GRANELLO DI SABBIA (n°154)
Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC
Venerdì 9 giugno 2006
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Indice degli argomenti  


1) FMI E Banca Mondiale: si acuisce la crisi
Di Walden Bello (docente di Sociologia dell'Università delle Filippine e direttore esecutivo di Focus on the Global South, con sede a Bangkok) "Noi critichiamo i progetti di aggiustamento strutturale e loro vengono fuori coi documenti della Strategia di Riduzione della Povertà. Noi reclamiamo la cancellazione dei debiti e loro vengono fuori con l'Iniziativa per i Paesi Poveri fortemente Indebitati. Visto il fiasco di questi programmi, non sarebbe ora di cambiare approccio?"


2) Direttiva Bolkestein : se credete che ci basti…
Di Marco Bersani e Francesco Locantore (Attac Italia)
Non è questo che chiedono i movimenti sociali e sindacali, che in questi anni si sono mobilitati contro le privatizzazioni dei servizi pubblici e contro la precarizzazione del lavoro


3) Dichiarazione finale del controvertice Unione Europea - America Latina e Caraibi Noi, uomini e donne dei movimenti e delle organizzazioni sociali e politiche di America Latina e Caraibi e d'Europa, ci siamo dati appuntamento a Vienna dal 10 al 13 maggio 2006 per esprimere la nostra opposizione e la nostra resistenza alle politiche neoliberiste di libero commercio che i governi di entrambe le regioni stanno mettendo in atto nei nostri Paesi e che propongono come inquadramento per un nuovo Accordo d' Associazione.


4) Il sistema TAV è l'unico vero tunnel
di Marco Cedolin
L'inverno è alle nostre spalle, così come sono entrate a far parte del novero dei ricordi le notti passate all'addiaccio nella libera Repubblica di Venaus, le cariche della polizia e la commovente mobilitazione popolare che ha di fatto sancito come sia impossibile procedere alla costruzione di un'infrastruttura con il solo ausilio dei mezzi blindati e dei manganelli.


5) Meglio perdere la faccia che la Cina
Di Angela Pascucci
Come contabili alle prime armi, i relatori avrebbero messo insieme realtà e previsioni e non hanno sottoposto il loro lavoro a controlli. "Scusate tanto, ci siamo sbagliati". La Cina val bene la faccia.


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1) FMI E Banca Mondiale: si acuisce la crisi
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Di Walden Bello (docente di Sociologia dell'Università delle Filippine e direttore esecutivo di Focus on the Global South, con sede a Bangkok)

La riunione primaverile (emisfero nord) della Banca Mondiale (BM) e del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che si sono tenute questo fine settimana, hanno visto le due istituzioni accerchiate dalle barricate della polizia nel cuore di Washington. Praticamente non si è visto quasi nessun manifestante.

La riunione si è svolta a porte chiuse, a pochi isolati dall'Institute for Policy Studies, dove l'opposizione stava dando il tocco finale ad una campagna mondiale destinata a rovesciare le due istituzioni. Per i circa 70 attivisti provenienti da diverse parti del mondo che assistevano alla riunione di due giorni sulla strategia, la relativa assenza di manifestanti per strada non era un riflesso della realtà. Al contrario, essi erano ben coscienti del fatto che le due istituzioni stanno attraversando la crisi più difficile da diversi anni a questa parte, e che questa crisi rappresenta un'opportunità per minare il dominio che esse esercitano sul governo dell'economia mondiale.

Crisi di legittimità

La crisi è più evidente nel FMI. Il FMI non si è mai ripreso dopo la crisi finanziaria asiatica del 1997: è questo il parere dell'ex funzionario del FMI e della Banca Mondiale Dennis de Tray, vicepresidente del Center for Global Development (Centro per lo Sviluppo Globale). "In questo momento il FMI ha perduto la sua legittimità" ha dichiarato in un forum-colazione organizzato dal Carnegie Endowment for International Peace. A partire da quella crisi, Paesi chiave dell'Asia, come la Tailandia, le Filippine, la Cina e l'India non hanno contratto nuovi prestiti con il FMI, coscienti delle conseguenze dei disastrosi programmi di liberalizzazione finanziaria che molti paesi asiatici hanno adottato, seguendo le indicazioni del FMI, all'inizio degli anni '90.

Alla ripugnanza dei Paesi asiatici ad aumentare il loro indebitamento con il FMI, si unisce ora un'evidente tendenza dei Paesi latinoamericani, Brasile e Argentina in testa, a saldare totalmente i propri debiti per rendersi indipendenti da un'istituzione che suscita nella regione un odio profondo.

Questa tendenza, che nei fatti si traduce nel boicottaggio da parte di alcuni dei maggiori beneficiari di prestiti, sta generando una crisi di bilancio, dato che negli ultimi due decenni le operazioni del FMI sono state finanziate in misura crescente con i pagamenti dei prestiti dei Paesi in via di sviluppo clienti del FMI, più che con i contributi dei ricchi Paesi del nord, che deliberatamente hanno trasferito il peso del mantenimento dell'istituzione ai beneficiari dei prestiti. Però, adesso che i Paesi clienti la fanno finita con i vincoli finanziari, dove prenderà le risorse il FMI?

Parlando allo stesso incontro, Ngaire Woods, specialista dell'Università di Oxford in tema di FMI e BM, ha rivelato che le proiezioni del FMI mostrano che alla fine i pagamenti, per capitale e per interessi, si ridurrebbero a meno della metà, passando a 635 milioni entro il 2009, cosa che, con parole della specialista, causerebbe "una gigantesca riduzione del budget dell'organizzazione".

