GRANELLO DI SABBIA (n°154)
Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC
Venerdì 9 giugno 2006
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Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia possibile.
Numero di abbonati attuali: 7 588
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Indice degli argomenti
1) FMI E Banca Mondiale: si acuisce la crisi
Di Walden Bello (docente di Sociologia dell'Università delle Filippine e
direttore esecutivo di Focus on the Global South, con sede a Bangkok)
"Noi critichiamo i progetti di aggiustamento strutturale e loro vengono
fuori coi documenti della Strategia di Riduzione della Povertà. Noi
reclamiamo la cancellazione dei debiti e loro vengono fuori con
l'Iniziativa per i Paesi Poveri fortemente Indebitati. Visto il fiasco
di questi programmi, non sarebbe ora di cambiare approccio?"
2) Direttiva Bolkestein : se credete che ci basti…
Di Marco Bersani e Francesco Locantore (Attac Italia)
Non è questo che chiedono i movimenti sociali e sindacali, che in questi
anni si sono mobilitati contro le privatizzazioni dei servizi pubblici e
contro la precarizzazione del lavoro
3) Dichiarazione finale del controvertice Unione Europea - America
Latina e Caraibi
Noi, uomini e donne dei movimenti e delle organizzazioni sociali e
politiche di America Latina e Caraibi e d'Europa, ci siamo dati
appuntamento a Vienna dal 10 al 13 maggio 2006 per esprimere la nostra
opposizione e la nostra resistenza alle politiche neoliberiste di libero
commercio che i governi di entrambe le regioni stanno mettendo in atto
nei nostri Paesi e che propongono come inquadramento per un nuovo
Accordo d' Associazione.
4) Il sistema TAV è l'unico vero tunnel
di Marco Cedolin
L'inverno è alle nostre spalle, così come sono entrate a far parte del
novero dei ricordi le notti passate all'addiaccio nella libera
Repubblica di Venaus, le cariche della polizia e la commovente
mobilitazione popolare che ha di fatto sancito come sia impossibile
procedere alla costruzione di un'infrastruttura con il solo ausilio dei
mezzi blindati e dei manganelli.
5) Meglio perdere la faccia che la Cina
Di Angela Pascucci
Come contabili alle prime armi, i relatori avrebbero messo insieme
realtà e previsioni e non hanno sottoposto il loro lavoro a controlli.
"Scusate tanto, ci siamo sbagliati". La Cina val bene la faccia.
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1) FMI E Banca Mondiale: si acuisce la crisi
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Di Walden Bello (docente di Sociologia dell'Università delle Filippine e
direttore esecutivo di Focus on the Global South, con sede a Bangkok)
La riunione primaverile (emisfero nord) della Banca Mondiale (BM) e del
Fondo Monetario Internazionale (FMI), che si sono tenute questo fine
settimana, hanno visto le due istituzioni accerchiate dalle barricate
della polizia nel cuore di Washington. Praticamente non si è visto quasi
nessun manifestante.
La riunione si è svolta a porte chiuse, a pochi isolati dall'Institute
for Policy Studies, dove l'opposizione stava dando il tocco finale ad
una campagna mondiale destinata a rovesciare le due istituzioni. Per i
circa 70 attivisti provenienti da diverse parti del mondo che
assistevano alla riunione di due giorni sulla strategia, la relativa
assenza di manifestanti per strada non era un riflesso della realtà. Al
contrario, essi erano ben coscienti del fatto che le due istituzioni
stanno attraversando la crisi più difficile da diversi anni a questa
parte, e che questa crisi rappresenta un'opportunità per minare il
dominio che esse esercitano sul governo dell'economia mondiale.
Crisi di legittimità
La crisi è più evidente nel FMI. Il FMI non si è mai ripreso dopo la
crisi finanziaria asiatica del 1997: è questo il parere dell'ex
funzionario del FMI e della Banca Mondiale Dennis de Tray,
vicepresidente del Center for Global Development (Centro per lo Sviluppo
Globale). "In questo momento il FMI ha perduto la sua legittimità" ha
dichiarato in un forum-colazione organizzato dal Carnegie Endowment for
International Peace. A partire da quella crisi, Paesi chiave dell'Asia,
come la Tailandia, le Filippine, la Cina e l'India non hanno contratto
nuovi prestiti con il FMI, coscienti delle conseguenze dei disastrosi
programmi di liberalizzazione finanziaria che molti paesi asiatici hanno
adottato, seguendo le indicazioni del FMI, all'inizio degli anni '90.
Alla ripugnanza dei Paesi asiatici ad aumentare il loro indebitamento
con il FMI, si unisce ora un'evidente tendenza dei Paesi
latinoamericani, Brasile e Argentina in testa, a saldare totalmente i
propri debiti per rendersi indipendenti da un'istituzione che suscita
nella regione un odio profondo.
Questa tendenza, che nei fatti si traduce nel boicottaggio da parte di
alcuni dei maggiori beneficiari di prestiti, sta generando una crisi di
bilancio, dato che negli ultimi due decenni le operazioni del FMI sono
state finanziate in misura crescente con i pagamenti dei prestiti dei
Paesi in via di sviluppo clienti del FMI, più che con i contributi dei
ricchi Paesi del nord, che deliberatamente hanno trasferito il peso del
mantenimento dell'istituzione ai beneficiari dei prestiti. Però, adesso
che i Paesi clienti la fanno finita con i vincoli finanziari, dove
prenderà le risorse il FMI?
Parlando allo stesso incontro, Ngaire Woods, specialista dell'Università
di Oxford in tema di FMI e BM, ha rivelato che le proiezioni del FMI
mostrano che alla fine i pagamenti, per capitale e per interessi, si
ridurrebbero a meno della metà, passando a 635 milioni entro il 2009,
cosa che, con parole della specialista, causerebbe "una gigantesca
riduzione del budget dell'organizzazione".
