Incessante propaganda mirata allo squartamento della Siria


1) LETTERA APERTA ad Amnesty International Italia
2) MOSTRA “CAESAR”: cosa ci tocca vedere a Milano. Il sindaco Sala ha nulla da 
dire?
3) E' INIZIATO IL LINCIAGGIO contro gli archeologi occidentali che "osano" 
collaborare con i colleghi siriani. Nel mirino anche PAOLO MATTHIAE, il più 
grande archeologo italiano vivente




Vedi anche:
L'Esercito siriano entra nella città di Palmira (1.3.2017). VIDEO e MAPPA:
http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_pentagono_vuole_un_maggiore_coinvolgimento_militare_degli_stati_uniti_in_siria/8_19157/
Le prime immagini di Palmira liberata (2.3.2017):
http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_pentagono_vuole_un_maggiore_coinvolgimento_militare_degli_stati_uniti_in_siria/8_19164/




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LETTERA APERTA ad Amnesty International Italia






Con il vostro Comunicato CS 028 – 2017 diffuso il 1° marzo, dopo aver 
genericamente parlato di inchieste sull’uso di armi chimiche riguardanti “tutti 
gli attori coinvolti nel conflitto in Siria”, rivelate, dalle parole della 
stessa Tadros,  il vero scopo del comunicato: attaccare il governo siriano 
impegnato da 6 anni in un durissima battaglia contro orde di terroristi e 
mercenari etero diretti dall’esterno che hanno il compito di distruggere e 
smembrare quello sfortunato paese; e attaccare nel contempo Russia e Cina 
colpevoli di volerlo salvare. Grazie ai loro veti infatti si è evitata la 
legittimazione di una ennesima aggressione “umanitaria”  da parte della Nato 
contro un Paese sovrano, come successo nel marzo del 2011 contro la Libia,  le 
cui conseguenze devastanti sono oggi sotto gli occhi di tutti!


Anche allora avete fornito al “mondo” utili coperture propagandistiche per 
giustificare bombardamenti e attacchi militari, accusando Gheddafi di orribili 
stragi di civili e stupri di massa ottenuti distribuendo fiumi di Viagra ai 
soldati governativi, salvo poi riconoscere, a distruzione del paese avvenuta, 
che si trattava di fatti non provati o falsità evidenti.


Riguardo alla Siria, avete sponsorizzato una mostra fatta di foto di cadaveri 
torturati anonimi, di cui  non era possibile accertare identità e circostanze 
della morte. Foto attribuite a un fantomatico agente siriano “Caesar” di cui 
non siete stati in grado di fornire né il nome né altre indicazioni, 
alimentando il generale sospetto che si tratti di pura invenzione.


In altra circostanza avete pubblicato dossier attribuibili all’opposizione 
armata terrorista e jihadista siriana, in cui si parla senza prove del 
fantomatico numero di 13.000 impiccati- tutti rigorosamente anonimi – nelle 
carceri siriane.


Siate certi che queste “informazioni”, prive di riscontri e caratterizzate da 
una evidente faziosità, sono accolte da un numero crescente di cittadini con 
sempre maggiore scetticismo, e sempre un maggior numero di persone apprezza il 
comportamento di Russia, Cina e altri Paesi. Grazie a loro la Siria, malgrado 
gli attacchi e la devastazione da parte di migliaia di mercenari armati, 
addestrati e finanziati dalle petromonarchie e dall’impero Usa, è riuscita a 
difendere e mantenere la sua integrità e sovranità.


Ripensateci ed agite con maggiore responsabilità e dignità.




Cordiali saluti
Vincenzo Brandi, Stefania Russo della Rete No War Roma.








COMUNICATO STAMPA                                                            
CS028-2017


SIRIA, ALTRO VERGOGNOSO VETO DI RUSSIA E CINA AL CONSIGLIO DI SICUREZZA


Russia e Cina hanno per l'ennesima volta usato il loro potere di veto 
all'interno del Consiglio di sicurezza per bloccare, il 28 febbraio, una 
risoluzione che avrebbe contribuito ad accertare le responsabilità per l'uso e 
la produzione di armi chimiche da parte di tutti gli attori coinvolti nel 
conflitto in Siria.


