GRANELLO DI SABBIA (n°155)
Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC
Venerdì 23 giugno 2006
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Numero di abbonati attuali: 7 596
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Indice degli argomenti
1) E' tempo di Tobin Tax!
Di Marco Bersani e Andrea Baranes (Attac Italia)
Con 178.000 firme raccolte in una straordinaria mobilitazione di
movimento, che ha visto convergere decine di reti associative,
organizzazioni e comitati territoriali, la legge d'iniziativa popolare
promossa da Attac Italia è approdata in Parlamento nel luglio 2002.
Attorno alla proposta, che delineava la necessità di istituire in Italia
e in Europa la tassazione delle transazioni valutarie, si è raccolto a
sostegno un gruppo di più di 100 parlamentari della precedente legislatura.
2) Outsourcing e offshore: il futuro dell’economia nelle esternalizzazioni?
Di Giuliana Ventricelli
Si tratta di una strategia nata negli Usa già da qualche anno,
abbondantemente esportata in Europa e naturalmente in Italia: con
l’outsourcing, è possibile lo snellimento delle strutture organizzative,
una loro maggiore flessibilità e adattamento ai mercati, attraverso la
cessione all’esterno di attività precedentemente svolte internamente
all’azienda.
3) Alimentazione: riserve mondiali al limite
Di Stephen Leahy (IPS)
Il mondo consuma più alimenti di quanto gli agricoltori producano,
fenomeno che ha portato le riserve internazionali di grano al livello
più basso negli ultimi 30 anni.
4) Poveri di serie A
Di Thomas Rabeil, consulente sull'ambiente per l'Unesco
I Paesi africani selezionati dall'Unione Europea per ricevere assistenza
economica non sono necessariamente quelli che ne hanno più bisogno ma
quelli che hanno risorse sfruttabili
5) Report da Cassibile
Di Alfonso e Marino (Rete Antirazzista Siciliana)
Che fanno le organizzazioni sindacali e l'Ispettorato del lavoro? Certo
la legge può essere aggirata, dato che l'assunzione è obbligatoria dopo
3 giorni di lavoro, e non è facile dimostrare la continuità quando c'è
tanto ricambio di "braccia fresche" ed è grande la ricattabilità di chi
è sprovvisto del maledetto permesso di soggiorno, ma ha l'umano ed
urgente bisogno di conquistare con tutti i mezzi il permesso di vivere e
di mandare denaro ai propri familiari.
6) La geopolitica dell'oro e le riserve di divise
Di Alfredo Jalife Rahme
Il giornale “San Diego” del 10 maggio 2006 analizza la fuga dei
possessori di banconote verdi verso l'oro - che ha già raggiunto i 730
dollari l'oncia - il bene rifugio di ogni tempo, già millenni prima che
esistesse il monetarismo degradato: in linea con l'inflazione l'oro non
raggiunge ancora il valore massimo di 873 dollari, che ha toccato per
breve tempo nel gennaio 1980. Tuttavia, il suo recente slancio verso le
alte vette, con un incremento del 40% da novembre a questa parte, ha
sorpreso molti analisti (sic) di Wall Street, i quali da vari mesi
speravano che la domanda diminuisse.
7) Perché il Doha Round sta fallendo?
di Carin Smaller, Iatp (Institute for agriculture and trade policy)
Il deterioramento dei negoziati nella Wto non deve sorprendere. Erano le
stesse premesse del Doha Round - profondi tagli tariffari e regole del
commercio agricolo che ignorano questioni fondamentali come la sicurezza
alimentare e la sopravvivenza dei contadini del Sud - ad essere sbagliate.
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1) E' tempo di Tobin Tax!
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Di Marco Bersani e Andrea Baranes (Attac Italia)
Con 178.000 firme raccolte in una straordinaria mobilitazione di
movimento, che ha visto convergere decine di reti associative,
organizzazioni e comitati territoriali, la legge d'iniziativa popolare
promossa da Attac Italia è approdata in Parlamento nel luglio 2002.
Attorno alla proposta, che delineava la necessità di istituire in Italia
e in Europa la tassazione delle transazioni valutarie, si è raccolto a
sostegno un gruppo di più di 100 parlamentari della precedente legislatura.
Con la Tobin Tax si voleva lanciare un forte segnale di discontinuità
rispetto alle politiche neoliberiste, ripristinando il primato della
politica sull'economia, limitando le speculazioni finanziarie e
ottenendo un gettito annuale per progetti di redistribuzione sociale e
ambientale.
Per tutta la precedente legislatura, la proposta di legge è passata al
vaglio della Commissione Parlamentare congiunta Esteri e Finanze,
attraverso diverse audizioni e un lavoro capillare di raccolta di
pareri, informazioni e documentazioni. Culminato positivamente a fine
2005 con un unanime parere positivo da parte dei Commissari.
La Tobin Tax è successivamente entrata anche nel programma della
coalizione dell'Unione, che ha infine vinto le recenti elezioni
politiche ed ha ora dato avvio alla propria esperienza di governo.
Oggi, nel governo dell'Unione, grazie anche alla straordinaria spinta
del protagonismo sociale prodotto dai movimenti in questi anni, hanno
trovato collocazione, con rilevantissimi incarichi, persone che in
questi anni si sono spese al fianco di Attac e dei movimenti in favore
della Tobin Tax. Senza far torto a nessuno, ci permettiamo di ricordare
tre attuali Sottosegretari all'Economia - Alfiero Grandi, Alfonso Gianni
e Paolo Cento- mentre Patrizia Sentinelli è divenuta vice-ministro degli
Esteri con delega agli "obiettivi del millennio".
Insomma, tenendo conto inoltre della nuova Presidenza della Camera che
decide il calendario dei lavori parlamentari, ci sono tutte le
condizioni per fare l'ultimo decisivo passo: approvare nei primi 100
giorni di governo la legge d'iniziativa popolare che istituisce la Tobin
Tax.