Problemi nella BM
Sebbene non sia circondata dall'atmosfera di controversia e d'insuccesso
che circonda il FMI, secondo osservatori ben informati anche la Banca
Mondiale è in crisi. A sentire Woods, anche la BM è minacciata da una
crisi di bilancio: gli introiti provenienti dai pagamenti di quote e
interessi dei beneficiari dei prestiti sono scesi da 8 mila 100 milioni
di dollari nel 2001 a 4 mila 400 milioni nel 2004, mentre gli introiti
degli investimenti della BM sono scesi da 1 500 milioni nel 2001 a 304
milioni nel 2004. La Cina, l'Indonesia, il Messico, il Brasile e molti
dei Paesi in via di sviluppo più avanzati stanno ricorrendo ad altre
fonti di credito.
La crisi di bilancio, tuttavia, è soltanto uno degli aspetti di una
crisi generale dell'istituzione. Le ricette politiche offerte dagli
economisti della BM sono considerate sempre più irrilevanti di fronte ai
problemi che stanno affrontando i Paesi in via di sviluppo - questo il
parere di De Tray, che è stato funzionario del FMI a Hanoi e
rappresentante della Banca Mondiale a Jakarta. Il problema, afferma De
Tray, sta nell'enfasi che il reparto ricerche della banca mette nel
produrre lavori tecnici ed economici 'di punta', a uso e consumo del
mondo accademico occidentale, invece di fornire conoscenze che servano
ad appoggiare ricette politiche di carattere pratico. La BM conta
attualmente su uno staff di 10 mila professionisti, in maggioranza
economisti, e De Tray sostiene che "non c'è malfunzionamento nella banca
male che non si possa risolvere riducendo il personale al 40%".
Woods convalida l'opinione di De Tray. In un recente rapporto afferma
che "dando ascolto alla lamentela più diffusa, il personale del FMI e
della BM non ha alcuna esperienza politica. Possono contare su dottorati
in economia o nelle finanze, ma sono mal equipaggiati per operare con
sistemi politici che richiedono un lavoro complesso e intricato".
Il disprezzo per la politica, che rende inetta gran parte del personale
a contatto col mondo in via di sviluppo, spesso si combina con la cecità
di fronte al fatto che esiste un'altra politica, più efficace e potente
di quella complessa dei Paesi in via di sviluppo, e che ha anch'essa la
sua influenza sulle ricette politiche della BM e del FMI. "La politica
influenza sempre la consulenza che offrono il FMI e la BM" scrive Woods.
"Il primo accordo 'stand by' della Corea del Sud col FMI, nel 1997, era
chiaramente abbellito da una serie di condizioni aggiunte per ordine
degli Stati Uniti. In Russia, negli anni '90, le pressioni politiche sul
G7 hanno obbligato la banca a concedere prestiti che non vennero mai
usati (sui quali però la Russia ha dovuto pagare gli interessi), e il
FMI si è visto costretto a chiudere un occhio di fronte al mancato
adempimento dei suoi obiettivi. I progetti della BM molte volte sono
nascostamente predeterminati da accordi o contratti preesistenti tra
grandi compagnie che possono contare sulla protezione di governi potenti
e dei beneficiari dei prestiti.
Come nascondere una crisi
Tra i presenti alla riunione delle organizzazioni non governative (ONG)
realizzata nell'Institute for Policy Studies c'era Robin Broad, docente
aggiunta dell'American University. Broad ha studiato per molti anni alla
Banca Mondiale, e il suo libro "Alleanza disuguale: la Banca Mondiale e
le Filippine" è considerato un classico studio di caso sulle relazioni
dell'istituzione con i Paesi clienti. Secondo Broad, la Banca, in
realtà, sta attraversando una crisi più profonda di quella del FMI,
sebbene meno visibile al pubblico. "La risposta del FMI è stata quella
di ritirarsi nel suo quartier generale, e in tal modo ha rafforzato nel
pubblico l'impressione di essere accerchiato" dichiara. "La risposta
della Banca Mondiale, invece, è stata quella di attirare l'attenzione
del mondo, per mascherare il fatto di trovarsi sempre più in crisi".
Broad identifica nell'offensiva della BM tre elementi: "In primo luogo,
si fa avanti dicendo ai donatori di essere l'istituzione meglio piazzata
per distribuire crediti destinati a farla finita con la povertà, a
proteggere l'ambiente, a combattere l'HIV-Aids, ecc. ... quando in
realtà i suoi precedenti dimostrano chiaramente che non lo è. In secondo
luogo, ha il 'dipartimento ricerche sullo sviluppo' più grande del mondo
- con un finanziamento approssimativo di circa 50 milioni di dollari -
la cui ragion d'essere consiste nel produrre ricerche che suffraghino le
conclusioni predeterminate dalla Banca Mondiale. In terzo luogo, può
contare su un gigantesco dipartimento affari esteri da una trentina di
milioni di dollari, cioè un'unità di pubbliche relazioni che si dedica a
promuovere sulla stampa i risultati delle sue ricerche, che spaccia per
oggettive, e a promuovere l'immagine di una banca onnisciente. Tutto
questo, però, non può durare. Alla Banca Mondiale sanno di essere in
crisi e sanno di essere sul punto di crollare. E presto o tardi, se
facciamo il nostro lavoro, la verità verrà alla luce'.
La reazione alle nuove iniziative
Nella riunione delle ONG è stata respinta la citatissima campagna del
presidente della BM, Paul Wolfowitz, contro la corruzione come nuovo
mezzo di pubbliche relazioni, progettata per fornire un puntello alla
legittimità indebolita dell'istituzione. "A proposito di ipocrisia:
Wolfowitz è stato ambasciatore degli Stati Uniti in Indonesia alla metà
degli anni '80, quando la corruzione era all'ordine del giorno nei
progetti della Banca Mondiale, e non ha mai fatto niente al riguardo" ha
dichiarato Spalmali Guttal, rappresentante di Focus on Global South, ONG
con sede a Bangkok. "Secondo un calcolo approssimativo, solo un dollaro
su tre di quelli che la banca ha dato al governo di Suharto in un
periodo di 30 anni, dalla metà degli anni 60 alla metà degli anni 90, è
finita effettivamente nelle mani del popolo. Questo significa soltanto
10 milioni di dollari sui 30 mila milioni del programma di prestiti
della banca. Wolfowitz, in realtà, era conosciuto come grande amico del
regime di Suharto".
