*Chavez contro Lula*
Due modelli diversi dentro/contro il processo di integrazione
dell’America Latina
(30 aprile 2005)
da Contropiano (www.contropiano.org) del 15/3/2005
“CHAVEZ SI, LULA NO”
L’ultimo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre è stato il palcoscenico
di un evento dall’enorme valore simbolico oltre che politico. L’ex
padrone di casa Lula, la cui elezione era stata acclamata come la
vittoria di un’ipotesi di trasformazione sociale nel più importante
paese del continente latinoamericano, è stato contestato. “Chavez si,
Lula no!” gli hanno gridato alcuni partecipanti mentre teneva il suo
discorso all’interno dello Stadio Gigantinho. Lula ha usato una buona
dose di paternalismo per sminuire i contestatori: “questi che non
vogliono ascoltare sono i figli del PT che si sono ribellati, è tipico
dei giovani, ma un giorno matureranno e torneranno a casa.” Ma non sono
solo i giovani a contestare la sua politica; è un susseguirsi di
proteste contro gli esponenti del governo da parte soprattutto dei
Lavoratori senza terra (che chiedono inutilmente all’esecutivo di varare
una riforma agraria più volte promessa); dei dipendenti pubblici (che si
oppongono all’introduzione della previdenza privata); degli studenti
(che contestano una controriforma del sistema universitario che sembra
copiata da quella Moratti); degli ecologisti (contrari alla
liberalizzazione della soia transgenica); dei militanti del movimento
per il diritto alla casa (sgomberati con la forza dagli stabili
occupati). Ma che la contestazione a Lula si sia ripetuta dentro
l’assise mondiale dei movimenti sociali e delle sinistre è ancora più
emblematico. Due anni dopo il suo insediamento, la delusione del popolo
di Porto Alegre è profonda quanto lo era stata la speranza. Oggi ormai
il governo Lula è diventato una controparte dei movimenti sociali. Un
governo qualsiasi, dalla quale prendono le distanze i teologi della
liberazione, i militanti sindacali, gli intellettuali e persino
esponenti di partiti di centrosinistra in teoria più moderati ma critici
con la sua deriva liberista.
L’FSM INCORONA CHAVEZ
Il vero eroe di Porto Alegre, come era prevedibile, è stato invece Hugo
Chavez. Il suo trionfo è stato completo, e non solo per il suo carisma
capace di ipnotizzare le folle di attivisti che lo hanno seguito ovunque
andasse, ma soprattutto per gli atti concreti che la rivoluzione
bolivariana ha portato a casa. E che invece Lula ha dimostrato di non
voler/poter realizzare, a partire dalla riforma agraria. La corona di
eroe popolare era già passata dalla testa di Lula a quella di Chavez
quando quest’ultimo ha deciso di visitare l’accampamento dei Sem Terra
di Tapes, a 130 Km da Porto Alegre, dove da 20 anni migliaia di famiglie
coltivano e abitano terre non loro in attesa che qualcuno glie le
assegni. Il trionfo è poi continuato in un Gigantinho pieno zeppo, dove
il leader venezuelano ha potuto rivendicare la sconfitta dei tentativi
golpisti made in USA, la riforma agraria, la rinazionalizzazione
dell’impresa petrolifera nazionale, l’esproprio delle fabbriche in
crisi, l’assegnazione a centinaia di migliaia di diseredati delle
parcelle di terreno sulle quali hanno costruito la propria casa, i piani
di educazione degli adulti e di generalizzazione dell’assistenza
sanitaria di base realizzati grazie al gemellaggio con la Cuba di Fidel.
Chavez è un buon amico di Lula, con lui sta conducendo alleanze e
riforme a livello continentale. Ma il suo modello e quello del PT sono
diversi nei fatti, prima ancora che nelle intenzioni, e la sua stessa
presenza a Porto Alegre ha costituito uno schiaffo nei confronti di un
governo brasiliano sopportato dall’opinione pubblica solo perché oggi è
inimmaginabile una qualsiasi alternativa credibile al Partito dei
Lavoratori.
UN GOVERNO RIFORMISTA MA SENZA RIFORME
Che l’avvento al potere di Lula non avrebbe portato ad un cambiamento
netto, strutturale nella situazione brasiliana era evidente anche prima
che vincesse le elezioni. Il suo non è mai stato un progetto
rivoluzionario. Ma ormai è chiaro che quello di Lula è un governo che si
descrive e viene vissuto come riformista ma che di riforme non ne fa. Il
problema non è che le riforme sono troppo lente, ma che le controriforme
che Lula sta attuando sono così dure e numerose da far rimpiangere, a
molti suoi ex alleati, il suo predecessore Fernando Henrique Cardoso,
che pure è stato il campione del neoliberismo. Dopo l’apertura al PMDB e
il rimpasto che ha affidato alcuni ministeri alle frange più
conservatrici del Partito Liberale, e tenendo conto che già molti dei
ministri pure in teoria espressi dal PT rappresentano direttamente il
sistema finanziario e le multinazionali dell’agrobusiness, quello Lula
non è neanche più formalmente un governo di centrosinistra o progressista.