Problemi nella BM

Sebbene non sia circondata dall'atmosfera di controversia e d'insuccesso che circonda il FMI, secondo osservatori ben informati anche la Banca Mondiale è in crisi. A sentire Woods, anche la BM è minacciata da una crisi di bilancio: gli introiti provenienti dai pagamenti di quote e interessi dei beneficiari dei prestiti sono scesi da 8 mila 100 milioni di dollari nel 2001 a 4 mila 400 milioni nel 2004, mentre gli introiti degli investimenti della BM sono scesi da 1 500 milioni nel 2001 a 304 milioni nel 2004. La Cina, l'Indonesia, il Messico, il Brasile e molti dei Paesi in via di sviluppo più avanzati stanno ricorrendo ad altre fonti di credito.

La crisi di bilancio, tuttavia, è soltanto uno degli aspetti di una crisi generale dell'istituzione. Le ricette politiche offerte dagli economisti della BM sono considerate sempre più irrilevanti di fronte ai problemi che stanno affrontando i Paesi in via di sviluppo - questo il parere di De Tray, che è stato funzionario del FMI a Hanoi e rappresentante della Banca Mondiale a Jakarta. Il problema, afferma De Tray, sta nell'enfasi che il reparto ricerche della banca mette nel produrre lavori tecnici ed economici 'di punta', a uso e consumo del mondo accademico occidentale, invece di fornire conoscenze che servano ad appoggiare ricette politiche di carattere pratico. La BM conta attualmente su uno staff di 10 mila professionisti, in maggioranza economisti, e De Tray sostiene che "non c'è malfunzionamento nella banca male che non si possa risolvere riducendo il personale al 40%".

Woods convalida l'opinione di De Tray. In un recente rapporto afferma che "dando ascolto alla lamentela più diffusa, il personale del FMI e della BM non ha alcuna esperienza politica. Possono contare su dottorati in economia o nelle finanze, ma sono mal equipaggiati per operare con sistemi politici che richiedono un lavoro complesso e intricato".

Il disprezzo per la politica, che rende inetta gran parte del personale a contatto col mondo in via di sviluppo, spesso si combina con la cecità di fronte al fatto che esiste un'altra politica, più efficace e potente di quella complessa dei Paesi in via di sviluppo, e che ha anch'essa la sua influenza sulle ricette politiche della BM e del FMI. "La politica influenza sempre la consulenza che offrono il FMI e la BM" scrive Woods. "Il primo accordo 'stand by' della Corea del Sud col FMI, nel 1997, era chiaramente abbellito da una serie di condizioni aggiunte per ordine degli Stati Uniti. In Russia, negli anni '90, le pressioni politiche sul G7 hanno obbligato la banca a concedere prestiti che non vennero mai usati (sui quali però la Russia ha dovuto pagare gli interessi), e il FMI si è visto costretto a chiudere un occhio di fronte al mancato adempimento dei suoi obiettivi. I progetti della BM molte volte sono nascostamente predeterminati da accordi o contratti preesistenti tra grandi compagnie che possono contare sulla protezione di governi potenti e dei beneficiari dei prestiti.

Come nascondere una crisi

Tra i presenti alla riunione delle organizzazioni non governative (ONG) realizzata nell'Institute for Policy Studies c'era Robin Broad, docente aggiunta dell'American University. Broad ha studiato per molti anni alla Banca Mondiale, e il suo libro "Alleanza disuguale: la Banca Mondiale e le Filippine" è considerato un classico studio di caso sulle relazioni dell'istituzione con i Paesi clienti. Secondo Broad, la Banca, in realtà, sta attraversando una crisi più profonda di quella del FMI, sebbene meno visibile al pubblico. "La risposta del FMI è stata quella di ritirarsi nel suo quartier generale, e in tal modo ha rafforzato nel pubblico l'impressione di essere accerchiato" dichiara. "La risposta della Banca Mondiale, invece, è stata quella di attirare l'attenzione del mondo, per mascherare il fatto di trovarsi sempre più in crisi".

Broad identifica nell'offensiva della BM tre elementi: "In primo luogo, si fa avanti dicendo ai donatori di essere l'istituzione meglio piazzata per distribuire crediti destinati a farla finita con la povertà, a proteggere l'ambiente, a combattere l'HIV-Aids, ecc. ... quando in realtà i suoi precedenti dimostrano chiaramente che non lo è. In secondo luogo, ha il 'dipartimento ricerche sullo sviluppo' più grande del mondo - con un finanziamento approssimativo di circa 50 milioni di dollari - la cui ragion d'essere consiste nel produrre ricerche che suffraghino le conclusioni predeterminate dalla Banca Mondiale. In terzo luogo, può contare su un gigantesco dipartimento affari esteri da una trentina di milioni di dollari, cioè un'unità di pubbliche relazioni che si dedica a promuovere sulla stampa i risultati delle sue ricerche, che spaccia per oggettive, e a promuovere l'immagine di una banca onnisciente. Tutto questo, però, non può durare. Alla Banca Mondiale sanno di essere in crisi e sanno di essere sul punto di crollare. E presto o tardi, se facciamo il nostro lavoro, la verità verrà alla luce'.

La reazione alle nuove iniziative

Nella riunione delle ONG è stata respinta la citatissima campagna del presidente della BM, Paul Wolfowitz, contro la corruzione come nuovo mezzo di pubbliche relazioni, progettata per fornire un puntello alla legittimità indebolita dell'istituzione. "A proposito di ipocrisia: Wolfowitz è stato ambasciatore degli Stati Uniti in Indonesia alla metà degli anni '80, quando la corruzione era all'ordine del giorno nei progetti della Banca Mondiale, e non ha mai fatto niente al riguardo" ha dichiarato Spalmali Guttal, rappresentante di Focus on Global South, ONG con sede a Bangkok. "Secondo un calcolo approssimativo, solo un dollaro su tre di quelli che la banca ha dato al governo di Suharto in un periodo di 30 anni, dalla metà degli anni 60 alla metà degli anni 90, è finita effettivamente nelle mani del popolo. Questo significa soltanto 10 milioni di dollari sui 30 mila milioni del programma di prestiti della banca. Wolfowitz, in realtà, era conosciuto come grande amico del regime di Suharto".

