GRANELLO DI SABBIA (n°155)
Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC
Venerdì 23 giugno 2006
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Indice degli argomenti  


1) E' tempo di Tobin Tax!
Di Marco Bersani e Andrea Baranes (Attac Italia)
Con 178.000 firme raccolte in una straordinaria mobilitazione di movimento, che ha visto convergere decine di reti associative, organizzazioni e comitati territoriali, la legge d'iniziativa popolare promossa da Attac Italia è approdata in Parlamento nel luglio 2002. Attorno alla proposta, che delineava la necessità di istituire in Italia e in Europa la tassazione delle transazioni valutarie, si è raccolto a sostegno un gruppo di più di 100 parlamentari della precedente legislatura.

2) Outsourcing e offshore: il futuro dell’economia nelle esternalizzazioni?
Di Giuliana Ventricelli
Si tratta di una strategia nata negli Usa già da qualche anno, abbondantemente esportata in Europa e naturalmente in Italia: con l’outsourcing, è possibile lo snellimento delle strutture organizzative, una loro maggiore flessibilità e adattamento ai mercati, attraverso la cessione all’esterno di attività precedentemente svolte internamente all’azienda.

3) Alimentazione: riserve mondiali al limite
Di Stephen Leahy (IPS)
Il mondo consuma più alimenti di quanto gli agricoltori producano, fenomeno che ha portato le riserve internazionali di grano al livello più basso negli ultimi 30 anni.

4) Poveri di serie A
Di Thomas Rabeil, consulente sull'ambiente per l'Unesco
I Paesi africani selezionati dall'Unione Europea per ricevere assistenza economica non sono necessariamente quelli che ne hanno più bisogno ma quelli che hanno risorse sfruttabili

5) Report da Cassibile
Di Alfonso e Marino (Rete Antirazzista Siciliana)
Che fanno le organizzazioni sindacali e l'Ispettorato del lavoro? Certo la legge può essere aggirata, dato che l'assunzione è obbligatoria dopo 3 giorni di lavoro, e non è facile dimostrare la continuità quando c'è tanto ricambio di "braccia fresche" ed è grande la ricattabilità di chi è sprovvisto del maledetto permesso di soggiorno, ma ha l'umano ed urgente bisogno di conquistare con tutti i mezzi il permesso di vivere e di mandare denaro ai propri familiari.

6) La geopolitica dell'oro e le riserve di divise
Di Alfredo Jalife Rahme
Il giornale “San Diego” del 10 maggio 2006 analizza la fuga dei possessori di banconote verdi verso l'oro - che ha già raggiunto i 730 dollari l'oncia - il bene rifugio di ogni tempo, già millenni prima che esistesse il monetarismo degradato: in linea con l'inflazione l'oro non raggiunge ancora il valore massimo di 873 dollari, che ha toccato per breve tempo nel gennaio 1980. Tuttavia, il suo recente slancio verso le alte vette, con un incremento del 40% da novembre a questa parte, ha sorpreso molti analisti (sic) di Wall Street, i quali da vari mesi speravano che la domanda diminuisse.

7) Perché il Doha Round sta fallendo?
di Carin Smaller, Iatp (Institute for agriculture and trade policy)
Il deterioramento dei negoziati nella Wto non deve sorprendere. Erano le stesse premesse del Doha Round - profondi tagli tariffari e regole del commercio agricolo che ignorano questioni fondamentali come la sicurezza alimentare e la sopravvivenza dei contadini del Sud - ad essere sbagliate.


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1) E' tempo di Tobin Tax!
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Di Marco Bersani e Andrea Baranes (Attac Italia)

Con 178.000 firme raccolte in una straordinaria mobilitazione di movimento, che ha visto convergere decine di reti associative, organizzazioni e comitati territoriali, la legge d'iniziativa popolare promossa da Attac Italia è approdata in Parlamento nel luglio 2002. Attorno alla proposta, che delineava la necessità di istituire in Italia e in Europa la tassazione delle transazioni valutarie, si è raccolto a sostegno un gruppo di più di 100 parlamentari della precedente legislatura.

Con la Tobin Tax si voleva lanciare un forte segnale di discontinuità rispetto alle politiche neoliberiste, ripristinando il primato della politica sull'economia, limitando le speculazioni finanziarie e ottenendo un gettito annuale per progetti di redistribuzione sociale e ambientale.

Per tutta la precedente legislatura, la proposta di legge è passata al vaglio della Commissione Parlamentare congiunta Esteri e Finanze, attraverso diverse audizioni e un lavoro capillare di raccolta di pareri, informazioni e documentazioni. Culminato positivamente a fine 2005 con un unanime parere positivo da parte dei Commissari.

La Tobin Tax è successivamente entrata anche nel programma della coalizione dell'Unione, che ha infine vinto le recenti elezioni politiche ed ha ora dato avvio alla propria esperienza di governo.

Oggi, nel governo dell'Unione, grazie anche alla straordinaria spinta del protagonismo sociale prodotto dai movimenti in questi anni, hanno trovato collocazione, con rilevantissimi incarichi, persone che in questi anni si sono spese al fianco di Attac e dei movimenti in favore della Tobin Tax. Senza far torto a nessuno, ci permettiamo di ricordare tre attuali Sottosegretari all'Economia - Alfiero Grandi, Alfonso Gianni e Paolo Cento- mentre Patrizia Sentinelli è divenuta vice-ministro degli Esteri con delega agli "obiettivi del millennio".

Insomma, tenendo conto inoltre della nuova Presidenza della Camera che decide il calendario dei lavori parlamentari, ci sono tutte le condizioni per fare l'ultimo decisivo passo: approvare nei primi 100 giorni di governo la legge d'iniziativa popolare che istituisce la Tobin Tax.

