Ricevo da Rosangela e volentieri inolto
Mapi

                                               Stare dentro o chiamarsi 
fuori: perché ho scelto di candidarmi nel PRC

di Rosangela Pesenti

Non sono iscritta a nessun partito da vent’anni e non ho avuto mai nessuna 
responsabilità amministrativa in nessuna istituzione. Ho vissuto attivamente 
la politica nel movimento delle donne, nel femminismo, in quel tessuto 
orizzontale che ha saputo cambiare la società italiana non solo conquistando 
leggi inclusive dei diritti civili, ma soprattutto nell’agire quotidiano, 
nelle relazioni più intime, tra donne e uomini, tra generazioni, tra 
popolazioni, allargando le possibilità di immaginare il futuro, affermando 
la libertà di esistere per ognuna e ognuno secondo i propri talenti e 
inclinazioni.

Un tessuto che non ha costruito leaders, ma molte autorevolezze che durano 
nella memoria e vengono ancora trasmesse nonostante l’oscuramento 
informativo e l’oscurantismo dei poteri costituiti.

Sono già stata candidata nel ’94 dall’ancora unitario PDS e l’anno scorso 
dall’Arcobaleno. Guardo la sinistra agire come i polli di Renzo, di 
manzoniana memoria, mentre nel mondo spadroneggiano i Bravi e penso che da 
qualsiasi posizione si possa trovare un’alleanza pulita, tranne che dalla 
parte di Don Abbondio. Quello che ho visto muoversi sulla cosiddetta scena 
politica, sempre più scena nel senso della costruzione di fiction mediatica, 
non mi corrisponde nelle forme, nell’agire, nei progetti, nel modo di 
rappresentarsi e di rappresentare.

Potrei dire che non ho bisogno della politica, per lavorare, per vivere, per 
continuare ad essere e fare, pensare e agire. Potrei facilmente chiamarmi 
fuori.
Perché allora accetto di essere dentro? Perché accetto di mettermi in un 
ingranaggio che so di non poter dirigere né tanto meno influenzare in questo 
momento, di “metterci la faccia” in una situazione di frammentazione così 
profonda e spesso intimamente dolorosa, di malumori e piccinerie così 
diffusi, in un impasto di paure e cinismo, fedeltà mortificate e calcolo, 
che rischiano di rendere opaco qualsiasi volto e sospetta qualsiasi 
proposta?

Perché sono una cittadina appena inclusa. Quando sono nata le donne in 
Italia avevano conquistato il diritto di voto da pochi anni, nella civile 
Europa da poco più tempo e non in tutti i Paesi, e molte leggi erano ancora 
espressione del potere patriarcale che vuole le donne subalterne nella 
divisione del lavoro, assoggettate nella sessualità, limitate nell’accesso 
politico, cancellate nella trasmissione della cultura, derubate 
nell’elaborazione 
del pensiero e complici nella conservazione della loro stessa servitù 
attraverso un abile dosaggio di concessione di privilegi, ricatti affettivi, 
manipolazione dell’immaginario, minacce, violenze, assassinio.

La libertà di pensare e pensarci che abbiamo conquistato, più generazioni di 
donne e un pezzetto per volta, viene ancora continuamente aggredita. Veniamo 
aggredite singolarmente, nei modi feroci o subdoli che mirano a rompere, 
nell’immaginario, vicinanze e solidarietà, a esporre le differenze 
individuali censurando sempre le specificità politiche.

Nel mondo la maggior parte delle donne non ha diritti politici, libertà 
civili, opportunità e spesso nemmeno possibilità di sopravvivenza. L’intreccio 
spaventoso di storie locali, poteri coloniali e monopoli economici chiede la 
nostra azione politica, non possiamo lavarci la coscienza con le briciole di 
un volontarismo caritativo che non rappezza nemmeno le toppe.

Abbiamo di volta in volta costituito il movimento delle donne intorno a 
progetti concreti, cercando il terreno di una mediazione che non potesse mai 
diventare prevaricazione, inventando e allargando quel terreno democratico 
che non può esistere se non vive in luoghi agibili da tutte e tutti.

