1. questo weekend @ csa pacì paciana
2. chi erano i "martiri" della legione Tagliamento? - un articolo sulle
vicende di Rovetta
1.
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2.
nella speranza di riportare un po’ di verità storica sulla vicenda di
Rovetta è utile spiegare chi fosse la legione Tagliamento, responsabile
di stragi e massacri non solo in provincia di Bergamo ma in tutto il
Nord Italia. Onore ai partigiani! P*P
CHI ERANO I “MARTIRI” DELLA LEGIONE SS TAGLIAMENTO?
Il “63° battaglione M” conosciuto come legione Tagliamento, nasce nei
giorni successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943 ancor prima del
ritorno del Duce al potere ed è un reparto sostanzialmente agli ordini
dei nazisti. Nel gennaio 1944, si unisce al gruppo originario,
proveniente direttamente da Roma, il battaglione Camilluccia (lo stesso
di stanza al presidio della Presolana nel ‘45), composto esclusivamente
da giovani volontari pressoché adolescenti quasi tutti laziali, a cui
viene concesso l’arruolamento anche senza il consenso del padre.
Adolescenti e bambini istigati a diventare assassini.
Nel marzo del 1944 la Tagliamento è impegnata a Vercelli in azioni
contro i partigiani. Il comando della legione è affidato al colonnello
Zuccari, colui che urlava ai suoi uomini “Vi prometto che cancelleremo
il Piemonte dalla carta geografica d’Italia!… Per ognuno di noi, dieci
di loro”. Anche se composto esclusivamente da italiani, in maggioranza
volontari, la Tagliamento fu sempre agli ordini esclusivi del generale
Karl Wolff, comandante delle SS in Italia.
Nell’aprile del ’44 la Legione è impegnata con reparti tedeschi in un
vasto rastrellamento sull’Appennino ligure tra Genova e Alessandria che
culminerà con l’eccidio della Benedicta, un vecchio convento dove
trovarono rifugio uomini disarmati fuggiti ai bandi di arruolamento
della Repubblica Sociale. Vengono uccisi in scontri e fucilazioni 147
persone, poi gettate in una fossa comune. I renitenti alla leva che si
presentarono spontaneamente, accogliendo l’invito delle SS, vengono
deportati nei lager: su quasi 400 deportati solo poco più della metà
tornerà vivo in patria.
Nell’agosto ’44 il reparto è trasferito nelle Marche e di seguito in
Veneto dove partecipa con altri reparti tedeschi alla cosiddetta
Operazione Piave: si tratta di uno dei più vasti rastrellamenti mai
compiuti in Italia, concentrato nella zona del Monte Grappa, diretto a
circondare e annientare le forze partigiane operanti in zona. Si
scontrano un migliaio di partigiani (di cui 1/3 disarmati) e circa 3000
nazifascisti (tra cui i 600 della Tagliamento). L’operazione ha inizio
il 20 settembre 1944 e si concluderà una settimana dopo. Le stime più
attendibili sul risultato di questo rastrellamento parlano di: 171 tra
impiccati e bruciati vivi; 300 fucilati e circa 400 deportati in
Germania (di cui due terzi non tornarono) oltre che all’incendio di
decine di abitazioni. Ma si teme che molti altri morti siano stati
occultati in fosse comuni o grotte sulle pendici del Monte Grappa. Solo
una minima parte dei trucidati furono i morti in combattimento: la
maggior parte degli impiccati erano giovani, renitenti alla leva,
ingannati dai fascisti che passando di casa in casa promettevano ai
genitori e parenti di salvare la vita a coloro che si fossero presentati
spontaneamente. Convinti di mandare i propri figli al servizio del
lavoro obbligatorio, madri e padri convinsero i loro cari tenuti
nascosti a presentarsi ai comandi italiani dove furono internati,
torturati e impiccati o deportati.
La Tagliamento ebbe un ruolo di primo piano nell’operazione: furono
giovani repubblichini della Tagliamento, per esempio, ad “appendere” 31
uomini ad altrettanti alberi sulle vie principali di Bassano del Grappa;
i fascisti passavano, su un camion, lungo il percorso con i partigiani o
presunti tali catturati, si fermavano sotto l’albero di turno,
sistemavano il laccio attorno al collo del prigioniero e procedevano
dando a quest’ultimo una spinta o semmai aggrappandosi al suo corpo
perché penzolasse meglio.
Furono uomini della Tagliamento a far parte dei due plotoni di
esecuzione: uno italiano e uno tedesco. Tra loro anche Tonino, un
bambino di dodici anni, conosciuto per essere la mascotte del battaglione.
Fu opera del cappellano militare della Tagliamento (Padre Antonio di
Gesù, ricordato in una lapide commemorativa posta nel Cimitero di
Rovetta) l’assassinio a sangue freddo di un giovane garzone sospettato
di essere partigiano. “Chi è preso in montagna – disse il cappellano al
capitano che voleva lasciar andare via il ragazzo – è considerato
partigiano e deve essere fucilato. Noi siamo qui per questo”, e lo finì
con una raffica di mitra.