Sarebbe un modo per dare un forte segnale di relazione fra movimenti e politica istituzionale ed un importante segnale del nuovo ruolo da esercitare nell'Unione Europea. L'approvazione della Tobin Tax sarebbe anche il modo migliore per lanciare un dibattito su altri strumenti innovativi di tassazione internazionale. Alcuni paesi, dalla Francia, al Cile, al Brasile, hanno deciso di implementare già dal 2006 un "contributo di solidarietà sui biglietti aerei" da utilizzare per l'acquisto di farmaci nei paesi più poveri. Una misura ancora molto lontana dall'idea di tassazione internazionale, e per alcuni versi anche contraddittoria, ma che dà, se non altro, un segnale politico importante: se fino a pochissimi anni fa l'idea di tasse internazionali appariva una pura utopia, grazie al lavoro delle reti della società civile e dei movimenti, questo tema è oggi entrato nell'agenda dei principali governi. Anche per questo, è il momento per dare un segnale forte e per continuare il percorso già intrapreso. Dall'imposta sulla CO2 a quella sui trasporti, ad altre misure di tassazione dei profitti realizzati sui mercati finanziari, sono moltissime le proposte oggi in discussione. Misure pensate per tutelare i Beni Pubblici Globali, per una redistribuzione su scala globale delle ricchezze, per una giustizia fiscale internazionale, per fare fronte all'impossibilità dei singoli stati nazione di affrontare i problemi globali. Ma, soprattutto, un formidabile strumento per rimettere in discussione la governance globale, la fiscalità sul piano nazionale ed europeo, e più in generale vero e proprio grimaldello per rimettere in discussione l'intero impianto dell'ideologia neoliberista. A livello internazionale, un gruppo di paesi - denominato "il gruppo dei 43" - si riunisce periodicamente per esaminare queste ed altre proposte innovative. L'Italia al momento è l'unico grande paese europeo a non partecipare a questi lavori.

Cambiare un paese è un lavoro di lungo corso, difficile e pieno di contraddizioni. Ma intraprendere i primi passi nella giusta direzione permette di guardare avanti con fiducia, intelligenza e determinazione.

Questo ci aspettiamo da chi in questi anni si è speso al nostro fianco. Questo è uno degli obiettivi che non lasceremo in sospeso.


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2) Outsourcing e offshore: il futuro dell’economia nelle esternalizzazioni?
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Di Giuliana Ventricelli

Si tratta di una strategia nata negli Usa già da qualche anno, abbondantemente esportata in Europa e naturalmente in Italia: con l’outsourcing, è possibile lo snellimento delle strutture organizzative, una loro maggiore flessibilità e adattamento ai mercati, attraverso la cessione all’esterno di attività precedentemente svolte internamente all’azienda.

Questa politica, applicata sia nel privato, che nell’ambito pubblico, dapprima nel settore industriale e ora in misura sempre maggiore nei servizi, permetterebbe grossi risparmi alle imprese attraverso la cancellazione dai bilanci aziendali di voci relative ai costi fissi, tra le quali quella riguardante il personale, ma comporta anche la perdita del know how aziendale, della qualità del servizio offerto e del controllo dei processi. Le aziende che offrono attività in outsourcing promettono maggiore professionalità ecompetenza ma si affidano al lavoro precario.

Con l’applicazione di economie di scale si vuole al contempo produrre beni e servizi di qualità a costi competitivi, mentre in realtà sui mercati l’offerta risulta sempre più omologata e si riducono i posti di lavoro – dal saggio “Outsourcing. Conviene davvero esternalizzare?”.

Negli Usa intanto chi non ricorre all’outsourcing viene definito uno “stupid” – è proprio questo l’appellativo usato nelle brochure pubblicizzate ai meeting/conference organizzati sul tema -, mentre chi esprime la propria critica su questa politica viene tacciato di protezionismo. Sì, perché la nuova strada per risparmiare ulteriormente sui costi è quella di portare anche la produzione dei servizi in paesi in via di sviluppo, India in testa, dove è possibile trovare personale competente e specializzato a costi competitivi.

L’offshore, cioè l’outsourcing dei servizi oltre mare non è solo fuga di capitali e sfruttamento di lavoratori direttamente nel loro paese, ma anche diminuzione dei contributi fiscali, abbassamento dei livelli di sicurezza, perdita di conoscenze, rischio di violazione della privacy e naturalmente diminuzione di posti di lavoro e ricchezza nei paesi esportatori. Tutto ciò incoraggiato dal governo americano: negli States, un saggio controtendenza dal titolo “Outsourcing America” scritto da Ron e Anil Hira, racconta di questo irreversibile megatrend, che potrebbe travolgere l’intera economia americanae, malgrado personalità autorevoli, come i premi nobel P. Samuelson, J. Stiglitz, abbiano espresso le proprie perplessità sulle esternalizzazioni, le cui ultime frontiere riguardano, oltre ai servizi, settori strategici quali la ricerca e lo sviluppo, la pratica dell’offshore dei servizi viene fortemente promossa al fine di perseguire profitti sempre più alti da parte delle corporation. A conferma della validità della strategia vengono elaborati dati e presentate statistiche, le cui fonti sono fornite esclusivamente da chi offre servizi in outsourcing.

“Tutto ciò che può viaggiare su una linea può essere esternalizzato” – spiega efficacemente N. Nilekani, CEO di una delle più importanti aziende indiane, che operano nell’outsourcing, confermando come gran parte dei servizi gestiti in rete siano destinati a essere demandati a fornitori esterni, magari su territorio estero.

In Italia siamo ancora nella fase iniziale delle esternalizzazioni, quella che vede la cessione di attività/pezzi di aziende o pubbliche amministrazioni a terze parti italiane o, per lo meno, verso outsourcer che operano sul territorio italiano.