Anche il progetto per incrementare il potere di voto di alcuni grandi
Paesi in via di sviluppo come la Cina e il Brasile, ha incontrato un
profondo scetticismo, e così pure l'annuncio che sarebbe leggermente
aumentato il numero dei Paesi poveri candidati alla riduzione del
debito, nel contesto dell'iniziativa della banca denominata "Iniziativa
a favore dei Paesi Poveri fortemente Indebitati". La riunione delle ONG
ritiene che l'iniziativa sia soltanto un nuovo sforzo di pubbliche
relazioni per puntellare un programma carente, e che, nello stesso
tempo, il progetto di incrementare il potere di voto sia un disperato
tentativo per decapitare la decisione di molti Paesi in via di sviluppo
di emanciparsi dalla dipendenza nei confronti delle due istituzioni.
Lo scopo della riforma?
Nella riunione si è parlato poco di riformare le politiche di credito e
i progetti del FMI e della BM, un approccio che appariva prioritario a
molte delle ONG internazionali più grandi negli anni '90. Sameer
Dossani, coordinatore della campagna "¡50 Años Basta!", ha espresso i
dubbi che sono sorti nella riunione sulla percorribilità dell'approccio
riformista: "Noi critichiamo i progetti di aggiustamento strutturale e
loro vengono fuori coi documenti della Strategia di Riduzione della
Povertà. Noi reclamiamo la cancellazione dei debiti e loro vengono fuori
con l'Iniziativa per i Paesi Poveri fortemente Indebitati. Visto il
fiasco di questi programmi, non sarebbe ora di cambiare approccio?"
Man mano che si acuisce la crisi delle due istituzioni, i loro critici
avvertono che si presenta l'opportunità per stabilire una strategia più
radicale. Dalla clausura della riunione di 2 giorni, Lidy Nacpil, di
Jubileo Sur (coalizione mondiale che reclama la cancellazione del
debito), ha dichiarato: "Ci siamo accordati su una strategia per
togliere potere alla Banca Mondiale e al FMI". Invece di porre
condizioni alle operazioni del FMI e alla Banca Mondiale, che riducano
il loro impatto negativo, il nuovo approccio identifica le operazioni o
i settori più vulnerabili delle due istituzioni e mira alla
realizzazione di campagne mondiali per porvi fine, con l'obiettivo
strategico di ridurre finalmente in modo radicale il potere e
l'influenza dei due organismi. "E' come tagliare i tentacoli a una
piovra: si comincia dalle parti più vulnerabil, e poi si continua".
Due delle iniziative prese in considerazione dalla nuova campagna sono
la realizzazione di mobilitazioni internazionali di massa nel momento in
cui si terrà la riunione autunnale (emisfero nord) del FMI e della BM a
Singapore, la terza settimana di settembre, e la celebrazione di una
conferenza internazionale sulle alternative alla Banca Mondiale e al
FMI, prevista in coincidenza con questa riunione di settembre.
Focus On Trade, maggio 2006
Traduzione a cura di Cinzia Vidali
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2) Direttiva Bolkestein : se credete che ci basti…
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Di Marco Bersani e Francesco Locantore (Attac Italia)
Lo scorso 29 maggio, alla riunione di Bruxelles del Consiglio Europeo
per la Competitività, i 25 governi europei hanno trovato un accordo
sulla direttiva Bolkestein, approvando il testo redatto dalla
Commissione Europea, a seguito delle modifiche introdotte dopo il voto
del 16 febbraio scorso in Parlamento europeo. E' il cosiddetto
"compromesso "Ghebardt", che, pur modificando alcuni aspetti della
direttiva, ne lascia immutato l'impianto liberista e i pericoli per gli
attacchi ai diritti sociali e del lavoro.
E' vero che dal nuovo testo scompare nominalmente il famigerato
"principio del paese d'origine" e viene escluso il diritto del lavoro;
ma per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, la direttiva sui
lavoratori distaccati dice che vanno rispettate solo le norme minime del
paese di destinazione, mentre la completa liberalizzazione del lavoro
autonomo, contenuta nel testo approvato, riapre le porte al principio
del paese d'origine, al dumping sociale ad un'ulteriore precarizzazione
del lavoro.
E' vero che dal nuovo testo sono esclusi dal campo di applicazione
della direttiva i servizi di interesse generale e la sanità; ma, da una
parte, la definizione di "servizio" come "attività svolta dietro
erogazione di un corrispettivo economico a qualsiasi titolo", comporta
l'inclusione della quasi totalità dei beni comuni e dei servizi
pubblici; dall'altra, per la sanità è in lavorazione una nuova direttiva
ad hoc.
Infine per quanto riguarda i poteri delle autorità locali e governative,
le loro prerogative di limitare la libera circolazione dei servizi si
riducono alla possibilità di intervento solo su motivate ragioni di
"ordine pubblico, salute pubblica e tutela ambientale".
Mentre il già enorme deficit democratico dell'Unione Europea viene
ulteriormente allargato dall'inclusione nel nuovo testo sia del tacito
consenso, ovvero della impossibilità per ogni Paese di impedire
l'ingresso di un'attività non esplicitamente vietata dal proprio
ordinamento; sia, con l'introduzione dello "screening", ovvero della
notifica a Bruxelles dell'elenco motivato delle restrizioni adottate a
livello nazionale. E' la politica che, dopo aver abdicato alla quasi
totalità del proprio ruolo in favore del mercato, consegna le ultime
prerogative rimaste alla Corte di giustizia Europea.
