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Subject:        A caldo: che cos’è questo golpe?
Date:   Sat, 19 May 2012 17:03:58 +0000
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A caldo: che cos’è questo golpe?
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Posted: 19 May 2012 09:52 AM PDT

Ieri è oggi?
Intanto, non è un golpe. Non c’è bisogno di un golpe.
In Europa, il golpe è /démodé/ da almeno quarant’anni. E’ assodato che
si possono ottenere gli stessi risultati con più discrezione e
gradualità. Il che non vuol dire /con meno violenza/: è solo un diverso
uso della violenza, più dosato, capillare, diversificato.
In questo momento, come altre volte è successo, diversi poteri
costituiti comunicano tra loro con un linguaggio allusivo e cifrato,
linguaggio fatto di attentati, provocazioni, bombe che uccidono nel
mucchio, pacchi-bomba e bombe-pacco, sigle multi-uso in calce a
volantini di rivendicazione bizzarri e pieni di errori marchiani.
Cosa /esattamente/ si stiano dicendo questi poteri costituiti, questi
settori di capitalismo italiano e internazionale, forse non lo sanno
nemmeno loro. Appunto, è un linguaggio allusivo, tipicamente mafioso, e
nemmeno loro ne colgono tutte le sfumature.
Sulla /sostanza/, però, sul /nucleo di senso/ di questi messaggi, in
diversi cominciamo ad avere sospetti. Si parla già, benché ancora
timidamente, di una nuova “strategia della tensione”, un nuovo
“stabilizzare destabilizzando”. E chissà se è una semplice coincidenza
che negli ultimi tempi si sia ricominciato a depistare sulla strategia
della tensione degli anni ’60-’70: Piazza Fontana fu un po’ colpa anche
degli anarchici etc.
Il fine diretto o indiretto di ogni atto della strategia della tensione
è criminalizzare i movimenti, o comunque ostacolarne le lotte, renderne
più difficile lo sviluppo. Una società civile ansiosa e impaurita,
nonché /mobilitata sulla base della paura/, è una società che tira la
carretta a capo chino, più disposta a delegare scelte cruciali, più
disposta ad accettare ogni politica che si annunci /ansiolitica/,
senz’altro meno disposta a recepire le istanze dei movimenti. Movimenti
che il potere addita all’opinione pubblica come piantagrane contrari al
blocco d’ordine, pardon, alla “concordia nazionale”.

Per ottenere questo scopo, non è necessario che tutti gli attentati e
scoppi di violenza siano attribuiti ai movimenti, agli anarchici, agli
estremisti, ai “rossi” e via elencando. In passato, ha funzionato molto
bene la cornice concettuale degli “opposti estremismi”: quello rosso e
quello nero. E per passare su ogni differenza e contraddizione col
caterpillar della “concordia nazionale”, va bene più o meno qualunque
matrice o attribuzione.

La “strategia della tensione” è sempre una strategia di
controrivoluzione preventiva.
Perché si renda necessaria una controrivoluzione, non è necessario che
il pericolo /immediato/ da scongiurare sia una rivoluzione. In Italia, è
palese, /non/ stiamo per fare la rivoluzione.
Perché si renda necessaria una controrivoluzione, è sufficiente il
timore da parte dei padroni che una crisi di sistema possa avere uno
sbocco nella direzione “sbagliata”. E per comprendere di quale direzione
possa trattarsi, forse dovremmo distogliere lo sguardo dal nostro
ombelico e guardare all’Europa.