Conclusa la mattanza sul Grappa, la Legione Tagliamento nell’ottobre
1944 venne trasferita in Val Camonica, nel bresciano a difesa delle
linee di comunicazione tedesche. Data la contiguità dei territori, anche
la bergamasca subiva gli effetti della sua presenza: sarà opera della
Tagliamento l’incendio di decine di case a Costa Volpino in seguito al
ferimento di un ufficiale (Zuccari ordinò: “Andate e arrostiteli tutti”).
Furono i fascisti della Tagliamento a condurre le rappresaglie contro il
paese di Fonteno a seguito dello smacco subito per la cattura da parte
dei partigiani della 53a brigata Garibaldi del capitano tedesco Langhen
comandante della piazza di Bergamo e di altri 50 nazisti successivamente
rilasciati. Giunsero in paese approfittando dell’assenza dei partigiani
per derubare, incendiare case, arrestare uomini ed ammazzare in loco
presunti collaboratori civili (Pietro Perdetti e due contadini: Santo
Plebani e Felice Ruggeri).
Sarà ancora opera della Tagliamento, ed in particolare del battaglione
Cammilluccia, il 17 novembre ’44 l’attacco alla Malga Lunga dove
trovavano rifugio alcuni partigiani della 53a Brigata Garibaldi
comandati da Giorgio Paglia. Furono costretti ad arrendersi oltre che
per la evidente sproporzione delle forze, anche per la presenza di due
feriti, il russo Starich, gravemente colpito da una bomba a mano e
Tormenta (Mario Zeduri) ancora sofferente per le ferite riportate nella
battaglia di Fonteno. I fascisti promettono con la loro “parola d’onore”
di rispettare la vita dei combattenti. Le condizioni stabilite
ovviamente non vengono rispettate. I feriti Starich e Tormenta vengono
brutalmente uccisi sul posto a colpi di pugnale. Giorgio Paglia, Guido
Galimberti (Barbieri), Andrea Caslini (Rocco) e i russi Kopcenko Simone,
Noghin Alexander, Etanov Alarion vengono portati a Costa Volpino.
Vengono tutti passati per le armi. Giorgio Paglia rifiuta la grazia che
viene offerta a lui solo in quanto figlio di medaglia d’oro al valor
militare e chiede di essere fucilato per primo perché i suoi compagni
non abbiano dubbi sulla sua sorte.
Stessa sorte toccherà qualche giorno dopo ai fratelli Pellegrini “Falce”
e “Martello” torturati e giustiziati a Lovere dopo essere stati
catturati dagli uomini della Tagliamento a Covale.
Anche dopo aver saputo della resa dei nazifascisti via radio da Milano,
la Tagliamento si renderà protagonista dell’eccidio di 12 partigiani,
caduti in una imboscata a Schilpario nella notte del 28 aprile (lo
stesso giorno delle fucilazioni a Rovetta).
Nel dopoguerra tutto questo venne negato. Tutti i legionari dichiararono
che nel luogo dove si trovavano non era successo nulla e che, comunque,
loro non avevano sparato. C’erano i morti ma non c’erano gli assassini.
I procedimenti avviati contro i principali responsabili non ebbero
neppure inizio e le punizioni di coloro che furono processati e
riconosciuti colpevoli vennero cancellate dalle diverse amnistie a
cominciare dal decreto legge 22 giugno 1946, conosciuto come “amnistia
Togliatti”.
Le vittime, dopo l’ingiustizia dei massacri, subirono l’ulteriore
ingiustizia dell’assenza di giustizia, dando vita a gesti violenti
dettati dalla rabbia. A Schio, dove venne affossato il processo ai
massacratori del Grappa, nella notte tra il 6 e 7 luglio 1945 una decina
di ex-partigiani, esasperati dall’ennesimo colpo di spugna della
Giustizia Italiana, penetrarono nel carcere e fecero fuoco sui
prigionieri fascisti uccidendo 54 persone.
ROVETTA, 28 APRILE 1945.