Anche il progetto per incrementare il potere di voto di alcuni grandi Paesi in via di sviluppo come la Cina e il Brasile, ha incontrato un profondo scetticismo, e così pure l'annuncio che sarebbe leggermente aumentato il numero dei Paesi poveri candidati alla riduzione del debito, nel contesto dell'iniziativa della banca denominata "Iniziativa a favore dei Paesi Poveri fortemente Indebitati". La riunione delle ONG ritiene che l'iniziativa sia soltanto un nuovo sforzo di pubbliche relazioni per puntellare un programma carente, e che, nello stesso tempo, il progetto di incrementare il potere di voto sia un disperato tentativo per decapitare la decisione di molti Paesi in via di sviluppo di emanciparsi dalla dipendenza nei confronti delle due istituzioni.

Lo scopo della riforma?

Nella riunione si è parlato poco di riformare le politiche di credito e i progetti del FMI e della BM, un approccio che appariva prioritario a molte delle ONG internazionali più grandi negli anni '90. Sameer Dossani, coordinatore della campagna "¡50 Años Basta!", ha espresso i dubbi che sono sorti nella riunione sulla percorribilità dell'approccio riformista: "Noi critichiamo i progetti di aggiustamento strutturale e loro vengono fuori coi documenti della Strategia di Riduzione della Povertà. Noi reclamiamo la cancellazione dei debiti e loro vengono fuori con l'Iniziativa per i Paesi Poveri fortemente Indebitati. Visto il fiasco di questi programmi, non sarebbe ora di cambiare approccio?"

Man mano che si acuisce la crisi delle due istituzioni, i loro critici avvertono che si presenta l'opportunità per stabilire una strategia più radicale. Dalla clausura della riunione di 2 giorni, Lidy Nacpil, di Jubileo Sur (coalizione mondiale che reclama la cancellazione del debito), ha dichiarato: "Ci siamo accordati su una strategia per togliere potere alla Banca Mondiale e al FMI". Invece di porre condizioni alle operazioni del FMI e alla Banca Mondiale, che riducano il loro impatto negativo, il nuovo approccio identifica le operazioni o i settori più vulnerabili delle due istituzioni e mira alla realizzazione di campagne mondiali per porvi fine, con l'obiettivo strategico di ridurre finalmente in modo radicale il potere e l'influenza dei due organismi. "E' come tagliare i tentacoli a una piovra: si comincia dalle parti più vulnerabil, e poi si continua".

Due delle iniziative prese in considerazione dalla nuova campagna sono la realizzazione di mobilitazioni internazionali di massa nel momento in cui si terrà la riunione autunnale (emisfero nord) del FMI e della BM a Singapore, la terza settimana di settembre, e la celebrazione di una conferenza internazionale sulle alternative alla Banca Mondiale e al FMI, prevista in coincidenza con questa riunione di settembre.

Focus On Trade, maggio 2006

Traduzione a cura di Cinzia Vidali


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2) Direttiva Bolkestein : se credete che ci basti…
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Di Marco Bersani e Francesco Locantore (Attac Italia)

Lo scorso 29 maggio, alla riunione di Bruxelles del Consiglio Europeo per la Competitività, i 25 governi europei hanno trovato un accordo sulla direttiva Bolkestein, approvando il testo redatto dalla Commissione Europea, a seguito delle modifiche introdotte dopo il voto del 16 febbraio scorso in Parlamento europeo. E' il cosiddetto "compromesso "Ghebardt", che, pur modificando alcuni aspetti della direttiva, ne lascia immutato l'impianto liberista e i pericoli per gli attacchi ai diritti sociali e del lavoro.

E' vero che dal nuovo testo scompare nominalmente il famigerato "principio del paese d'origine" e viene escluso il diritto del lavoro; ma per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, la direttiva sui lavoratori distaccati dice che vanno rispettate solo le norme minime del paese di destinazione, mentre la completa liberalizzazione del lavoro autonomo, contenuta nel testo approvato, riapre le porte al principio del paese d'origine, al dumping sociale ad un'ulteriore precarizzazione del lavoro.

E' vero che dal nuovo testo sono esclusi dal campo di applicazione della direttiva i servizi di interesse generale e la sanità; ma, da una parte, la definizione di "servizio" come "attività svolta dietro erogazione di un corrispettivo economico a qualsiasi titolo", comporta l'inclusione della quasi totalità dei beni comuni e dei servizi pubblici; dall'altra, per la sanità è in lavorazione una nuova direttiva ad hoc.

Infine per quanto riguarda i poteri delle autorità locali e governative, le loro prerogative di limitare la libera circolazione dei servizi si riducono alla possibilità di intervento solo su motivate ragioni di "ordine pubblico, salute pubblica e tutela ambientale".

Mentre il già enorme deficit democratico dell'Unione Europea viene ulteriormente allargato dall'inclusione nel nuovo testo sia del tacito consenso, ovvero della impossibilità per ogni Paese di impedire l'ingresso di un'attività non esplicitamente vietata dal proprio ordinamento; sia, con l'introduzione dello "screening", ovvero della notifica a Bruxelles dell'elenco motivato delle restrizioni adottate a livello nazionale. E' la politica che, dopo aver abdicato alla quasi totalità del proprio ruolo in favore del mercato, consegna le ultime prerogative rimaste alla Corte di giustizia Europea.

