GINEVRA: SIAMO TUTTI D'ACCORDO?

Il cosiddetto "Accordo di Ginevra" sta suscitando nella sinistra italiana un
curioso fenomeno: sono tutti d'accordo nel sostenerlo. La singolarit� del
fenomeno � costituita principalmente dal fatto che nessuno pu� dire di
conoscere realmente i contenuti di quell'accordo, per il semplice fatto che
non sono stati resi noti e - per quanto riguarda aspetti non secondari -
addirittura non esistono. L'entusiasmo dei sostenitori nostrani dell'Accordo
di Ginevra appare dunque quantomeno prematuro, diventando persino sospetto
quando proviene da forze e personalit� che non hanno certo brillato per il
loro sostegno alla lotta di liberazione del popolo palestinese, ponendosi
piuttosto su un terreno di equidistanza che, nei fatti, ha prodotto una
sostanziale complicit� con la politica criminale dei governi Sharon - Peres
prima e Sharon - Lapid ora. L'obiettivo di questo intervento � quello di
aprire una discussione seria e serena nell'ambito del vasto movimento di
solidariet� con la causa palestinese, ed a questo scopo il Forum Palestina
si far� carico di promuovere entro gennaio uno o pi� momenti di dibattito
pubblico e approfondito, insieme alle forze che hanno dato vita alla
manifestazione nazionale STOP THE WALL - STOP THE WAR ed a tutti coloro che
vorranno contribuirvi. Preliminarmente, ci sembra opportuno segnalare gli
aspetti del documento di Ginevra che inducono alla prudenza e che saranno
essi stessi oggetto di analisi e discussione.

In primo luogo, va sfatato il mito che a Ginevra abbiano trovato un felice
momento di sintesi le societ� civili israeliana e palestinese e che quell'
accordo sia in qualche modo il portato del senso comune diffuso nelle
stesse. I promotori del documento di Ginevra sono, a tutti gli effetti,
esponenti del ceto politico israeliano e palestinese, perdipi� esponenti
privi di seguito nelle rispettive societ� civili; si tratta di ex Ministri
come Rabbo e Beilin, da anni ai margini dell'iniziativa politica ed anche
piuttosto screditati, come sa chiunque abbia un minimo di conoscenza della
situazione israelo-palestinese. Per quanto riguarda i Palestinesi, abbiamo
visto tutti le scene della partenza dei "delegati" verso Ginevra,
accompagnati dai calci e dagli sputi dei loro compatrioti, il che non depone
a favore della loro popolarit�. Quanto a Beilin, in Israele rappresenta poco
pi� che s� stesso e non � stimato nemmeno dai movimenti pacifisti e contro l
'occupazione. Per esprimersi con una metafora, sarebbe come se in Italia
fosse Mariotto Segni a spacciarsi come autentico esponente della societ�
civile.

Nel merito del documento, poi, le questioni che dovrebbero indurre alla
prudenza sono molte; ne citiamo alcune. Nel preambolo, Israele viene
definito come Stato del popolo ebreo, e questo � inquietante se solo si
pensa alla consistente minoranza non ebraica, gi� oggi discriminata all'
interno del proprio territorio. In altre parole, si aderisce al principio
della legittimit� di uno Stato fondato su basi etnico-religiose, che non �
esattamente un principio laico e/o marxista, e nemmeno democratico in senso
generale. In base a questo principio, si dovrebbe riconoscere la legittimit�
di uno Stato islamico o (perch� no?) di uno Stato cattolico, fondati sulle
rispettive credenze religiose. A parte le considerazioni di principio, poi,
non si pu� non chiedersi quale ruolo sia riservato al milione e mezzo di
arabi e non ebrei attualmente cittadini (di serie B) dello Stato di Israele.
Per quanto riguarda le caratteristiche generali dello Stato di Palestina
"non militarizzato" (cio� privo di un suo esercito nazionale) prefigurato
dal documento, i punti critici non sono pochi: se appare quasi scontato l'
impegno delle Parti a contrastare il terrorismo, appare meno scontato il
motivo per cui debba essere costituito un Comitato Trilaterale di Sicurezza
composto da israeliani, palestinesi e. Stati Uniti. Il coinvolgimento della
comunit� internazionale � presente in tutta la struttura del documento, ma l
'aspetto che riguarda la "sicurezza" � inspiegabilmente sottratto alla
concertazione con gli altri protagonisti individuati dal documento (ONU,
Unione Europea, Russia, altri Stati della regione, oltre agli stessi USA) e
affidato al partenariato dei soli Stati Uniti.