Centinaia di quadri e dirigenti stanno abbandonando il PT, tornando a
casa pieni di amarezza o andando ad ingrossare le file dell’estrema
sinistra trotzkista oppure quelle del nuovo partito fondato da alcuni
deputati e senatori già espulsi due anni fa, il PSOL. Ed anche la
“tregua armata” con il maggiore e più organizzato dei movimenti sociali
brasiliani, l’MST di Joao Pedro Stedile, si sta ormai incrinando.
I SEM TERRA SUL PIEDE DI GUERRA
Il Ministro dello Sviluppo Agricolo ha sconsolatamente riconosciuto che
i tagli al bilancio effettuati dal suo governo impediranno di
raggiungere gli obiettivi della riforma agraria per il 2005, già
nettamente inferiori non solo rispetto alle promesse della campagna
elettorale ma addirittura ai piani del governo degli anni scorsi. Il
governo chiede continuamente pazienza, le riforme pian piano si faranno.
Ma nel frattempo centinaia di migliaia di famiglie di contadini
continuano a sopravvivere sotto il livello minimo di sussistenza, in
balia delle squadracce dei latifondisti. Ma il governo Lula non è solo
un po’ più lento del previsto. Ha dichiarato Stedile ad un giornale
brasiliano: «Nel recente massacro di lavoratori senza-terra a
Felisburgo, Minas Gerais, quando il fazendeiro assassino Adriano Chafic
ha assunto 15 pistoleiros e in un sabato a mezzogiorno (...) ha sparato
ai compagni accampati in un'area pubblica, ammazzandone cinque e
lasciandone tredici a terra, feriti, chi è venuto a difenderlo non sono
stati i latifondisti della Confederazione Nazionale dell'Agricoltura
(CNA), né l’Unione Democratica Ruralista (UDR). (...) Chi si è schierato
pubblicamente in difesa del fazendeiro assassino è stato il signor
ministro Roberto Rodrigues, quando ha detto: “Ritengo naturale la
reazione del fazendeiro, perché ha il diritto di difendere con le armi
la sua proprietà". (...) L'agrobusiness, cosiddetto moderno, immaginando
che il mercato internazionale sia in una fase di crescita senza fine, ha
valutato che per espandere le sue vendite all'estero avrebbe dovuto
ampliare la frontiera economica rispetto al latifondo arretrato e, se il
governo avesse espropriato le terre improduttive avrebbe creato un
problema.»[1] Perché mai un governo che ha tra i suoi massimi esponenti
banchieri e rappresentanti delle multinazionali dell’agrobusiness
dovrebbe varare una riforma agraria?
QUALE NUESTRA AMERICA?
Quando si mettono in rilievo tali questioni, i fautori della pazienza
(senza termine) dentro il governo Lula così come all’estero, invitano a
tenere conto dei successi di Lula in campo internazionale. Ed in effetti
Lula, tra i presidenti eletti in questi anni grazie a quella che dopo
l’insediamento di Tabarè Vasquez in Uruguay è da considerare una vera e
propria ondata progressista in America Latina, è stato un campione del
multilateralismo e delle alleanze Sud-Sud.
In questi ultimi due anni il tandem Lula-Chavez ha rivoluzionato la
mappa geopolitica di tutto il continente latinoamericano. Una “alleanza
strategica” che ha fatto deragliare i progetti annessionisti di
Washington, ALCA in testa. Non solo i due hanno risollevato il moribondo
Mercosur stretto tra le minacce di Washington e la non inferiore
rapacità dell’UE, ma hanno posto le basi per un’integrazione economica,
politica ed infrastrutturale tra tutti i paesi del Conosud e addirittura
dell’America Centrale.
Gli accordi siglati a Caracas il 14 febbraio mirano ad avviare uno
sviluppo autonomo in tutti i campi. Innanzi tutto in quello petrolifero,
attraverso la creazione della Petrosur, una grande compagnia
continentale che metta insieme le compagnie statali dei singoli paesi;
ma anche finanziario, creando una Banca centrale comune che sottragga
milioni di dollari alla gestione delle banche statunitensi che poi li
prestano a caro prezzo ai Governi; mediatico, attraverso una grande
catena televisiva, la Telesur, che possa competere coi grandi network
privati legati a Washington e quasi sempre ostili ai movimenti
progressisti. Significativi anche i progressi in campo militare: Caracas
acquisterà aerei da combattimento (i Tucano) dalla brasiliana Embraer e
sfrutterà la tecnologia del Brasile per la costruzione di aerei
commerciali e dei pezzi di ricambio dei suoi caccia made in Usa.