Il nuovo Governo dell'Unione, presente in delegazione con i ministri Mussi e Bonino, ha approvato il nuovo testo, considerando positiva la nuova collocazione del Governo Italiano sull'asse franco-tedesco favorevole al "compromesso", rispetto alla precedente collocazione del Governo Berlusconi sull'asse iper-liberista di Gran Bretagna e Paesi dell'est.

Non scherziamo.

Non è questo che chiedono i movimenti sociali e sindacali, che in questi anni si sono mobilitati contro le privatizzazioni dei servizi pubblici e contro la precarizzazione del lavoro, costruendo una Campagna Nazionale per il ritiro della direttiva Bolkestein, portando in piazza a Roma il 15 ottobre 2005 più di 50000 persone e partecipando a due grandissime mobilitazioni europee.

Non è questo che chiedono gli Enti Locali - 7 Regioni, 26 Province e diverse decine di Comuni- che hanno costituito un Coordinamento Nazionale contro l'espropriazione dei propri poteri.

Non è questo che chiedono i movimenti europei, che al FSE dello scorso maggio hanno sottoscritto, in più di 40 organizzazioni sindacali, confederali e di base, associazioni e movimenti sociali, la "Dichiarazione di Atene", ovvero un reciproco impegno alla lotta contro l'Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (GATS), contro la direttiva Bolkestein e per la promozione di servizi pubblici europei come spazio dei beni comuni indisponibili al mercato.

Il Governo dell'Unione ha vinto le elezioni anche grazie ai voti che sono venuti dal popolo di Genova, da una massa di cittadini, lavoratrici e lavoratori che stanno mettendo in discussione la privatizzazione dei servizi pubblici e la precarizzazione del lavoro. Sono movimenti che non si accontentano della falsa alternativa tra liberismo selvaggio e social-liberismo, e che non delegano a nessuno la difesa dei diritti e la costruzione di un altro mondo possibile.

Per questo da subito chiediamo :
a)l'immediata convocazione di un dibattito parlamentare, aperto all'audizione di organizzazioni sindacali, movimenti sociali ed Enti Locali sulla direttiva Bolkestein; b)l'immediata definizione da parte del Governo, com'è nelle sue facoltà, e attraverso un percorso partecipativo, dei Servizi di Interesse Generale, che includa tutti i beni comuni e i servizi pubblici, in quanto tali indisponibili alle leggi del mercato c)l'abrogazione della legge 30 e pacchetto Treu, in direzione di nuovi ed estesi diritti del lavoro per tutti

Perché si combatte la direttiva Bolkestein, anche erigendo dighe sociali che ne impediscano l'ingresso. Per parte nostra, la mobilitazione continua.


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3) Dichiarazione finale del controvertice Unione Europea - America Latina e Caraibi
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Noi, uomini e donne dei movimenti e delle organizzazioni sociali e politiche di America Latina e Caraibi e d'Europa, ci siamo dati appuntamento a Vienna dal 10 al 13 maggio 2006 per esprimere la nostra opposizione e la nostra resistenza alle politiche neoliberiste di libero commercio che i governi di entrambe le regioni stanno mettendo in atto nei nostri Paesi e che propongono come inquadramento per un nuovo Accordo d' Associazione. Manifestiamo il nostro rifiuto al tentativo dell'Unione Europea di promuovere, nel 2010, un'Area di libero commercio nell'insieme della regione, come pure la volontà esplicita di approfondire gli accordi già esistenti col Messico ed il Cile, di realizzare un accordo di analoga natura con Mercosur e di promuovere accordi simili con l'America Centrale e con la regione andina. Ci siamo dati appuntamento anche per progredire nella costruzione di un dialogo politico e sociale tra i popoli, perché rivendichiamo il nostro diritto di progettare le alternative e crediamo nella nostra capacità di formularle.

Di fronte alla politica aggressiva e predatrice degli Stati Uniti, nell'America Latina e nei Carabi cresce la resistenza popolare, e oggi dobbiamo aggiungere anche la resistenza ai tentativi da parte dell'Unione Europea di imporre una politica neoliberista. Perno di questa resistenza è il rifiuto della Costituzione Europea, neoliberista e militarista, da parte dei popoli francese e olandese, la resistenza dei popoli europei di fronte alle politiche neoliberiste dei propri governi e specialmente delle istituzioni comunitarie che smantellano le conquiste sociali e i sistemi di protezione pubblica. Di fronte a questa crescita della resistenza popolare i governi rispondono con la criminalizzazione del movimento sociale. Noi diamo forza all'estensione su scala mondiale della resistenza popolare e sociale, da parte di tutti coloro, uomini e donne, che si alleano per mettere freno all'esclusione, alla disoccupazione, all'emarginazione o all'oppressione diretta e per progettare un mondo diverso.

Le preoccupazioni che ci hanno fatto riunire a Rio e a Madrid, e che alla fine hanno dato origine al primo incontro sociale "Allacciando Alternative" di Guadalajara, nel maggio 2004, persistono ancora, tanto in America Latina quanto nell'Unione Europea.

Gli insegnamenti che abbiamo accumulato dopo 10 anni di NAFTA e 6 anni di Accordo d'Associazione con l'Unione Europea sono sufficientemente chiari per dare un fondamento alla nostra posizione politica nei confronti del libero commercio, basato sul segreto e sull'asimmetria del rapporto tra attori poveri e attori ricchi.

Un esempio di ciò sono i processi di deindustrializzazione e smantellamento dei settori pubblici di servizi, che hanno messo l'America Latina in una situazione cronica di povertà e di esclusione sociale. La stessa ondata neoliberista in Europa si esprime attraverso la Direttiva Bolkenstein, che dà impulso alla liberalizzazione dei servizi, alle pressioni per un abbassamento degli standard di base a tutela del lavoro, alla crisi dello stato sociale, alla xenofobia, alla violenza verso le donne, alla violenza urbana e altri sintomi: questi sono i risultati più visibili di una crisi globale, alla quale questi anni del Consenso di Washington ci hanno consegnati.

