Ordine Massonico n. 47: ritirare scudetti da uniformi soldati italiani, pagare Giobbe Covatta per un briefing ai negrottelli e i jojoche, e mandare giu' solo quelli. Ripeto: niente guerra ai tuareg che quelli c'hanno la fava grossa, ragionano dare-avere netto, quando perdono con la moglie lasciano la casa a lei e noi se semo già affittati a 99 anni tutte le spiagge tra Vasto e Ostia, Colosseo incluso.
Il giorno 15 marzo 2013 23:15, mutek <[email protected]> ha scritto: > UN DECENNIO Di INCERTEZZE STRATEGICHE > > Mali, > > l'eterno ritornello della guerra al terrorismo > > Il conflitto > scatenato da Parigi in Mali l’11 gennaio 2013 sta ottenendo a livello > internazionale un sostegno tanto prudente quanto indeterminati sono gli > obiettivi fissati. «Distruggere i terroristi», come dice il presidente > Hollande? Stabilizzare la situazione? Riconquistare il nord del paese? Allo > stesso modo degli Stati uniti in Afghanistan, in mancanza di una visione > strategica la Francia > rischia di ritrovarsi impantanata in quelle vaste zone desertiche > favorevoli > alla guerriglia. > > di OLIVIER > ZAJEC * > > Quando gli storici dovranno descrivere le operazioni militari francesi > dell’inizio del > XXI secolo, forse parleranno di «singulti strategici», tanto appare > sincopato > il movimento d’insieme degli ultimi dieci anni. Per descrivere > compiutamente la > spedizione in Mali, cosa che entusiasma un gran numero di commentatori, > bisogna > reinserirla nel lungo periodo. Nel 2001, all’indomani dell’attentato al > World > Trade Center, la Francia > decide di appoggiare la guerra lampo che porterà alla caduta del regime > talebano in Afghanistan. Tuttavia, poiché la regione non rientra tra i suoi > interessi primari, e la conquista di Kabul da parte dei «signori della > guerra» > poco cambia a livello strutturale nell’abituale caos afghano, si guarda > bene, > in un primo momento, dall’immobilizzare a terra troppi effettivi. Settembre > 2002, Costa d’Avorio: l’Eliseo invia con successo la forza d’interposizione > Licorne nell’ex «vetrina dell’Africa francofona». Molte migliaia di soldati > partecipano attivamente ai combattimenti di terra per evitare la guerra > civile > totale in una zona di grande importanza per gli interessi francesi. Nel > 2003, in Iraq, dopo > qualche esitazione, Parigi rifiuta l’avventurismo neoconservatore, > opponendo a > Washington sia lo spettro del prevedibile caos regionale che il rischio di > una > frattura tra le autoproclamate potenze morali e un mondo arabo in piena > fibrillazione politica e identitaria. Afghanistan, 2007: la Francia, che > manteneva un > «impegno disimpegnato», si lascia trascinare dagli Stati uniti in > un’interminabile avventura di democratizzazione contro-insurrezionale, con > corredo di obiettivi morali irrealistici e destinata al fallimento > nonostante > la professionalità delle truppe in missione. Libia, 2011: in un tragicomico > intreccio di sciatta retorica alla Malraux e innegabile efficienza > militare, > Parigi mette fine a un regime dittatoriale né più né meno grottesco di > altri, > destabilizzando in modo duraturo l’insieme dell’Africa settentrionale e > aprendo > la strada a un islamismo duro, finanziato e armato alla cieca dal petrolio > del > Golfo (1). Trovare una logica in questi tentennamenti tra realismo da > impotenza > e idealismo da incoscienza è una vera sfida. L’episodio maliano è > particolarmente interessante da analizzare. Preda delle sue > contraddizioni, e > dopo aver tergiversato per mesi – lasciando agli avversari tutto il tempo > di > prepararsi –, il governo francese tenta di riparare i danni dell’intervento > libico. Un intervento che, contribuendo ad armare le fazioni più radicali > del > Sahel, ha sancito la supremazia dei salafiti jihadisti del