Il nuovo Governo dell'Unione, presente in delegazione con i ministri
Mussi e Bonino, ha approvato il nuovo testo, considerando positiva la
nuova collocazione del Governo Italiano sull'asse franco-tedesco
favorevole al "compromesso", rispetto alla precedente collocazione del
Governo Berlusconi sull'asse iper-liberista di Gran Bretagna e Paesi
dell'est.
Non scherziamo.
Non è questo che chiedono i movimenti sociali e sindacali, che in questi
anni si sono mobilitati contro le privatizzazioni dei servizi pubblici e
contro la precarizzazione del lavoro, costruendo una Campagna Nazionale
per il ritiro della direttiva Bolkestein, portando in piazza a Roma il
15 ottobre 2005 più di 50000 persone e partecipando a due grandissime
mobilitazioni europee.
Non è questo che chiedono gli Enti Locali - 7 Regioni, 26 Province e
diverse decine di Comuni- che hanno costituito un Coordinamento
Nazionale contro l'espropriazione dei propri poteri.
Non è questo che chiedono i movimenti europei, che al FSE dello scorso
maggio hanno sottoscritto, in più di 40 organizzazioni sindacali,
confederali e di base, associazioni e movimenti sociali, la
"Dichiarazione di Atene", ovvero un reciproco impegno alla lotta contro
l'Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (GATS), contro la direttiva
Bolkestein e per la promozione di servizi pubblici europei come spazio
dei beni comuni indisponibili al mercato.
Il Governo dell'Unione ha vinto le elezioni anche grazie ai voti che
sono venuti dal popolo di Genova, da una massa di cittadini, lavoratrici
e lavoratori che stanno mettendo in discussione la privatizzazione dei
servizi pubblici e la precarizzazione del lavoro. Sono movimenti che non
si accontentano della falsa alternativa tra liberismo selvaggio e
social-liberismo, e che non delegano a nessuno la difesa dei diritti e
la costruzione di un altro mondo possibile.
Per questo da subito chiediamo :
a)l'immediata convocazione di un dibattito parlamentare, aperto
all'audizione di organizzazioni sindacali, movimenti sociali ed Enti
Locali sulla direttiva Bolkestein;
b)l'immediata definizione da parte del Governo, com'è nelle sue facoltà,
e attraverso un percorso partecipativo, dei Servizi di Interesse
Generale, che includa tutti i beni comuni e i servizi pubblici, in
quanto tali indisponibili alle leggi del mercato
c)l'abrogazione della legge 30 e pacchetto Treu, in direzione di nuovi
ed estesi diritti del lavoro per tutti
Perché si combatte la direttiva Bolkestein, anche erigendo dighe sociali
che ne impediscano l'ingresso. Per parte nostra, la mobilitazione continua.
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3) Dichiarazione finale del controvertice Unione Europea - America
Latina e Caraibi
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Noi, uomini e donne dei movimenti e delle organizzazioni sociali e
politiche di America Latina e Caraibi e d'Europa, ci siamo dati
appuntamento a Vienna dal 10 al 13 maggio 2006 per esprimere la nostra
opposizione e la nostra resistenza alle politiche neoliberiste di libero
commercio che i governi di entrambe le regioni stanno mettendo in atto
nei nostri Paesi e che propongono come inquadramento per un nuovo
Accordo d' Associazione. Manifestiamo il nostro rifiuto al tentativo
dell'Unione Europea di promuovere, nel 2010, un'Area di libero commercio
nell'insieme della regione, come pure la volontà esplicita di
approfondire gli accordi già esistenti col Messico ed il Cile, di
realizzare un accordo di analoga natura con Mercosur e di promuovere
accordi simili con l'America Centrale e con la regione andina. Ci siamo
dati appuntamento anche per progredire nella costruzione di un dialogo
politico e sociale tra i popoli, perché rivendichiamo il nostro diritto
di progettare le alternative e crediamo nella nostra capacità di formularle.
Di fronte alla politica aggressiva e predatrice degli Stati Uniti,
nell'America Latina e nei Carabi cresce la resistenza popolare, e oggi
dobbiamo aggiungere anche la resistenza ai tentativi da parte
dell'Unione Europea di imporre una politica neoliberista. Perno di
questa resistenza è il rifiuto della Costituzione Europea, neoliberista
e militarista, da parte dei popoli francese e olandese, la resistenza
dei popoli europei di fronte alle politiche neoliberiste dei propri
governi e specialmente delle istituzioni comunitarie che smantellano le
conquiste sociali e i sistemi di protezione pubblica. Di fronte a questa
crescita della resistenza popolare i governi rispondono con la
criminalizzazione del movimento sociale. Noi diamo forza all'estensione
su scala mondiale della resistenza popolare e sociale, da parte di tutti
coloro, uomini e donne, che si alleano per mettere freno all'esclusione,
alla disoccupazione, all'emarginazione o all'oppressione diretta e per
progettare un mondo diverso.
Le preoccupazioni che ci hanno fatto riunire a Rio e a Madrid, e che
alla fine hanno dato origine al primo incontro sociale "Allacciando
Alternative" di Guadalajara, nel maggio 2004, persistono ancora, tanto
in America Latina quanto nell'Unione Europea.
Gli insegnamenti che abbiamo accumulato dopo 10 anni di NAFTA e 6 anni
di Accordo d'Associazione con l'Unione Europea sono sufficientemente
chiari per dare un fondamento alla nostra posizione politica nei
confronti del libero commercio, basato sul segreto e sull'asimmetria del
rapporto tra attori poveri e attori ricchi.
Un esempio di ciò sono i processi di deindustrializzazione e
smantellamento dei settori pubblici di servizi, che hanno messo
l'America Latina in una situazione cronica di povertà e di esclusione
sociale. La stessa ondata neoliberista in Europa si esprime attraverso
la Direttiva Bolkenstein, che dà impulso alla liberalizzazione dei
servizi, alle pressioni per un abbassamento degli standard di base a
tutela del lavoro, alla crisi dello stato sociale, alla xenofobia, alla
violenza verso le donne, alla violenza urbana e altri sintomi: questi
sono i risultati più visibili di una crisi globale, alla quale questi
anni del Consenso di Washington ci hanno consegnati.