In considerazione del fatto che le mode nate oltreoceano sono destinate a essere esportate in Italia, senza tener conto delle criticità incontrate nella loro applicazione in Usa, dobbiamo aspettarci a breve l’arrivo anche qui in Italia della strategia dell’offshore dei servizi? In Europa intanto già se ne parla: il nearshore della Germania verso i paesi dell’est è una realtà, così come anche la Gran Bretagna già da tempo nutre grande interesse verso le ex colonie con un alto livello di sviluppo informatico.

E gli stessi problemi esposti dagli autori di “Outsourcing America”, come per esempio la mancanza di dati oggettivi per valutare la convenienza e l’opportunità per procedere alle esternalizzazioni, sono già avvertiti in Europa: in un documento realizzato dalla European Foundation for the Improvement of Living and Working Condition si evidenzia come nella UE non siano disponibili dati, non di parte, sui quali poter studiare i veri effetti delle esternalizzazioni, mentre in Italia docenti del Politecnico di Milano si avvalgono, per uno studio sull’opportunità dell’esternalizzazioni, delle stime fornite da una multinazionale che opera nel settore.

Giuliana Ventricelli
www.i2volti.net


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3) Alimentazione: riserve mondiali al limite
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Di Stephen Leahy (IPS)

Il mondo consuma più alimenti di quanto gli agricoltori producano, fenomeno che ha portato le riserve internazionali di grano al livello più basso negli ultimi 30 anni. L'aumento della popolazione, la scarsità d'acqua, i cambiamenti climatici e i prezzi sempre più cari dei fertilizzanti a base di combustibile fossile si tradurranno in una calamitosa mancanza di provviste di cereali nel futuro prossimo. Questo è l'allarme lanciato dall'Unione Nazionale degli Agricoltori del Canada (NFU, dalle iniziali in inglese).

In cinque su sei degli ultimi anni, la popolazione mondiale ha consumato molti più cereali di quelli che ha prodotto. Di fronte alla difficoltà degli agricoltori ad incrementare la produzione, i leaders politici devono affrontare “le grandi sfide che incombono sulla capacità dell'umanità di continuare ad alimentare le popolazioni in aumento” ha affermato il presidente della NFU, Stewart Wells.

Non rimangono molti territori sul pianeta che possano essere trasformati in aree per la produzione di alimenti, ha segnalato dal canto suo Lester Brown, presidente dell'organizzazione non governativa Earth Policy Istitute (Istituto di Politiche per la Terra) con sede a Washington. E quelli che restano, in generale sono di qualità talmente cattiva che potrebbero diventare desertici se venissero sfruttati intensivamente, ha detto Brown a IPS. A differenza della cosiddetta “rivoluzione verde” degli anni '60, quando varietà migliorate di grano, riso, mais e altri cereali diedero un impulso alla produzione mondiale, ora non sembra esserci nessun asso tecnologico nella manica. “La biotecnologia finora ha fatto ben poca differenza” ha rilevato Brown. Brown ha inoltre sostenuto che, quand'anche nel prossimo decennio si concretizzassero i progressi biotecnologici - già ampiamente promessi - nella creazione di semi resistenti alla siccità, al freddo e alle malattie, essi potrebbero incrementare i raccolti soltanto del 5%, in tutto il mondo. "Non esiste sufficiente discussione sul modo in cui verrà alimentata la popolazione mondiale nei prossimi 20 anni" ha aggiunto. La fame è già una dolorosa realtà per più di 850 milioni di persone, tra cui 300 milioni di bambini e bambine.

Il sistema globale di alimentazione dev'essere corretto quanto prima, ha affermato il direttore delle ricerche della NFU, Darrin Qualman. “Molti agricoltori canadesi e statunitensi stanno abbandonando la loro attività perché i prezzi dei raccolti sono al livello più basso degli ultimi 100 anni. Agli agricoltori viene raccontato che la sovrapproduzione è la causa dei prezzi bassi che si sono visti costretti ad accettare in questi anni”, ha ribadito Qualman. Ciononostante, la maggioranza delle transnazionali agricole del Nordamerica nel 2004 ha registrato introiti senza precedenti. Il ricercatore ha segnalato che esiste un grave squilibrio di potere, dato che soltanto cinque grandi imprese controllano il mercato mondiale dei cereali. "Il sistema di produzione degli alimenti è progettato per generare introiti, non cibo a beneficio della popolazione. E' un sistema felice di lasciare senza mangiare centinaia di milioni di persone" ha dichiarato a IPS.

La disuguaglianza e la povertà sono al centro del problema della fame, secondo vari esperti, compresi quelli dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO). La disparità economica si allarga sempre più, facendo sì che la fame e la malnutrizione si trasformino in un problema cronico, tanto per i poveri del Sud in via di sviluppo quanto per quelli del Nord industrializzato, ha detto Brown. Ed è assai probabile che la situazione peggiori a causa dei cambiamenti climatici. Soltanto in Africa, circa 184 milioni di persone potrebbero morire entro la fine del secolo a causa di inondazioni, carestie, siccità e conflitti derivati dal riscaldamento del pianeta, secondo un nuovo rapporto dell'organizzazione umanitaria Christian Aid, con sede in Gran Bretagna. La maggioranza degli scienziati attribuisce il cambio climatico all'azione umana, specialmente ai cosiddetti “gas a effetto serra”, prodotti dall'uso di combustibili fossili come il petrolio, il gas e il carbone nei processi industriali, di trasporto e domestici.