Lo scorso primo Marzo Brasile, Argentina e Venezuela hanno deciso In
Uruguay di adottare una posizione comune di fronte agli organismi
internazionali per contrattare tempi e modalità di pagamento degli
interessi sul debito e hanno firmato accordi per la cooperazione energetica.
Già a Cuzco, in Perù, Chavez aveva parlato della necessità di una
riunificazione continentale di tutti i paesi per la fondazione di una
"Comunità delle nazioni sudamericane", fuori dal controllo statunitense.
Chavez mira alla creazione di un’unione sudamericana, il cui punto di
partenza è costituito dal recentissimo accordo di libero scambio tra
Mercosur (di cui fanno parte Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) e
comunità Andina (di cui fanno parte Bolivia, Colombia, Ecuador, Peru e
Venezuela), da estendere poi al Cile e al Messico, fin sotto le
frontiere di Washington.
Gli USA non rimangono alla finestra, come si è visto quando a dicembre
il dirigente delle FARC Rodrigo Granda è stato sequestrato a Caracas da
agenti colombiani. In risposta alle legittime e sacrosante proteste del
Venezuela, il governo fantoccio di Uribe e i suoi padroni di Washington
hanno accusato Chavez di ospitare e favorire le guerriglie marxiste
colombiane. Si sa che fine fa chiunque costituisca, secondo gli USA, un
pericolo per la democrazia e la stabilità.
Ma minacciando di assedio totale la vicina Colombia, Chavez ha compiuto
un vero capolavoro: intanto è riuscito a disinnescare, almeno per ora,
un casus belli che avrebbe giustificato un possibile intervento armato
contro la rivoluzione bolivariana; inoltre ha intrappolato la Colombia
dentro i suoi progetti di integrazione. E’ già in costruzione un
oleodotto che collegherà i giacimenti venezuelani di Maracaibo alla
costa colombiana sul Pacifico, 1000 Km di lunghezza e la possibilità di
imbarcare il greggio verso la Cina evitando lo stretto di Panama, sotto
diretto controllo statunitense. Uribe, stretto tra la difficile
situazione interna e l’isolamento politico ed economico nel
subcontinente, ha preferito per ora la sua sopravvivenza politica agli
ordini di Washington.
Quello di Chavez è un progetto di unificazione ma anche di liberazione,
in molti aspetti diverso dalla graduale integrazione ricercata da Lula.
Il Brasile ha sempre considerato l’integrazione regionale come una carta
da giocare nei confronti del gigante USA e in seguito dell’UE, un modo
per trattare con i competitori in una posizione di maggiore forza.
Mentre Chavez costruisce un’integrazione “bolivariana” del continente,
unendo le forze per contrastare lo strapotere di Stati uniti ed Unione
europea, con questi Lula spera di poter trattare in una posizione di
forza proprio grazie alla creazione di un polo regionale sudamericano.
Mentre Chavez e Cuba si oppongono frontalmente all’ALCA, Brasilia spinge
solo per un suo rallentamento e per una sua rinegoziazione. Un’ALCA
“light”, che salvaguardi gli interessi della borghesia brasiliana pure
all’interno dell’enorme cortile di casa yankee che il progetto
rappresenta, non dispiace poi tanto a chi muove le leve di comando a
Brasilia. D’altronde, le aspirazioni da potenza regionale con proiezione
mondiale del Brasile si rivelano anche quando insiste affinché gli sia
assegnato un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Chavez per ora appoggia, seppur tiepidamente, queste aspirazioni, ma a
Porto Alegre ha ripetuto: «l'unione dei popoli del Sud America sia
indispensabile per fermare il capitalismo e l'imperialismo»[2].
Al contrario Lula sta accentuando il carattere liberista della sua
politica. Anche chi lo difende in nome del fatto che comunque pone le
basi per una democratizzazione della società brasiliana, per anni
dominata dai militari, deve fare i conti con un’escalation di violenza
da parte delle forze di sicurezza e dei pistoleros contro i movimenti
sociali. L’ultimo episodio è il massacro, da parte della Polizia
Militare, di alcuni contadini che occupavano delle proprietà nella
località di Sonho Real. Lo sgombero violento ha causato anche numerosi
feriti e l’arresto di addirittura 800 persone. Come ai vecchi tempi!
Anche se non parla di opposizione al governo Lula, l’MST annuncia per
aprile una marcia nazionale per la riforma agraria che si concluderà
nella capitale. E intanto sono ricominciate le occupazioni delle terre e
gli scontri con le forze dell’ordine. Se non è opposizione questa!