Noi contestiamo il ruolo delle multinazionali europee in America Latina. Esse, lungi dall'essere un fattore di sviluppo e di pace sociale, hanno dato luogo a massicci conflitti, specialmente tra utenti dei servizi pubblici, mettendo a rischio l'accesso a servizi di base (come l'acqua, l'elettricità, la telefonia), hanno stimolato il saccheggio e \l'estrazione indiscriminata di risorse naturali, causa di degrado ambientale. Gli effetti negativi di questo modello saranno accentuati dalla realizzazione di accordi di liberalizzazione commerciale e grandi progetti di infrastrutture, come l'Iniziativa d'Integrazione dell'Infrastruttura Regionale Sudamericana (IIRSA) e il Progetto Puebla Panamà (PPP).

In riferimento all'acqua, diritto umano e bene comune dell'umanità, i processi di privatizzazione dei sistemi pubblici in diversi Paesi e regioni dell'America Latina hanno aperto alle multinazionali e alle corporazioni europee una grande opportunità per incrementare i loro guadagni, e nello stesso tempo per minare il potere decisionale dei popoli riguardo ai propri territori e alle proprie vite. Sia in America Latina che in Europa la privatizzazione ha fatto aumentare enormemente le tariffe, ha deteriorato il sistema idrico e ha abbassato il livello di vita dei cittadini e dei lavoratori.

Le imprese multinazionali petrolifere europee hanno espropriato per decenni le ricchezze in idrocarburi dei paesi latinoamericani, saccheggiando le loro risorse, distruggendo i loro popoli, le loro comunità e il loro ambiente. Ogni relazione tra l'America Latina e l'Unione Europea deve basarsi sul rispetto della sovranità dei popoli, sul rispetto delle loro risorse e dei processi di rinazionalizzazione degli idrocarburi, già iniziati nella regione.

L'accesso alla terra è un diritto umano fondamentale, così come la difesa della proprietà collettiva delle terre - di contadini, contadine e indigeni - oggi minacciata dai programmi di privatizzazione degli organismi internazionali. Ci pronunciamo a favore di un'estensione della riforma agraria, ribadiamo il fatto che le risorse naturali e le conoscenze tradizionali sono patrimonio dei popoli, così come lo è la biodiversità. Sono beni comuni che non possono essere fatti oggetto di commercio. Siamo contro le coltivazioni transgeniche e contro il modello agricolo finalizzato all'esportazione, che provoca l'espulsione di intere popolazioni e rovina le economie contadine.

La Banca Europea degli Investimenti (BEI), così come altri enti bancari europei, stanno dimostrando un crescente interesse nel finanziare investimenti in America Latina - aiuti finanziari che, se verranno attuati, ben difficilmente potranno portare ai popoli latinoamericani risultati e benefici reali.

In questo scenario di strategie neoliberiste promosse dai governi europei e latinoamericani e spinte dalle loro corporazioni, si svolge il Vertice dei Presidenti dell'America Latina e dell'Unione Europea, che torna a riproporre un'agenda piena di vuote promesse, che mascherano le vere intenzioni di accelerare accordi biregionali di libero commercio. Nello stesso tempo, l'Unione Europea prosegue i processi di allargamento degli stati membri, basati ancora una volta su un orientamento neoliberista, che può soltanto provocare al suo interno nuove e più profonde crisi.

Rispetto alla possibilità di un Accordo d' Associazione tra le due regioni, facciamo presente che, per essere giusto e proficuo per i nostri popoli, esso deve staccarsi dal modello e dalle regole di un trattato di libero commercio. Non vogliamo il 'libero commercio' tra l'Europa e l'America Latina. Vogliamo relazioni commerciali, e vogliamo promuovere tra le due regioni spazi di cooperazione che favoriscano il benessere dei nostri popoli, la sovranità dei nostri Paesi, il rispetto della diversità culturale e che non depredino il nostro ambiente. Ci opponiamo ad un'agenda di libero commercio al servizio degli interessi delle compagnie multinazionali europee e delle élites esportatrici dell'America Latina.

Consideriamo privi di contenuto il dialogo politico e la cooperazione in progetto. La confluenza di interessi tra la maggioranza dei governi dell'America Latina e dell'Unione Europea e le multinazionali è risultata chiara nel forum delle imprese che ha avuto luogo durante il vertice e dalle relazioni privilegiate che si stabilirono in tale occasione. I governi europei non sono i più idonei a parlare di coesione sociale nell'attuale fase storica. Per parlare di dialogo politico si devono creare le condizioni di una partecipazione reale dei movimenti sociali, non ci si può semplicemente limitare a spazi di consultazione. La cooperazione deve essere uno strumento a beneficio dei nostri popoli e non, come lo è attualmente, uno strumento aggressivo basato su una retorica mercantilistica che facilita il saccheggio e il controllo dei nostri territori, delle nostre risorse e dei nostri servizi pubblici.

La sessione del Tribunale Permanente dei Popoli sulle politiche neoliberiste e sulle multinazionali europee in America Latina ha messo in chiaro la natura sistemica delle multinazionali, il loro legame con la creazione di leggi che servono a proteggerle e con l'attività degli organismi internazionali come l'OMC, il BM e il FMI mirata a facilitare e garantire i loro guadagni. Al contrario, per gli utenti, i consumatori, i lavoratori e per il pubblico in generale, la mancanza di difesa e la violazione dei diritti costituiscono la logica dominante. Pertanto, consideriamo di primaria importanza promuovere la creazione di uno spazio biregionale di vigilanza, denuncia e lotta contro le compagnie multinazionali, al fine di arrestare i loro arbitri, conseguenza del loro potere su scala globale.