Altri milioni di persone moriranno in altre parti del pianeta, e i più recenti successi in materia di riduzione della povertà potrebbero trasformarsi in insuccessi nel corso dei prossimi decenni, aggiunge nel lavoro intitolato “Il clima della povertà: fatti, timori e speranze”. "Questa è una grave crisi per la società mondiale e abbiamo bisogno di soluzioni globali" ha segnalato Andrew Pendleton, analista del clima e dello sviluppo di Christian Aid. Nel documento, il gruppo ipotizza che le regioni povere del pianeta possano utilizzare un'energia rinnovabile.

Altre idee nuove stanno già producendo differenze concrete nei villaggi di 10 Paesi africani. Con un po' di denaro per acquistare semi migliori e fertilizzanti, con una parte delle risorse idriche protette e reti per evitare l'attacco delle zanzare che portano la malaria, centinaia di migliaia di persone beneficiate dal progetto Villaggi del Millennio ora possono produrre alimenti a sufficienza e vendere le eccedenze. Si tratta di un piano sviluppato dall'economista Jeffrey Sachs, massimo responsabile degli Obiettivi di Sviluppo dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) per il Millennio, e altri esperti dell'Istituto della Terra dell'Università di Columbia, USA. Ogni progetto di Villaggi del Millennio è pilotato dalla stessa comunità locale, usando tecnologie pratiche ed efficaci a basso costo.

Gli obiettivi dell'Onu comprendono i seguenti punti: ridurre del 50% la proporzione di persone che soffrono l'indigenza e la fame, arrivare all'educazione primaria universale, diminuire di due terzi la mortalità infantile e di tre quarti quella delle madri, promuovere l'uguaglianza tra i sessi, invertire l'espansione dell'AIDS e altre malattie e realizzare una società globale attraverso lo sviluppo tra Nord e Sud. Un vertice di 189 leaders, tenutosi nel settembre 2000, si è impegnato a portare a compimento tutti questi obiettivi entro il 2015. Però la loro realizzazione è dipesa soprattutto dall'incremento dell'assistenza allo sviluppo offerto da donatori dei Paesi industriali.

Pagina 12, Buenos Aires, 21/05/2006
Traduzione di Cinzia Vidali

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4) Poveri di serie A
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Di Thomas Rabeil, consulente sull'ambiente per l'Unesco

I Paesi africani selezionati dall'Unione Europea per ricevere assistenza economica non sono necessariamente quelli che ne hanno più bisogno ma quelli che hanno risorse sfruttabili. L'Unione Europea ha annunciato, in occasione del primo anniversario dello tsunami nel Sudest asiatico, che aiuterà i 10 Paesi più poveri dell'Africa per un totale di 166 milioni di euro. Che gran cuore questi europei! In questo caso si suppone che l'aiuto vada ai Paesi più poveri esposti a catastrofi naturali come la siccità, le inondazioni e le invasioni di insetti, per riprendere le parole di Louis Michel, commissario per l'Assistenza umanitaria dell'Unione Europea.

Se prendiamo in considerazione i criteri di povertà o di sviluppo umano secondo gli indici del Pnud (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) e anche la frequenza delle catastrofi naturali, dovremmo ottenere la seguente lista: secondo l'ordine dei Paesi più poveri, troviamo Somalia, Liberia, Sierra Leone, Burkina Faso, Niger, Mali, Etiopia, Zambia, Mozambico e Ciad. Seguendo l'ordine dei Paesi con minor indice di sviluppo umano, abbiamo Somalia, Liberia, Sierra Leone, Niger, Burkina Faso, Mali, Burundi, Guinea Bissau, Mozambico ed Etiopia. Seguendo l'ordine dei Paesi più vulnerabili rispetto alle catastrofi naturali: Mozambico, Etiopia, Sudan, Mauritania, Ciad, Somalia, Repubblica di Gibuti, Capo Verde, Uganda e Gambia.

I consiglieri di Louis Michel (Commissario per l'Assistenza umanitaria dell'Unione Europea) vivono nella realtà del nostro mondo e non nella fantasia. Per questo, nello scegliere la lista dei Paesi, hanno applicato una strategia win-win (strategia che mira ad ottenere benefici su più fronti, ndt) o di denaro-contro-risorse.

Vediamo.

-Vi sono Paesi con un potenziale importante di petrolio finora non sfruttato: Ciad e specialmente Sudan, che ha una riserva di 563 milioni di barili. Il Paese più ricco dell'Africa è ovviamente la Repubblica Democratica del Congo - e Louis Michel lo sa perfettamente -, che possiede abbondanti risorse come diamanti, la foresta più grande dell'Africa, il coltan per i nostri strumenti elettronici (cellulari, computer ecc.) e molti altri minerali (rame e cobalto, principalmente). Per controllare la miniera d'oro che è la Repubblica Democratica del Congo si deve aver cura dei Paesi vicini (Burundi e Uganda), che hanno avuto la brutta abitudine di approfittare degli scontri per procedere a saccheggi e che inoltre possiedono risorse interessanti (minerali nel caso del Burundi e foreste e acqua dolce nel caso dell'Uganda). Un altro Paese africano ricco, con un potenziale importante di minerali ed enormi risorse ecologiche, è la Repubblica Unita di Tanzania, il cui settore turistico è uno dei più efficienti del Continente. Per equilibrare geograficamente gli aiuti europei, i consiglieri di Louis Michel dovevano coinvolgere la parte occidentale del Continente. Lo sguardo si rivolge naturalmente alla Costa di Marfil, "la perla dell'Africa occidentale", come dicono i francesi, e che finora continua ad esserlo malgrado il conflitto che permane con il controverso presidente nazionalista Laurent Gbagbo. Gli interessi francesi in questo Paese sono stati considerevoli ed è certo che la Francia cercherà di ristabilire i legami che aveva prima del conflitto. Un Paese che gli europei devono ricompensare è la Liberia, con l'elezione di Ellen Johnson Sirleaf, ex funzionaria delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale, che naturalmente costituisce una speranza di buon governo per applicare le politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.