Noi contestiamo il ruolo delle multinazionali europee in America
Latina. Esse, lungi dall'essere un fattore di sviluppo e di pace
sociale, hanno dato luogo a massicci conflitti, specialmente tra utenti
dei servizi pubblici, mettendo a rischio l'accesso a servizi di base
(come l'acqua, l'elettricità, la telefonia), hanno stimolato il
saccheggio e \l'estrazione indiscriminata di risorse naturali, causa di
degrado ambientale. Gli effetti negativi di questo modello saranno
accentuati dalla realizzazione di accordi di liberalizzazione
commerciale e grandi progetti di infrastrutture, come l'Iniziativa
d'Integrazione dell'Infrastruttura Regionale Sudamericana (IIRSA) e il
Progetto Puebla Panamà (PPP).
In riferimento all'acqua, diritto umano e bene comune dell'umanità, i
processi di privatizzazione dei sistemi pubblici in diversi Paesi e
regioni dell'America Latina hanno aperto alle multinazionali e alle
corporazioni europee una grande opportunità per incrementare i loro
guadagni, e nello stesso tempo per minare il potere decisionale dei
popoli riguardo ai propri territori e alle proprie vite. Sia in America
Latina che in Europa la privatizzazione ha fatto aumentare enormemente
le tariffe, ha deteriorato il sistema idrico e ha abbassato il livello
di vita dei cittadini e dei lavoratori.
Le imprese multinazionali petrolifere europee hanno espropriato per
decenni le ricchezze in idrocarburi dei paesi latinoamericani,
saccheggiando le loro risorse, distruggendo i loro popoli, le loro
comunità e il loro ambiente. Ogni relazione tra l'America Latina e
l'Unione Europea deve basarsi sul rispetto della sovranità dei popoli,
sul rispetto delle loro risorse e dei processi di rinazionalizzazione
degli idrocarburi, già iniziati nella regione.
L'accesso alla terra è un diritto umano fondamentale, così come la
difesa della proprietà collettiva delle terre - di contadini, contadine
e indigeni - oggi minacciata dai programmi di privatizzazione degli
organismi internazionali. Ci pronunciamo a favore di un'estensione della
riforma agraria, ribadiamo il fatto che le risorse naturali e le
conoscenze tradizionali sono patrimonio dei popoli, così come lo è la
biodiversità. Sono beni comuni che non possono essere fatti oggetto di
commercio. Siamo contro le coltivazioni transgeniche e contro il modello
agricolo finalizzato all'esportazione, che provoca l'espulsione di
intere popolazioni e rovina le economie contadine.
La Banca Europea degli Investimenti (BEI), così come altri enti bancari
europei, stanno dimostrando un crescente interesse nel finanziare
investimenti in America Latina - aiuti finanziari che, se verranno
attuati, ben difficilmente potranno portare ai popoli latinoamericani
risultati e benefici reali.
In questo scenario di strategie neoliberiste promosse dai governi
europei e latinoamericani e spinte dalle loro corporazioni, si svolge il
Vertice dei Presidenti dell'America Latina e dell'Unione Europea, che
torna a riproporre un'agenda piena di vuote promesse, che mascherano le
vere intenzioni di accelerare accordi biregionali di libero commercio.
Nello stesso tempo, l'Unione Europea prosegue i processi di allargamento
degli stati membri, basati ancora una volta su un orientamento
neoliberista, che può soltanto provocare al suo interno nuove e più
profonde crisi.
Rispetto alla possibilità di un Accordo d' Associazione tra le due
regioni, facciamo presente che, per essere giusto e proficuo per i
nostri popoli, esso deve staccarsi dal modello e dalle regole di un
trattato di libero commercio. Non vogliamo il 'libero commercio' tra
l'Europa e l'America Latina. Vogliamo relazioni commerciali, e vogliamo
promuovere tra le due regioni spazi di cooperazione che favoriscano il
benessere dei nostri popoli, la sovranità dei nostri Paesi, il rispetto
della diversità culturale e che non depredino il nostro ambiente. Ci
opponiamo ad un'agenda di libero commercio al servizio degli interessi
delle compagnie multinazionali europee e delle élites esportatrici
dell'America Latina.
Consideriamo privi di contenuto il dialogo politico e la cooperazione in
progetto. La confluenza di interessi tra la maggioranza dei governi
dell'America Latina e dell'Unione Europea e le multinazionali è
risultata chiara nel forum delle imprese che ha avuto luogo durante il
vertice e dalle relazioni privilegiate che si stabilirono in tale
occasione. I governi europei non sono i più idonei a parlare di coesione
sociale nell'attuale fase storica. Per parlare di dialogo politico si
devono creare le condizioni di una partecipazione reale dei movimenti
sociali, non ci si può semplicemente limitare a spazi di consultazione.
La cooperazione deve essere uno strumento a beneficio dei nostri popoli
e non, come lo è attualmente, uno strumento aggressivo basato su una
retorica mercantilistica che facilita il saccheggio e il controllo dei
nostri territori, delle nostre risorse e dei nostri servizi pubblici.
La sessione del Tribunale Permanente dei Popoli sulle politiche
neoliberiste e sulle multinazionali europee in America Latina ha messo
in chiaro la natura sistemica delle multinazionali, il loro legame con
la creazione di leggi che servono a proteggerle e con l'attività degli
organismi internazionali come l'OMC, il BM e il FMI mirata a facilitare
e garantire i loro guadagni. Al contrario, per gli utenti, i
consumatori, i lavoratori e per il pubblico in generale, la mancanza di
difesa e la violazione dei diritti costituiscono la logica dominante.