In diversi paesi d’Europa /e tuttavia non ancora in Italia/, i movimenti
sociali e le lotte dei lavoratori, dopo due-tre anni di intensa
agitazione di piazza, sembrano aver trovato espressione – seppure
imprecisa e transitoria – sul terreno politico /strettamente inteso/. Il
terreno, fino a poco tempo fa del tutto squalificato, della competizione
elettorale.
In Francia, in Grecia e in parte in Germania, gli elettori hanno
sconfessato la gestione tardoliberista della crisi da parte della
“Trojka” (Banca centrale Europea, Unione Europea, Fondo Monetario
Internazionale) e delle classi dirigenti che ne portano avanti le
politiche di smantellamento dei diritti e repressione poliziesca.
*Gilles Deleuze* diceva che la parte interessante di qualunque processo
non è il suo inizio, che è sempre discreto e “mimetizzato” nello stato
di cose presenti, ma la metà del suo percorso, quando gli elementi
innovativi si staccano dallo sfondo col quale si confondevano, e
diventano palesi.
Forse oggi, in diversi paesi d’Europa /e tuttavia non ancora in Italia/,
siamo alla metà di un percorso: si sta facendo manifesta una
/ricomposizione anticapitalista/ o, quantomeno, di sinistra
antiliberista. Sembra lontana la “corsa al centro”, ed è sempre più
evidente che tale centro /non esisteva/; nessun esponente di sinistra
che abbia un minimo di sale in zucca cerca più il voto dei “moderati”,
ed è sempre più chiaro che i “moderati” /non esistono/; da più parti,
/anche se non ancora in Italia/, vengono dismesse etichette
sterilizzanti come “centrosinistra” e i suoi corrispettivi. Dove le
sinistre si presentano come… /di sinistra/, e dicono chiaro e tondo che
il loro avversario è /di destra/, ottengono risultati impensabili fino a
poco tempo fa.
Di contro, anche il “centrodestra” perde ovunque, a scapito di movimenti
di estrema destra che non annacquano le loro proposte reazionarie. La
“corsa al centro” sembra davvero finita.
N.B. Si è parlato molto di Marine Le Pen e di Alba Dorata, ma
nell’ultima tornata elettorale continentale, la sinistra-sinistra ha nel
complesso guadagnato più della destra-destra. Andate a contare e sommare
i voti, poi chiedetevi come mai dai resoconti dei media non si capiva./
/

E’ vero, i risultati elettorali sono sempre una fotografia sgranata e
distorta di quel che accade, ma anche fotografie di quel genere
permettono di capire alcune cose.
La ricomposizione non consiste principalmente nell’incollare con lo
sputo pezzi di ceto politico residuale, non passa per alleanze meramente
elettorali come quelle che si sono praticate in Italia e qualcuno ancora
si auspica. No, la ricomposizione è /sociale/, avviene /prima/ nelle
lotte, ed è leggibile /dopo/ nello spostamento a sinistra dell’asse
politico registrato dalle consultazioni elettorali.

Il processo di ricomposizione è iniziato sottotraccia nel 2010 con la
“primavera” dei movimenti studenteschi in diversi paesi, con la grande
battaglia per fermare la controriforma delle pensioni in Francia (“/Je
lutte des classes!/“), l’avvio della resistenza di massa alla
“debitocrazia” in Grecia, il referendum islandese per la remissione del
debito, ed è proseguito nel 2011 con le grandi ondate di scioperi in
Gran Bretagna, la radicalizzazione del movimento di massa in Grecia,
estese e multiformi mobilitazioni come quella del movimento 15 Maggio in
Spagna, esplose sulla scia delle “primavere arabe” e sospinte per
retroazione dal movimento Occupy nordamericano che avevano ispirato.

Bisogna studiare i timori dei poteri costituiti per capire la forza
potenziale dei movimenti, anche e soprattutto quando i movimenti tendono
a sottovalutarsi. Capita che facciamo più paura di quanto siamo disposti
a credere. In Italia, qualcuno – qualcuno di /altolocato/ – teme il
contagio della ricomposizione di classe europea e planetaria. Teme uno
sbocco antiliberista della crisi.
In apparenza, sembrerebbe un timore infondato.

E’ vero, veniamo anche noi da due-tre anni di lotte di piazza, in scuole
e università, sui luoghi di lavoro, e assistiamo alla rapida
putrefazione delle forze politiche che ci hanno governati negli ultimi
tre-quattro lusti. Vista in astratto, sarebbe una situazione favorevole.
Nel concreto, invece, paghiamo un sistematico avvelenamento dei pozzi,
decenni di frantumazione del legame sociale, il suicidio della sinistra
politica e, /last but not least/, il lungo equivoco del
controberlusconismo (“Va bene tutto purché se ne vada Berlusconi”).
Equivoco che ha illuso una gran parte di italiani sulla vera natura del
governo Monti, regalando a quest’ultimo una “luna di miele” che ci ha
fatto accumulare ulteriore ritardo rispetto agli altri paesi.

E’ il vecchio, citatissimo apologo della rana nell’acqua che bolle. E’
un esperimento che vi chiediamo di non tentare, fidatevi e basta. Se
infili la rana quando l’acqua già bolle, reagirà e salterà fuori. Devi
posarla nella pentola quando l’acqua è ancora fredda, e scaldarla pian
piano. E’ l’unica maniera per /lessarla viva/.
Per imporre questa gradualità, è indispensabile cambiare le parole,
usare parole che /nascondano l’ideologia, lo scontro in atto, le forze
in campo/. Le parole devono suonare “neutre” e far pensare a processi il
più possibile /oggettivi/. Gli attuali ministri sono quasi tutti
banchieri, ma è proibito dire che è un “governo di banchieri”. O meglio:
poiché lo ha detto la Lega, se lo dici anche tu ti danno subito del
leghista. Non si può dire che è un governo di banchieri: è un governo
“tecnico”, perciò neutro, apolitico.
E’ come quando chiami l’idraulico: che c’è di “ideologico” nel riparare
un guasto allo scarico del lavandino? E’ tutto oggettivo, no? Il tubo è
rotto, chiamo il tecnico, il tecnico lo ripara.