La legione Tagliamento era presente a Bergamo con il battaglione
Camilluccia, ed in particolare la 4a compagnia di stanza a Lovere, la 5a
compagnia di stanza fra il passo della Manina e Dezzo di Scalve, e la 6a
compagnia a Schilpario e alla Cantoniera della Presolana. Il 26 aprile
1945 il sottotenente Panzanelli che comandava i repubblichini di
presidio al passo della Presolana, fu raggiunto attraverso la radio
dalla notizia della disfatta nazifascista. Il 27 aprile, Panzanelli e i
suoi 49 uomini (tra cui anche un nipote del Duce) si incamminano verso
la valle preceduti da una bandiera bianca portata da Alessandro
Franceschetti, l’albergatore presso il quale il plotone aveva preso
stanza. Dalla testimonianza di Fernando Caciolo, uno dei pochi che si
salveranno il 28 aprile (sempre presente alle commemorazioni a Rovetta),
l’intenzione dei repubblichini era di raggiungere Bergamo per una
resistenza ad oltranza. L’utilizzo della bandiera bianca era uno
stratagemma per avvicinare eventuali partigiani e colpirli a breve
distanza vista la carenza di proiettili dei fascisti. Giunti a Rovetta
verso sera, vengono avvicinati dai membri del CLN locale capitanati dal
Maggiore Pacifico che convince il sottotenente Panzanelli ad arrendersi
vista l’inutilità del loro tentativo. Gli uomini della Tagliamento sono
convinti a deporre le armi e vengono rinchiusi nelle scuole elementari
del paese. Poche ore prima circa 600 russi armati inquadrati nelle fila
dell’esercito nazista decidono di “passare” dalla parte dei partigiani
forse per “alleggerire” la loro posizione e ottenere meriti per una
riabilitazione in patria. La mattina del 28 aprile 1945 i russi
depongono le armi e da Clusone partono tre automezzi con a bordo una
ottantina di partigiani delle Brigate Camozzi (Giustizia e Libertà) e
Tredici Martiri (comunisti). Giunti a Rovetta si dirigono alle scuole
elementari dove prelevano i militi della Tagliamento (tranne Caciolo che
riesce a fuggire e a nascondersi in casa del parroco dove rimarrà per
tre mesi prima di tornare senza pericolo a casa sua, ad Anagni) e li
conducono al cimitero. Vengono formati due plotoni di esecuzione
comandati rispettivamente da Fulmine (Battista Torri) e Caserio (Bortolo
Gusmeri). Nonostante le proteste del parroco Don Bravi (membro del CLN
di Rovetta) si procede alle esecuzioni. Verranno risparmiati solo tre
militi: i più giovani del gruppo (14, 15 e 16 anni).
Da chi venne l’ordine della fucilazione?
Le testimonianze e gli atti del processo sembrano identificare nel
capitano Mojcano (Poduje Paolo) membro dell’intelligence inglese
paracadutato il 6 aprile 1945 nella zona del Pizzo Formico, il mandante
dell’ordine di esecuzione dei militi della Tagliamento. Il Mojcano era
stato paracadutato oltre le linee nemiche per prendere contatti con i
partigiani ed organizzare l’imminente insurrezione generale ed evitare
che i nazifascisti, nella loro ritirata, potessero danneggiare
importanti infrastrutture (dighe, ponti, impianti industriali). I
revisionisti storici avanzano l’ipotesi che i capi partigiani fossero
autonomi nelle loro decisioni e che un capitano inglese non avesse
nessun potere di decisione. E’ risaputo però che, per normativa
dell’armistizio, nessun ordine alleato poteva essere disatteso da alcuna
autorità italiana civile o militare. L’assurdo è che l’ordine di
fucilazione del Mojcano non poteva essere annullato nemmeno dal Generale
Cadorna, nemmeno da Badoglio o dal Re, solo da lui stesso o da un suo
superiore.
Sia il Maggiore Pacifico (membro del CLN di Rovetta a cui si erano
arresi gli uomini della Tagliamento) che i maggiori capi partigiani
della zona (Brasi alias Montagna della brigata Garibaldi e Bepi
Lanfranchi della brigata Camozzi) non erano presenti a Rovetta il giorno
della fucilazione (solo pochi testimoni hanno affermato il contrario).
Ciò può solo significare una “presa di distanza” dall’azione pur
conoscendo le intenzioni del Mojcano che impartì anche l’ordine ai capi
partigiani di fornirgli uomini e mezzi per l’esecuzione.
Lo stesso Mojcano da tutti ricercato nel dopoguerra ma la cui identità è
stata scoperta solo da pochi anni, in una intervista registrata al
direttore dell’Istituto per la Storia della Resistenza di Bergamo ha
ammesso tutte la sue responsabilità nell’impartire l’ordine di
fucilazione dei militi della Tagliamento scagionando così di fatto i
capi partigiani.
I fatti di Rovetta sono stati al centro di una lunga indagine del
dopoguerra, iniziata nel 1946 e conclusasi nel 1951, con una cospicua
raccolta di testimonianze e deposizioni. La sentenza del Tribunale di
Brescia ASSOLVE tutti gli imputati in quanto i fatti non sono punibili
perché da considerarsi come azioni di guerra commessi prima dello
spirare dell’occupazione nemica.
Fonti:
- Angelo Bendotti e Elisabetta Ruffini, Gli ultimi fuochi: 28 aprile
1945, a Rovetta, Bergamo, Il Filo di Arianna, 2008.
- Sonia Residori, Il massacro del grappa, Sommacampagna, Cierre
Edizioni, 2007.
- Nazareno Marinoni, La terrazza sul cortile: I fatti di Rovetta del 28
aprile 1945 nei ricordi di un bambino, Bergamo, Il Filo di Arianna, 2005.
- AA.VV., Benedica 1944: l’evento la memoria, Recco (Ge), Le Mani, 2004.
- Natale Verdina e Clara Bosco Verdina, La Resistenza del Loverese
(Documenti, testimonianze e studi), Comitato per le celebrazioni del XXX
della Resistenza, Lovere, 1975
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