Pertanto, consideriamo di primaria importanza promuovere la creazione di
uno spazio biregionale di vigilanza, denuncia e lotta contro le
compagnie multinazionali, al fine di arrestare i loro arbitri,
conseguenza del loro potere su scala globale.
La sicurezza nel mondo, dopo la guerra fredda, non si risolve
appellandosi con vuote parole alla contrapposizione tra monopolarismo e
multipolarismo. Questo serve solo a mascherare un gioco perverso che
combina una condiscendenza implicita verso le politiche belliciste, con
l'appoggio aperto o il rifiuto condizionato alle medesime. Il risultato
di questa pratica monopolare ha causato migliaia di vittime in tutto il
mondo, nonché la rottura della stessa promessa di pace, prima con la
guerra illegale contro l'Iraq e ora con l'imminente possibilità di una
guerra su scala maggiore contro l'Iran. L'America Latina non può
impedire le politiche neocoloniali insite negli accordi progettati
dall'Unione Europea in funzione di questi calcoli geopolitici, nei quali
i nostri Paesi non contano affatto.
Inoltre difendiamo un sistema economico multilaterale che regoli i
flussi di capitale, che stimoli la complementarietà delle economie, che
promuova regole chiare e giuste di scambio commerciale, che non tocchi i
beni pubblici, che permetta di colmare il divario economico tra Sud e
Nord, incrementato da un debito estero in costante aumento; parliamo di
un sistema multilaterale che, ovviamente, non è l'Organizzazione
Mondiale del Commercio.
Ci preoccupa il fatto che le attuali asimmetrie economiche,
accentuandosi, portino le nostre regioni verso scenari nei quali la
perdita del lavoro generi, da un lato, emigrazione e, dall'altro, il
rifiuto della stessa. Sono scenari che, favoriti dalla paranoia
terrorista alimentata e provocata da alcuni governi europei, conducono
alla disintegrazione e alla violenza sociale, alla criminalizzazione del
lavoratore e della lavoratrice migrante, da un lato, e alla perdita
della solidarietà sociale dall'altro. Esigiamo il rispetto dei
lavoratori/lavoratrici migranti e l'immediato riconoscimento dei loro
diritti civili, sociali e politici, come pure la chiusura di tutti i
centri di detenzione dei migranti.
Esigiamo il rispetto dei diritti umani, economici, sociali e culturali,
anche il diritto delle donne e dei giovani contro l'esclusione sociale,
consideriamo di primaria importanza invertire il fenomeno di
femminilizzazione della povertà. Ci pronunciamo a favore di una
giustizia che non assicuri l'impunità a coloro che hanno commesso
delitti contro i diritti fondamentali.
Condanniamo il genocidio e la militarizzazione dei territori indigeni.
Esigiamo il riconoscimento del diritto dei popoli indigeni
all'autodeterminazione, perché soltanto il rispetto della loro autonomia
e delle loro culture consentirà che il pianeta possa godere in futuro
dei tesori dei quali essi sono custodi.
Siamo favorevoli alla smilitarizzazione della lotta contro il
narcotraffico, utilizzata in molte occasioni come scusa per reprimere le
lotte popolari, e approviamo la legalizzazione della coltivazione delle
foglie di coca e dei suoi derivati per usi non narcotici.
Denunciamo e condanniamo le posizioni dell'Unione Europea, che si pone
al servizio della politica aggressiva degli Stati Uniti contro Cuba,
condanniamo le leggi di extraterritorialità come la Legge Helms Burton e
esigiamo il riconoscimento e il rispetto dell'autodeterminazione del
popolo cubano nella costruzione del proprio modello politico, economico
e sociale.
Ci pronunciamo contro la privatizzazione delle comunicazioni e
dell'informazione e a favore di una democratizzazione della stessa,
vogliamo creare e sviluppare mezzi appropriati e solidali che
favoriscano un allargamento della cittadinanza e garantiscano la
diversità e il pluralismo dei mezzi di comunicazione: a questo proposito
salutiamo la nascita e il consolidamento di TELESUR.
Ci pronunciamo per la cessazione del mandato di forza dell'ONU ad Haiti,
perché non fa altro che rafforzare la militarizzazione della regione,
invece di contribuire al suo sviluppo. In Colombia, reclamiamo un
accordo politico per risolvere il conflitto armato interno e
l'instaurazione di una pace unita alla giustizia sociale. Condanniamo
l'impunità e le recenti leggi di reinserimento dei paramilitari, che
rendono l'impunità generalizzata - come ad esempio la legge denominata,
in maniera poco felice, di "Giustizia e Pace". A tale proposito,
vogliamo che si concretizzino le raccomandazioni delle Nazioni Unite e
reclamiamo il rispetto dei diritti delle vittime alla verità, alla
giustizia e alla riparazione. Esigiamo e lavoriamo insieme per la pace,
la smilitarizzazione delle relazioni internazionali, il disarmo, lo
smantellamento delle basi militari e il rientro degli effettivi militari
ai loro Paesi d'origine. Respingiamo la militarizzazione e il connubio
militare-industriale che sostiene il neoliberismo. Esigiamo da parte
dell'Unione Europea la sospensione delle facilitazioni daziarie per i
Paesi dell'America Centrale e della Regione Andina che violino i diritti
dei lavoratori e i diritti ambientali.
Noi movimenti sociali di America Latina, Carabi e Unione Europea
riaffermiamo la volontà di accrescere la cooperazione, il coordinamento
e la solidarietà in tutte le lotte contro la flessibilità lavorativa,
per un impiego che sia dignitoso e di qualità, per il controllo
cittadino delle corporazioni e delle multinazionali, contro le politiche
neoliberiste dei governi, per la difesa e l'approfondimento delle
conquiste sociali e lavorative, per la rinazionalizzazione delle nostre
risorse e riserve naturali e dei servizi pubblici attualmente privatizzati.