"Ponendo il veto alla risoluzione, Russia e Cina hanno mostrato un palese 
disprezzo per la vita di milioni di siriani. Entrambi i paesi fanno parte della 
Convenzione sulle armi chimiche e anche per questo non c'è alcuna scusa per il 
loro comportamento", ha dichiarato Sherine Tadros, direttrice dell'ufficio di 
Amnesty International presso le Nazioni Unite.


"Da sei anni la Russia, sostenuta dalla Cina, blocca le decisioni del Consiglio 
di sicurezza riguardanti il governo siriano. Questo atteggiamento impedisce la 
giustizia e rafforza la tendenza di tutte le parti coinvolte nel conflitto a 
ignorare il diritto internazionale. Il messaggio della comunità internazionale 
è che, quando si parla di Siria, non esiste alcuna linea rossa", ha aggiunto 
Tadros.


Dall'inizio della crisi siriana, la Russia ha fatto ricorso per sette volte al 
diritto di veto. La risoluzione del 28 febbraio proponeva sanzioni nei 
confronti di singole persone collegate alla produzione di armi chimiche in 
Siria e un embargo su tutti i materiali che potrebbero essere usati per 
produrle in futuro.


La proposta su cui Russia e Cina hanno posto il veto faceva seguito alla 
risoluzione 2118 del settembre 2013, redatta da Russia e Usa, che impone misure 
sulla base del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite sul "trasferimento 
non autorizzato di armi chimiche e su ogni uso di armi chimiche, da parte di 
chiunque, nella Repubblica araba siriana".


Nell'agosto 2015 il Consiglio di sicurezza aveva anche adottato all'unanimità 
la risoluzione 2235, che aveva istituito un Meccanismo d'indagine congiunto per 
identificare i responsabili degli attacchi con armi chimiche in Siria. Da 
allora, il Meccanismo è giunto alla conclusione che tanto il governo siriano 
quanto il gruppo armato Stato islamico hanno compiuto attacchi con armi 
chimiche.


"Il vergognoso atteggiamento della Russia è un ulteriore esempio di come Mosca 
usi il potere di veto per garantire al suo alleato, il governo siriano, che 
eviterà di subire conseguenze per i suoi crimini di guerra e contro l'umanità. 
Ora è di fondamentale importanza che il neo-nominato segretario generale Onu e 
gli stati membri del Consiglio di sicurezza agiscano con fermezza quando alcuni 
stati impediscono l'approvazione di risoluzioni per impedire o porre fine a 
crimini di guerra. Il Consiglio di sicurezza è diventato un luogo in cui fare 
sfoggio di posizioni politiche e il popolo siriano ne sta pagando il prezzo 
definito", ha concluso Tadros.


FINE DEL COMUNICATO                                
Roma, 1 marzo 2017


Per interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: [email protected] 
<mailto:[email protected]>




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https://comitatocontrolaguerramilano.wordpress.com/2017/03/05/mostra-caesar-cosa-ci-tocca-vedere-a-milano-il-sindaco-sala-ha-nulla-da-dire/


Mostra “Caesar”: cosa ci tocca vedere a Milano. Il sindaco Sala ha nulla da 
dire?
Comunicato del Comitato Contro La Guerra Milano sulla mostra “Nome in codice 
Caesar”


Da venerdì 3 marzo giunge anche a Milano la mostra “Nome in codice Caesar: 
detenuti siriani vittime di tortura”, con il Patrocinio del Comune di Milano.


La stessa mostra era stata proposta, la scorsa primavera, alla Camera e al 
Senato della Repubblica, ma non accettata, poiché serve solo a “scatenare 
reazioni emotive facilmente strumentalizzabili”, aggiungiamo noi, finalizzate 
ad accusare il legittimo Governo della Repubblica Araba di Siria di “crimini 
contro l’umanità”.