Ora la lista è quasi completa. Se menzioniamo i Paesi nell'ordine dell'interesse che rivestono per l'Europa, troviamo che si concedono gli aiuti nello stesso ordine: Sudan, 48 milioni di euro; Repubblica Democratica del Congo, 38 milioni; Burundi, 17 milioni; Liberia, 16,4 milioni; Uganda, 15 milioni; Ciad, 13,5 milioni; Tanzania, 11, 5 milioni e Costa de Marfil, Madagascar e Isole Comore con il resto.

L'ironia è che un Paese come il Madagascar, per il quale l'aiuto umanitario è giustificato, riceverà molto poco in confronto con gli altri Paesi della lista, molto più ricchi. Senza parlare, ovviamente, delle nazioni più povere del Continente, che neppure appaiono nella lista, come Sierra Leone, Niger, Etiopia e Somalia. Cosicché, per favore, signor commissario europeo, non ci parli di bontà; sappiamo che l'Afri-ca continua a trovarsi ancora sotto le politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale e i Paesi europei applicano solamente una forma di colonizzazione indiretta per mezzo dell'aiuto umanitario.

WWW.ELCORRESPON-SAL.COM., su www.adistaonline.it


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5) Report da Cassibile
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Di Alfonso e Marino (Rete Antirazzista Siciliana)

Cassibile, 28 maggio 2006 - Ogni giorno, come accade da metà aprile, il campo sorto all'ingresso di Cassibile si svuota quando è ancora buio. Il paese alle prime luci dell'alba si rianima per la presenza dei nuovi "dannati della terra"; 350/400 lavoratori migranti, in maggioranza marocchini, ma anche sudanesi e liberiani, affollano i bar del paese per iniziare le trattative sul lavoro di raccolta delle patate con i "caporali", che decidono chi quel giorno avrà la "fortuna" di poter lavorare 8/10 ore per circa 30 euro nei paesi limitrofi, Avola, Canicattini Bagni, Lentini.... Fino al tardo pomeriggio nessuno si accorge (soprattutto le istituzioni preposte) della vergogna che si consuma sulla pelle della nuova forza-lavoro "usa e getta"; milioni di euro di contributi non vengono versati e rimangono nelle tasche dei padroni dei terreni, coltivati a patate, ed in parte finiscono nelle tasche di loschi "caporali", che garantiscono il controllo sociale del lavoro migrante. Sono infatti sempre meno i lavoratori nativi, poiché non reggono i massacranti ritmi di lavoro: ogni cassetta di patate pesa 25 chili e in un giorno un migrante ne deve riempire fino a 100 se vuole essere chiamato l'indomani.

Che fanno le organizzazioni sindacali e l'Ispettorato del lavoro? Certo la legge può essere aggirata, dato che l'assunzione è obbligatoria dopo 3 giorni di lavoro, e non è facile dimostrare la continuità quando c'è tanto ricambio di "braccia fresche" ed è grande la ricattabilità di chi è sprovvisto del maledetto permesso di soggiorno, ma ha l'umano ed urgente bisogno di conquistare con tutti i mezzi il permesso di vivere e di mandare denaro ai propri familiari.

Giorni fa si è tenuto a Cassibile un vertice fra Prefetto, Guardia di Finanza, Digos, Carabinieri e Questore alla fine del quale si è concordato che c'è bisogno di "intensificare i controlli delle forze dell'ordine", ma non per perseguire i padroni ed i caporali, ma le loro vittime, cioè i migranti; essi, già sfruttati in condizioni neoschiaviste, non possono neanche permettersi il lusso di essere troppo visibili, per non minacciare la tranquillità degli abitanti del paese, anche se consumano e riempiono i supermercati, i negozi di generi alimentari e i bar (a loro però il caffè viene servito in bicchierini di plastica).

Affrontare la questione migrante solo come problema di ordine pubblico è in piena continuità con l'ottusità razzista della legge Bossi-Fini, che dev'essere quanto prima abrogata; ma nel siracusano, anche per la prevalenza di giunte di centrodestra, temiamo che si potrebbe continuare a privilegiare la politica securitaria contro i migranti, anziché colpire chi li sfrutta in nero.

Dopo 2 mesi , anche se il problema si ripete da almeno 5 anni, il Prefetto ha fatto finalmente adibire un casale (in affitto) in via della Madonna per ospitare 60/80 migranti, purché in regola con il permesso di soggiorno; ma come mai il Prefetto non tutela i migranti nell'ottenimento del versamento dei contributi? Il rischio è che, nel momento del rinnovo del permesso di soggiorno, anche i cosiddetti regolari vengano spinti verso la clandestinità.

A proposito di clandestinità, sarebbe urgente verificare la funzione e l'appalto del centro di detenzione di Cassibile, dato che l'ente gestore, l'Alma Mater, dichiara che è un centro di prima accoglienza, che diventerà un Centro d'Identificazione, ma intanto vi sono reclusi oltre 40 migranti (tutti richiedenti asilo?) e viene impedito l'accesso alle associazioni di volontariato. Che sia l’ennesimo CPT "semilegale"?

La divisione fra migranti regolari in via della Madonna ed irregolari nel campo all'ingresso di Cassibile ci sembra alquanto preoccupante perché potrebbe favorire un intervento repressivo, possibilmente alla fine (fra poche settimane) della raccolta delle patate, così da salvaguardare tutti gli interessi locali.

