OLTRE LA CONTESTAZIONE A RINALDINI CI SONO LE CONTRADDIZIONI DELLA LOTTA ALLA 
FIAT
Comunicato della Rete dei Comunisti

Lo scalpore intorno alla notizia della forte contestazione contro Gianni 
Rinaldini della FIOM al corteo dei lavoratori FIAT di Torino, omette di 
segnalare alcune questioni che – al contrario – riteniamo vadano sottolineate 
con forza.

1. La caduta di Rinaldini dal palco di Torino, grazie alla contestazione di 
alcuni operai Fiat di Somigliano D’Arco, è uno di quei fatti che rompe una 
sorta di incantesimo consolidato in gran parte della sinistra italiana (incluse 
molte organizzazioni comuniste) e che ha continuato a concepire unicamente 
nella FIOM il soggetto portatore di istanze progressiste e alternative nel 
movimento sindacale. I lavoratori che hanno contestato il segretario della FIOM 
rompendo, forse l'ultimo simulacro di in "piccolo mondo antico" oggi 
completamente mutato, pongono un problema a tutte quelle soggettività politiche 
che si interrogano su come riavviare una prospettiva di avanzamento sociale e 
di radicale trasformazione, nei posti di lavoro e nella intera società. La 
stessa cosa era accaduta alle assemblee alla Fiat nel 1980 e abbiamo ancora 
negli occhi e nelle orecchie la rabbiosa disperazione di tanti operai e 
delegati verso il compagno "Pio Galli" che alla fine aveva firmato e difeso - 
anche lui- l'accordo che "salvò la Fiat" con 23.000 licenziamenti di lavoratori.

2. Il dato che saltava agli occhi nella manifestazione nazionale degli operai 
di tutto il gruppo Fiat a Torino, era la scarsa partecipazione proprio degli 
operai “torinesi” che contrastava con la partecipazione numerosa e combattiva 
degli operai degli stabilimenti del sud a rischio chiusura.

Le parole di Marchionne il giorno precedente la manifestazione, sono state 
prese come rassicuranti da tutti i soggetti coinvolti tranne che dagli operai 
delle fabbriche meridionali della Fiat che più delle altre sentono aria di 
licenziamenti di massa. Il rischio che si concretizzi la “desolidarizzazione” 
tra gli operai dei vari stabilimenti era visibilmente presente nella 
manifestazione di Torino

Non è un caso che la contestazione sia stata condotta, principalmente, dai 
lavoratori di Pomigliano in gran parte iscritti allo Slai/Cobas e deportati nel 
capannone-confino di Nola. Questo segmento operaio, come i loro compagni di 
Termini Imerese, di Termoli o di Melfi, è quello che in cambio della cosiddetta 
garanzia di un salario inadeguato ha dovuto ingoiare, un organizzazione dello 
sfruttamento bestiale ma, tecnicamente scientifica, che ha fatto realizzare 
enormi profitti alla FIAT. Oggi questi lavoratori, molti dei quali con mogli e 
figli disoccupati, vedono svanire il loro posto di lavoro ed assistono 
sconcertati e sfiduciati il prolungarsi dell’azione collaborazionista di 
CGIL-CISL-UIL e dell’UGL.

3. E’ evidente poi, come in un contesto di così alta e giustificata tensione 
sociale, non bastino più le “parole di fuoco” di Rinaldini contro Marchionne 
quando i dirigenti della Cgil e Fiom, sul piano territoriale ed aziendale, 
sottoscrivono accordi capestro per i lavoratori. Ed è ancora più evidente come, 
anche a ridosso della vertenza FIAT dentro cui si sta ulteriormente, consumando 
l’inadeguatezza e la lunga crisi della sinistra (che già si era vista nella 
vertenza Alitalia), i lavoratori iniziano ad agire con modalità non 
propriamente compatibili con il bon ton con il quale il riformismo nostrano (a 
differenza della Francia o di altri paesi europei) ha sempre ingabbiato le 
modalità del conflitto.

4. La contestazione di Rinaldini è un fatto clamoroso ma apre, materialmente, 
una fase politica e sindacale nella quale i comunisti e la soggettività 
anticapitalista dovranno, necessariamente, svolgere una possibile funzione più 
avanzata anche se molto difficile e complessa che punti alla ri/costruzione di 
relazioni sociali e collegamenti veri con i diversificati comparti del blocco 
sociale popolare oggi profondamente diviso. E' questa una condizione decisiva 
per ridare linfa vitale ad una soggettività che non si rassegna ad un ruolo di 
sterile ed ininfluente testimonianza.

5. La sacrosanta incazzatura dei lavoratori FIAT necessita di dotarsi di 
strumenti di discussione e di lotta che riescano ad imporre una inversione di 
tendenza nei rapporti di forza tra l’impresa e gli operai. Si tratta di 
superare perciò il clima di disorientamento, divisione e di sfiducia nel 
proprio potenziale di lotta che serpeggia tra gli operai dei vari stabilimenti 
Fiat e che sta impedendo il concretizzarsi di una dura risposta dei lavoratori 
all’altezza della posta in gioco.

6. Mentre il management della FIAT allarga il suo disegno antisociale negli 
Stati Uniti ed in Germania, e mentre può innestarsi, anche inconsapevolmente 
una preoccupante concorrenza al ribasso tra i lavoratori all’interno del nostro 
paese e nei vari paesi e stabilimenti, occorre ricalibrare l’azione politica in 
atto. Nessun posto di lavoro deve andare perduto, nessuna fabbrica deve 
chiudere, nessuna contrapposizione e concorrenza tra lavoratori dei vari 
stabilimenti e paesi coinvolti in questa vertenza, nessuna differenziazione 
salariale e normativa tra lavoratori impegnati alla FIAT e quelli collocati 
nell’ indotto. Insomma, per non regalare la giornata di lotta di Torino agli 
sciacalli dei media o alla rendita di posizione di una sinistra sindacale ormai 
in deficit di credibilità e compatibilizzata, c’è bisogno di scelte coraggiose 
e conseguenti. L’incalzare della crisi e dell’offensiva antioperaia a larga 
scala ci ricorda che il tempo delle camarille e degli infiniti tatticismi è 
finito.

17 maggio

La Rete dei Comunisti
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