I promotori di queste campagne, sono gli stessi che hanno giustificato e 
fiancheggiato i bombardamenti all’Iraq e alla Libia, motivati con “i falsi”, 
ampiamente dimostrati, dei bimbi Kuwaitiani uccisi nelle incubatrici da Saddam 
Hussein, o delle fosse comuni di Gheddafi e altre falsità, ormai conosciute in 
tutto il mondo, fino ad arrivare alle “famose” provette di antrace mostrate 
all’ONU dall’allora Segretario di Stato USA, Generale Colin Powell, di cui, 
persino lo stesso ex Primo Ministro britannico, Tony Blair, dovette scusarsi di 
fronte al mondo.


Tra i principali finanziatori di “Caesar” compare lo stesso Qatar, paese che, 
con Arabia Saudita e Turchia, è tra i principali sponsor delle bande armate 
islamiste della cosiddetta “opposizione siriana”, ISIS inclusa (a cui 
l’appoggio di questi paesi è ora conclamato), che dal 2011 hanno messo a ferro 
e fuoco la Siria e il vicino Iraq, provocando centinaia di migliaia di morti e 
milioni di profughi in esodo verso l’Europa.


Per approfondimenti sulla mostra “Caesar” si legga il report di SibiaLiria e 
L’Antidiplomatico (Report sull’attendibilità delle “Foto di Caesar” e sulla 
relativa mostra – goo.gl/A0YDg8 <http://goo.gl/A0YDg8>).


Questi approfondimenti legittimano il sospetto che molte di esse non 
raffigurino “ribelli uccisi da Assad”, ma “poliziotti e soldati uccisi dai 
ribelli”.


E’ preoccupante il sostegno che la mostra ha ricevuto dalla Federazione 
Nazionale della Stampa Italiana, è inoltre oltraggioso e dannoso il Patrocinio 
del Comune di Milano, città simbolo della lotta per la Liberazione dal 
nazifascismo.


Chiediamo, quindi, spiegazioni all’Amministrazione del Comune di Milano, 
segnatamente nelle figure del Sindaco Sala e dell’Assessore Majorino, delle 
ragioni per cui hanno deciso di patrocinare questa mostra, vista la scarsa 
credibilità della stessa ed anche visto che all’interno della mostra si sono 
tenuti dibattiti dove hanno avuto modo di pontificare soggetti ripresi in 
trasmissioni televisive e più volte fotografati in manifestazioni di piazza a 
fianco di elementi jihadisti, come ad esempio Haisam Sakhanh 
(https://youtu.be/8VXykI1OGjQ <https://youtu.be/8VXykI1OGjQ>), appena 
condannato all’ergastolo dalla procura di Stoccolma, poiché colpevole di una 
esecuzione sommaria, nel corso della quale venivano  assassinati 7 prigionieri, 
soldati di leva dell’esercito regolare siriano; la condanna all’ergastolo è 
stata inflitta poiché è stata dimostrata l’aggravante della particolare ferocia 
e crudeltà del crimine, che pone questo episodio fuori dal diritto 
internazionale. Si consideri che Sakhanh appare in molte fotografie con armi di 
ogni tipo. Infine riteniamo opportuno che, dopo questa offesa alla città, 
l’Amministrazione del Comune di Milano porga le sue scuse, prendendo atto della 
leggerezza con cui ha agito in questa occasione, laddove le scuse non 
arrivassero, sarebbe lecito pensare che, come gli amici di Sakhanh, anche 
l’Amministrazione Comunale sia fortemente condizionata dai rapporti che il 
Qatar intrattiene con settori economico-finanziari della città di Milano.