Sarebbe un modo per dare un forte segnale di relazione fra movimenti e
politica istituzionale ed un importante segnale del nuovo ruolo da
esercitare nell'Unione Europea. L'approvazione della Tobin Tax sarebbe
anche il modo migliore per lanciare un dibattito su altri strumenti
innovativi di tassazione internazionale. Alcuni paesi, dalla Francia, al
Cile, al Brasile, hanno deciso di implementare già dal 2006 un
"contributo di solidarietà sui biglietti aerei" da utilizzare per
l'acquisto di farmaci nei paesi più poveri. Una misura ancora molto
lontana dall'idea di tassazione internazionale, e per alcuni versi anche
contraddittoria, ma che dà, se non altro, un segnale politico
importante: se fino a pochissimi anni fa l'idea di tasse internazionali
appariva una pura utopia, grazie al lavoro delle reti della società
civile e dei movimenti, questo tema è oggi entrato nell'agenda dei
principali governi. Anche per questo, è il momento per dare un segnale
forte e per continuare il percorso già intrapreso. Dall'imposta sulla
CO2 a quella sui trasporti, ad altre misure di tassazione dei profitti
realizzati sui mercati finanziari, sono moltissime le proposte oggi in
discussione. Misure pensate per tutelare i Beni Pubblici Globali, per
una redistribuzione su scala globale delle ricchezze, per una giustizia
fiscale internazionale, per fare fronte all'impossibilità dei singoli
stati nazione di affrontare i problemi globali. Ma, soprattutto, un
formidabile strumento per rimettere in discussione la governance
globale, la fiscalità sul piano nazionale ed europeo, e più in generale
vero e proprio grimaldello per rimettere in discussione l'intero
impianto dell'ideologia neoliberista. A livello internazionale, un
gruppo di paesi - denominato "il gruppo dei 43" - si riunisce
periodicamente per esaminare queste ed altre proposte innovative.
L'Italia al momento è l'unico grande paese europeo a non partecipare a
questi lavori.
Cambiare un paese è un lavoro di lungo corso, difficile e pieno di
contraddizioni. Ma intraprendere i primi passi nella giusta direzione
permette di guardare avanti con fiducia, intelligenza e determinazione.
Questo ci aspettiamo da chi in questi anni si è speso al nostro fianco.
Questo è uno degli obiettivi che non lasceremo in sospeso.
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2) Outsourcing e offshore: il futuro dell’economia nelle esternalizzazioni?
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Di Giuliana Ventricelli
Si tratta di una strategia nata negli Usa già da qualche anno,
abbondantemente esportata in Europa e naturalmente in Italia: con
l’outsourcing, è possibile lo snellimento delle strutture organizzative,
una loro maggiore flessibilità e adattamento ai mercati, attraverso la
cessione all’esterno di attività precedentemente svolte internamente
all’azienda.
Questa politica, applicata sia nel privato, che nell’ambito pubblico,
dapprima nel settore industriale e ora in misura sempre maggiore nei
servizi, permetterebbe grossi risparmi alle imprese attraverso la
cancellazione dai bilanci aziendali di voci relative ai costi fissi, tra
le quali quella riguardante il personale, ma comporta anche la perdita
del know how aziendale, della qualità del servizio offerto e del
controllo dei processi. Le aziende che offrono attività in outsourcing
promettono maggiore professionalità ecompetenza ma si affidano al lavoro
precario.
Con l’applicazione di economie di scale si vuole al contempo produrre
beni e servizi di qualità a costi competitivi, mentre in realtà sui
mercati l’offerta risulta sempre più omologata e si riducono i posti di
lavoro – dal saggio “Outsourcing. Conviene davvero esternalizzare?”.
Negli Usa intanto chi non ricorre all’outsourcing viene definito uno
“stupid” – è proprio questo l’appellativo usato nelle brochure
pubblicizzate ai meeting/conference organizzati sul tema -, mentre chi
esprime la propria critica su questa politica viene tacciato di
protezionismo. Sì, perché la nuova strada per risparmiare ulteriormente
sui costi è quella di portare anche la produzione dei servizi in paesi
in via di sviluppo, India in testa, dove è possibile trovare personale
competente e specializzato a costi competitivi.
L’offshore, cioè l’outsourcing dei servizi oltre mare non è solo fuga di
capitali e sfruttamento di lavoratori direttamente nel loro paese, ma
anche diminuzione dei contributi fiscali, abbassamento dei livelli di
sicurezza, perdita di conoscenze, rischio di violazione della privacy e
naturalmente diminuzione di posti di lavoro e ricchezza nei paesi
esportatori. Tutto ciò incoraggiato dal governo americano: negli States,
un saggio controtendenza dal titolo “Outsourcing America” scritto da Ron
e Anil Hira, racconta di questo irreversibile megatrend, che potrebbe
travolgere l’intera economia americanae, malgrado personalità
autorevoli, come i premi nobel P. Samuelson, J. Stiglitz, abbiano
espresso le proprie perplessità sulle esternalizzazioni, le cui ultime
frontiere riguardano, oltre ai servizi, settori strategici quali la
ricerca e lo sviluppo, la pratica dell’offshore dei servizi viene
fortemente promossa al fine di perseguire profitti sempre più alti da
parte delle corporation. A conferma della validità della strategia
vengono elaborati dati e presentate statistiche, le cui fonti sono
fornite esclusivamente da chi offre servizi in outsourcing.
“Tutto ciò che può viaggiare su una linea può essere esternalizzato” –
spiega efficacemente N. Nilekani, CEO di una delle più importanti
aziende indiane, che operano nell’outsourcing, confermando come gran
parte dei servizi gestiti in rete siano destinati a essere demandati a
fornitori esterni, magari su territorio estero.
In Italia siamo ancora nella fase iniziale delle esternalizzazioni,
quella che vede la cessione di attività/pezzi di aziende o pubbliche
amministrazioni a terze parti italiane o, per lo meno, verso outsourcer
che operano sul territorio italiano.