GOVERNO VS POTERE
Gli apologeti di Lula, anche nella sinistra internazionale, giustificano
l’ex metalmeccanico che “vorrebbe ma non può”, che deve destinare le
risorse del paese al pagamento delle rate del debito estero e quindi non
può rispettare le promesse sulla riforma agraria o la lotta contro la
fame. Deve, insomma, rispettare i tempi e le regole del sistema. Ma è
proprio questo il problema. Pensare (o far pensare agli altri) che si
possa cambiare la drammatica situazione di un paese come il Brasile
semplicemente rispettando le regole. Se si accettano i criteri
dell'ordine liberale e ci si rifiuta di scontrarsi con le classi
dominanti, i margini di manovra per una politica di soddisfazione delle
rivendicazioni popolari sono praticamente inesistenti. Un governo che
serve i mercati finanziari non può finanziare anche le politiche
sociali. Il problema non è di ordine economico. È politico.
Anche chi parla di un “tradimento” da parte di Lula e del PT (che pure
in parte c’è stato) non tiene conto del fatto che avere in mano il
governo di un paese non rende possibile il varo di riforme sostanziali
invise agli apparati e alle classi che, quelle si, detengono il potere.
Ed è proprio la strana e pure contraddittoria rivoluzione bolivariana di
Chavez a dimostrare che mettendo in discussione gli assetti del potere
si può cambiare. Attraverso l’alleanza tra i settori progressisti
dell’esercito, le classi popolari e una parte della borghesia nazionale
Chavez ha mandato all’aria un assetto di potere che sembrava eterno.
Difendendo interessi materiali concreti la rivoluzione ha ottenuto un
appoggio convinto da parte di una popolazione, che ha sviluppato
organizzazione e coscienza. Una forza che ha permesso a Chavez di
epurare l’apparato e le aziende statali e l’esercito, di vincere un
referendum truccato dai suoi avversari e addirittura di tornare al
potere dopo un colpo di Stato. Se avesse seguito le regole, dove sarebbe
arrivato?
È difficile prevedere le evoluzioni future di un processo politico nuovo
ed eccentrico come il bolivarismo. Comunque fanno ben sperare le
dichiarazioni di Chavez proprio a Porto Alegre:
«Il capitalismo è la causa della fame e della povertà, e chi crede che
il socialismo sia morto, sbaglia. E' l'unica via da seguire».
La questione della conquista del potere in America Latina oggi si pone
con tutta la sua forza, perché il fallimento di Lula e del suo modello
rischia di avere un effetto domino anche sugli altri governi
progressisti del subcontinente, primo tra tutti quello dell’Uruguay.
Finora il Brasile conferma il fatto che le forze di sinistra che si
propongono di bloccare il neoliberismo senza mettere in discussione
l’assetto capitalistico diventano inesorabilmente degli ingranaggi del
neoliberismo stesso[3]. Un giudizio che certo non vale solo per
l’America Latina.
Un discorso diverso ma altrettanto importante riguarda invece alcuni
paesi del versante Andino; qui i movimenti popolari attraverso forme di
lotta radicali e una ferrea organizzazione sono riusciti a buttare giù
un governo dopo l’altro e a difendere i beni pubblici dalla svendita ai
privati e alle multinazionali straniere, ma non sono riusciti a
conquistare il potere dovendolo delegare a frazioni delle classi dominanti.
Il popolo brasiliano si sta rendendo conto sulla propria pelle di quanto
poco fondamento abbia un testo cult del movimento no global
internazionale come “Cambiare il mondo senza prendere il potere”[4]. Un
partito fondato 25 anni fa per trasformare una società ingiusta è stato
trasformato a tal punto da rappresentare oggi il miglior strumento per
gestire e perpetuare quell’ingiustizia. Lula ha dalla sua parte le
direzioni sindacali, e difficilmente nascerà nel breve periodo un
movimento dei lavoratori organizzato in grado di contendere al PT
l’egemonia a sinistra. L’unica speranza viene da quell’MST che ha fatto
dell’indipendenza da ogni governo e da ogni partito la propria bandiera,
in nome di quegli interessi materiali che rappresenta. Senza contare che
il prossimo Forum Sociale Mondiale potrebbe tenersi proprio nel
Venezuela di Chavez.
Note:
[1] Intervista di João Pedro Stedile alla Gazeta Mercantil del 3 gennaio
2005
[2] “I due mondi di Chavez”, di Raffaele Crocco
[3] La polarisation Lula/Chávez en Amérique latine”, di Francois Sabado
[4] di John Holloway
(articolo pubblicato su Contropiano [www.contropiano.org] del 15/3/2005)
Marco Santopadre
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