LE FOTOGRAFIE: 
https://comitatocontrolaguerramilano.wordpress.com/2017/03/05/mostra-caesar-cosa-ci-tocca-vedere-a-milano-il-sindaco-sala-ha-nulla-da-dire/




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http://www.corriere.it/esteri/17_febbraio_08/02esteri-a1corriere-web-sezioni-13ea4cdc-ed76-11e6-9982-e7f0326adfad.shtml


Siria, la grande lite tra gli archeologi


«Collaborazionista chi va da Assad»


Convegni a Damasco, lettere e email infuocate, accuse in Italia, Gran Bretagna, 
America
E il decano degli scavi siriani Paolo Matthiae finisce sotto accusa. Lui: 
«Esigo le scuse»


di Lorenzo Cremonesi, 7 febbraio 2017


Archeologi in Siria: che fare? Riprendere a scavare come nulla fosse stato, 
oppure rifiutare di collaborare con un regime macchiato di crimini orribili? 
«Sino a prova contraria, ciò che resta dei siti è ancora al suo posto e solo le 
autorità e gli archeologi siriani rimasti possono cercare di restaurarli dopo i 
vandalismi dell’Isis. Ecco perché è nostro compito aiutarli al meglio», ci 
spiega pragmatico e disincantato l’italiano Paolo Matthiae, il celebre 
scopritore delle tavolette di Ebla che a 77 anni, di cui circa 50 trascorsi a 
scavare in Siria, resta il decano dei tanti studiosi che da tutto il mondo 
hanno operato nel Paese. A lui si affiancano i colleghi (non sono pochi in 
Italia e all’estero) disposti a scendere a patti con il regime di Assad pur di 
ritornare.
«Assolutamente no. Impossibile far finta che non sia accaduto nulla. Non si 
tratta con la dittatura. Si passerebbe per collaborazionisti di un regime 
sanguinario, repressivo, macellaio che cerca anche nel ritorno degli archeologi 
stranieri un modo per riacquistare legittimità agli occhi della sua popolazione 
e sul teatro internazionale. Tornare significa diventare complici dei 
massacratori», replicano i contrari, tra cui Marc Lebeau, noto studioso di 
Bruxelles scopritore del sito di Tell Beydar, e Annie Sartre Fauriat, anch’essa 
ricercatrice del Vicino Oriente, oltre a diversi nomi celebri come Piotr 
Steinkeller, che insegna a Harvard e Cambridge e Gonzalo Rubio della 
Pennsylvania State University. Le loro lettere aperte di condanna 
al«collaborazionismo» dividono gli accademici. Tra i critici non mancano gli 
italiani come Maria Giovanna Biga, della Sapienza di Roma, la quale con 
Matthiae ha intavolato uno scambio non proprio amichevole di email di 
chiarificazione-accusa, in realtà destinato a riacuire lo scontro.
Punto di partenza di questa vera e propria «guerra tra archeologi» è l’ormai 
noto convegno tenuto a Damasco l’11 e 12 dicembre scorsi per volere del 
ministero delle Antichità siriane assieme a quello del Turismo con l’intenzione 
di riprendere i lavori e restaurare i siti danneggiati. Il regime per 
facilitare l’arrivo degli studiosi dall’estero non ha richiesto visti, in più 
ha organizzato i trasporti in Siria. Tra gli italiani, Giorgio Buccellati, noto 
per i suoi scavi a Urkesh, ha steso una delle più rilevanti relazioni in cui 
magnifica gli interventi delle autorità locali a salvaguardia dei reperti, 
specie a Palmira. «Non ho potuto esserci per motivi famigliari, ma ci sarei 
andato molto volentieri e comunque ho inviato la mia relazione», dice Matthiae.
Ma critiche durissime arrivano dai colleghi siriani espatriati per non cadere 
nelle mani della polizia segreta di Assad. Sette di loro hanno firmato uno 
degli appelli più noti per il boicottaggio. «Impossibile lavorare in Siria. Il 
regime continua a reprimere e uccidere. Oltre il 70 per cento di noi è fuggito 
all’estero, restano solo quelli asserviti. Inoltre i bombardamenti 
indiscriminati russi e dell’aviazione di Damasco hanno provocato più danni 
all’archeologia e al patrimonio storico che non tutti i vandalismi dell’Isis 
messi assieme», ci dice un archeologo di Aleppo.
Un dato questo confermato da altri colleghi scappati in Europa: quelle stesse 
autorità che oggi vorrebbero presentarsi come paladine del ripristino del 
retaggio culturale ne sono state in effetti i peggiori vandali. Le bombe 
siro-russe sarebbero cadute copiose sui tesori di Palmira, Ebla, Krak dei 
Cavalieri, sui centri storici di Ariha, Idlib, Homs, Hama, e sulle parti più 
antiche di Aleppo a partire dal mercato coperto. Per cercare un possibile 
compromesso, un gruppo di archeologi «critici» ha smussato i toni, proponendo 
una «carta etica» per chi opera in regioni controllate dalle dittature. Ma la 
polemica resta aspra. Commenta Matthiae: «Concordo con l’80 per cento di quel 
documento. Ma le accuse contro di me sono state troppo offensive. Esigo scuse 
formali prima di firmarlo».