Grazie all'intervento ed alla tenda di Medici Senza Frontiere sono stati approntati alcuni servizi e da alcuni giorni ,anche durante la notte, c'è la preziosa testimonianza di padre Carlo D'Antoni e si alterna la presenza di volontari della Rete Antirazzista Siciliana, Arci ed Attac per garantire un contributo di solidarietà nella prospettiva di coinvolgere le organizzazioni sindacali, le forze democratiche e l'insieme della società civile siracusana in un concreto impegno (non solo a parole) per costruire insieme nuove politiche d'accoglienza dei migranti.

P.S. Mercoledì 31/5 di terrà nel Tribunale di Siracusa alle 10 un'ennesima udienza del processo per il naufragio del Natale '96 a largo di Portopalo; nel decimo anniversario del più grande naufragio dal dopoguerra nel Mediterraneo, potremmo, proprio a partire dalla realtà siracusana, rilanciare una nuova stagione di lotta per i diritti dei migranti

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6) La geopolitica dell'oro e le riserve di divise
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Di Alfredo Jalife Rahme

“La grande crisi delle divise è iniziata, come c'era da aspettarsi?”
Il giornale “San Diego” del 10 maggio 2006 analizza la fuga dei possessori di banconote verdi verso l'oro - che ha già raggiunto i 730 dollari l'oncia - il bene rifugio di ogni tempo, già millenni prima che esistesse il monetarismo degradato: in linea con l'inflazione l'oro non raggiunge ancora il valore massimo di 873 dollari, che ha toccato per breve tempo nel gennaio 1980. Tuttavia, il suo recente slancio verso le alte vette, con un incremento del 40% da novembre a questa parte, ha sorpreso molti analisti (sic) di Wall Street, i quali da vari mesi speravano che la domanda diminuisse. Si dà il caso che non abbiano considerato l'approccio multidimensionale di “Bajo la Lupa”, che li avrebbe resi edotti a proposito del binario geopolitico su cui si sono incamminate le divise e le materie prime. La setta dei tecnici neoliberisti - cresciuta in un fanatico ultrariduzionismo mentale, nella sua visione deformata, orientata verso il finanziario - manca della cultura storica, della visione d'insieme e della capacità geopolitica per rendersi conto che il mondo si trova all'alba di un nuovo paradigma multipolare, che segna la decadenza irreversibile dell'unilateralismo degli Stati Uniti e del loro modello dollarocentrico, come pure la fine dell'era del petrolio a buon mercato.

In fin dei conti gli esseri umani vivono di ipotesi e di percezioni, però incontestabilmente reale è il fatto che l'oro abbia superato la soglia psicologica dei 700 dollari l'oncia, cosa di cui non si stupiranno i cari lettori di “Bajo la Lupa”. Non si salva nessun angolo del pianeta, e perfino il mercato dell'oro al minuto nello straordinario bazar di Bangkok ha raggiunto prezzi mai visti da 100 anni a questa parte. Gli analisti di “The Bangkok Post” (11/5/06) osservano che “i metalli preziosi servono da protezione di fronte alle tensioni globali, generate ad esempio dalle ambizioni nucleari iraniane, dall'aumento dei prezzi energetici e dall'incertezza sul futuro del dollaro”. Nientemeno! Uno solo dei tre fattori citati sarebbe stato sufficiente per rifugiarsi nell'oro (e nell'argento) e per buttare nell'immondizia l'inservibile dollaro.

Continuiamo a sfruttare le tre curve di previsione del marzo 2004. Quando le quotazioni dell'oro e del petrolio iniziarono contemporaneamente la loro irresistibile ascesa, mentre il dollaro iniziava il suo crollo, quando ci si rese conto che la coppia anglosassone Stati Uniti-Gran Bretagna non poteva controllare il petrolio sciita di Bassora né quello curdo di Kirkuk, un anno dopo l'invasione illegale dell'Iraq. Semplice, no?

Le tendenze rilevabili nelle quotazioni del marzo 2003 si sono accentuate due anni dopo, e le cure magiche degli sciamani monetaristi sono cadute nel più totale discredito, dato che hanno lasciato la coppia anglosassone in balia della miseria finanziaria. Non faremo legna da ardere degli alberi caduti delle banche centrali: lo sfortunato mago Alan Greenspan e il suo disgraziato successore Ben “Elicottero” Bernanke. Basta leggere la disperazione dei columnists britannici, molto più lucidi di quelli statunitensi, i quali, una volta arroccati nella puerile risorsa della negazione, caratteristica di menti immature che non osano affrontare la triste realtà, non si smuovono dal loro stupore paralizzante. Gli USA sono ancora allo stadio della negazione della realtà: la prima fase della sindrome da stress post-traumatico.

Darryl Thomson sul Financial Times, (12/5/06), dà la colpa ad un “complesso cocktail” di fattori: “domanda fisica, interesse dei fondi speculativi, preoccupazioni geopolitiche e inflazionarie a causa degli elevati prezzi del petrolio e della debolezza del dollaro”. Sarà forse effetto della rugiada notturna, ma la Cina e la Russia hanno iniziato a ribellarsi agli affronti della coppia anglosassone (secondo Stratfor si tratta di “insulti strategici”), questa volta sui mercati (il tasto più dolente). Durante la riunione della Banca Asiatica di sviluppo, tenutasi a Hyderabad (India), è stato sufficiente che il viceministro delle finanze cinese, Yong Li, insinuasse le voci che il dollaro USA si sarebbe svalutato del 25%', e che le conseguenze sarebbero state catastrofiche per stravolgere le condizioni della moneta statunitense. La riunione di Hyderabad, in cui si sono affrontati gli addetti alle finanze di USA e Cina, ha fornito molta materia di discussione, e Martin Wolf, incaricato della sezione finanziaria del Financial Times, ha rivelato la collisione tra cinesi e statunitensi senza la collusione dei giapponesi (“Lasciar cadere il dollaro o correre il rischio di un disordine globale, 9/5/2006”). Yong Li era stato infastidito dalle impertinenti pressioni di Timothy Adams, sottosegretario al Tesoro statunitense per rivalutare il remimbi (la moneta cinese, NdR).

