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19/01/2002
Edizione del
sabato
Un
silenzio irreale nella classe accoglieva le parole del professor Luigi Rossi.
"La
settimana scorsa vi ho raccontato la storia dei nativi americani che non si
arresero mai. Ma non e' l'unica storia di ribelli che vi posso
raccontare.
Quando pensate alla parola "schiavo" vi viene senz'altro in mente il povero nero in catene ma i neri non cedettero passivamente la schiavitu'. L'idea di uno schiavo nero mite e genuflesso, tutto "z� badrone", e' solo un mito creato e voluto dagli schiavisti. L'africano, schiavo in America, fu innanzitutto un ribelle. La storia degli schiavi e' la storia di cinque secoli di tentativi disperati ed eroici di rimanere se stessi. Madri uccisero i figli ancora nel ventre per evitare loro una vita da bestie, uomini scelsero di morire piuttosto che picchiare la loro stessa gente su ordine dei bianchi, molti si ribellarono, moltissimi tentarono la fuga. E, incredibile, molti ci riuscirono. Eppure non era facile, soprattutto all'inizio, quando tutta l'America era schiavista. Non c'era posto nel quale scappare, chiunque vedesse un nero era tenuto a informarsi su chi fosse e a restituirlo immediatamente al legittimo padrone. Vi erano cani addestrati a inseguire e dilaniare le carni del fuggiasco, vi erano cacciatori di neri che giravano per le foreste in cerca di preda, vi erano bianchi che proponevano un aiuto alla fuga per poi riacciuffare lo schiavo e incassare una ricompensa. Nonostante tutto questo alcuni schiavi ce la fecero. Alcuni perfino in gruppo. Essi vengono chiamati marron (questo termine deriva dallo spagnolo cimarron, che indicava animali, come il maiale, che da domestici ridiventavano selvaggi). Vi ricordo che i neri non furono deportati solo nel Nord America ma anche in Sud America e nelle isole: a Cuba, per esempio, arrivarono presto a rappresentare la meta' degli abitanti e dopo l'abolizione ufficiale della tratta (alla fine del 1800) continuarono ad arrivare clandestinamente nell'isola piu' di 300.000 neri dall'Africa. Esemplare fu comunque l'esperienza di Palmares, in Brasile, dove si rifugio' il gruppo principale di marron dei quilombos (quilombos e' il nome dato alle societa' alternative costituite da schiavi fuggiaschi). La
storia di Palmares e' poco conosciuta. Ma si tratta certamente di un'esperienza
straordinaria. In questa citta' di ribelli convivevano la cultura dei nativi
americani, quella europea e quella africana e questo permise loro di creare
nuove forme di lotta. Un esempio e' la storia di una danza meravigliosa che si
chiama Capoeira.
I portoghesi conoscevano l'invincibile voglia di ribellione degli schiavi e usavano ogni sistema per tenerli buoni. Nelle miniere essi vivevano con mani e piedi incatenati, giorno e notte. Non ci vuole molto per capire che un avversario disarmato e incatenato non ha molte possibilita' contro una guardia armata di fucile e spada. Ma gli schiavi avevano fantasia e inventarono un modo di combattere per uomini incatenati. Una tecnica fatta di passi corti e balzi rapidissimi ottenuti facendo capriole, ruote, rotolamenti per terra. Come nell'Aikido il combattente si immagina di essere una palla che rotola e non si muove piu' pensando di dover stare dritto in piedi e di doversi muovere camminando. E in questa arte marziale si usano anche salti, tuffi, colpi dati con la schiena a terra e i piedi in aria. Gli schiavi capirono che muovere mani e piedi sempre in parallelo (erano incatenate) poteva dare ai colpi una potenza incredibile. Gia' questa era un'idea geniale ma ancora piu' astuto fu capire che prima di provare questa tecnica in una vera rivolta era meglio esercitarsi. Ma non era possibile perche' i carcerieri bianchi avrebbero ucciso chiunque avesse mostrato di prepararsi a uno scontro militare. Allora finsero che fosse una loro danza tradizionale. Cosi' i bianchi concessero loro il diritto di danzare durante le feste religiose e anzi ne traevano grande sollazzo guardandoli. Sembravano proprio degli scimpanze', bestie senza intelligenza che si rotolavano nella sporcizia, piroettavano e saltavano in maniera animalesca, confermando che non erano in nessun modo umani e degni di qualche cosa di meglio della schiavitu'. Poi, un bel giorno capirono a loro spese di essere stati giocati. La nascita di questa arte marziale si colloca proprio all'inizio delle ribellioni che diedero vita alla citta' dei ribelli di Palmares. E a Palmares, appunto, quest'arte di guerra divenne anche una danza e venne chiamata Capoeira. In essa confluirono, insieme ai movimenti della battaglia, i ritmi africani, quelli dei nativi americani e quelli europei. Questo spiega come mai nella Capoeira ci siano ritmi di danza che non hanno niente a che fare con la tradizione africana. Si tratta della prima grande creazione artistica multietnica. Una fusion che ha preceduto di tre secoli quella inventata da Picasso che impianto' la sua creazione artistica sulla tradizione scultorea africana (fu proprio dopo aver visto una mostra di statue e maschere africane che riusci' a condensare in uno stile deformato la sua ricerca spaziale. Tutt'oggi, guardando i ballerini di Capoeira, si sentono una potenza e una gioia enormi. La gioia di quegli uomini e quelle donne che riuscirono a vivere e a morire liberi in un mondo di schiavi. E grazie a questa gioia, a questa creativita' e all'incontro di tre culture, Palmares resistette quasi 90 anni nonostante eserciti potentissimi la attaccassero continuamente. Ma l'incredibile resistenza della citta' di Palmares fu un seme che riusci' a germogliare di nuovo. Alcuni ribelli si salvarono e portarono con loro i passi della Capoeira. E insieme portarono la cultura magica e misterica che si sviluppo' a Palmares e che ancora oggi e' parte integrante dell'insegnamento della Capoeira. Non si tratta solo di una danza e di un'arte marziale ma di una via di crescita interiore nella quale confluisce la saggezza mistica di tre popoli. La Capoeira divenne l'inno della rivolta, un manifesto sul quale era scritta un'altra visione del mondo. E' sufficiente avere un bastone per ricreare quel ritmo battendo sul tronco di un albero morto. E' un suono che si sente intorno per chilometri. Se uno schiavo lo ascolta capisce subito che e' stato inventato da umani che non hanno accettato le catene". Il
professore li lascio' cosi', a meditare sulle catene della
cultura...
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