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C@C@O del sabato
LA BATTAGLIA DI LEGNANO: COSA ACCADDE VERAMENTE? Nonno Adalberto
si stava accendendo la solita pipa del dopo-cena quando il
giovane nipote Fulgenzio gli chiese di raccontargli la vera storia della battaglia di Legnano. Confidando nel fatto che prima o poi qualcuno avrebbe inventato la Playstation, nonno Fulgenzio inizio' a raccontare: "Per armare un
nuovo esercito, Barbarossa cedette parte dei suoi domini
personali al nipote Enrico il Leone, in cambio di uomini e denaro. Quella che l'anno dopo (1176) ritorno' in Lombardia non era pero' un'armata di invincibili veterani ma un esercito messo assieme in pochi mesi. Erano comunque molto piu' bravi dei lombardi, visto che nei primi minuti della battaglia essi distruggono completamente tutta la cavalleria. Barbarossa era certo che una volta eliminata la cavalleria non avrebbe potuto incontrare altra resistenza. Ne era tanto sicuro che si mise di persona alla testa dei suoi, quasi si trattasse solo di una caccia al cervo. In effetti per i cavalieri inseguire e uccidere i fanti in fuga in campo aperto era poco piu' di un gioco. Ma giunti a ridosso della fanteria, gli imperiali si accorsero che nessuno stava fuggendo. Una moltitudine di fanti malvestiti era schierata davanti a loro; quasi tutti erano sprovvisti di scudi, elmi e armature. Stavano ben schierati lungo un fronte di qualche centinaio di metri. Dietro a loro un unico carro trainato da buoi sul quale stavano una grossa campana e un prete. Pare che il Barbarossa abbia allora mormorato: "Imbecilli. Un carro con un crocefisso non li salvera'" (che lui, il Barbarossa, non stava mai zitto). La cavalleria germanica riordino' le file e poi parti' alla carica in un frastuono di zoccoli che colpivano il terreno e di armature che sbattevano. Evidentemente la lezione di Alessandria non aveva insegnato niente al Barbarossa. I fanti erano immobili. Sudavano freddo ma non si muovevano. Quando i cavalieri furono a pochi metri dalla prima fila la campana rintocco' potentemente. Come un sol uomo la fanteria lombarda arretro' di cinque passi lasciando scoperto un istrice di pali appuntiti conficcati nel terreno. La cavalleria non riusci' a fermarsi e sospinta dall'impeto si sfracello' contro la muraglia di spunzoni. Poi, prima che i nemici superstiti potessero riprendersi, i fanti presero ad avanzare. Erano disposti in file, i piu' bassi davanti con aste corte, quelli dietro disposti in ordine di altezza con aste via via piu' lunghe, alle quali erano fissati uncini, asce, falci e martelloni. Cosi' la prima fila, sviluppando l'idea della falange macedone, poteva combattere con l'appoggio delle file successive. L'idea poi di combinare punte di lancia con attrezzi che agganciavano (permettendo di tirare e disarcionare il cavaliere), con strumenti che colpivano di fendente (asce, falci, martelli, punte disposte lateralmente all'asta, tipo picozze) dava alla fanteria una buona possibilita' contro i nobili a cavallo con armatura pesante (a patto che fosse stato bloccato l'impeto della carica). La battaglia si concluse cosi', con un disastro per Barbarossa. L'Imperatore resto' ferito e solo a stento riusci' a guadare il Ticino nella notte e a fuggire inseguito da un contingente di cavalleria lombarda che (come sempre accade nelle battaglie migliori) era arrivato in ritardo e, non avendo fatto in tempo a farsi massacrare durante la prima carica, cercava ora di passare alla storia inseguendo i fuggiaschi. Del famoso
Alberto da Giussano cantato dal Carducci non vi � traccia: che non sia mai
esistito?" Errata Corrige Sabato scorso abbiamo scritto che la zona paludosa in cui venne edificata Alessandria era nella confluenza tra il fiume Tanaro e il Brenta. Non si tratta del Brenta ma del Bormida. Ci scusiamo con i lettori. La Redazione Jacopo Fo, Simone Canova, Gabriella Canova, Maria
Cristina Dalbosco e Manuela Spacca www.alcatraz.it Per cancellarti da questa newsletter manda una e-mail vuota a [EMAIL PROTECTED] |
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