In considerazione del fatto che le mode nate oltreoceano sono destinate
a essere esportate in Italia, senza tener conto delle criticità
incontrate nella loro applicazione in Usa, dobbiamo aspettarci a breve
l’arrivo anche qui in Italia della strategia dell’offshore dei servizi?
In Europa intanto già se ne parla: il nearshore della Germania verso i
paesi dell’est è una realtà, così come anche la Gran Bretagna già da
tempo nutre grande interesse verso le ex colonie con un alto livello di
sviluppo informatico.
E gli stessi problemi esposti dagli autori di “Outsourcing America”,
come per esempio la mancanza di dati oggettivi per valutare la
convenienza e l’opportunità per procedere alle esternalizzazioni, sono
già avvertiti in Europa: in un documento realizzato dalla European
Foundation for the Improvement of Living and Working Condition si
evidenzia come nella UE non siano disponibili dati, non di parte, sui
quali poter studiare i veri effetti delle esternalizzazioni, mentre in
Italia docenti del Politecnico di Milano si avvalgono, per uno studio
sull’opportunità dell’esternalizzazioni, delle stime fornite da una
multinazionale che opera nel settore.
Giuliana Ventricelli
www.i2volti.net
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3) Alimentazione: riserve mondiali al limite
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Di Stephen Leahy (IPS)
Il mondo consuma più alimenti di quanto gli agricoltori producano,
fenomeno che ha portato le riserve internazionali di grano al livello
più basso negli ultimi 30 anni.
L'aumento della popolazione, la scarsità d'acqua, i cambiamenti
climatici e i prezzi sempre più cari dei fertilizzanti a base di
combustibile fossile si tradurranno in una calamitosa mancanza di
provviste di cereali nel futuro prossimo. Questo è l'allarme lanciato
dall'Unione Nazionale degli Agricoltori del Canada (NFU, dalle iniziali
in inglese).
In cinque su sei degli ultimi anni, la popolazione mondiale ha consumato
molti più cereali di quelli che ha prodotto.
Di fronte alla difficoltà degli agricoltori ad incrementare la
produzione, i leaders politici devono affrontare “le grandi sfide che
incombono sulla capacità dell'umanità di continuare ad alimentare le
popolazioni in aumento” ha affermato il presidente della NFU, Stewart
Wells.
Non rimangono molti territori sul pianeta che possano essere trasformati
in aree per la produzione di alimenti, ha segnalato dal canto suo Lester
Brown, presidente dell'organizzazione non governativa Earth Policy
Istitute (Istituto di Politiche per la Terra) con sede a Washington. E
quelli che restano, in generale sono di qualità talmente cattiva che
potrebbero diventare desertici se venissero sfruttati intensivamente, ha
detto Brown a IPS.
A differenza della cosiddetta “rivoluzione verde” degli anni '60, quando
varietà migliorate di grano, riso, mais e altri cereali diedero un
impulso alla produzione mondiale, ora non sembra esserci nessun asso
tecnologico nella manica. “La biotecnologia finora ha fatto ben poca
differenza” ha rilevato Brown.
Brown ha inoltre sostenuto che, quand'anche nel prossimo decennio si
concretizzassero i progressi biotecnologici - già ampiamente promessi -
nella creazione di semi resistenti alla siccità, al freddo e alle
malattie, essi potrebbero incrementare i raccolti soltanto del 5%, in
tutto il mondo.
"Non esiste sufficiente discussione sul modo in cui verrà alimentata la
popolazione mondiale nei prossimi 20 anni" ha aggiunto.
La fame è già una dolorosa realtà per più di 850 milioni di persone, tra
cui 300 milioni di bambini e bambine.
Il sistema globale di alimentazione dev'essere corretto quanto prima, ha
affermato il direttore delle ricerche della NFU, Darrin Qualman. “Molti
agricoltori canadesi e statunitensi stanno abbandonando la loro attività
perché i prezzi dei raccolti sono al livello più basso degli ultimi 100
anni. Agli agricoltori viene raccontato che la sovrapproduzione è la
causa dei prezzi bassi che si sono visti costretti ad accettare in
questi anni”, ha ribadito Qualman.
Ciononostante, la maggioranza delle transnazionali agricole del
Nordamerica nel 2004 ha registrato introiti senza precedenti.
Il ricercatore ha segnalato che esiste un grave squilibrio di potere,
dato che soltanto cinque grandi imprese controllano il mercato mondiale
dei cereali.
"Il sistema di produzione degli alimenti è progettato per generare
introiti, non cibo a beneficio della popolazione. E' un sistema felice
di lasciare senza mangiare centinaia di milioni di persone" ha
dichiarato a IPS.
La disuguaglianza e la povertà sono al centro del problema della fame,
secondo vari esperti, compresi quelli dell'Organizzazione delle Nazioni
Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO).
La disparità economica si allarga sempre più, facendo sì che la fame e
la malnutrizione si trasformino in un problema cronico, tanto per i
poveri del Sud in via di sviluppo quanto per quelli del Nord
industrializzato, ha detto Brown.
Ed è assai probabile che la situazione peggiori a causa dei cambiamenti
climatici. Soltanto in Africa, circa 184 milioni di persone potrebbero
morire entro la fine del secolo a causa di inondazioni, carestie,
siccità e conflitti derivati dal riscaldamento del pianeta, secondo un
nuovo rapporto dell'organizzazione umanitaria Christian Aid, con sede in
Gran Bretagna.
La maggioranza degli scienziati attribuisce il cambio climatico
all'azione umana, specialmente ai cosiddetti “gas a effetto serra”,
prodotti dall'uso di combustibili fossili come il petrolio, il gas e il
carbone nei processi industriali, di trasporto e domestici.
Altri milioni di persone moriranno in altre parti del pianeta, e i più
recenti successi in materia di riduzione della povertà potrebbero
trasformarsi in insuccessi nel corso dei prossimi decenni, aggiunge nel
lavoro intitolato “Il clima della povertà: fatti, timori e speranze”.