La sicurezza nel mondo, dopo la guerra fredda, non si risolve appellandosi con vuote parole alla contrapposizione tra monopolarismo e multipolarismo. Questo serve solo a mascherare un gioco perverso che combina una condiscendenza implicita verso le politiche belliciste, con l'appoggio aperto o il rifiuto condizionato alle medesime. Il risultato di questa pratica monopolare ha causato migliaia di vittime in tutto il mondo, nonché la rottura della stessa promessa di pace, prima con la guerra illegale contro l'Iraq e ora con l'imminente possibilità di una guerra su scala maggiore contro l'Iran. L'America Latina non può impedire le politiche neocoloniali insite negli accordi progettati dall'Unione Europea in funzione di questi calcoli geopolitici, nei quali i nostri Paesi non contano affatto.

Inoltre difendiamo un sistema economico multilaterale che regoli i flussi di capitale, che stimoli la complementarietà delle economie, che promuova regole chiare e giuste di scambio commerciale, che non tocchi i beni pubblici, che permetta di colmare il divario economico tra Sud e Nord, incrementato da un debito estero in costante aumento; parliamo di un sistema multilaterale che, ovviamente, non è l'Organizzazione Mondiale del Commercio.

Ci preoccupa il fatto che le attuali asimmetrie economiche, accentuandosi, portino le nostre regioni verso scenari nei quali la perdita del lavoro generi, da un lato, emigrazione e, dall'altro, il rifiuto della stessa. Sono scenari che, favoriti dalla paranoia terrorista alimentata e provocata da alcuni governi europei, conducono alla disintegrazione e alla violenza sociale, alla criminalizzazione del lavoratore e della lavoratrice migrante, da un lato, e alla perdita della solidarietà sociale dall'altro. Esigiamo il rispetto dei lavoratori/lavoratrici migranti e l'immediato riconoscimento dei loro diritti civili, sociali e politici, come pure la chiusura di tutti i centri di detenzione dei migranti.

Esigiamo il rispetto dei diritti umani, economici, sociali e culturali, anche il diritto delle donne e dei giovani contro l'esclusione sociale, consideriamo di primaria importanza invertire il fenomeno di femminilizzazione della povertà. Ci pronunciamo a favore di una giustizia che non assicuri l'impunità a coloro che hanno commesso delitti contro i diritti fondamentali.

Condanniamo il genocidio e la militarizzazione dei territori indigeni. Esigiamo il riconoscimento del diritto dei popoli indigeni all'autodeterminazione, perché soltanto il rispetto della loro autonomia e delle loro culture consentirà che il pianeta possa godere in futuro dei tesori dei quali essi sono custodi.

Siamo favorevoli alla smilitarizzazione della lotta contro il narcotraffico, utilizzata in molte occasioni come scusa per reprimere le lotte popolari, e approviamo la legalizzazione della coltivazione delle foglie di coca e dei suoi derivati per usi non narcotici.

Denunciamo e condanniamo le posizioni dell'Unione Europea, che si pone al servizio della politica aggressiva degli Stati Uniti contro Cuba, condanniamo le leggi di extraterritorialità come la Legge Helms Burton e esigiamo il riconoscimento e il rispetto dell'autodeterminazione del popolo cubano nella costruzione del proprio modello politico, economico e sociale.

Ci pronunciamo contro la privatizzazione delle comunicazioni e dell'informazione e a favore di una democratizzazione della stessa, vogliamo creare e sviluppare mezzi appropriati e solidali che favoriscano un allargamento della cittadinanza e garantiscano la diversità e il pluralismo dei mezzi di comunicazione: a questo proposito salutiamo la nascita e il consolidamento di TELESUR.

Ci pronunciamo per la cessazione del mandato di forza dell'ONU ad Haiti, perché non fa altro che rafforzare la militarizzazione della regione, invece di contribuire al suo sviluppo. In Colombia, reclamiamo un accordo politico per risolvere il conflitto armato interno e l'instaurazione di una pace unita alla giustizia sociale. Condanniamo l'impunità e le recenti leggi di reinserimento dei paramilitari, che rendono l'impunità generalizzata - come ad esempio la legge denominata, in maniera poco felice, di "Giustizia e Pace". A tale proposito, vogliamo che si concretizzino le raccomandazioni delle Nazioni Unite e reclamiamo il rispetto dei diritti delle vittime alla verità, alla giustizia e alla riparazione. Esigiamo e lavoriamo insieme per la pace, la smilitarizzazione delle relazioni internazionali, il disarmo, lo smantellamento delle basi militari e il rientro degli effettivi militari ai loro Paesi d'origine. Respingiamo la militarizzazione e il connubio militare-industriale che sostiene il neoliberismo. Esigiamo da parte dell'Unione Europea la sospensione delle facilitazioni daziarie per i Paesi dell'America Centrale e della Regione Andina che violino i diritti dei lavoratori e i diritti ambientali.

Noi movimenti sociali di America Latina, Carabi e Unione Europea riaffermiamo la volontà di accrescere la cooperazione, il coordinamento e la solidarietà in tutte le lotte contro la flessibilità lavorativa, per un impiego che sia dignitoso e di qualità, per il controllo cittadino delle corporazioni e delle multinazionali, contro le politiche neoliberiste dei governi, per la difesa e l'approfondimento delle conquiste sociali e lavorative, per la rinazionalizzazione delle nostre risorse e riserve naturali e dei servizi pubblici attualmente privatizzati.

