Gli spunti vostri li metto in fondo, perché avete scritto tutti un sacco di cose interessanti: solo che ognuno di noi fa un mestiere preciso e il tempo per concretizzare queste riflessioni in azioni alla fine è il fattore limitante.

Vado dunque al punto.
In questa mailing list ci sono ricercatori di diverse discipline: ci vogliamo chiamare scienziati? magari con l'accezione inglese, ci va bene...
Sennò sembra che si parli di un altro mondo, esterno a questa chiaccherata.
Vogliamo vedere noi stessi come un processo in contruzione?
Chiamiamoci gli attori della comunità scientifica di domani :-)

Se così è, penso allora alla responsabilità che abbiamo.
Se rileggo che le scienze della vita hanno il privilegio epistemologico di interpretare la realtà (parafrasando spataro), beh il senso di responsabilità diventa perfino troppo. Se noi siamo gli embrioni della comunità scientifica di domani, e vogliamo che domani la comunità scientifica non ripeta la sua quota di errori che quella di oggi ha fatto, non possiamo non porci il problema di cosa fare e insieme.
E trovo che molti se lo stiano ponendo.

Io non sono così pessimista.
Vengo da un fine settimana con altri ragazzi come me di tutta europa: nelle discussioni viene fuori quasi il dovere di farsi cambiare da un'interazione continua con le realtà sociali che ci circondano.
Non c'è il desiderio solo di pensare a quello che abbiamo di fronte al bancone.

Posto che il "sistema" non lo si cambia in due balletti (anche se ho partecipato a Bruxelles ad interessantissime sessioni in questa direzione...), mi pongo prima una domanda forse più importante.
Al centro che ci sta? L'uomo-scienziato o il prodotto dello scienziato?
Perché se è l'uomo-scienziato, le pratiche sociali contano forse di più di un'azione sugli aspetti modificanti dell'economia sulla scienza.
Si lo so: è l'uovo e la gallina :-)
Ed è anche uno degli elementi chiave di numerose riflessioni precedenti (grazie scienza spa :P, ma anche altri contributi).
Io però 'sta cosa la vedo da protagonista.
C'è una grande consapevolezza tra le persone che fanno il mio stesso mestiere di biotecnologo sulla difficoltà e la necessità di intraprendere lo stretto sentiero di cui parla Cini. Solo che ci vuole tempo per diffondere una certa e nuova forma di interazione e partecipazione, a partire proprio dai giovani.

Insomma: trovo che in questo referendum abbia partecipato la comunità scientifico-mediatica, più che la comunità scientifica. Quella che piace da tempo alla tv, più che quella che vive e si interroga anche dei propri limiti e delle proprie responsabilità, e dell'accesso da parte della società al proprio lavoro e anche alle decisioni sul proprio lavoro.

Ma questo perché fino ad ora (non parlo della storia.. nn sono competente :P) questa comunità scientifica non ha mai praticato una forma del genere di partecipazione sociale. Non è la protesta in stile 'contro pecoraro scanio' (a cui ho partecipato attivamente) il mio punto di riferimento: è un approccio partecipativo dello scienziato ai processi sociali tanto quanto viceversa che è una pratica non praticata.
E non è solo un problema di comunicazione.

Boh, ho aggiunto qualche spunto di riflessione, più che altro: non volevo concludere nulla :P
Rileggo e credo di non essere stato molto chiaro... vabbeh.

F


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Secondo me, ma lo diciamo da un sacco di tempo, e' difficile essere
credibili se ci si occupa della cosa pubblica a intermittenza. Il tema
della liberta' della scienza vale contro il vaticano ma non contro i
brevetti, ad esempio?

Per quanto riguarda la comunita' scientifica
: se si sfruttano le emozioni per avere pubblicita' e soldi, non ci si lamentasse che poi le emotion
ti fregano in grandeur.

Ma in Italia gli scienziati si devono mettere in testa che non contano un cazzo e che non conteranno mai un cazzo fino a quando non saranno capaci di parlarsi e guardarsi onestamente




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