"Questa è una grave crisi per la società mondiale e abbiamo bisogno di
soluzioni globali" ha segnalato Andrew Pendleton, analista del clima e
dello sviluppo di Christian Aid.
Nel documento, il gruppo ipotizza che le regioni povere del pianeta
possano utilizzare un'energia rinnovabile.
Altre idee nuove stanno già producendo differenze concrete nei villaggi
di 10 Paesi africani.
Con un po' di denaro per acquistare semi migliori e fertilizzanti, con
una parte delle risorse idriche protette e reti per evitare l'attacco
delle zanzare che portano la malaria, centinaia di migliaia di persone
beneficiate dal progetto Villaggi del Millennio ora possono produrre
alimenti a sufficienza e vendere le eccedenze.
Si tratta di un piano sviluppato dall'economista Jeffrey Sachs, massimo
responsabile degli Obiettivi di Sviluppo dell'Organizzazione delle
Nazioni Unite (ONU) per il Millennio, e altri esperti dell'Istituto
della Terra dell'Università di Columbia, USA.
Ogni progetto di Villaggi del Millennio è pilotato dalla stessa comunità
locale, usando tecnologie pratiche ed efficaci a basso costo.
Gli obiettivi dell'Onu comprendono i seguenti punti: ridurre del 50% la
proporzione di persone che soffrono l'indigenza e la fame, arrivare
all'educazione primaria universale, diminuire di due terzi la mortalità
infantile e di tre quarti quella delle madri, promuovere l'uguaglianza
tra i sessi, invertire l'espansione dell'AIDS e altre malattie e
realizzare una società globale attraverso lo sviluppo tra Nord e Sud.
Un vertice di 189 leaders, tenutosi nel settembre 2000, si è impegnato a
portare a compimento tutti questi obiettivi entro il 2015. Però la loro
realizzazione è dipesa soprattutto dall'incremento dell'assistenza allo
sviluppo offerto da donatori dei Paesi industriali.
Pagina 12, Buenos Aires, 21/05/2006
Traduzione di Cinzia Vidali
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4) Poveri di serie A
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Di Thomas Rabeil, consulente sull'ambiente per l'Unesco
I Paesi africani selezionati dall'Unione Europea per ricevere assistenza
economica non sono necessariamente quelli che ne hanno più bisogno ma
quelli che hanno risorse sfruttabili. L'Unione Europea ha annunciato, in
occasione del primo anniversario dello tsunami nel Sudest asiatico, che
aiuterà i 10 Paesi più poveri dell'Africa per un totale di 166 milioni
di euro. Che gran cuore questi europei! In questo caso si suppone che
l'aiuto vada ai Paesi più poveri esposti a catastrofi naturali come la
siccità, le inondazioni e le invasioni di insetti, per riprendere le
parole di Louis Michel, commissario per l'Assistenza umanitaria
dell'Unione Europea.
Se prendiamo in considerazione i criteri di povertà o di sviluppo umano
secondo gli indici del Pnud (Programma delle Nazioni Unite per lo
Sviluppo) e anche la frequenza delle catastrofi naturali, dovremmo
ottenere la seguente lista: secondo l'ordine dei Paesi più poveri,
troviamo Somalia, Liberia, Sierra Leone, Burkina Faso, Niger, Mali,
Etiopia, Zambia, Mozambico e Ciad. Seguendo l'ordine dei Paesi con minor
indice di sviluppo umano, abbiamo Somalia, Liberia, Sierra Leone, Niger,
Burkina Faso, Mali, Burundi, Guinea Bissau, Mozambico ed Etiopia.
Seguendo l'ordine dei Paesi più vulnerabili rispetto alle catastrofi
naturali: Mozambico, Etiopia, Sudan, Mauritania, Ciad, Somalia,
Repubblica di Gibuti, Capo Verde, Uganda e Gambia.
I consiglieri di Louis Michel (Commissario per l'Assistenza umanitaria
dell'Unione Europea) vivono nella realtà del nostro mondo e non nella
fantasia. Per questo, nello scegliere la lista dei Paesi, hanno
applicato una strategia win-win (strategia che mira ad ottenere benefici
su più fronti, ndt) o di denaro-contro-risorse.
Vediamo.
-Vi sono Paesi con un potenziale importante di petrolio finora non
sfruttato: Ciad e specialmente Sudan, che ha una riserva di 563 milioni
di barili.
Il Paese più ricco dell'Africa è ovviamente la Repubblica Democratica
del Congo - e Louis Michel lo sa perfettamente -, che possiede
abbondanti risorse come diamanti, la foresta più grande dell'Africa, il
coltan per i nostri strumenti elettronici (cellulari, computer ecc.) e
molti altri minerali (rame e cobalto, principalmente). Per controllare
la miniera d'oro che è la Repubblica Democratica del Congo si deve aver
cura dei Paesi vicini (Burundi e Uganda), che hanno avuto la brutta
abitudine di approfittare degli scontri per procedere a saccheggi e che
inoltre possiedono risorse interessanti (minerali nel caso del Burundi e
foreste e acqua dolce nel caso dell'Uganda). Un altro Paese africano
ricco, con un potenziale importante di minerali ed enormi risorse
ecologiche, è la Repubblica Unita di Tanzania, il cui settore turistico
è uno dei più efficienti del Continente.
Per equilibrare geograficamente gli aiuti europei, i consiglieri di
Louis Michel dovevano coinvolgere la parte occidentale del Continente.
Lo sguardo si rivolge naturalmente alla Costa di Marfil, "la perla
dell'Africa occidentale", come dicono i francesi, e che finora continua
ad esserlo malgrado il conflitto che permane con il controverso
presidente nazionalista Laurent Gbagbo. Gli interessi francesi in questo
Paese sono stati considerevoli ed è certo che la Francia cercherà di
ristabilire i legami che aveva prima del conflitto. Un Paese che gli
europei devono ricompensare è la Liberia, con l'elezione di Ellen
Johnson Sirleaf, ex funzionaria delle Nazioni Unite e della Banca
Mondiale, che naturalmente costituisce una speranza di buon governo per
applicare le politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca
Mondiale.