Il giornale tedesco Hadelsblatt(9/5/06) ha svelato i piani della Banca Centrale Cinese per incrementare le proprie riserve auree, che sarebbero passate dalle attuali 600 tonnellate a circa 2.500, mentre il Ministero cinese della Terra e delle Risorse annunciava dal suo seggio (10/5/06) la propensione a creare riserve strategiche per certi minerali chiave: uranio, ferro, rame, alluminio, manganese, cromo e potassio. Le materie prime sono risorte!

Frederick Kempe sul The Wall Street Journal del 9/5/2006, nel suo articolo “Perché gli economisti si preoccupano di coloro che possiedono riserve di divise” emette il canto del cigno del decadente impero finanziario anglosassone: “L'idea che la Cina o un altro rivale degli USA possa un giorno far valere i suoi ampi diritti nei confronti dei debiti statunitensi come arma geopolitica, a prescindere dal danno che ciò causerebbe anche all'economia dell'aggressore, sta conquistandosi adepti presso alcuni circoli”. Il concetto della riserva di divise come arma geopolitica è oltremodo interessante, sebbene non sia affatto una novità (lo abbiamo affrontato già 10 anni fa nel nostro libro - esaurito – “Guerre geofinanziarie e geoeconomiche: il petrolio dal Golfo Persico al Golfo del Messico”). Frederick Kempe insiste nel puntualizzare che le riserve di divise sono “nelle mani di Paesi in via di sviluppo, spesso rivali tra loro e carenti di democrazia, e scontenti dell'eccessiva influenza degli USA”. La Cina viene al primo posto nella lista di Frederick Kempe, che cita dati del FMI: “nello scorso decennio, il mondo in via di sviluppo ha quasi quadruplicato il suo possesso di riserve, toccando i 2.9 milioni di milioni di dollari (trilioni in inglese), mentre quelle del mondo industrializzato sono aumentate del 150%”. Stando così le cose, il 70% delle riserve globali di divise nelle mani dei Paesi in via di sviluppo rappresenta un “accumulo spropositato”, secondo Lawrence Summers, precedente segretario del Tesoro e misogino direttore di Harvard. La tesi nodale di Kempe è incentrata sul fatto che le riserve di divise, di cui il 66.5% in dollari, sono raddoppiate nei cinque anni passati e “si trovano concentrate in mani poco affidabili”. Cosa significa affidabile? Che tipo di mani?

Da queste affermazioni unilaterali di Kempe si evince un elemento: tutto ciò che gli Stati Uniti non controllano nelle loro mani non è “affidabile” né “democratico”, come se il Paese torturatore delle carceri di Abu Ghraib, nell’infelice epoca di Bush junior fosse una garanzia (si pensi al possesso irresponsabile della propria moneta, alla gestione dei deficit di conto corrente o al possesso di armi nucleari - di sicuro, è l'unico paese che ha osato lanciarle su due popolazioni civili) “questa svolta radicale fa crescere l'instabilità nel maggior mercato del mondo per 2 milioni di milioni di dollari di divise, che attualmente passano in altre mani, cosa che diminuisce l'influenza degli USA”. Anche le tasse statunitensi sulle ipoteche e l'influenza globale degli USA sono a rischio.

Chi semina vento raccoglie tempesta. Kempe si lamenta amaramente sotto il travestimento “democratico”: che, come dovrebbe ricordare, fu un invenzione dell'ateniese Clistene (508 anni prima di Cristo) e che gli Stati Uniti praticano in forma anacronistica con il loro sistema ottocentesco di elezione indiretta, da corte feudale che favorisce la sua plutocrazia oligopolica e oligarchica. Cita ad esempio Brad Setter, direttore delle ricerche di Roubini Global Economics: “La Cina, l'Arabia Saudita e la Russia, - nessuna delle tre una democrazia - stanno incrementando rapidamente le loro riserve e sono gli Stati che ora acquistano debiti statunitensi in maggior quantità”. Lo stesso fanno il Venezuela e l'Iran, che “cercano di minare gli USA”. Un caso di totale paranoia globale!

Senza la minima compunzione o autocritica, Kempe e Setter non affrontano le ragioni per le quali gli USA sono diventati un paria della comunità universale, si tratti di democrazie o di tirannie, con o senza dollari.

La Jornada, Città del Messico, 15 maggio 2006
Traduzione di Cinzia Vidali


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7) Perché il Doha Round sta fallendo?
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di Carin Smaller, Iatp (Institute for agriculture and trade policy)

