da: www.ilmanifesto.it
03/01/09

Vittorio Arrigoni
Diario da Gaza, la notte dell'invasione

Mentre scrivo i carri armati israeliani sono entrati nella «Striscia». 
La giornata è iniziata allo stesso modo in cui è finita quella che l’ha 
preceduta, con la terra che continua a tremare sotto i nostri piedi, il 
cielo e il mare, senza sosta alcuna, a tremare sulle nostre teste, sui 
destini di un milione e mezzo di persone che sono passate dalla tragedia 
di un assedio, alla catastrofe di bombardamenti che fanno dei civili il 
loro bersaglio predestinato. Il posto è avvolto dalle fiamme, cannonate 
dal mare e bombe dal cielo per tutta la mattina. Le stesse imbarcazioni 
di pescatori che scortavamo fino a quale giorno fa in alto mare, ben 
oltre le sei miglia imposte da Israele come assedio illegale criminoso, 
le vedo ora ridotte a tizzoni ardenti. Se i pompieri tentassero di 
domare l’incendio, finirebbero bersagliati dalle mitragliatrici degli 
F16, è già successo ieri.
Dopo questa massiccia offensiva, finito il conteggio dei morti, se mai 
sarà possibile, si dovrà ricostruire una città sopra un deserto di 
macerie. Livni dichiara al mondo che non esiste un’emergenza umanitaria 
a Gaza: evidentemente il negazionismo non va di moda solo dalle parti di 
Ahmadinejad. I palestinesi su una cosa sono d’accordo con la Livni, ex 
serial killer al soldo del Mossad, (come mi dice Joseph, autista di 
ambulanze): più beni alimentari stanno davvero filtrando all’interno 
della striscia, semplicemente perché a dicembre non è passato pressoché 
nulla, oltre la cortina di filo spinato teso da Israele. Ma che senso 
realmente ha servire pane appena sfornato all’interno di un cimitero? 
L’emergenza è fermare subito le bombe, prima ancora dei rifornimenti di 
viveri. I cadaveri non mangiano, vanno solo a concimare la terra, che 
qui a Gaza non è mai stata così fertile di decomposizione. I corpi 
smembrati dei bimbi negli obitori invece dovrebbero nutrire i sensi di 
colpa, negli indifferenti, verso chi avrebbe potuto fare qualche cosa. 
Le immagini di un Obama sorridente che gioca a golf sono passate su 
tutte le televisioni
satellitari arabe, ma da queste parti nessuno si illude che basti il 
pigmento della pelle a marcare radicalmente la politica estera 
statunitense. Ieri (venerdì, ndr) Israele ha aperto il valico di Herez 
per far evacuare tutti gli stranieri presenti a Gaza. Noi, 
internazionali della Ism, siamo gli unici a essere rimasti. Abbiamo 
risposto oggi (ieri, ndr) tramite una conferenza stampa al governo 
israeliano, illustrando le motivazioni che ci costringono a non muoverci 
da dove ci troviamo. Ci ripugna che i valichi vengano aperti per 
evacuare cittadini stranieri, gli unici possibili testimoni di questo 
massacro, e non si aprano in direzione inversa per far entrare i molti 
dottori e infermieri stranieri che sono pronti a venire a portare 
assistenza ai loro eroici colleghi palestinesi.
Non ce ne andiamo perché riteniamo essenziale la nostra presenza come 
testimoni oculari dei crimini contro l’inerme popolazione civile ora per 
ora, minuto per minuto. Siamo a 445 morti, più di 2.300 feriti, decine i 
dispersi. Settantatré, al momento in cui scrivo, i minori maciullati da 
bombe. Al momento Israele conta tre vittime in tutto. Non siamo fuggiti 
come ci hanno consigliato i nostri consolati perché siamo ben consci che 
il nostro apporto sulle ambulanze come scudi umani nel dare prima 
assistenza ai soccorsi potrebbe rivelarsi determinante per salvare vite.
Anche ieri un’ambulanza è stata colpita a Gaza City, il giorno prima due 
dottori del campo profughi di Jabalia erano morti colpiti in pieno da un 
missile sparato da un Apache. Personalmente, non mi muovo da qui perché 
sono gli amici ad avermi pregato di non abbandonarli. Gli amici ancora 
vivi, ma anche quelli morti, che come fantasmi popolano le mie notti 
insonni. I loro volti diafani ancora mi sorridono. Ore 19.33, ospedale 
della Mezza Luna Rossa, Jabalia. Mentre ero in collegamento telefonico 
con la folla in protesta in piazza a Milano, due bombe sono cadute 
dinanzi all’ospedale. I vetri della facciata sono andati in pezzi, le 
ambulanze per puro caso non sono rimaste danneggiate. I bombardamenti si 
sono fatti ancora più intensi e massicci nelle ultime ore, la moschea di 
Ibrahim Maqadme, qui vicino, è appena crollata sotto le bombe: è la 
decima in una settimana. Undici vittime per ora, una cinquantina i 
feriti. Un’anziana palestinese incontrata per strada questo pomeriggio 
mi ha chiesto se Israele pensa di essere nel medioevo, e non nel 2009, 
per continuare a colpire con precisione le moschee come se fosse 
concentrato in una personale guerra santa contro i luoghi sacri 
dell’islam a Gaza. Ancora un’altra pioggia di bombe a Jabalia, e alla 
fine sono entrati. I cingoli di carri armati che da giorni stazionavano 
al confine, come mezzi meccanici a digiuno affamati di corpi umani, 
stanno trovando la loro tragica soddisfazione. Sono entrati in un’area a 
nord-ovest di Gaza e stanno spianando case metro per metro. 
Seppelliscono il passato e il futuro, famiglie intere, una popolazione 
che scacciata dalle proprie legittime terre non aveva trovato altro 
rifugio che una baracca n un campo profughi. Siamo corsi qui a Jabaila 
dopo la terribile minaccia israeliana piovuta dal cielo venerdì sera. 
Centinaia e centinaia di volantini lanciati dagli aerei intimavano 
l’evacuazione generale del campo profughi.
Minaccia che si sta dimostrando purtroppo reale. Alcuni, i più 
fortunati, sono scappati all’istante, portandosi via i pochi beni di 
valore, un televisore, un lettore dvd, i pochi ricordi della vita che 
era in una Palestina perduta una sessantina di anni fa. La maggioranza 
non ha trovato alcun posto dove fuggire. Affronteranno quei cingoli 
affamati delle loro vite con l‘unica arma che hanno a disposizione, la 
dignità di saper morire a testa alta. Io e i miei compagni siamo 
coscienti degli enormi rischi a cui andiamo incontro, questa notte più 
delle altre; ma siamo certo più a nostro agio qui nel centro 
dell’inferno di Gaza, che agiati in paradisi metropolitani europei o 
americani, che festeggiando il nuovo anno non hanno capito quanto in 
realtà siano causa e complicità di tutte queste morti di civili innocenti.

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