Di fronte alle pratiche derivanti dall'applicazione di politiche neoliberiste, in America Latina si stanno dando prove concrete di una volontà comune a favore di una relazione basata sull'integrazione e sulla costruzione di alternative, come l'iniziativa dell'ALBA, sostenuta soprattutto dai governi del Venezuela e di Cuba, o il Trattato del Commercio dei Popoli (TCP), proposto dal governo boliviano nella sua resistenza ai TLC, che completa questa corrente di trasformazione e di apertura verso un'ulteriore tappa ricca di iniziative all'insegna della sovranità e basata sulla cooperazione e la solidarietà. Riconosciamo anche gli sforzi per convertire il MERCOSUR in uno spazio di integrazione concreta e la creazione della Comunità Sudamericana di Nazioni. In questa dimensione, noi movimenti sociali latinoamericani, caraibici ed europei, riconosciamo questi sforzi e assumiamo l'impegno di contribuire allo sviluppo positivo di dette iniziative, a partire dalla nostra indipendenza e identità come movimento popolare; confidiamo inoltre nella costruzione di un vero dialogo politico che stimoli lo scambio aperto e coerente con i suddetti governi.

Confidiamo nel fatto che la nuova atmosfera che si esprime in un forte attivismo e mobilitazione di movimenti sociali in Europa e in America Latina, nell'irruzione sulla scena di governi innovatori come quello venezuelano o quello boliviano, e di altri governi che in America Latina stanno prendendo le distanze dalla politica di libero commercio, contribuisca ad accentuare le tendenze orientate a invertire le attuali politiche neoliberiste e iniziare il cammino verso un nuovo processo di integrazione che parta dai popoli.

Il nostro maggiore successo in 'Allacciando Alternative 2' è stato quello di mettere in evidenza la convergenza delle nostre analisi e azioni contro le politiche neoliberiste e i governi che le favoriscono. Noi, uomini e donne dei movimenti e delle organizzazioni sociali di Europa, America Latina e Carabi, ci impegniamo a prendere ulteriori iniziative per creare insieme le condizioni di un mondo più giusto e solidale.

1. No agli accordi di libero commercio dell'Unione Europea con l'America Latina e i Caraibi. No a questo "ALCA" europeo e alla creazione di clausole di sicurezza e militari per difendere gli interessi del capitale.

2. No all'approfondimento degli accordi di libero commercio col Messico e il Cile e alla realizzazione di Accordi di libero commercio con l'America Centrale, la Regione Andina e il MERCOSUR.

3. Sì all'abolizione del debito estero dell'America Latina e dei Caraibi con i Paesi dell'Unione Europea e il riconoscimento del debito storico contratto. Non dobbiamo nulla, perciò non paghiamo! Non siamo debitori, siamo creditori!

4. No al Trattato di Costituzione Europea. No alla repressione dei migranti. No alla "Fortezza Europa". No alla Direttiva Bolkenstein, e alla privatizzazione dei servizi pubblici nell'Unione Europea.

5. Sì a rafforzare l'unità e la confluenza biregionale dei movimenti sociali di entrambi i continenti per raggiungere un altro mondo possibile, giusto, equo, antipatriarcale e in pace con il pianeta.

Traduzione a cura di Cinzia Vidali


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4) Il sistema TAV è l'unico vero tunnel
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di Marco Cedolin

L'inverno è alle nostre spalle, così come sono entrate a far parte del novero dei ricordi le notti passate all'addiaccio nella libera Repubblica di Venaus, le cariche della polizia e la commovente mobilitazione popolare che ha di fatto sancito come sia impossibile procedere alla costruzione di un'infrastruttura con il solo ausilio dei mezzi blindati e dei manganelli. Abbiamo attraversato prima la "tregua olimpica" poi quella elettorale, per giungere infine in quel limbo dove si attende che il nuovo governo inizi a farsi carico dei reali problemi del paese. Quello dell'Alta Velocità ferroviaria è uno dei grandi problemi da risolvere, così come quelli legati a molti altri temi scottanti quali il precariato e la sperequazione sociale. Ma contrariamente a quanto comunemente si crede i termini del problema riguardano la creazione di una truffa quale quella del "Sistema TAV" e non le proteste degli abitanti della Valle di Susa che semmai hanno avuto il merito di creare uno spiraglio, tramite la loro lotta, nel muro di gomma che da oltre 15 anni avvolge in maniera omertosa tutte le vicende legate all'alta velocità italiana. Il sistema TAV è un vero e proprio museo degli orrori, costruito nel tempo con la connivenza di tutte le forze politiche, in grado di far scolorire al suo confronto tutti i più grandi scandali della nostra storia, tangentopoli compresa.

Nel 2009 (fra soli 3 anni) i contribuenti italiani inizieranno a pagare il conto di circa 1000 km. d'infrastrutture ferroviarie per i treni ad Alta velocità/capacità e si tratterà di un conto nell'ordine degli 80 miliardi di euro. Un conto che peserà per circa 2,3 miliardi di euro a finanziaria, portando le nostre disastrate finanze ben oltre il rapporto deficit/pil impostoci dall'Unione Europea. Questi 1000 km. d'infrastrutture ferroviarie (in larga parte già oggi completati o in fase di completamento) serviranno per trasportare merci e passeggeri che oggi non esistono per mezzo di treni che probabilmente non esisteranno mai e saranno responsabili d’impatti ambientali devastanti in alcune zone (il Mugello su tutte) fra le più belle del nostro paese. Questi 1000 km. di linea ferroviaria il cui costo medio/km risulterà il più caro d’Europa dovrebbero secondo le parole dei progettisti essere sfruttate sia da velocissimi treni passeggeri ad alta velocità che da pesantissimi treni merci ad alta capacità, ma nessun paese al mondo adotta un simile sistema “misto” che richiederebbe costi e tempi di manutenzione notevolissimi. Questi 1000 km. d’infrastruttura non rispondono a nessuna esigenza reale del nostro paese (le cui ferrovie tradizionali sono ormai al collasso per mancanza d’investimenti) e non esiste alcuna possibilità concreta che l’investimento si manifesti in futuro remunerativo. Questi 1000 km. sono il vero dramma con il quale il nuovo governo dovrà giocoforza fare i conti, trovandosi di fronte ad un’opera materialmente esistente, costosissima e priva di una destinazione d’uso che risponda alle più elementari logiche trasportistiche ed economiche.