E così, anche sulla scia del controberlusconismo, il governo più
dogmatico, ideologico e asservito alla finanza della storia della
Repubblica è riuscito a presentarsi come /super partes/, e a descrivere
le sue “ricette” come le uniche scientificamente giuste e quindi da
applicare senza discussioni. Compreso l’abominio – con l’avallo del
solito PD
<http://www.lsmetropolis.org/2012/04/pareggio-bilancio-in-costituzione/>
– del pareggio di bilancio nella Costituzione.

Altro esempio di strategia “desoggettivante” è l’espressione: “i
mercati”. /Ce lo chiedono i mercati/.  L’espressione rimanda a un
funzionamento oggettivo e ferreamente razionale dell’economia, una
logica ineludibile alla quale dovremmo uniformarci, perché “è l’unica
cosa da fare”, “non c’è alternativa”.
Ultimi esempi di neolingua: “austerità” e “rigore”. Termini che un tempo
indicavano due virtù – su per giù: l’accontentarsi di poco e
un’inflessibile coerenza etica – ora indicano due obblighi a cui deve
sottostare la parte debole della società, affinchè quella forte possa
restare ricca. Oggi “austerità” significa rinunciare ad assistenza e
servizi sociali, e “rigore” significa tagliare la spesa pubblica… ma
solo quella destinata a certi usi (ammortizzatori sociali) e non ad
altri (si veda il caso del TAV Torino-Lione, col suo gigantesco sperpero
di soldi dei contribuenti).

La “luna di miele” col governo Monti parrebbe finita, la vecchia classe
politica è fortemente delegittimata e presa d’assalto dalle inchieste
giudiziarie, ma per ora il malcontento – a differenza di quanto avviene
altrove – è capitalizzato da un movimento ambiguo e privo di memoria,
“né di destra né di sinistra”, che su alcuni temi è antiliberista e su
altri è liberista, su alcuni temi è libertario e su altri autoritario,
su alcuni è egualitario e su altri addirittura razzista, ed è di
proprietà di un leader carismatico cresciuto nella stessa industria
dell’/entertainment/ e della pubblicità che ci aveva dato Berlusconi.

La situazione è questa, ed è grama. Eppure, come si diceva sopra, c’è
chi teme uno sbocco antiliberista alla crisi, e sta attuando strategie
di controrivoluzione preventiva.
Davvero è possibile anche in Italia avviare una ricomposizione? Davvero
è possibile far capire che tutte le lotte  sono la stessa lotta?
Cerchiamo di interpretare i timori del potere, ascoltiamo gli sfoghi dei
suoi esponenti.
Nei giorni scorsi è stato detto che il movimento No Tav è “la madre di
tutte le preoccupazioni”.
Da sette mesi, il cantiere del TAV – con l’avallo del solito PD
<http://piemonte.indymedia.org/article/12846> – è stato dichiarato “sito
di interesse strategico nazionale”, ovvero zona militare, con pesanti
conseguenze per chi ne viola i confini.
Negli ultimi due anni, il movimento No Tav è stato il principale
bersaglio di provocazioni “controinsorgenti”, e si è cercato in ogni
modo di trascinarlo in un dibattito pubblico artefatto e pieno di
trabocchetti, a colpi di “brodo di coltura”, “fiancheggiatori”,
“pericoli di derive armate” etc. Repressione, arresti, lunghe prigionie
in condizioni umilianti
<http://www.notav.info/top/le-mie-prigioni-di-resistenti-pieni-di-ragioni/>,
con provvedimenti sproporzionati come la censura della posta. E’ di
appena due giorni fa la notizia che *Giorgio Rossetto* e *Luca
Cientanni* sono passati dal carcere agli arresti domiciliari.
Sul movimento No Tav si sono sperimentate le tattiche di
controrivoluzione preventiva che vediamo e vedremo all’opera su scala
nazionale.
E’ importante continuare a seguire gli eventi in e intorno alla Val di
Susa. Se davvero ci sarà una ricomposizione, passerà anche da quel
patrimonio di esperienze, da quella resistenza lunga vent’anni. La
quieta tenacia di cui il movimento No Tav ha dato prova dev’essere da
ispirazione per tutti noi, per resistere alla nuova “stabilizzazione
destabilizzante”, alla stagione delle bombe che ha già svoltato l’angolo.