Misurarsi con la concretezza significa imparare la democrazia nel corpo a 
corpo delle storie diverse, nella fatica di allargare le opportunità sul 
terreno istituzionale, confrontando desideri e speranze con la durezza 
dell’esistente. 
Mi sento forte di questa esperienza e mi fido della mia storia, per questo 
ho accettato la proposta venuta dal Forum delle donne di Rifondazione.

Conosco il crescente maschilismo, la multiforme vendetta del patriarcato, 
che nessun uomo riesce ancora a dichiarare nemico dell’umano multiforme 
esistere e so che queste donne hanno dovuto predisporre una lotta, pacifica 
e democratica, ma lotta, per proporre e “far passare” il mio nome e quello 
di altre.

Ho imparato, leggendo e rileggendo le parole di Rosa Luxemburg, che ci sono 
momenti in cui bisogna mettere da parte la complessità delle proprie idee, 
l’orgoglio 
della propria limpidezza e scegliere da che parte stare, anche se il luogo 
in cui decidiamo di stare è inospitale e le persone, prevalentemente gli 
uomini, farebbero magari volentieri a meno della nostra presenza.

Non mi chiamo fuori dalla politica, anche se vedo solo cose che mi sembrano 
sbagliate o sospette, perché continuo a considerare il diritto di voto, 
allargato a quante più istituzioni possibili, una strada ineludibile per la 
democrazia.

Non credo si possa ricostituire una sinistra monoidentitaria, su simboli 
significativi per la memoria di un pezzo del mondo del lavoro oggi così 
profondamente cambiato: è una storia da cui abbiamo qualcosa da imparare 
solo se possiamo leggerla dentro il muoversi di altri soggetti fondamentali 
e primo fra tutti il movimento femminista, solo se possiamo rileggerla negli 
errori e connivenze del passato, così come nelle grandi conquiste di civiltà 
in tutta la storia del pensiero socialista e pacifista.

Sento la necessità di  mettermi contro il capitalismo, la logica perversa 
del mercato e del profitto che alimenta povertà e guerre,  perché credo che 
un altro mondo sia possibile e sono certa che già vive nei semi di pensieri 
e vite che ci sono sconosciuti e non solo negli straordinari laboratori 
politici di quell’altro mondo che noi europei abbiamo perseguitato, 
colonizzato, disprezzato, ma anche qui, in mezzo al nostro devastante 
sviluppo, tra le pieghe del nostro infelice benessere

Penso che la frammentazione dei ceti dirigenti, più o meno colti, più o meno 
fascinosi, è la rappresentazione della fine di una forma politica e non 
saranno le logiche della rincorsa ai posti o le parole politiche più o meno 
azzeccate, volte a catturate il voto smarrito della sinistra, a fermarlo.

Non penso che la mia presenza possa modificare processi in atto, incardinati 
in logiche che mi sono estranee, ma resto convinta che la politica, al 
fondo, non può mai prescindere dalle piccole scelte di ognuno e per quanto 
mi riguarda faccio quello che posso.

Le donne sembrano talvolta più sprovvedute perché si muovono con poca 
dimestichezza nei meccanismi istituzionali, sbagliano valutazioni per 
ingenuità, buona fede, o convinte ad utilizzare le tradizionali strategie di 
adattamento, mimetizzazione, piccolo cabotaggio che hanno rappresentato 
possibilità di sopravvivenza e inevitabile complicità nella lunga storia dei 
generi.

Sembrano più disinvolte le donne della destra, ma utilizzano l’esito delle 
lotte femministe, mai condivise, per ottenere posti conformandosi ai modelli 
classisti e spesso senza sottrarsi alle tradizionali subalternità.
Non importa, da questo non si può prescindere se è la dimensione del reale, 
da questo ci si può distinguere se la nostra vita testimonia di noi. Non si 
tratta di interrogarsi su quanto siano credibili i partiti, ma di pretendere 
che lo siano i candidati, come lo sono moltissime donne e uomini nella loro 
vita di tutti i giorni.

Vivo queste elezioni come possibilità etica e gesto responsabile da parte di 
una donna più che adulta nei confronti delle tante donne incontrate, degli 
uomini che si sono messi in cammino per un’altra storia, delle giovani 
generazioni di ragazze e ragazzi che mi sono cresciute accanto; non porto 
altro che la mia goccia d’acqua perché troppi incendi sono stati appiccati 
in Europa e dall’Europa e oggi siamo più che mai a rischio di aridità.
 
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