Ora la lista è quasi completa. Se menzioniamo i Paesi nell'ordine
dell'interesse che rivestono per l'Europa, troviamo che si concedono gli
aiuti nello stesso ordine: Sudan, 48 milioni di euro; Repubblica
Democratica del Congo, 38 milioni; Burundi, 17 milioni; Liberia, 16,4
milioni; Uganda, 15 milioni; Ciad, 13,5 milioni; Tanzania, 11, 5 milioni
e Costa de Marfil, Madagascar e Isole Comore con il resto.
L'ironia è che un Paese come il Madagascar, per il quale l'aiuto
umanitario è giustificato, riceverà molto poco in confronto con gli
altri Paesi della lista, molto più ricchi. Senza parlare, ovviamente,
delle nazioni più povere del Continente, che neppure appaiono nella
lista, come Sierra Leone, Niger, Etiopia e Somalia. Cosicché, per
favore, signor commissario europeo, non ci parli di bontà; sappiamo che
l'Afri-ca continua a trovarsi ancora sotto le politiche del Fondo
Monetario Internazionale e della Banca Mondiale e i Paesi europei
applicano solamente una forma di colonizzazione indiretta per mezzo
dell'aiuto umanitario.
WWW.ELCORRESPON-SAL.COM., su www.adistaonline.it
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5) Report da Cassibile
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Di Alfonso e Marino (Rete Antirazzista Siciliana)
Cassibile, 28 maggio 2006 - Ogni giorno, come accade da metà aprile, il
campo sorto all'ingresso di Cassibile si svuota quando è ancora buio.
Il paese alle prime luci dell'alba si rianima per la presenza dei nuovi
"dannati della terra"; 350/400 lavoratori migranti, in maggioranza
marocchini, ma anche sudanesi e liberiani, affollano i bar del paese per
iniziare le trattative sul lavoro di raccolta delle patate con i
"caporali", che decidono chi quel giorno avrà la "fortuna" di poter
lavorare 8/10 ore per circa 30 euro nei paesi limitrofi, Avola,
Canicattini Bagni, Lentini.... Fino al tardo pomeriggio nessuno si
accorge (soprattutto le istituzioni preposte) della vergogna che si
consuma sulla pelle della nuova forza-lavoro "usa e getta"; milioni di
euro di contributi non vengono versati e rimangono nelle tasche dei
padroni dei terreni, coltivati a patate, ed in parte finiscono nelle
tasche di loschi "caporali", che garantiscono il controllo sociale del
lavoro migrante. Sono infatti sempre meno i lavoratori nativi, poiché
non reggono i massacranti ritmi di lavoro: ogni cassetta di patate pesa
25 chili e in un giorno un migrante ne deve riempire fino a 100 se
vuole essere chiamato l'indomani.
Che fanno le organizzazioni sindacali e l'Ispettorato del lavoro? Certo
la legge può essere aggirata, dato che l'assunzione è obbligatoria dopo
3 giorni di lavoro, e non è facile dimostrare la continuità quando c'è
tanto ricambio di "braccia fresche" ed è grande la ricattabilità di chi
è sprovvisto del maledetto permesso di soggiorno, ma ha l'umano ed
urgente bisogno di conquistare con tutti i mezzi il permesso di vivere e
di mandare denaro ai propri familiari.
Giorni fa si è tenuto a Cassibile un vertice fra Prefetto, Guardia di
Finanza, Digos, Carabinieri e Questore alla fine del quale si è
concordato che c'è bisogno di "intensificare i controlli delle forze
dell'ordine", ma non per perseguire i padroni ed i caporali, ma le loro
vittime, cioè i migranti; essi, già sfruttati in condizioni
neoschiaviste, non possono neanche permettersi il lusso di essere troppo
visibili, per non minacciare la tranquillità degli abitanti del paese,
anche se consumano e riempiono i supermercati, i negozi di generi
alimentari e i bar (a loro però il caffè viene servito in bicchierini di
plastica).
Affrontare la questione migrante solo come problema di ordine pubblico è
in piena continuità con l'ottusità razzista della legge Bossi-Fini, che
dev'essere quanto prima abrogata; ma nel siracusano, anche per la
prevalenza di giunte di centrodestra, temiamo che si potrebbe continuare
a privilegiare la politica securitaria contro i migranti, anziché
colpire chi li sfrutta in nero.
Dopo 2 mesi , anche se il problema si ripete da almeno 5 anni, il
Prefetto ha fatto finalmente adibire un casale (in affitto) in via della
Madonna per ospitare 60/80 migranti, purché in regola con il permesso di
soggiorno; ma come mai il Prefetto non tutela i migranti
nell'ottenimento del versamento dei contributi? Il rischio è che, nel
momento del rinnovo del permesso di soggiorno, anche i cosiddetti
regolari vengano spinti verso la clandestinità.
A proposito di clandestinità, sarebbe urgente verificare la funzione e
l'appalto del centro di detenzione di Cassibile, dato che l'ente
gestore, l'Alma Mater, dichiara che è un centro di prima accoglienza,
che diventerà un Centro d'Identificazione, ma intanto vi sono reclusi
oltre 40 migranti (tutti richiedenti asilo?) e viene impedito l'accesso
alle associazioni di volontariato. Che sia l’ennesimo CPT "semilegale"?
La divisione fra migranti regolari in via della Madonna ed irregolari
nel campo all'ingresso di Cassibile ci sembra alquanto preoccupante
perché potrebbe favorire un intervento repressivo, possibilmente alla
fine (fra poche settimane) della raccolta delle patate, così da
salvaguardare tutti gli interessi locali.