***

Dato che è importante /esserci/, in Val di Susa, ciascuno con la sua
specificità e portando il suo contributo, e a maggior ragione è
importante esserci in questa fase, noi saremo là nel week-end (sabato 26
e domenica 27), insieme ad altri narratori, e ci saremo da narratori. E’
quel che sappiamo fare. L’iniziativa, nata da un’idea di *Serge
Quadruppani*, si chiama “Una montagna di libri. Contro il TAV in Valle
di Susa”. Nel corso delle due giornate leggeremo brani “in tema” a
Bussoleno, Chiomonte, Giaglione e in Clarea, davanti ai reticolati del
cantiere “di interesse strategico nazionale”. Ecco il manifesto della
due-giorni:

Una montagna di libri

Nei giorni subito precedenti, a Roma, si terrà un’altra iniziativa, un
altro momento di resistenza politica e culturale, dove guardacaso si
parlerà molto di strategie della tensione. Ci sarebbe piaciuto prendervi
parte, anche perché si presenta il nuovo numero di /Nuova rivista
Letteraria/, numero che il nostro compagno *Stefano Tassinari* ha fatto
in tempo a impostare e redigere, ma non a vedere. Non possiamo andare,
ma riteniamo importante darne notizia.

Dal 23 al 25 Maggio, nella facoltà di Lettere della Sapienza, si
svolgerà “Letteraria – Narrazioni ribelli”, il festival della
letteratura sociale, promosso dal Collettivo di Lettere –
AteneinRivolta, da Nuova rivista letteraria, semestrale di letteratura
sociale, e dalle Edizioni Alegre.
Tre giorni di lezioni, dibattiti, presentazioni di libri e reading
letterari con accompagnamenti musicali. Il tutto a partire dal lavoro
culturale sviluppato dalla redazione della /Nuova Rivista Letteraria/,
semestrale di letteratura sociale.
Ma soprattutto tre giorni per ricordare Stefano Tassinari. Di seguito il
programma:

*LETTERARIA – FESTIVAL DELLE NARRAZIONI RIBELLI*
*Dedicato a Stefano Tassinari*

*Mercoledì 23*
Ore 16:00: Presentazione del festival
Ore 16:30: Lezione di Maria Rosa Cutrufelli sui romanzi delle stragi,
sulle tracce del libro /I bambini della ginestra/ (Frassinelli)
Ore 18:00: Presentazione della raccolta di racconti sul lavoro /Lavoro
vivo/ (Alegre) con gli autori: Maria Rosa Cutrufelli, Angelo Ferracuti,
Carlo Lucarelli
Ore 20:00: Spazio Caffè letterario e aperitivo
Ore 21:00: Omaggio a Stefano Tassinari: reading musicale dalle sue
opere, con la voce di Checchino Antonini, Maria Rosa Cutrufelli, Andrea
Satta. Con le musiche di Andrea Satta e dei Têtes de Bois.

*Giovedì 24*
Ore 16:00: Lezione di Pino Cacucci su Letteratura e Ribelli, sulle
tracce del libro /Nessuno può portarti un fiore/ (Feltrinelli)
Ore 18:00: Presentazione dell’ultimo numero della rivista “Letteraria.
Semestrale di letteratura sociale” (Alegre) con interventi dei
redattori: Carlo Lucarelli, Pino Cacucci, Maria Rosa Cutrufelli, Bruno
Arpaia, Salvatore Cannavò.
Ore 20:00: Spazio Caffè letterario e aperitivo
Ore 21:00: Reading musicale dal libro /Sorci verdi. Storie di ordinario
leghismo/ (Alegre), con le musiche dei Kind Of Two.

*Venerdì 25*
Ore 16:00: Lezione di Bruno Arpaia su letteratuta e scienza, sulle
tracce del libro /L’energia del vuoto/ (Guanda)
Ore 18:00: Presentazione del libro di Daniel Bensaïd /Una lenta
impazienza/ (Alegre), con: Felice Mometti (ricercatore), Maurizio
Ricciardi (Docente di
Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna), Benedetto
Vecchi (giornalista de /Il manifesto/)
Ore 20:00: Spazio Caffè letterario e aperitivo
Ore 21:00: Reading musicale dai libri /Scuola diaz vergogna di Stato/
(Alegre) e /Diaz/ (Fandango).

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