Di fronte alle pratiche derivanti dall'applicazione di politiche
neoliberiste, in America Latina si stanno dando prove concrete di una
volontà comune a favore di una relazione basata sull'integrazione e
sulla costruzione di alternative, come l'iniziativa dell'ALBA, sostenuta
soprattutto dai governi del Venezuela e di Cuba, o il Trattato del
Commercio dei Popoli (TCP), proposto dal governo boliviano nella sua
resistenza ai TLC, che completa questa corrente di trasformazione e di
apertura verso un'ulteriore tappa ricca di iniziative all'insegna della
sovranità e basata sulla cooperazione e la solidarietà. Riconosciamo
anche gli sforzi per convertire il MERCOSUR in uno spazio di
integrazione concreta e la creazione della Comunità Sudamericana di
Nazioni. In questa dimensione, noi movimenti sociali latinoamericani,
caraibici ed europei, riconosciamo questi sforzi e assumiamo l'impegno
di contribuire allo sviluppo positivo di dette iniziative, a partire
dalla nostra indipendenza e identità come movimento popolare;
confidiamo inoltre nella costruzione di un vero dialogo politico che
stimoli lo scambio aperto e coerente con i suddetti governi.
Confidiamo nel fatto che la nuova atmosfera che si esprime in un forte
attivismo e mobilitazione di movimenti sociali in Europa e in America
Latina, nell'irruzione sulla scena di governi innovatori come quello
venezuelano o quello boliviano, e di altri governi che in America Latina
stanno prendendo le distanze dalla politica di libero commercio,
contribuisca ad accentuare le tendenze orientate a invertire le attuali
politiche neoliberiste e iniziare il cammino verso un nuovo processo di
integrazione che parta dai popoli.
Il nostro maggiore successo in 'Allacciando Alternative 2' è stato
quello di mettere in evidenza la convergenza delle nostre analisi e
azioni contro le politiche neoliberiste e i governi che le favoriscono.
Noi, uomini e donne dei movimenti e delle organizzazioni sociali di
Europa, America Latina e Carabi, ci impegniamo a prendere ulteriori
iniziative per creare insieme le condizioni di un mondo più giusto e
solidale.
1. No agli accordi di libero commercio dell'Unione Europea con l'America
Latina e i Caraibi. No a questo "ALCA" europeo e alla creazione di
clausole di sicurezza e militari per difendere gli interessi del capitale.
2. No all'approfondimento degli accordi di libero commercio col Messico
e il Cile e alla realizzazione di Accordi di libero commercio con
l'America Centrale, la Regione Andina e il MERCOSUR.
3. Sì all'abolizione del debito estero dell'America Latina e dei Caraibi
con i Paesi dell'Unione Europea e il riconoscimento del debito storico
contratto. Non dobbiamo nulla, perciò non paghiamo! Non siamo debitori,
siamo creditori!
4. No al Trattato di Costituzione Europea. No alla repressione dei
migranti. No alla "Fortezza Europa". No alla Direttiva Bolkenstein, e
alla privatizzazione dei servizi pubblici nell'Unione Europea.
5. Sì a rafforzare l'unità e la confluenza biregionale dei movimenti
sociali di entrambi i continenti per raggiungere un altro mondo
possibile, giusto, equo, antipatriarcale e in pace con il pianeta.
Traduzione a cura di Cinzia Vidali
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4) Il sistema TAV è l'unico vero tunnel
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di Marco Cedolin
L'inverno è alle nostre spalle, così come sono entrate a far parte del
novero dei ricordi le notti passate all'addiaccio nella libera
Repubblica di Venaus, le cariche della polizia e la commovente
mobilitazione popolare che ha di fatto sancito come sia impossibile
procedere alla costruzione di un'infrastruttura con il solo ausilio dei
mezzi blindati e dei manganelli.
Abbiamo attraversato prima la "tregua olimpica" poi quella elettorale,
per giungere infine in quel limbo dove si attende che il nuovo governo
inizi a farsi carico dei reali problemi del paese.
Quello dell'Alta Velocità ferroviaria è uno dei grandi problemi da
risolvere, così come quelli legati a molti altri temi scottanti quali il
precariato e la sperequazione sociale. Ma contrariamente a quanto
comunemente si crede i termini del problema riguardano la creazione di
una truffa quale quella del "Sistema TAV" e non le proteste degli
abitanti della Valle di Susa che semmai hanno avuto il merito di creare
uno spiraglio, tramite la loro lotta, nel muro di gomma che da oltre 15
anni avvolge in maniera omertosa tutte le vicende legate all'alta
velocità italiana.
Il sistema TAV è un vero e proprio museo degli orrori, costruito nel
tempo con la connivenza di tutte le forze politiche, in grado di far
scolorire al suo confronto tutti i più grandi scandali della nostra
storia, tangentopoli compresa.
Nel 2009 (fra soli 3 anni) i contribuenti italiani inizieranno a pagare
il conto di circa 1000 km. d'infrastrutture ferroviarie per i treni ad
Alta velocità/capacità e si tratterà di un conto nell'ordine degli 80
miliardi di euro. Un conto che peserà per circa 2,3 miliardi di euro a
finanziaria, portando le nostre disastrate finanze ben oltre il rapporto
deficit/pil impostoci dall'Unione Europea.
Questi 1000 km. d'infrastrutture ferroviarie (in larga parte già oggi
completati o in fase di completamento) serviranno per trasportare merci
e passeggeri che oggi non esistono per mezzo di treni che probabilmente
non esisteranno mai e saranno responsabili d’impatti ambientali
devastanti in alcune zone (il Mugello su tutte) fra le più belle del
nostro paese.
Questi 1000 km. di linea ferroviaria il cui costo medio/km risulterà il
più caro d’Europa dovrebbero secondo le parole dei progettisti essere
sfruttate sia da velocissimi treni passeggeri ad alta velocità che da
pesantissimi treni merci ad alta capacità, ma nessun paese al mondo
adotta un simile sistema “misto” che richiederebbe costi e tempi di
manutenzione notevolissimi.