Movimento per > l’unità della jihad nell’Africa dell’Ovest (Mujao) e di al Qaeda nel > Maghreb > islamico (Aqmi) sulla ribellione dei tuareg, accelerando la disfatta delle > forze governative maliane e l’instabilità politica a Bamako. Decidere le > modalità > d’azione ha richiesto molto tempo. «Non ci saranno truppe di terra, > l’esercito > francese non interverrà», affermava François Hollande ancora l’11 ottobre > 2012, > preferendo parlare di un semplice aiuto materiale alle forze maliane (2). > Con > questa imprudente petizione di principio, l’Eliseo limitava di colpo la sua > libertà d’azione, con il rischio di vedersi contraddetto dalla situazione > locale, di cui gli sfuggivano aspetti essenziali. Il 10 gennaio, la città > chiave di Konna, settecento chilometri a nord-est di Bamako, cade nelle > mani > dei combattenti islamisti di Ansar Dine e di Aqmi. Più niente protegge la > capitale maliana. La Comunità > economica degli stati dell’Africa dell’Ovest (Ecowas) attendista, l’Unione > europea prudente, gli Stati uniti dubbiosi, non restano che gli aerei da > combattimento e le truppe francesi. L’11 gennaio inizia l’operazione > «Serval». > Tre mesi dopo aver dichiarato: «Non possiamo intervenire al posto degli > africani», il capo dello stato è quindi costretto a contraddirsi. Un > capovolgimento > che non pone solo la questione delle capacità di previsione del governo, ma > illustra anche l’urgenza di capire quali forme possano prendere in futuro, > e a > vari livelli, le operazioni dette di «stabilizzazione». Sullo sfondo delle > esitazioni dell’Eliseo, c’è evidentemente il pantano afghano. Un > fallimento che > è prima di tutto quello di una teoria culturalista americana, la «contro > insurrezione in approccio globale», che ha allargato troppo il quadro > temporale > della «stabilizzazione», scambiando azioni tattiche per scelte politiche, > moralizzando all’eccesso gli obiettivi della guerra e precludendosi in > questo > modo ogni onorevole via di uscita. E tuttavia questa sconfitta del pensiero > strategico, che per dieci anni ha immobilizzato centomila uomini su un > teatro > di guerra in assenza di un obiettivo finale raggiungibile, non fa sparire > ipso > facto la necessità di operazioni di stabilizzazione o d’interposizione, > come > dimostra il Mali. L’Afghanistan non insegna «che non ci saranno mai truppe > di > terra», per riprendere l’affrettato giudizio di Hollande, ma al contrario > che > tutte le ipotesi sono possibili, a condizione di rispettare quattro > principi > cardine. Prima di tutto, una valutazione autonoma della minaccia: la > definizione di «terrorismo» non si trova né nei PowerPoint del Pentagono > né nei > «romanzi-inchiesta» di Bernard-Henri Lévy; in compenso, i libri di storia > e di > sociologia la dicono lunga sui «terroristi» del Sahel… Poi, la legittimità: > stabilizzare non vuol dire imporre indefinitamente la propria presenza > tutelare, > a rischio di indebolire il governo che si vuole sostenere agli occhi dei > paesi > vicini e della popolazione. In terzo luogo viene l’efficacia operativa: > l’azione militare in prima linea, che deve disporre di mezzi adeguati, deve > essere limitata nel tempo, una volta ottenuto l’obiettivo tattico e > operativo, > per lasciare posto al «rejeu» (ripresa) (3) degli equilibri politici > locali e > regionali, così come al consolidarsi delle forze militari autoctone. > Infine, la > libertà di azione politica: una strategia di uscita deve essere > pianificata e > definita prima dell’avvio dell’operazione, ed è indispensabile garantirsi > degli > alleati, a condizione che siano volontari e consapevoli dei loro interessi > nella zona. Il Mali risponde a queste caratteristiche? In termini di > legittimità, la partecipazione della Francia alla stabilità dell’Africa > poggia > su argomenti concreti, quelli della prossimità linguistica (4), culturale e > geografica, mentre non è così per l’Afghanistan. In quest’ottica, si > sbaglierebbe a confondere le deprecabili fluttuazioni della «Franciafrica» > da > un lato con, dall’altro, l’utilità di accordi militari stipulati con paesi > africani di cui si rispetti realmente la sovranità, che passa anche per una > minore dipendenza economica. Il Libro bianco sulla difesa e la sicurezza > nazionale del 2008, trascurando per qualche tempo l’Africa a favore della > creazione di una base nel Golfo, di fronte all’Iran, ha contraddetto > quello che > si potrebbe chiamare il principio di geosussidiarietà, secondo il quale il > maggior > sforzo di stabilizzazione o d’interposizione di una potenza data si > esercita di > preferenza su zone che ragionevolmente la interessano. Cina, India e Russia > sono a lungo termine più interessate all’Afghanistan che non la Francia. > In compenso, > Pechino o Washington difficilmente potrebbero spiegare a Parigi le > sottigliezze > dell’Africa dell’Ovest, anche se è cresciuta esponenzialmente la presenza > interessata di loro «formatori» nella zona. Ambizioni da rivedere È > rivelatore > il caso della politica di assistenza militare francese in Africa, per > esempio > con il dispositivo «Epervier» in Ciad (5). Ancor di più lo è il concetto di > Rafforzamento delle capacità africane di mantenimento della pace (Recamp): > formalizzato nel 1997, considerato un successo, è stato trasposto a livello > europeo nel 2004 (Eurocamp, in partenariato con l’Unione africana). La > Francia continua ad > applicare Recamp nel quadro delle relazioni bilaterali con alcuni paesi > africani favorevoli al progetto. Sono iniziative che non bastano a > garantire la > solidità delle forze armate addestrate (l’esempio del Mali è lampante), ma > sono > in parte una testimonianza delle basi nuove su cui, in Africa, potrebbe > rafforzarsi una politica di assistenza senza ingerenze a forze armate > partner, > anche per azioni ad elevata intensità, contro gruppi di irregolari dotati > ormai > di armamenti pesanti. Questo sottofondo di reciproca conoscenza spiega in > parte > il fatto che il 19 gennaio, ad Abidjan, il vertice straordinario dei capi > degli > stati membri della Cedeao abbia cercato in maniera unanime di accelerare il > dispiegamento della Missione internazionale di sostegno al Mali (Misma), > affinché costituisca un appoggio efficace per le forze maliane e francesi > di > «Serval». Nove paesi, musulmani o cristiani, francofoni o anglofoni, hanno > promesso un contributo. Ciad, Togo, Benin, Senegal, Niger, Guinea e Burkina > Faso, così come Nigeria e Ghana, devono inviare tremilaseicento uomini Sul > piano della definizione dell’avversario – che determina i limiti concreti > degli > obiettivi dell’intervento –, il bilancio è invece problematico. Le > dichiarazioni di Hollande, che il 19 gennaio affermava che la Francia > sarebbe rimasta > sul posto «il tempo necessario a vincere il terrorismo (6)», testimoniano > di > una nuova imprudenza semantica, abbastanza sarkoziana, si potrebbe dire. Le > parole hanno un senso: è stupefacente che dopo aver annunciato che la > Francia non sarebbe stata > coinvolta, tre mesi più tardi l’Eliseo affermi, senza batter ciglio, di non > fissare più un limite alla sua presenza. I singulti strategici stanno > ricominciando? Vedere come lo slogan semplicistico della «guerra contro il > terrorismo» conosca una sorprendente epifania maliana, è tanto più > sconcertante > in quanto gli americani, promotori della formula, l’hanno abbandonata nel > 2009. > Barack Obama aveva allora fatto notare – non è mai troppo tardi – che era > «stupido» «fare la guerra a una modalità d’azione» trascurando di studiare > le > cause politiche degli incendi che si pretendeva di spengere … dopo averli > accesi (7). Non si può vincere il «terrorismo», come non si sradicano > l’influenza stagionale o gli acquazzoni di marzo. Si può solo contenerlo. > Una > modalità d’azione, per quanto condannabile in assoluto, è teoricamente a > disposizione di ogni combattente partigiano, senza per questo dovergli > necessariamente negare un ruolo in una successiva soluzione negoziata. > Scioccante? Forse. Ma, dopo tutto, il Fronte di liberazione nazionale (Fln) > algerino, la figura di Michael Collins in Irlanda, l’Esercito di > liberazione > del Kosovo (Uck), l’Irgun israeliana e i «taleban buoni» con i quali il > presidente afghano Hamid Karzai negozierà inevitabilmente dopo il 2014, > offrono > utili elementi di meditazione sia storica che di prospettiva su un > argomento > tanto delicato. L’efficacia strategica suggerisce quindi che l’avversario e > l’obiettivo siano caratterizzati con più prudenza, e che il capo dello > stato > parli piuttosto del tempo necessario a respingere definitivamente i > combattenti > irregolari saheliani più radicali dal territorio maliano. Il che > lascerebbe, una > volta raggiunto da «Serval» questo ragionevole obiettivo, un margine > interessante per un accordo politico tra Bamako, i suoi sostenitori > regionali e > un ventaglio di avversari estremamente frammentato tra vecchi e nuovi > combattenti irregolari, trafficanti opportunisti, disertori dell’esercito > maliano, neojihadisti radicalizzati dal wahhabismo del Golfo e > indipendentisti > laici. Come vederci chiaro in questo caos in riconfigurazione permanente, > se ci > si accontenta di inforcare le lenti deformanti della «lotta contro il > terrorismo globale»? Un obiettivo di media portata, più aderente alla > confusa > situazione maliana, saheliana e nordafricana, sarebbe anche più > compatibile con > le reali possibilità di un esercito francese su cui si stanno per > abbattere i > tagli di bilancio più drastici degli ultimi dieci anni. La posizione > bellicosa > del Quai d’Orsay e dell’Hôtel di Brienne (8) è molto chiara. Bisogna > vedere se > le capacità militari si manterranno nel tempo. In che modo il prossimo > Libro > bianco, che deve essere reso pubblico in primavera, terrà conto delle > lezioni > di «Serval»? Un aspetto che non è certo il meno rilevante fra tutti quelli > sollevati dall’intervento in Mali. > > note: > > * > Ricercatore presso l’Institut de stratégie et des conflits (Isc) Autore di > La Nouvelle Impuissance Américaine, L’Œuvre, Parigi, 2011. > > (1) È indicativo che il primo ministro del Qatar, Hamad > Ben Jassim Ben Jaber Al-Thani, il 15 gennaio abbia criticato l’intervento > francese contro i gruppi jihadisti in Mali, dicendo di preferire la via > del «dialogo > regionale». La stessa posizione è stata presa dal presidente egiziano > Morsi. > > (2) Intervista dell’11 ottobre 2012 con i giornalisti di > France 24, Radio France internationale e Tv5 Monde. > > (3) In senso letterale, “rejeu” vuol dire: ripresa di un > movimento tettonico lungo una faglia. > > (4) La lingua ufficiale della Repubblica del Mali è il > francese. > > (5) Il dispositivo, è bene notarlo, non è mai consistito > nel «liberare la donna ciadiana». > > (6) Discorso di auguri a Tulle, 19 gennaio 2013. > > (7) > Scott Wilson e Al Kamen, «”Global war on terror” is given new name», The > Washington Post, 25 marzo 2009. > > (8) Sede del ministero della difesa. (Traduzione di G. > P.) > > ______________________________**_________________ > Open > https://lists.partito-pirata.**it/cgi-bin/mailman/listinfo/**open<https://lists.partito-pirata.it/cgi-bin/mailman/listinfo/open> > _______________________________________________ Open https://lists.partito-pirata.it/cgi-bin/mailman/listinfo/open