Nonostante l’orrore sia già presente davanti ai nostri occhi e si prepari a risucchiare quei pochi spiccioli che ancora allignano nelle nostre tasche, tutta la politica continua a dissertare del “problema TAV” riconducendolo alla risolutezza con la quale gli abitanti della Val Susa hanno deciso d’impedire che si faccia scempio anche del loro territorio, nel tentativo di raddoppiare la dimensione dell’orrore, attraverso nuovi centinaia di km. d’infrastrutture costosissime, inutili e devastanti per l’ambiente e coloro che lo abitano. Per affrontare il “problema TAV” non servono Osservatori e tavoli di confronto, non servono compensazioni e tentativi d’inciucio, non serve aggrapparsi al mito dell’Europa, (che nel 2009 probabilmente ci caccerà a calci) a fantomatiche creazioni di fantasia quali il Corridoio5, a roboanti paroloni quali “infrastruttura strategica” e “necessità di sviluppo”. Per affrontare il “problema TAV” occorre guardarlo in faccia e prendere coscienza del fatto che si tratta di un mostro esistente che già avvelena il nostro territorio e fra soli 3 anni ci porterà a ripercorrere la triste esperienza dell’Argentina. Il neonato governo Prodi che sta diventando operativo in questi giorni si trova dinanzi ad un bivio importante, nonostante il passato del nuovo Presidente del Consiglio in tema di grandi opere non sia proprio adamantino. Dovrà decidere se continuare pedissequamente a percorrere la strada dell’asservimento della politica agli interessi dei grandi poteri economico/finanziari, rimettendo il futuro di tutti noi fra le mani del farsesco “Osservatorio Virano” perpetuando il “Sistema TAV” fino a quando tutta l’architettura non esploderà creando uno scandalo senza precedenti, oppure abbandonare fin da subito ogni velleità legata a nuove tratte dell’alta velocità ferroviaria, istituendo immediatamente una Commissione d’inchiesta su quelle già esistenti, tentando almeno di limitare i danni e recuperare un minimo di quella credibilità che ormai da troppo tempo al mondo politico più non appartiene.


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5) Meglio perdere la faccia che la Cina
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Di Angela Pascucci

Lunghe file si sono formate ieri già dall'alba davanti a numerose banche di Hong Kong. Migliaia di persone, in gran parte anziani, hanno atteso per ore di ritirare il modulo di prenotazione che consentirà loro, forse, di avere le azioni che Bank of China porrà in vendita dal 1° giugno nella sua prima storica offerta pubblica. La seconda banca di Cina vuole rastrellare almeno 11 miliardi di dollari in un'operazione tra le più rilevanti degli ultimi sei anni nel mercato globale. Gli speranzosi di Hong Kong, parrebbe, non sono stati affatto turbati dalla tempesta scatenata dalla Ernst&Young, grande società internazionale di consulenza, certificazione e quant'altro che ha confermato come la compagnie di auditing non abbiano mezzi toni: o se ne stanno acquattate fra analisi e complicati bilanci dall'alto dei quali sparano analisi e rating senza appello oppure balzano all'improvviso alle cronache come un sottomarino nucleare russo in avaria. Enron & Co. docent. I fatti. Il 15 maggio E&Y è stata costretta a un mea culpa "umiliante", "scioccante" "senza precedenti" (aggettivi presi dalle cronache) davanti alle autorità bancarie cinesi per aver pubblicato, il 3 maggio, un rapporto nel quale i crediti inesigibili del sistema bancario di Cina ammontavano all'astronomica cifra di 911 miliardi di dollari, quasi l'intero ammontare delle favolose riserve in valuta (875 miliardi di dollari) dell'ex Impero di mezzo ma soprattutto cinque volte tanto le cifre ufficiali secondo le quali le sofferenze non superano i 164 miliardi. La notizia di quasi bancarotta non aveva sconvolto il mondo. Le statistiche sull'economia cinese sono così opache che si può dire tutto e il suo contrario. Ma stavolta Pechino, intenta all'avvio di una delle operazioni più gigantesche e delicate della sua storia di riforme, la quotazione in Borsa delle sue quattro maggiori banche, non ha lasciato correre, anche perché negli ultimi 18 anni ha speso 283 miliardi per ripulire i conti. Così ha colpito duro. "Ridicole" "assurde" "incomprensibili" le conclusioni di quel rapporto, che peraltro contraddice quanto affermato dalla stessa E&Y quando si è messa il remunerato cappello di certificatore della Industrial & Commercial Bank of China, il più grande prestatore del paese. Ricasca dunque nel posto di sempre l'asino degli auditor. Chi controlla chi? E che obiettività garantisce una società che oltre tutto ha fatto da consulente alle operazioni di "pulizia" delle banche destinate alla quotazione in Borsa, ha 4.500 dipendenti in Cina e lo ritiene il mercato più promettente? In verità, qualcuno così addentro dovrebbe capirne parecchio. E invece no. Il rapporto, dice ora E&Y, contiene "errori fattuali". Come contabili alle prime armi, i relatori avrebbero messo insieme realtà e previsioni e non hanno sottoposto il loro lavoro a controlli. "Scusate tanto, ci siamo sbagliati". La Cina val bene la faccia.

il manifesto 19 Maggio 2006


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