Questi 1000 km. d’infrastruttura non rispondono a nessuna esigenza reale
del nostro paese (le cui ferrovie tradizionali sono ormai al collasso
per mancanza d’investimenti) e non esiste alcuna possibilità concreta
che l’investimento si manifesti in futuro remunerativo.
Questi 1000 km. sono il vero dramma con il quale il nuovo governo dovrà
giocoforza fare i conti, trovandosi di fronte ad un’opera materialmente
esistente, costosissima e priva di una destinazione d’uso che risponda
alle più elementari logiche trasportistiche ed economiche.
Nonostante l’orrore sia già presente davanti ai nostri occhi e si
prepari a risucchiare quei pochi spiccioli che ancora allignano nelle
nostre tasche, tutta la politica continua a dissertare del “problema
TAV” riconducendolo alla risolutezza con la quale gli abitanti della Val
Susa hanno deciso d’impedire che si faccia scempio anche del loro
territorio, nel tentativo di raddoppiare la dimensione dell’orrore,
attraverso nuovi centinaia di km. d’infrastrutture costosissime, inutili
e devastanti per l’ambiente e coloro che lo abitano.
Per affrontare il “problema TAV” non servono Osservatori e tavoli di
confronto, non servono compensazioni e tentativi d’inciucio, non serve
aggrapparsi al mito dell’Europa, (che nel 2009 probabilmente ci caccerà
a calci) a fantomatiche creazioni di fantasia quali il Corridoio5, a
roboanti paroloni quali “infrastruttura strategica” e “necessità di
sviluppo”.
Per affrontare il “problema TAV” occorre guardarlo in faccia e prendere
coscienza del fatto che si tratta di un mostro esistente che già
avvelena il nostro territorio e fra soli 3 anni ci porterà a
ripercorrere la triste esperienza dell’Argentina.
Il neonato governo Prodi che sta diventando operativo in questi giorni
si trova dinanzi ad un bivio importante, nonostante il passato del nuovo
Presidente del Consiglio in tema di grandi opere non sia proprio
adamantino. Dovrà decidere se continuare pedissequamente a percorrere la
strada dell’asservimento della politica agli interessi dei grandi poteri
economico/finanziari, rimettendo il futuro di tutti noi fra le mani del
farsesco “Osservatorio Virano” perpetuando il “Sistema TAV” fino a
quando tutta l’architettura non esploderà creando uno scandalo senza
precedenti, oppure abbandonare fin da subito ogni velleità legata a
nuove tratte dell’alta velocità ferroviaria, istituendo immediatamente
una Commissione d’inchiesta su quelle già esistenti, tentando almeno di
limitare i danni e recuperare un minimo di quella credibilità che ormai
da troppo tempo al mondo politico più non appartiene.
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5) Meglio perdere la faccia che la Cina
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Di Angela Pascucci
Lunghe file si sono formate ieri già dall'alba davanti a numerose banche
di Hong Kong. Migliaia di persone, in gran parte anziani, hanno atteso
per ore di ritirare il modulo di prenotazione che consentirà loro,
forse, di avere le azioni che Bank of China porrà in vendita dal 1°
giugno nella sua prima storica offerta pubblica. La seconda banca di
Cina vuole rastrellare almeno 11 miliardi di dollari in un'operazione
tra le più rilevanti degli ultimi sei anni nel mercato globale. Gli
speranzosi di Hong Kong, parrebbe, non sono stati affatto turbati dalla
tempesta scatenata dalla Ernst&Young, grande società internazionale di
consulenza, certificazione e quant'altro che ha confermato come la
compagnie di auditing non abbiano mezzi toni: o se ne stanno acquattate
fra analisi e complicati bilanci dall'alto dei quali sparano analisi e
rating senza appello oppure balzano all'improvviso alle cronache come un
sottomarino nucleare russo in avaria. Enron & Co. docent.
I fatti. Il 15 maggio E&Y è stata costretta a un mea culpa "umiliante",
"scioccante" "senza precedenti" (aggettivi presi dalle cronache) davanti
alle autorità bancarie cinesi per aver pubblicato, il 3 maggio, un
rapporto nel quale i crediti inesigibili del sistema bancario di Cina
ammontavano all'astronomica cifra di 911 miliardi di dollari, quasi
l'intero ammontare delle favolose riserve in valuta (875 miliardi di
dollari) dell'ex Impero di mezzo ma soprattutto cinque volte tanto le
cifre ufficiali secondo le quali le sofferenze non superano i 164
miliardi. La notizia di quasi bancarotta non aveva sconvolto il mondo.
Le statistiche sull'economia cinese sono così opache che si può dire
tutto e il suo contrario. Ma stavolta Pechino, intenta all'avvio di una
delle operazioni più gigantesche e delicate della sua storia di riforme,
la quotazione in Borsa delle sue quattro maggiori banche, non ha
lasciato correre, anche perché negli ultimi 18 anni ha speso 283
miliardi per ripulire i conti. Così ha colpito duro. "Ridicole"
"assurde" "incomprensibili" le conclusioni di quel rapporto, che
peraltro contraddice quanto affermato dalla stessa E&Y quando si è messa
il remunerato cappello di certificatore della Industrial & Commercial
Bank of China, il più grande prestatore del paese.
Ricasca dunque nel posto di sempre l'asino degli auditor. Chi controlla
chi? E che obiettività garantisce una società che oltre tutto ha fatto
da consulente alle operazioni di "pulizia" delle banche destinate alla
quotazione in Borsa, ha 4.500 dipendenti in Cina e lo ritiene il mercato
più promettente? In verità, qualcuno così addentro dovrebbe capirne
parecchio. E invece no. Il rapporto, dice ora E&Y, contiene "errori
fattuali". Come contabili alle prime armi, i relatori avrebbero messo
insieme realtà e previsioni e non hanno sottoposto il loro lavoro a
controlli. "Scusate tanto, ci siamo sbagliati". La Cina val bene la faccia.
il manifesto 19 Maggio 2006
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