Grazie all'intervento ed alla tenda di Medici Senza Frontiere sono stati
approntati alcuni servizi e da alcuni giorni ,anche durante la notte,
c'è la preziosa testimonianza di padre Carlo D'Antoni e si alterna la
presenza di volontari della Rete Antirazzista Siciliana, Arci ed Attac
per garantire un contributo di solidarietà nella prospettiva di
coinvolgere le organizzazioni sindacali, le forze democratiche e
l'insieme della società civile siracusana in un concreto impegno (non
solo a parole) per costruire insieme nuove politiche d'accoglienza dei
migranti.
P.S. Mercoledì 31/5 di terrà nel Tribunale di Siracusa alle 10
un'ennesima udienza del processo per il naufragio del Natale '96 a largo
di Portopalo; nel decimo anniversario del più grande naufragio dal
dopoguerra nel Mediterraneo, potremmo, proprio a partire dalla realtà
siracusana, rilanciare una nuova stagione di lotta per i diritti dei
migranti
PER CHIUDERE I LAGER, APRIRE LE FRONTIERE !
Info: [EMAIL PROTECTED] - Tel. 3803266160
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6) La geopolitica dell'oro e le riserve di divise
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Di Alfredo Jalife Rahme
“La grande crisi delle divise è iniziata, come c'era da aspettarsi?”
Il giornale “San Diego” del 10 maggio 2006 analizza la fuga dei
possessori di banconote verdi verso l'oro - che ha già raggiunto i 730
dollari l'oncia - il bene rifugio di ogni tempo, già millenni prima che
esistesse il monetarismo degradato: in linea con l'inflazione l'oro non
raggiunge ancora il valore massimo di 873 dollari, che ha toccato per
breve tempo nel gennaio 1980. Tuttavia, il suo recente slancio verso le
alte vette, con un incremento del 40% da novembre a questa parte, ha
sorpreso molti analisti (sic) di Wall Street, i quali da vari mesi
speravano che la domanda diminuisse.
Si dà il caso che non abbiano considerato l'approccio multidimensionale
di “Bajo la Lupa”, che li avrebbe resi edotti a proposito del binario
geopolitico su cui si sono incamminate le divise e le materie prime. La
setta dei tecnici neoliberisti - cresciuta in un fanatico
ultrariduzionismo mentale, nella sua visione deformata, orientata verso
il finanziario - manca della cultura storica, della visione d'insieme e
della capacità geopolitica per rendersi conto che il mondo si trova
all'alba di un nuovo paradigma multipolare, che segna la decadenza
irreversibile dell'unilateralismo degli Stati Uniti e del loro modello
dollarocentrico, come pure la fine dell'era del petrolio a buon mercato.
In fin dei conti gli esseri umani vivono di ipotesi e di percezioni,
però incontestabilmente reale è il fatto che l'oro abbia superato la
soglia psicologica dei 700 dollari l'oncia, cosa di cui non si
stupiranno i cari lettori di “Bajo la Lupa”.
Non si salva nessun angolo del pianeta, e perfino il mercato dell'oro al
minuto nello straordinario bazar di Bangkok ha raggiunto prezzi mai
visti da 100 anni a questa parte. Gli analisti di “The Bangkok Post”
(11/5/06) osservano che “i metalli preziosi servono da protezione di
fronte alle tensioni globali, generate ad esempio dalle ambizioni
nucleari iraniane, dall'aumento dei prezzi energetici e dall'incertezza
sul futuro del dollaro”. Nientemeno! Uno solo dei tre fattori citati
sarebbe stato sufficiente per rifugiarsi nell'oro (e nell'argento) e per
buttare nell'immondizia l'inservibile dollaro.
Continuiamo a sfruttare le tre curve di previsione del marzo 2004.
Quando le quotazioni dell'oro e del petrolio iniziarono
contemporaneamente la loro irresistibile ascesa, mentre il dollaro
iniziava il suo crollo, quando ci si rese conto che la coppia
anglosassone Stati Uniti-Gran Bretagna non poteva controllare il
petrolio sciita di Bassora né quello curdo di Kirkuk, un anno dopo
l'invasione illegale dell'Iraq. Semplice, no?
Le tendenze rilevabili nelle quotazioni del marzo 2003 si sono
accentuate due anni dopo, e le cure magiche degli sciamani monetaristi
sono cadute nel più totale discredito, dato che hanno lasciato la coppia
anglosassone in balia della miseria finanziaria. Non faremo legna da
ardere degli alberi caduti delle banche centrali: lo sfortunato mago
Alan Greenspan e il suo disgraziato successore Ben “Elicottero”
Bernanke. Basta leggere la disperazione dei columnists britannici, molto
più lucidi di quelli statunitensi, i quali, una volta arroccati nella
puerile risorsa della negazione, caratteristica di menti immature che
non osano affrontare la triste realtà, non si smuovono dal loro stupore
paralizzante. Gli USA sono ancora allo stadio della negazione della
realtà: la prima fase della sindrome da stress post-traumatico.
Darryl Thomson sul Financial Times, (12/5/06), dà la colpa ad un
“complesso cocktail” di fattori: “domanda fisica, interesse dei fondi
speculativi, preoccupazioni geopolitiche e inflazionarie a causa degli
elevati prezzi del petrolio e della debolezza del dollaro”. Sarà forse
effetto della rugiada notturna, ma la Cina e la Russia hanno iniziato a
ribellarsi agli affronti della coppia anglosassone (secondo Stratfor si
tratta di “insulti strategici”), questa volta sui mercati (il tasto più
dolente).