---


http://www.lastampa.it/2017/01/19/cultura/la-guerra-in-siria-ora-si-combatte-tra-gli-archeologi-tcXWXO0DuYnzoVGvwMEE9L/pagina.html


La guerra in Siria ora si combatte tra gli archeologi


Il belga Marc Lebeau e i suoi seguaci: no ai rapporti con Assad. Matthiae: 
politicizzazione devastante


di Francesca Paci, 19/01/2017 (Ultima modifica il 27/01/2017)


Qual è il momento giusto per occuparsi delle antichità archeologiche in una 
guerra come quella siriana in cui, giunto nel 2014 a quota 191 mila, l’Onu ha 
rinunciato a contare le vittime per concentrarsi sugli oltre 5 milioni di 
profughi? La domanda, nient’affatto oziosa di fronte alla maggiore crisi 
umanitaria dalla seconda guerra mondiale, spacca da un mese la comunità degli 
studiosi internazionali, accomunati dall’amore per la terra ospite di ben 6 
siti Unesco ma divisi oggi su come e con chi cooperare per proteggerli.



A Palmira
Il casus belli risale al 10 dicembre scorso, giorno del ritorno dell’Isis a 
Palmira precedentemente liberata e celebrata dall’orchestra del teatro 
Mariinskij di San Pietroburgo, quando a Damasco s’incontrano una ventina di 
specialisti di vari paesi per ragionare insieme sulle sorti del patrimonio 
archeologico siriano. Damasco significa Bashar al Assad e per diversi 
accademici, che pure avevano lavorato sotto di lui prima del 2011, la 
partecipazione dei colleghi equivale a un «deplorevole» sostegno politico al 
suo regime nel momento in cui, dopo 5 anni di bombardamenti seguiti alla 
inizialmente pacifica richiesta di riforme, sta sferrando l’ultimo decisivo e 
cruentissimo assalto alla Aleppo ribelle.

«E’ impossibile far finta che non sia accaduto niente mentre infuria la guerra 
civile, dobbiamo attendere e rispettare la lotta del popolo siriano» ci spiega 
da Bruxelles l’archeologo Marc Lebeau, direttore europeo degli scavi di Tell 
Beydar e promotore di una lettera di fuoco contro il meeting di Damasco. 
Frequenta la Siria dal 1975, era lì anche quando nel 1982 Hafez al Assad radeva 
al suolo Hama. Adesso, giura, è diverso: «Chi si occupa del vicino Oriente ne 
conosce bene l’assenza di democrazia, ma ci sono molte scale di grigi nelle 
violazioni dei diritti umani. Di Hama abbiamo saputo solo molto tempo dopo, 
oggi invece vediamo in diretta il massacro dei civili. E soprattutto, 
diversamente da quanto accaduto a dicembre, gli archeologi di prima non erano 
in contatto con il regime né erano coinvolti nella propaganda».

L’implicita assimilazione con gli artisti graditi a Hitler nella Berlino degli 
Anni 30 ha scatenato l’indignazione dei luminari additati dal j’accuse di 
Lebeau, del mensile «L’Histoire», di Annie Sartre Fauriat e di altri studiosi 
firmatari della Carta Etica per l’Archeologia e l’Assiriologia del Vicino 
Oriente pubblicata martedì sul sito del Penn Cultural Heritage Center. Ora è 
guerra.

