Nell'articolo "Scuole cattoliche: la carica dei seimila" di Teresa
Capezzuto, pubblicato su "L'eco di Bergamo" del 20-03-06, si leggono
spiacevoli dichiarazioni di tre esponenti della curia bergamasca a proposito
di scuole confessionali.
"Monsignor Amadei ha sottolineato la forza della scuola cattolica che vuole
essere un camminare insieme per aiutare i ragazzi a entrare nella vita in
maniera critica, con mente aperta e relazioni profonde, per la formazione
integrale della persona. «La scuola cattolica non è di parte ed è aperta a
tutti, chiede di essere rispettata come le altre scuole, ma questo non
avviene quasi mai - sottolinea il vescovo Amadei - È un'ingiustizia perché
la realtà viene misurata con pregiudizi e ideologie». «La camminata -
afferma monsignor Vittorio Bonati, delegato vescovile per la scuola -
rappresenta l'esempio di come le scuole cattoliche si aprono alla vita e
coinvolgono le famiglie che hanno un ruolo determinante nella scuola».
«Questa occasione rappresenta il cammino in direzione della parità economica
da parte anche degli organismi della scuola cattolica come l'Agesc
(Associazione GEnitori Scuole Cattoliche ndr) e la Fidae - sottolinea don
Fabio Togni, direttore dell'Ufficio per la pastorale scolastica - oltre che
per la libertà di educazione nella qualità dell'educazione»."
Cominciamo da quanto sostenuto da mons. Amadei. In primo luogo non si
capisce come i cattolici si possano appropriare di una parola come "critica"
che implica il libero uso della ragione per soppesare e stabilire la
validità di ogni fede o credenza data. La fede religiosa si basa sulla
sospensione dell'uso della ragione di fronte al mistero della rivelazione ed
è dunque incompatibile con qualsiasi forma di critica che non sia gravemente
autocensurata e dunque dimidiata. La critica è incompatibile con quel "credo
quia absurdum" che dai tempi dei padri latini segna la sostanza culturale
del cristianesimo. In secondo luogo non riesco a capire in che modo possa
essere coerente con la fede in un ente sommo l'appello, fatto dai cattolici
in ogni occasione, all'uomo, alla natura umana, alla dignità umana
("formazione integrale della persona"). L'umanesimo cristiano non può che
essere monco, perché egli pone comunque la fonte di ogni valore nella
divinità, non nell'uomo: se l'uomo, all'interno della tradizione cristiana,
vale qualcosa, è solo per la sua relazione privilegiata con Dio. Infatti:
"et ait faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram et praesit
piscibus maris et volatilibus caeli et bestiis universaeque terrae omnique
reptili quod movetur in terra et creavit Deus hominem ad imaginem suam ad
imaginem Dei creavit illum masculum et feminam creavit eos"
"E disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza; che governi sui
pesci del mare e sui volatili del cielo e sulle bestie di tutta la terra e
su ogni rettile che si muova sulla terra; e creò l'uomo a sua immagine, lo
creò a immagine di Dio, li creò maschio e femmina»", Genesi, I, 26-27
Oltretutto da questo genere di umanesimo, che si regge su una diretta
investitura divina, è derivata all'uomo occidentale una tendenza a sentirsi
padrone del mondo, non suo custode per le generazioni a venire: di qui un
modello di sviluppo che ha sempre considerato l'ambiente come materia bruta
da plasmare a piacere e che provoca drammatiche e note conseguenze. In terzo
luogo, dire che la scuola cattolica "non è di parte ed è aperta a tutti" è
falso. E' di parte in quanto è confessionale, ha delle precise Verità da
trasmettere e alcune linee di pensiero avversarie da contrastare. Non è
aperta a tutti in quanto si fa pagare per il servizio offerto (quindi può
accedere solo il cliente pagante o finanziato) ed è di fatto chiusa a chi
contesti i dogmi o i riti della religione cattolica (credo che se uno
studente islamico fosse ammesso al Sant'Alessandro, sarebbe quantomeno
emarginato se mostrasse e professasse in quel contesto la sua fede). In
quarto luogo, è ridicolo che un vescovo cattolico attacchi pregiudizi e
ideologie, in quanto nulla è più ideologico e pregiudizievole di una
religione. il pregiudizio è infatti l'enunciato che è accettato
indipendentemente da ogni discussione razionale, proprio alla stregua di un
articolo di fede.
L'intervento di mons. Bonati offre uno spunto di riflessione: è giusto che
le famiglie possano scegliere la scuola che più preferiscono per i loro
figli? E' giusto che la scuola sia solo una fedele replica dell'educazione
impartita dalla famiglia, che non fornisca valori altri rispetto alla
famiglia di appartenenza dello studente, che lo studente viva in una
continua omogeneità culturale che lo tenga il più possibile distante da ogni
Altro possibile? Il presupposto dell'esistenza stessa delle suole religiose
è che ciò sia giusto e buono. Al contrario io ritengo che una delle funzioni
più benefiche e salutari della scuola pubblica uguale per tutti sia proprio
la mescolanza di culture, di classi sociali e di tradizioni che in essa ha
luogo. Se le persone sono lasciate crescere in un continuo gioco di specchi
in cui il cattolico si riconosce nel cattolico e il ricco nel ricco, è
inevitabile che si manifestino xenofobia e intolleranza verso chi non può
essere incluso nell'identità di gruppo che così si è creata.
Don Fabio Togni tocca il punto più importante, la "parità economica": dietro
quest'etichetta si celano finanziamenti pubblici alle scuole confessionali,
che si sono diffusi negli ultimi anni a ogni livello istituzionale. Questa
pratica, oltre ad essere incostituzionale (art. 33 Cost. "[...] Enti e
privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione,
senza oneri
per lo Stato. [...]" ), presuppone che esista il diritto, da parte dei
cittadini, di iscrivere i propri figli alle scuole private, quale che sia la
loro condizione economica. Si consideri che le famiglie sono perfettamente
libere di impartire ai loro figli un'educazione religiosa, di far
frequentare loro corsi di catechesi e di farli partecipare alle attività
degli oratori. Il diritto a cui si fa riferimento è solo un diritto
negativo, un diritto di libertà (lo Stato non deve agire in modo da
ostacolare il funzionamento delle scuole confessionali), non un diritto
positivo, un diritto esigibile (lo Stato deve attivarsi perché chi vuole
possa iscriversi alla scuola privata). Sarebbe come se io tramutassi il mio
diritto negativo di comprare delle azioni in Borsa (lo Stato non deve porre
degli ostacoli a questa mia azione) nella rivendicazione del fatto che lo
Stato mi debba comprare delle azioni di tasca sua perché io ne ho diritto:
una palese assurdità. Di conseguenza, non deve esistere alcuna parità
economica, e tutti i finanziamenti, diretti e indiretti, all'istruzione
confessionale devono cessare, per essere utilizzati per potenziare quella
scuola pubblica che sola garantisce ai cittadini il diritto positivo
all'istruzione. Se le famiglie dell'alta borghesia vogliono far studiare (si
fa per dire) i loro figli in un ambiente scolastico protetto, in cui non
vengano loro in
mente idee strane o devianti e in cui non siano a contatto con la prole di
lavoratori squattrinati, lo facciano pure, ma che non chiedano un solo
centesimo al contribuente.
Tommaso Bruni - UAAR Bergamo - www.uaarbergamo.it
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