Durante la riunione della Banca Asiatica di sviluppo, tenutasi a
Hyderabad (India), è stato sufficiente che il viceministro delle finanze
cinese, Yong Li, insinuasse le voci che il dollaro USA si sarebbe
svalutato del 25%', e che le conseguenze sarebbero state catastrofiche
per stravolgere le condizioni della moneta statunitense. La riunione di
Hyderabad, in cui si sono affrontati gli addetti alle finanze di USA e
Cina, ha fornito molta materia di discussione, e Martin Wolf, incaricato
della sezione finanziaria del Financial Times, ha rivelato la collisione
tra cinesi e statunitensi senza la collusione dei giapponesi (“Lasciar
cadere il dollaro o correre il rischio di un disordine globale,
9/5/2006”). Yong Li era stato infastidito dalle impertinenti pressioni
di Timothy Adams, sottosegretario al Tesoro statunitense per rivalutare
il remimbi (la moneta cinese, NdR).
Il giornale tedesco Hadelsblatt(9/5/06) ha svelato i piani della Banca
Centrale Cinese per incrementare le proprie riserve auree, che sarebbero
passate dalle attuali 600 tonnellate a circa 2.500, mentre il Ministero
cinese della Terra e delle Risorse annunciava dal suo seggio (10/5/06)
la propensione a creare riserve strategiche per certi minerali chiave:
uranio, ferro, rame, alluminio, manganese, cromo e potassio. Le materie
prime sono risorte!
Frederick Kempe sul The Wall Street Journal del 9/5/2006, nel suo
articolo “Perché gli economisti si preoccupano di coloro che possiedono
riserve di divise” emette il canto del cigno del decadente impero
finanziario anglosassone: “L'idea che la Cina o un altro rivale degli
USA possa un giorno far valere i suoi ampi diritti nei confronti dei
debiti statunitensi come arma geopolitica, a prescindere dal danno che
ciò causerebbe anche all'economia dell'aggressore, sta conquistandosi
adepti presso alcuni circoli”. Il concetto della riserva di divise come
arma geopolitica è oltremodo interessante, sebbene non sia affatto una
novità (lo abbiamo affrontato già 10 anni fa nel nostro libro - esaurito
– “Guerre geofinanziarie e geoeconomiche: il petrolio dal Golfo Persico
al Golfo del Messico”). Frederick Kempe insiste nel puntualizzare che le
riserve di divise sono “nelle mani di Paesi in via di sviluppo, spesso
rivali tra loro e carenti di democrazia, e scontenti dell'eccessiva
influenza degli USA”. La Cina viene al primo posto nella lista di
Frederick Kempe, che cita dati del FMI: “nello scorso decennio, il mondo
in via di sviluppo ha quasi quadruplicato il suo possesso di riserve,
toccando i 2.9 milioni di milioni di dollari (trilioni in inglese),
mentre quelle del mondo industrializzato sono aumentate del 150%”.
Stando così le cose, il 70% delle riserve globali di divise nelle mani
dei Paesi in via di sviluppo rappresenta un “accumulo spropositato”,
secondo Lawrence Summers, precedente segretario del Tesoro e misogino
direttore di Harvard. La tesi nodale di Kempe è incentrata sul fatto che
le riserve di divise, di cui il 66.5% in dollari, sono raddoppiate nei
cinque anni passati e “si trovano concentrate in mani poco affidabili”.
Cosa significa affidabile? Che tipo di mani?
Da queste affermazioni unilaterali di Kempe si evince un elemento: tutto
ciò che gli Stati Uniti non controllano nelle loro mani non è
“affidabile” né “democratico”, come se il Paese torturatore delle
carceri di Abu Ghraib, nell’infelice epoca di Bush junior fosse una
garanzia (si pensi al possesso irresponsabile della propria moneta, alla
gestione dei deficit di conto corrente o al possesso di armi nucleari -
di sicuro, è l'unico paese che ha osato lanciarle su due popolazioni
civili) “questa svolta radicale fa crescere l'instabilità nel maggior
mercato del mondo per 2 milioni di milioni di dollari di divise, che
attualmente passano in altre mani, cosa che diminuisce l'influenza degli
USA”. Anche le tasse statunitensi sulle ipoteche e l'influenza globale
degli USA sono a rischio.
Chi semina vento raccoglie tempesta. Kempe si lamenta amaramente sotto
il travestimento “democratico”: che, come dovrebbe ricordare, fu un
invenzione dell'ateniese Clistene (508 anni prima di Cristo) e che gli
Stati Uniti praticano in forma anacronistica con il loro sistema
ottocentesco di elezione indiretta, da corte feudale che favorisce la
sua plutocrazia oligopolica e oligarchica. Cita ad esempio Brad Setter,
direttore delle ricerche di Roubini Global Economics: “La Cina, l'Arabia
Saudita e la Russia, - nessuna delle tre una democrazia - stanno
incrementando rapidamente le loro riserve e sono gli Stati che ora
acquistano debiti statunitensi in maggior quantità”. Lo stesso fanno il
Venezuela e l'Iran, che “cercano di minare gli USA”. Un caso di totale
paranoia globale!
Senza la minima compunzione o autocritica, Kempe e Setter non affrontano
le ragioni per le quali gli USA sono diventati un paria della comunità
universale, si tratti di democrazie o di tirannie, con o senza dollari.
La Jornada, Città del Messico, 15 maggio 2006
Traduzione di Cinzia Vidali
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7) Perché il Doha Round sta fallendo?