Sul campo
«Se è il momento giusto per l’archeologia? Si è già tardato troppo - tuona 
Paolo Matthiae, decano della Siria a cui si deve la scoperta di Ebla -. E’ 
grave che la comunità internazionale abbia isolato la Direzione generale delle 
antichità di Damasco, impeccabile e valorosa nell’aver salvato dai musei di 
tutto il paese 300 mila preziosi oggetti di cui ora, con tono neo-coloniale, la 
Francia si dice pronta a prendere la custodia». E i morti? I raid? Il professor 
Matthiae tiene al ruolo dello studioso: «Questa polemica avrà conseguenze serie 
perché ha portato a quella politicizzazione dell’archeologia che io ho sempre 
evitato sin dalla fondazione dell’Icaane, dove hanno collaborato iraniani e 
iracheni, israeliani e palestinesi, turchi e ciprioti. Noi studiosi del Vicino 
Oriente sappiamo bene quanto già gravato sia da logiche politiche e dovremmo 
prevenirne ulteriori».

Eppure, replicano gli altri, parlare di Siria nel 2017 non può che essere 
politica. Perché, insiste Lebeau, «il 75% degli alti responsabili della 
Direzione generale delle antichità siriane ha lasciato il paese» e perché 
«stando all’Onu, l’80% delle vittime dipende dai bombardamenti lealisti ma 
anche la distruzione dei beni archeologici, da Aleppo ad Homs, è frutto dei 
raid». Sulla sua linea è la storica de La Sapienza e a lungo epigrafista a Ebla 
Maria Giovanna Biga, convinta che l’impegno per i civili preceda quello per le 
antichità, in Siria come in Yemen: «Molti miei studenti siriani hanno la 
famiglia là. Ci sono zone non bombardate tipo Tell Mozan, dov’è possibile 
curare il patrimonio archeologico. Ma altre sono sotto tiro, Aleppo prima e ora 
Idlib o Tell Mardikh. La Direzione generale delle antichità siriane dovrebbe 
chiedere al suo governo la fine dei raid. Non sono politicizzata, confidavo 
negli Assad, Asmaa aveva fatto molto per Ebla. Ma non hanno ascoltato il loro 
popolo».

I puristi ribaltano su chi li giudica degli opportunisti alla corte di Assad e 
del suo sponsor Putin l’accusa di covare motivi personali o professionali. 
L’archeologo emerito Pierre Leriche era al famigerato incontro. Anzi, l’ha 
organizzato: «Sostenere che ci fosse dietro il governo di Damasco è assurdo, 
significa ricalcare la posizione propagandistica del governo francese sulla 
Siria. Dietro c’era solo chi lavora da sempre in Siria e vuole sostenere 
l’eroico direttore generale delle antichità siriane Maamoun Abdulkarim, 
riconosciuto dall’Unesco e acclamato anche a Strasburgo la settimana scorsa per 
aver salvato 13 mila pezzi solo a Deir Ezzor. L’organizzazione nasce in tandem 
con l’amministrazione delle antichità, tra i cui bravi funzionari ce ne sono 
anche di non in linea con il governo. La data poi, era stata decisa in estate 
quando nessuno poteva prevedere Aleppo».

“Nessuna propaganda”
Come Leriche anche lo scopritore di Urkesh, Giorgio Buccellati, era in Siria il 
10 dicembre. E lo rivendica: «Anziché polemizzare bisognerebbe raccontare il 
sacrificio dei dipendenti delle antichità siriane per il patrimonio del loro 
paese, nella difesa del quale sono morti almeno in 15. Non c’erano ministri 
all’incontro di Damasco, è venuto solo un sottosegretario a darci il benvenuto. 
E la tv che aspettava fuori non ci ha fatto domande». Fine della storia? È 
improbabile, perché le domande difficili sulla Siria in agonia non finiranno 
presto.




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