Nelle ultime settimane il commercio internazionale è stato bersagliato da alcuni eventi di notevole portata. Il presidente degli Stati Uniti, George Bush, ha spostato il capo negoziatore alla Wto, Rob Portman, ad altro incarico. Tale spostamento è stato letto come una modifica delle priorità dell’Amministrazione america, più preoccupata di risolvere alcune questioni interne (a Portman è stata affidata la responsabilità sul bilancio) che di concludere il Doha Round. La Commissione Europea si è irrigidita ulteriormente, annunciando che non farà alcuna concessione sulle modifiche alla propria politica agricola senza un ritorno adeguato in termini di riduzione tariffaria per i prodotti industriali ( Accordo Nama ) e accesso al mercato per i servizi (accordo Gats). Inoltre, aspetto molto importante, il direttore della Wto, Pascal Lamy, si è visto costretto a cancellare un incontro a livello ministeriale che avrebbe dovuto far seguito al raggiungimento delle modalità su prodotti industriali e agricoltura. Tale obiettivo, fissato ad Hong Kong per fine aprile, è stato completamente disatteso dai Paesi membri, che non sono riusciti a giungere a nessun compromesso. I negoziati commerciali hanno subito severe critiche provenienti da diverse fronti. Il ministro del commercio indiano, Kamal Nath, ha dichiarato pubblicamente che "nessun accordo è meglio di un cattivo accordo", riferendosi al fatto che il suo Paese non firmerà nessun compromesso che disattenda i contenuti di sviluppo promessi ai Paesi del Sud a Doha, nel 2001, quando questo Round negoziale fu lanciato. Inoltre, i ministri africani del commercio hanno ammonito che non accetteranno mai un accordo che lasci fuori i temi di interesse per il loro continente. I Paesi dell’agribusinness da esportazione, come Nuova Zelanda, Stati Uniti e Australia, affermano di non credere che le proposte in merito presenti sul tavolo negoziale consentiranno un aumento in termini di accesso al mercato per le loro imprese. Sul fronte dei servizi, invece, le grandi imprese europee e statunitensi, comprese quelle dei settori finanziario, energetico e dei trasporti marittimi, sono irritate per il fatto che l’intero Doha Round, attualmente, sia ostaggio del solo capitolo agricolo e sono riluttanti ad accettare un accordo a meno che non vi intravedano evidenti opportunità di guadagno per le loro industrie. I Paesi che non hanno una capacità di offerta in grado di competere sui mercati esteri sono molto preoccupati riguardo alle potenziali conseguenze dell’incremento delle importazione a seguito dell’apertura dei loro mercati. Tali timori sono confermati da una serie di studi sui potenziali risultati derivanti dal Doha Round redatti dalla Banca mondiale, dalle Nazioni Unite e da diversi think thanks, compreso il Carnagie Endowment Institute. Tali studi hanno in comune la previsione di scarsi guadagni per i Paesi in via di sviluppo. La Banca mondiale, ad esempio, ha drasticamente ridotto le sue stime realizzate negli ultimi anni riguardo a tali possibili guadagni. Le proiezioni iniziali che erano 500 miliardi di dollari nel 2003, sono scese a 96 miliardi di dollari nel 2005. Di questi ultimi, solo 16 miliardi andrebbero a un gruppo limitato Paesi in via di sviluppo, che comprende la Cina e il Brasile, mentre dei restanti 80 miliardi ne beneficerebbero esclusivamente i Paesi del Nord del pianeta. Le Nazioni Unite, invece, hanno stimato che i Paesi del Sud perderanno circa 63 miliardi di dollari a causa delle riduzioni tariffarie . L’Africa è il continente che maggiormente subirà le conseguenze del Doha round. Tali cifre non devono essere prese come oro colato, ma comunque mostrano chiaramente la pericolosità delle promesse fatte ai tempi di Cancun e confermano quanto questo round negoziale abbia poco a che fare con lo sviluppo. All’interno dei Paesi in via di sviluppo, le imprese, i sindacati, gli stessi governi, hanno espresso serie preoccupazioni di fronte ai rischi per l’agricoltura locale dei loro paesi in termini di chiusura di aziende, perdita di posti di lavoro e di gettito fiscale associato alla riduzione tariffaria. I negoziatori dei Paesi in via di sviluppo sono sotto pressione da parte delle categorie che maggiormente verrebbero colpite dalle liberalizzazioni conseguenti alla chiusura del Doha round. In India, ad esempio ci sono 650 milioni di agricoltori si sussistenza. Ma ci sono anche milioni di produttori di riso in Indonesia; i sindacati dell’industria in Argentina, Brasile e Sud Africa; i pescatori nelle Filippine; e i lavoratori tessili nel Sud-Est asiatico e nell’Africa del Sud. La crescita di potere negoziale dei Paesi in via di sviluppo all’interno del sistema commerciale multilaterale rende più difficile per i negoziatori di questi Paesi ignorare tali pressioni. Il deterioramento dei negoziati nella Wto non deve sorprendere. Erano le stesse premesse del Doha Round - profondi tagli tariffari e regole del commercio agricolo che ignorano questioni fondamentali come la sicurezza alimentare e la sopravvivenza dei contadini del Sud - ad essere sbagliate. La maggior parte dei Paesi del Sud non sono interessati ad un taglio radicale delle loro tariffe, del quale andrebbero a beneficiare solo i Paesi sviluppati e una ristretta cerchia di quelli in via di sviluppo e che costerebbe loro moltissimo in termini monetari, attraverso la perdita di risorse derivante dalle tariffe, e politici, attraverso la perdita di milioni di posti di lavoro. Un famoso portavoce della Casa Bianca, O’Neil, una volta affermò: " All politics is local". I negoziatori della Wto si stanno rendendo conto che ciò vale anche per la Wto. Le contraddizioni tra benefici sperati e realtà è molto difficile da spiegare. Sempre più persone nel mondo stanno diventando consapevoli che la liberalizzazione del commercio e della finanza li danneggia gravemente. La deregolamentazione dei mercati promossa dai fautori del libero commercio conduce alla concentrazione della ricchezza e ostacola la vita democratica di un Paese attraverso l’impossibilità per le persone di influire nei processi decisionali, ma di subirne poi le conseguenze. Il Doha round non deve giungere a conclusione. È necessario ripartire da zero, verso la concezione di un sistema commerciale che abbia l’obiettivo reale di migliorare la vita delle persone e permetta ai Paesi poveri di fare le scelte economiche e politiche necessarie al loro sviluppo.

Da tradeobservatory.org

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