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di Carin Smaller, Iatp (Institute for agriculture and trade policy)
Nelle ultime settimane il commercio internazionale è stato bersagliato
da alcuni eventi di notevole portata. Il presidente degli Stati Uniti,
George Bush, ha spostato il capo negoziatore alla Wto, Rob Portman, ad
altro incarico. Tale spostamento è stato letto come una modifica delle
priorità dell’Amministrazione america, più preoccupata di risolvere
alcune questioni interne (a Portman è stata affidata la responsabilità
sul bilancio) che di concludere il Doha Round. La Commissione Europea si
è irrigidita ulteriormente, annunciando che non farà alcuna concessione
sulle modifiche alla propria politica agricola senza un ritorno adeguato
in termini di riduzione tariffaria per i prodotti industriali ( Accordo
Nama ) e accesso al mercato per i servizi (accordo Gats). Inoltre,
aspetto molto importante, il direttore della Wto, Pascal Lamy, si è
visto costretto a cancellare un incontro a livello ministeriale che
avrebbe dovuto far seguito al raggiungimento delle modalità su prodotti
industriali e agricoltura. Tale obiettivo, fissato ad Hong Kong per fine
aprile, è stato completamente disatteso dai Paesi membri, che non sono
riusciti a giungere a nessun compromesso. I negoziati commerciali hanno
subito severe critiche provenienti da diverse fronti. Il ministro del
commercio indiano, Kamal Nath, ha dichiarato pubblicamente che "nessun
accordo è meglio di un cattivo accordo", riferendosi al fatto che il suo
Paese non firmerà nessun compromesso che disattenda i contenuti di
sviluppo promessi ai Paesi del Sud a Doha, nel 2001, quando questo Round
negoziale fu lanciato. Inoltre, i ministri africani del commercio hanno
ammonito che non accetteranno mai un accordo che lasci fuori i temi di
interesse per il loro continente. I Paesi dell’agribusinness da
esportazione, come Nuova Zelanda, Stati Uniti e Australia, affermano di
non credere che le proposte in merito presenti sul tavolo negoziale
consentiranno un aumento in termini di accesso al mercato per le loro
imprese. Sul fronte dei servizi, invece, le grandi imprese europee e
statunitensi, comprese quelle dei settori finanziario, energetico e dei
trasporti marittimi, sono irritate per il fatto che l’intero Doha Round,
attualmente, sia ostaggio del solo capitolo agricolo e sono riluttanti
ad accettare un accordo a meno che non vi intravedano evidenti
opportunità di guadagno per le loro industrie. I Paesi che non hanno una
capacità di offerta in grado di competere sui mercati esteri sono molto
preoccupati riguardo alle potenziali conseguenze dell’incremento delle
importazione a seguito dell’apertura dei loro mercati. Tali timori sono
confermati da una serie di studi sui potenziali risultati derivanti dal
Doha Round redatti dalla Banca mondiale, dalle Nazioni Unite e da
diversi think thanks, compreso il Carnagie Endowment Institute. Tali
studi hanno in comune la previsione di scarsi guadagni per i Paesi in
via di sviluppo. La Banca mondiale, ad esempio, ha drasticamente ridotto
le sue stime realizzate negli ultimi anni riguardo a tali possibili
guadagni. Le proiezioni iniziali che erano 500 miliardi di dollari nel
2003, sono scese a 96 miliardi di dollari nel 2005. Di questi ultimi,
solo 16 miliardi andrebbero a un gruppo limitato Paesi in via di
sviluppo, che comprende la Cina e il Brasile, mentre dei restanti 80
miliardi ne beneficerebbero esclusivamente i Paesi del Nord del pianeta.
Le Nazioni Unite, invece, hanno stimato che i Paesi del Sud perderanno
circa 63 miliardi di dollari a causa delle riduzioni tariffarie .
L’Africa è il continente che maggiormente subirà le conseguenze del Doha
round. Tali cifre non devono essere prese come oro colato, ma comunque
mostrano chiaramente la pericolosità delle promesse fatte ai tempi di
Cancun e confermano quanto questo round negoziale abbia poco a che fare
con lo sviluppo. All’interno dei Paesi in via di sviluppo, le imprese, i
sindacati, gli stessi governi, hanno espresso serie preoccupazioni di
fronte ai rischi per l’agricoltura locale dei loro paesi in termini di
chiusura di aziende, perdita di posti di lavoro e di gettito fiscale
associato alla riduzione tariffaria. I negoziatori dei Paesi in via di
sviluppo sono sotto pressione da parte delle categorie che maggiormente
verrebbero colpite dalle liberalizzazioni conseguenti alla chiusura del
Doha round. In India, ad esempio ci sono 650 milioni di agricoltori si
sussistenza. Ma ci sono anche milioni di produttori di riso in
Indonesia; i sindacati dell’industria in Argentina, Brasile e Sud
Africa; i pescatori nelle Filippine; e i lavoratori tessili nel Sud-Est
asiatico e nell’Africa del Sud. La crescita di potere negoziale dei
Paesi in via di sviluppo all’interno del sistema commerciale
multilaterale rende più difficile per i negoziatori di questi Paesi
ignorare tali pressioni. Il deterioramento dei negoziati nella Wto non
deve sorprendere. Erano le stesse premesse del Doha Round - profondi
tagli tariffari e regole del commercio agricolo che ignorano questioni
fondamentali come la sicurezza alimentare e la sopravvivenza dei
contadini del Sud - ad essere sbagliate. La maggior parte dei Paesi del
Sud non sono interessati ad un taglio radicale delle loro tariffe, del
quale andrebbero a beneficiare solo i Paesi sviluppati e una ristretta
cerchia di quelli in via di sviluppo e che costerebbe loro moltissimo in
termini monetari, attraverso la perdita di risorse derivante dalle
tariffe, e politici, attraverso la perdita di milioni di posti di
lavoro. Un famoso portavoce della Casa Bianca, O’Neil, una volta
affermò: " All politics is local". I negoziatori della Wto si stanno
rendendo conto che ciò vale anche per la Wto. Le contraddizioni tra
benefici sperati e realtà è molto difficile da spiegare. Sempre più
persone nel mondo stanno diventando consapevoli che la liberalizzazione
del commercio e della finanza li danneggia gravemente. La
deregolamentazione dei mercati promossa dai fautori del libero commercio
conduce alla concentrazione della ricchezza e ostacola la vita
democratica di un Paese attraverso l’impossibilità per le persone di
influire nei processi decisionali, ma di subirne poi le conseguenze. Il
Doha round non deve giungere a conclusione. È necessario ripartire da
zero, verso la concezione di un sistema commerciale che abbia
l’obiettivo reale di migliorare la vita delle persone e permetta ai
Paesi poveri di fare le scelte economiche e politiche necessarie al loro
sviluppo.
Da tradeobservatory.org
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