene che, nella realtà delle cose, anche quest’articolo della
costituzione non ha trovato una vera applicazione. Ma forse proprio per
questo non sarebbe più opportuno che lo si esaltasse almeno
simbolicamente, che a celebrare la vittoria civile del 2 giugno si
chiamassero le forze disarmate del lavoro che sono per definizione forze
di pace, forze di progresso, le forze su cui dovrà inevitabilmente
fondarsi la ricostruzione di una società e di uno stato che la classe di
governo, anche con la complicità di molti comandanti delle forze armate,
ha gettato nel precipizio? Vorrei che questo mio invito fosse raccolto
da tutte le forze politiche democratiche, proprio come un segno
distintivo dell’attaccamento alla democrazia. E vorrei terminare ancora
una volta, anche se non sono Catone, con un deinde censeo: censeo che il
reato di vilipendio delle forze armate (come tutti i reati di
vilipendio) è inammissibile in una repubblica democratica.”

    — Lelio Basso

    (lettera di risposta all’allora ministro della Difesa, che decise di
sospendere la parata militare del 2 giugno 1976, dopo il terremoto che
sconvolse il Friuli).


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