Una serie di questioni di primaria importanza sono poi rimandate al
contenuto di un Allegato X che nessuno conosce e che, per quanto se ne sa,
potrebbe anche non esistere: parliamo, ad esempio, dei tempi e dei modi
concreti dell'evacuazione dei coloni degli insediamenti ebraici in quello
che dovr� essere lo Stato palestinese, tutti rimandati a fasi, tempi e
modalit� fissate nel misterioso Allegato X; le stesse aree dello Stato di
Palestina da cui dovranno ritirarsi gli Israeliani sono stabilite nell'
allegato X. Anche il regime dei confini, naturalmente, verr� specificato
nell'Allegato X. Sempre l'Allegato X stabilisce i particolari del
mantenimento di una presenza militare israeliana nella Valle del Giordano e
le modalit� del controllo e della verifica del rispetto degli accordi da
parte della Forza Multinazionale incaricata di operare in Palestina. Si
rimanda ancora all'ormai celebre Allegato per quanto riguarda anche "due
postazioni (israeliane, n.d.r.) di vigilanza a nord e in Cisgiordania nei
luoghi stabiliti nell'Allegato X". Insomma, la sola cosa chiara - in attesa
di conoscere le precisazioni contenute nell'Allegato X - � che lo Stato di
Palestina sar� smilitarizzato, ma Israele vi manterr� una sua presenza
militare armata. L'Accordo stabilisce anche che "L'Aviazione Israeliana avr�
il diritto di utilizzare lo spazio aereo Palestinese per scopi di
addestramento, secondo quanto stabilito nell'Allegato X, che avr� ad oggetto
le regole riguardanti l'uso dello spazio aereo israeliano per l'Aviazione
Israeliana".

La soluzione di un'altra questione di vitale importanza non � invece
rimandata all'Allegato misterioso: si tratta della questione dell'acqua, che
l'articolo 12 dell'Accordo di Ginevra affronta con queste parole: "Da
definire". E basta. Ora, nella regione la questione delle risorse idriche �,
se non la pi� importante, una delle pi� importanti; la stessa costruzione
del Muro dell'Apartheid risponde alla volont� israeliana di accaparrarsi
tutte le risorse idriche disponibili, cos� come il mantenimento delle
porzioni di territorio libanese e siriano per quanto riguarda le risorse di
quei Paesi. Non affrontare il problema dell'acqua aggiunge all'iniziativa
ginevrina un'ulteriore dose di pericolosa ambiguit�.

Ma veniamo al punto che pi� di ogni altro suscita perplessit� e
indignazione: la rinuncia, da parte palestinese, al Diritto al Ritorno.
Sulla questione del Diritto al Ritorno la delegazione israeliana � stata
intransigente: non doveva nemmeno essere menzionato. E cos� � stato: nel
testo dell'Accordo si parla di diverse opzioni per la scelta della residenza
permanente dei profughi, che potranno scegliere se insediarsi nel nuovo
Stato di Palestina, essere accolti da "Paesi terzi" o ricongiungersi con i
familiari residenti in Israele, ovviamente sulla base di quote accettate a
discrezione di ogni singolo Paese, Israele compreso. L'Accordo dichiara
ormai nulle e superate tutte le altre disposizioni in materia, compresa la
Risoluzione ONU n. 194. Il punto - sottolineato da diversi esperti - � che
Israele verrebbe a trovarsi in una situazione simile a quella dei "Paesi
terzi", cancellando in un solo colpo le proprie responsabilit� storiche e
giuridiche per la pulizia etnica operata a danno dei Palestinesi dal 1948 ad
oggi. Si potrebbe giungere al paradosso che Israele arrivi ad accedere agli
stanziamenti disposti dal costituendo Fondo Internazionale per l'accoglienza
dei profughi palestinesi da parte degli Stati disposti a farsene carico; in
altre parole, il persecutore verrebbe indennizzato dalla comunit�
internazionale per l'accoglienza che eventualmente decidesse di accordare ai
perseguitati.

E' uno dei tanti paradossi dell'Accordo di Ginevra che ha portato il
commentatore Adam Keller a scrivere: "Secondo il documento, il processo di
risoluzione della questione dei rifugiati prender� cinque anni, periodo al
termine del quale i rifugiati, anche quando rifiutassero di accettare una
delle opzioni offerte dall'accordo, perderanno il loro status di rifugiati e
l'UNRWA, che li ha presi in carico dal 1948, sar� smantellato e le sue
funzioni saranno trasferite ai paesi di accoglienza. Tutto sommato, un
approccio piuttosto duro che rischia di trasformare i rifugiati che si
oppongono all'accordo e che rifiutano di abbandonare le loro rivendicazioni
individuali in vagabondi senza Stato e senza alcuno status".
Appare dunque comprensibile la levata di scudi contro l'Accordo di Ginevra
verificatasi fra i Palestinesi della diaspora (circa 4 milioni), oltre che
da parte delle organizzazioni della resistenza palestinese. Molto meno
comprensibile, invece, l'entusiasmo riservato all'Accordo da parte del
centro e della sinistra parlamentare italiana, con poche eccezioni.

A fronte degli equivoci, delle ambiguit� e dei punti inaccettabili contenuti
nell'Accordo di Ginevra, ci sembra necessario aprire fra gli amici del
popolo palestinese una discussione serena e senza pregiudizi. Una
discussione, soprattutto, che non nasconda dietro al sostegno ad un accordo
virtuale l'assoluta assenza di volont� di mobilitazione sulle questioni
concrete, a cominciare dal Muro dell'Apartheid e dal proseguimento della
politica criminale israeliana degli omicidi, delle demolizioni e dell'
assedio permanente.
E' nostra intenzione costruire entro il mese di gennaio uno o pi�
appuntamenti di discussione e di approfondimento; sui siti
www.forumpalestina.org e www.arcipelago.org sono gi� disponibili documenti e
prese di posizione, palestinesi e internazionali, ed altri saranno in linea
nei prossimi giorni. Riteniamo importante arrivare ad una discussione
informata e approfondita.

Buone Feste a tutte e a tutti (e non dimenticate di boicottare l'economia di
guerra israeliana).

Roma, 22.12.2003

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